Agarwaen
Prologo. Una
lama nel buio
La boscaglia si stendeva ampia e silenziosa nella
notte. Il vento ululava selvaggio scuotendone le fronde, i rami
cozzavano violentemente l’uno contro l’altro
producendo un suono vuoto. La pioggia cadeva incessante, creando un
fitto velo argenteo che impediva di vedere a più di qualche
metro di distanza. Nel cielo nero cascate di fuoco si rincorrevano tra
le nubi mentre i tuoni rombavano minacciosamente sulle cuspidi delle
montagne all’orizzonte.
Era una notte perfetta quella. Nascosta dietro i
tronchi una figura più oscura di quella notte di tempesta,
sorrise soddisfatta. L’infuriare della tempesta avrebbe
coperto ogni rumore che avrebbe prodotto e la scarsa
visibilità l’avrebbe nascosta.
Si sporse oltre il tronco per controllare
un’ultima volta la situazione. Il balenare di un lampo
illuminò con la sua luce la bianca Torre spiraleggiante che
svettava fino a lambire il cielo. Un alto muro di pensanti blocchi di
pietra squadrata la difendeva. Quattro aperture si schiudevano come
nere bocche al centro ogni lato della cinta, ognuna delle quali difesa
da due giganteschi demoni di livello C, niente che avrebbe potuto
spaventare e fermare una come lei.
Il sorriso divertito sulle sue labbra
mutò in un ghigno. Il Generale si sentiva sicuro rinchiuso
nella sua fortezza, troppo sicuro e questo avrebbe significato la sua
rovina.
Approfittando di un intervallo tra un fulmine e
l’altro, corse più velocemente che poté
ed appena fu vicina alla muratura caricò sulle ginocchia e
saltò, scavalcandola. Atterrò
all’interno e subito si addossò contro la parete,
guardandosi attorno circospetta. Come si era aspettata le guardie erano
troppo occupate a riscaldarsi davanti ai fuochi per badare a quello che
accadeva all’esterno.
Strisciando rasente il muro arrivò
davanti la piccola finestrella al piano terra che aveva notato durante
le consuete perlustrazioni. La servetta con cui aveva fatto amicizia le
aveva spiegato che era un magazzino abbandonato da qualche anno ormai. Meglio
così! Aveva pensato nascondendo a stento il
sorriso compiaciuto che gli stava nascendo sulle labbra.
Con piccoli strumenti di precisione
riuscì a scassinare la chiusura dell’imposta ed a
scostare il battente nonostante i cardini arrugginiti. Rapida come un
respiro si infilò all’esterno, lasciando
l’anta accostata per garantirsi una via di fuga sicura.
Muovendosi furtivamente e facendo attenzione a non
urtare gli oggetti sparsi alla rinfusa sul pavimento, arrivò
alla porta. La pazienza era la sua migliore qualità.
Pianificava tutto nei dettagli, valutando attentamente i pro ed i
contro, e poi agiva senza fretta, controllando perfettamente la smania
che le mordeva l’anima mano a mano che si avvicinava al suo
obbiettivo.
Scostò appena la porta e
sbirciò nel corridoio. Appena si fu sincerata che era tutto
libero uscì dal magazzino ed iniziò la sua
ricerca.
Il Generale Mobuko sedeva alla sua scrivania,
firmando alcune lettere al lume di una lucerna. Era tranquillo, in una
notte di tempesta come quella nessuno avrebbe osato sfidare gli
apparati difensivi della sua Torre, ed in ogni caso aveva decine di
guardie schierate alla sua difesa. La punta della piuma scorreva rapida
e sicura sulla pergamena, vergando con chiarezza ed eleganza le parola.
Una folata gelida ed improvvisa lo
investì spegnendo la piccola fiamma mentre un brivido gelido
scorse lungo la schiena dell’uomo. C’era qualcuno,
li, alle sue spalle. Qualcuno era riuscito ad entrare nei suoi
appartamenti privati nonostante le guardie che lo sorvegliavano. Ne
avvertiva la presenza con ogni cellula del suo corpo.
Lentamente si volse e, quando un lampo
illuminò per un istante il buio nella stanza, scorse in
piedi davanti a sé una figura avvolta in un ampio mantello
nero, con la testa coperta da un cappuccio che lasciava scoperto solo
le labbra ed il mento, e, stretto in pugno, teneva un pugnale dalla
lama insanguinata.
- Chi sei?- chiese facendo scivolare lentamente la
mano verso la piccola pistola che teneva nascosta nella cintola.
Sentiva gli occhi dello sconosciuto seguire ogni
sua mossa anche se erano nascosti dal cappuccio. Un movimento sotto il
mantello svelò che lo sconosciuto stava prendendo qualcosa
che lanciò poi al Generale. L’oggetto
rimbalzò un paio di volte sul pavimento prima che si
fermasse accanto ai suoi stivali. Senza mai distogliere lo sguardo
dall’intruso, il Generale lo raccolse e, grazie ad un altro
lampo, vide che si trattava di un ciondolo elegantemente sagomato a
forma di M. Gli ci volle un istante per ricordare l’orrore
legato a quell’innocente gioiello e le sue mani iniziarono a
tremare. Non poteva essere! Doveva essere morta ormai da molti anni!
Terrorizzato sollevò lo sguardo e le vide, due iridi rosse
brillare nel buio insieme ad una dentatura affilata su quel viso ora
privo di copricapo. Voleva che la guardasse in volto, che sapesse quale
viso avesse assunto la morte per lui, voleva leggere la consapevolezza
ed il terrore sul suo volto.
Con uno scatto improvviso annullò la
distanza tra lei ed il Generale e, con un rapido gesto del polso, gli
tagliò la gola. Era stato troppo facile, quasi deludente,
pensò sentendo il sangue caldo colarle sulla mano.
Proprio in quel momento uno dei servitori
entrò nella stanza per portare la cena al suo signore e,
nella debole luce giallognola che proveniva dal corridoio, la vide.
Vide il suo volto di ragazza ed il colore dei suoi occhi.
Scoprì quel segreto che mai avrebbe dovuto essere rivelato.
Prima ancora di pensare il suo corpo agì
e lanciò il pugnale che stringeva tra le dita, colpendolo
alla base del collo. Prima ancora che il vassoio e le stoviglie
cadessero dando l’allarme, saltò gettandosi contro
la vetrata della finestra, coprendosi il viso con gli avambracci,
infrangendo in mille schegge che argentee caddero insieme a lei nel
cortile.
Quando le guardie giunsero nella stanza del
Generale, oltre al suo cadavere dissanguato ed al servo moribondo,
trovarono una piuma di astore con un’elegante scritta in nero
sulla cartilagine.
- Agarwaen!- esclamò uno di essi
stritolando la piuma tra le dita.