Capitolo II:
Agarwaen


Mukuro entrò nella sua stanza e chiuse la porta alle proprie spalle. Immediatamente la percepì: una presenza estranea impregnava ogni parete e mobile. Irritata si chiese perché i suoi soldati non l’avessero fermata. A rilento si volse e la vide. Una figura distesa nella penombra tra le coperte del suo letto.
Lentamente si avvicinò tenendo sempre sott’occhio le tende tirate del baldacchino. Per terra accanto al letto erano stati gettati dei vestiti neri ed alcuni spadini. Mukuro scostò le tende e trattenne il fiato.
Era bellissima.
Solo quello riuscì a pensare mentre faceva scorrere lo sguardo sulla sua figura abbandonata languidamente tra le coltri. Indossava solo una camicia nera che lasciava scoperte le lunghe gambe perfettamente modellate dai molti anni di allenamento, appena piegate sul materasso; le braccia erano sollevate sulla testa ed abbandonate sul cuscino, in una posizione di consapevole resa. Il volto era un ovale perfetto, dai tratti dolci ed eleganti, le labbra piene socchiuse e tese in un sorriso invitante. I capelli lunghissimi e scuri erano sparsi confusamente sul cuscino, incorniciandone le figura.
Non avvertendo alcun tipo di minaccia provenire da quel corpo languidamente disteso davanti a sé, Mukuro si sedette sul bordo del letto. La ragazza allora socchiuse le palpebre e Mukuro pensò che quegli occhi rossi erano molto diversi da quelli di Hiei. In essi non c’era alcuna distinzione tra l’iride e la sclera, erano completamente rossi, come due ferite sanguinanti su quel volto perfetto. E quel rosso intenso e ribollente era cosparso di macchie nere, come cristalli di ossidiana.
- Chi sei?- le chiese Mukuro con calma.
- Agarwaen.- bastava solo quel nome a farle capire chi fosse.
Infatti la figura dell'ex Re si irrigidì per un attimo, prima che la solita calma glaciale che la caratterizzava tornasse a farla da padrona. Aveva davanti l’inafferrabile fantasma che tutto il Makai ed il Reikai stavano cercando con ogni mezzo e le stava concedendo il permesso di guardarla in volto, di scoprire quel segreto che mai nessuno era riuscito a carpire, senza pagare poi con una morte lunga e dolorosa.
Avrebbe dovuto parlare con Koenma, dirgli tutto…
… ma come poteva pensare di rinunciare alle delizie che quella splendida creatura le stava promettendo con lo sguardo? La sola idea di poter addomesticare, anche solo per una notte, uno youkai sanguinario come Agarwaen, che rappresentava il pericolo allo stato puro, la eccitava. Doveva ammettere, però, che faticava a credere che quella creatura perfetta potesse essere l’assassina feroce di cui aveva tanto sentito parlare.
- Interessante! – sorrise l'ex Re – E cosa vorresti da me?- le chiese quindi osservandola incuriosita ed interessata.
- Sto cercando qualcuno.- rispose slacciandosi il primo bottone della camicia.
- E cosa ti dice che io potrei aiutarti?- cercò di fare l’indifferente Mukuro, non riuscendo a staccare lo sguardo da quella pelle lattea che veniva scoperta.
- Se non potessi aiutarmi non sarei qui!- rispose l’altra calma e decisa, quasi con ovvietà.
- Chi stai cercando?- le chiese alla fine Mukuro mentre iniziava ad accarezzare la sua pelle calda e liscia.
- Tenebra!- solo un sussurro che vibrò nella penombra come lo scoppio di un tuono.
Mukuro stessa si irrigidì davanti quel nome, come per una sorta di timore reverenziale. Tenebra era il più potente youkai del fuoco esistente, aveva avuto un’ascesa fulminante, conquistando in pochi anni lo stesso potere e numero di seguaci di tutti e tre i Re, anche se non aveva mai voluto esercitarlo apertamente, e nessuno era mai riuscito a batterlo. Se solo avesse voluto avrebbe potuto spazzare lei, Rizen ed Yomi senza alcuno sforzo, invece, per fortuna, aveva preferito ritirarsi a vita privata per condurre indisturbato le sue ricerche. Perché un’assassina come Agarwaen era tanto interessata a lui?
- Perché voglio ucciderlo!- spiegò la voce della ragazza quasi avesse letto nella sua mente.
Aveva parlato con naturalezza e sicurezza, come se il sangue di Tenebra avesse già imbrattato la lama della sua spada.
- È un suicidio!- esclamò Mukuro fermando la mano sulla sua anca nuda.
- Sei preoccupata per me?- c’era quasi derisione nella voce di Agarwaen.
- È uno spreco buttare via un guerriero come te per niente!- rispose scuotendo la testa.
Allora l’assassina prese la mano che Mukuro teneva sul suo fianco e la portò sul ventre scoperto. L'ex Re si beò del calore che sentiva provenire da quella pelle dolce, poi l’avvertì. Un’energia violenta ed indomabile che pulsava selvaggia nelle profondità di quel corpo minuto. Era una corrente astrale immensa, di cui non riusciva a scorgere né l’inizio né la fine, che metteva quasi paura per la propria vastità. Non riusciva a credere che un corpo così esile e fragile potesse contenere un simile quantitativo di potere astrale senza esplodere in mille frammenti. Forse valeva la pena di aiutarla per scoprire fin dove si spingevano le sue capacità e, dopo, provare a reclutarla, se la prova fosse risultata soddisfacente.
- Sarà difficile trovare informazioni sul suo conto… Quanto sei disposta a pagare?- chiese Mukuro con una certa malizia.
- Tu quanto vuoi?- rispose l’assassina usando lo stesso tono.
Un ghigno schiuse le labbra del'ex Re: aveva le idee chiare la piccola assassina! Tutto in Agarwaen aveva lo stesso sapore dolce ed elettrizzante del pericolo estremo, di quello che affronti anche se sai che potrebbe ucciderti, ma del quale non riesci a fare a meno proprio per quelle sensazioni esaltanti ed adrenaliniche che ti offre se riesci a sopravvivere.

Nessuna luce esterna riusciva a penetrare lo spesso strato di tenebra in cui era immersa la stanza di Mukuro. Seppero che era giorno fatto solo grazie all’improvviso via vai degli youkai che avevano iniziato le proprie mansioni giornaliere, che sentivano giungere da dietro la spessa porta.
Agarwaen si mosse strappando lievi fruscii al lenzuolo che la ricopriva ed attirando l’attenzione dell’altra donna distesa accanto a sé. Mukuro si volse verso di lei incrociando il suo viso. Ora che la frenesia del sesso era scomparsa, l'ex Re poteva vedere il vero volto di quella ragazza, dell’assassina fredda e calcolatrice che per qualche ora aveva tenuto imbrigliata per convincerla a darle una mano. Quando si era infilata nel letto con lei, Mukuro aveva saputo a priori che non ci sarebbe stata una seconda volta…
… eppure un po’ le dispiaceva!
I tratti del volto di Agarwaen si erano induriti assumendo un’inquietante severità e distacco, mentre gli occhi avevano perso quella luce sensuale che li aveva animati fino a poco prima, ritornando ad essere due schegge di vetro acuminate.
- Allora, mi aiuterai?- chiese l’assassina senza mezzi termini sedendosi sulla sponda del letto e dandole le spalle.
Mukuro indugiò ancora un attimo ad osservare la sua figura piccola, quasi fragile, che rendeva impossibile credere a tutto quello che si raccontava su di lei, le cicatrici che incidevano la lattea perfezione della sua pelle, il tatuaggio tribale che si avvolgeva attorno al suo braccio sinistro in un inquietante monito, risalendo aggrappato alla sua pelle fino ad estinguersi sulla scapola.
Anche lei doveva aver avuto un passato terribile…
Raddrizzò la testa, distogliendo lo sguardo da lei e puntandolo sul tetto del baldacchino.
- Devi darmi qualche giorno.- rispose atona.
- Bene, ripasso questo fine settimana!- disse Agarwaen rimettendosi in piedi.
Mukuro voltò la testa per dirle che aveva bisogno di altro tempo, ma la stanza era vuota, non c’era nessun altro oltre lei. Per un attimo pensò di aver sognato tutto, ma l’odore agrodolce di limone della pelle di Agarwaen impregnava ancora le lenzuola, solleticandole il naso.
- Un fantasma!- sospirò chiudendo gli occhi.

L’acido della bile le bruciava la gola e la bocca, mentre, piegata in due accanto ad un albero, con la mano poggiata contro il tronco, rimetteva. Appena Agarwaen era saltata fuori dalla fortezza mobile di Mukuro, qualcosa le aveva attorcigliato dolorosamente le viscere ed una sensazione di nausea le era montata nello stomaco, risalendo rapidamente fino alla gola.
Cosa stava facendo? Cosa? Davvero la sua vendetta valeva simili sacrifici?
In quel momento tutto, ogni motivazione che l’aveva spinta verso quella vita le sembrava insignificante. Quei giorni a volte le parevano così lontani ed allucinanti da sembrarle frutto solo di un incubo. Poggiò la fronte contro il tronco rugoso e socchiuse gli occhi, ansimando pesantemente, osservando davanti a sé con sguardo vacuo e sfocato. In momenti come quello, dopo che si era costretta a superare i limiti della propria natura, sentiva il proprio spirito piegarsi sotto il peso dei crimini commessi. Si sentiva sul punto di sbriciolarsi…
- Presto finirà… Presto finirà… Presto finirà…- ripeteva disperatamente cercando di convincere se stessa.
Voleva trarre forza dalle sue stesse parole, per non permettersi di crollare, per imporsi di compiere ancora un passo avanti nella sua vendetta. Per ritornare ad essere l’essere terribile che tutti nel Makai avevano imparato a conoscere ed a temere.
Per lasciarsi bruciare ancora una volta nella fiamma dell’odio, fino a consumare ogni sentimento, lasciando solo la furia più cieca ed selvaggia.
Un leggero fruscio alle sue spalle l’avvertì dell’arrivo di qualcuno. Non si mosse, come se non avesse sentito la presenza dell’altro, concedendosi solo di sorridere: era stata addestrata così bene che neanche quando si trovava in quello stato i suoi sensi abbassavano la guardia…
- Chi sei?- le chiese per la seconda volta una voce maschile, forte e profonda.

Avevano appena riportato l’ennesimo umano dall’altra parte del varco, che il jagan mostrò ad Hiei una figura che si allontanava furtivamente. Senza pensarci scattò nella sua direzione ed in poche falcate la raggiunse.
Era chinata in avanti, di spalle, nascosta tra le fronde di quel bosco impenetrabile, e cercava un punto per passare il confine tra Makai e Ningenkai inosservata.
- Chi sei?- chiese lo youkai del fuoco emergendo dalla boscaglia.
La figura continuò a muoversi a tentoni come se non lo avesse udito. Hiei allora richiamò un po’ di fuoco nero ed appiccò un piccolo incendio ai cespugli che l’attorniavano.
- Ti avevo dato la possibilità di andartene e di restare in vita… invece l’hai sprecata!- sbuffò la voce pesante e cupa dello straniero.
Pigramente la figura si raddrizzò e si volse, mostrandosi alla labile luce dei fuochi che ardevano attorno a lei. Hiei riuscì a scorgere un ampio e pesante mantello nero che l’avvolgeva completamente, con arabeschi argentei ricamati sui due lembi, legato alla gola con una fibbia, sotto il cappuccio una maschera di cuoio le ricopriva il volto, lasciando solo due fessure per gli occhi ed una per il naso. Indossava una camicia, un giustacuore ed un paio di pantaloni infilati in pesanti stivali, tutti rigorosamente in nero. Un brivido di gelido timore sciabordò lungo la schiena dello youkai del fuoco, mentre le mani strette a pugno sotto il mantello tremavano appena: mai, mai in tutta la sua vita aveva provato un simile terrore panico davanti un altro youkai, per quanto forte fosse! Era come se in quella figura ci fosse qualcosa di agghiacciante, che atterriva anche l’animo più saldo ed impassibile. Hiei strinse la presa della mano sull’elsa della katana, come se questo potesse sciogliere tutto il timore che lo aveva invaso.
Hiei non fece in tempo a capire cosa fosse accaduto che si ritrovò schiacciato contro il tronco di un albero dalla violenza del semplice spostamento d’aria causato dalla sua aura. Era come avere una mano premuta pesantemente sul suo torace che spingeva e lo youkai poteva quasi sentire le costole incrinarsi e scricchiolare. Per quanto si sforzasse e cercasse di dibattersi, Hiei non riusciva a liberarsi in alcun modo, non riusciva a muovere nessun muscolo del proprio corpo: era come se il suo corpo fosse diventato un blocco di pietra inanimata che non rispondeva più ai suoi comandi. Era stato incatenato da spesse catene di energia spirituale a quel maledetto albero. Agarwaen gli si avvicinò a passi lenti e misurati, sollevò una mano guantata e bloccò il mento del mezzo koorime tra l’indice ed il pollice, sollevandolo verso di sé. Hiei ringhiò furibondo per essere stato messo fuori combattimento in quel modo, come uno stupido principiante.
- Comunque io sono Agarwaen!- gli sussurrò l’assassina all’orecchio, divertita.
Quella fu l’ultima cosa che lo youkai riuscì a sentire prima che un dolore violento gli serpeggiasse nel corpo, esplodendo nel cervello ed oscurando completamente il mondo attorno a lui.