Capitolo VII:
Caduta libera



Agarwaen correva veloce, sempre più veloce, superando i limiti della sua natura umana. Non sapeva dove stesse andando, sapeva soltanto che doveva allontanarsi il più possibile dal luogo in cui poco prima aveva aperto il varco e far perdere rapidamente le proprie tracce. L’ultima cosa che desiderava in quel momento era essere inseguita da Urameshi e dai suoi amici. Digrignò i denti fino a farli stridere, sentendo la propria coscienza vacillare pericolosamente sotto gli attacchi della sua controparte demoniaca: doveva sfogare tutto il rancore e l’odio, tutto il potere che le stavano vorticando dentro in quel momento, dilaniandole il petto con artigli incandescenti, altrimenti sarebbe implosa, bruciando se stessa e tutto quello che la circondava.
Con uno scatto brusco deviò dalla strada che stava seguendo, uscendo dalla fitta boscaglia e dirigendosi verso un tratto di terra brullo ed isolato, fermandosi solo quando fu certa di non essere circondata da esseri viventi.
Ansimando pesantemente si fermò, piegandosi sulle ginocchia, avvertendo il sudore gelido rigarle il volto e scorrerle lungo la schiena, inzuppandole i vestiti. Era arrivata al limite fisico e psicologico, ancora un passo e sarebbe crollata.
All’improvviso cadde sulle ginocchia, come una marionetta a cui erano stati tagliati i fili, con la vista offuscata e il respiro spezzato e bollente fra le labbra spalancate. Un colpo secco dentro di lei, simile a una frustata, la fece inarcare e urlare di dolore e perdere il controllo di se stessa, liberando così l’energia che fino a quel momento si era accumulata dentro di lei. Il potere astrale si librò dal suo corpo straziato come un vortice nero e denso, che mulinava soffiando infuriato fino al cielo, percorso da scariche elettriche che crepitavano minacciosamente nell’aria, investendo e sradicando con la propria violenza tutto quello che trovava sul proprio cammino.
L’urlo che esplose sulle labbra di Agarwaen vibrò straziante nell’aria, lacerandola con tutto il tormento che la stava schiacciando, come se l’anima stessa volesse sfuggirle dal corpo, lasciando solo un involucro vuoto accartocciato su se stesso e dilaniato da dolori lancinanti.
Così come era esploso, il potere astrale all’improvviso scomparve, lasciandola completamente prosciugata di ogni energia. Agarwaen ricadde in avanti, con la fronte contro il terreno, un rantolo rotolò dalla sua gola bruciata fino alle labbra, le dita percorse dai crampi strisciavano sul terreno, nel disperato, inutile tentativo di afferrare un po’ di terra, come se volesse aggrapparsi a essa per non venire trascinata via. Qualcosa le punse i palmi all’improvviso, richiamando indietro un po’ della sua coscienza ormai quasi del tutto scomparsa. A fatica l’assassina sollevò un po’ la testa, quel tanto che le consentisse di guardare la propria mano. Reggendosi sulle poche forze che ancora le sostenevano, tirò il braccio verso di sé, lentamente, schiuse appena le dita e qualcosa brillò sul palmo sotto il suo sguardo. Aggrottò le sopracciglia, come se non riuscisse a comprendere, mentre si concentrava un po’ di più.
Voleva capire. Sentiva il disperato bisogno di dover comprendere cosa fosse. La sua mente sfinita lo reclamava.
Avvicinò ancora un po’ il volto e vide che era un piccolo orecchino che brillava dorato nella luce incerta dell’alba che stava sorgendo. Come se stesse guardandosi dall’esterno, Agarwaen si vide in quella luce fulva ridotta ad un essere annichilito e prostrato, privo di ogni capacità di risollevarsi.
Disgustata l’assassina, distolse lo sguardo da se stessa, si stese sul fianco e si raggomitolò, cercando di scacciare quel senso di gelo che le stava penetrando nelle ossa. Doveva riemergere da quel limbo in cui era caduta prima di esserne inghiottita, ma non sapeva come fare. C’era qualcosa che doveva ricordare, qualcosa che sfuggiva sistematicamente dalla sua presa quando cercava di catturarlo, ma che era sempre presente dentro di lei, come un’ombra al limitare della sua coscienza. Sapeva che quel qualcosa era importante, che era la chiave per ritrovare se stessa, ma come avrebbe potuto imprigionarlo?
Stremata, chiuse gli occhi, lasciando che la stanchezza prendesse il sopravvento e nel buio dell’incoscienza lo vide. All’inizio era come una figura sfocata che la richiamava dolcemente a sé, dal sapore così familiare che il cuore dell’assassina iniziò a battere di furiosa nostalgia. La persona nella sua mente iniziò ad avvicinarsi, diventando ad ogni passo sempre più nitido e reale. A fatica Agarwaen sollevò la testa, incrociando lo sguardo dolce e il sorriso gentile di Suuichi Minamino. L’amico le tese la mano chiedendole di tornare da lui e la ragazza, combattendo contro i muscoli doloranti e pesanti, sollevò il braccio, allungandosi fino a toccare la mano dell’amico, sorridendo del calore della sua pelle che sentiva contro la propria. Ma quando Suuichi chiuse la sua mano attorno a quella di Agarwaen, una luce bianca esplose violentemente tra loro, investendoli e inghiottendoli. Come le acque che erompono spumeggiando violentemente da una cascata, i ricordi si riversarono dentro di lei, riportandole alla mente la perdita del fratello, la lunga prigionia, il voto di vendicarsi dei suoi carnefici, il suo primo omicidio, il secondo e poi tutti gli altri, in una dolorosa processione di volti insanguinati, che la richiamarono lentamente in sé.
Quando l’assassina riuscì ad aprire gli occhi, la prima cosa che vide fu un pezzo di cielo di un azzurro così limpido e pulito da accecare. Disorientata si guardò intorno, cercando di capire cos’era accaduto, ma l’unica cosa che riuscì a mettere a fuoco fu che si trovava distesa supina sulla nuda terra. A lungo rimase immobile, senza pensare a nulla, limitandosi ad osservare le nuvole che placide solcavano il cielo.
Sembrava che di lei non fosse rimasto niente. Agarwaen si sentiva svuotata di ogni volontà e di ogni sentimento, ma si sentiva anche in pace con se stessa e il resto del mondo come mai le era accaduto negli ultimi anni. Infondo era una sensazione piacevole quel dolce nulla in cui si stava adagiando. Sembrava che ogni dolore fosse svanito e ogni ferita fosse rimarginata, che nessuna bambina in lacrime urlasse disperatamente dentro di lei, come se fosse rinata in quel momento esatto, libera da quel passato che l’aveva perseguitata fino a poco prima.
Abbassò le palpebre e un sorriso scivolò lentamente sulle sue labbra. Riusciva a distinguere l’eco della rabbia che aveva ripreso a ululare dal fondo della sua anima, poteva sentire l’odio scorrere incandescente nelle sue vene insieme al sangue.
Lei non era il tipo da perdersi nei piaceri di una pace illusoria. Agarwaen era una combattente.
Con uno scatto di reni si mise seduta, abbassò la testa e osservò i palmi ustionati dalla corrente di energia astrale che era eruttata dal suo corpo.
Oramai era tutto finito, Makoto non esisteva più. Ora c’era solo Agarwaen l’assassina.
Per lei il Ningenkai era stato un rifugio in cui tornare ogni volta che smetteva i panni dell’omicida. Si spogliava delle sue vesti nere e insanguinate e tornava a essere una semplice liceale, costantemente in divisa e uguale a tutte le altre. Ogni volta che ritornava nel mondo umano poteva illudersi che era un’adolescente come tutte le altre ed era come una boccata d’aria fresca in tutto il sudiciume che la circondava.
Strinse le mani a pugno, forte, avvertendo il dolore bruciare tutti i suoi centri nervosi, scacciando ricordi ed emozioni ancora più strazianti. Lentamente riaprì i palmi, la pelle ustionata si attaccava alle dita e veniva via in veli opachi e rugosi, lasciando carne viva e pulsante alla vista.
Agarwaen attinse un po’ di energia dalla riserva quasi illimitata che teneva nel suo corpo e la concentrò nelle mani per guarirle. Vide la carne rossa iniziare a fumare, mentre una schiuma biancastra frizzava sulla sua superficie. Pian piano le ustioni si chiusero e nuova pelle ricoprì quella vecchia.
Osservò il risultato, aprendo e chiudendo più volte le dita. Almeno qualche vantaggio in quella maledetta situazione c’era, pensò con amara ironia.
Poggiò i palmi delle mani guariti sulle ginocchia e, osservando il vuoto davanti a sé, iniziò a riflettere sulle circostanze in cui si trovava. Il tempo a sua disposizione stava volgendo al termine e l’essere stata scoperta da Urameshi e dai suoi amici aveva solo complicato le cose. Doveva scovare Tenebra e ucciderlo prima che gli inviati di Koenma potessero intercettarla e farle perdere altro tempo prezioso. E le informazioni che le aveva dato Hironobi il Nero potevano volgersi al suo favore.
Sospirò pesantemente mentre portava le mani davanti al volto, con le dita intrecciate e i palmi l’uno contro l’altro. Sapeva cosa doveva fare ma ugualmente non le piaceva, le sembrava quasi che anche lei usasse il proprio corpo come un giocattolo, fruttandolo senza alcun riguardo fino all’ultima goccia di vita e questo la faceva sentire fin troppo simile ai suoi carnefici.
Imprecò contro se stessa e scosse la testa per scacciare quei pensieri inutili: pensare a certe cose serviva solo a indebolirla spiritualmente e di conseguenza anche fisicamente, e lei da quel momento in poi aveva bisogno di tutte le sue forze.
Chiuse gli occhi e si concentrò su se stessa, sulla massa di potere astrale rinchiusa dentro di lei, che soffiava e ribolliva furiosamente, desiderosa di essere liberata ancora per potersi scatenare in tutta la sua letale furia.
Gli innesti organici che Tenebra aveva applicato nel suo corpo le avevano contaminato il DNA, dandole le caratteristiche degli youkai a cui erano appartenuti. Per controllare tutto quel potere e non venirne dilaniata, Agarwaen si era apposta dei sigilli, ora aveva bisogno del potere dei demoni cambia - forma e proprio il primo di essi che doveva infrangere.
Lavorò a lungo su se stessa, creando una lunga serie di simboli con le dita e ripetendo una litania ridondante e ipnotica, fino a quando il buio della sua mente non iniziò a creparsi fino a infrangersi in decine di schegge di luce sanguigna.
Terminata la nenia, Agarwaen rimase immobile nella stessa posizione, gli occhi serrati e i denti stretti l’uno contro l’altro mentre combatteva contro il carico maggiore che il nuovo afflusso di potere aveva gettato sulle sue spalle. Di solito usava solo una piccola parte del suo potere perché se non fosse riuscita a reggerne i peso ne sarebbe stata schiacciata e tutto quello che aveva compiuto fino a quel momento sarebbe stato inutile. Pian piano il suo fisico si abituò al nuovo peso e trasse un lungo sospiro di sollievo. La parte facile era terminata, ora cominciava quella difficile.
Con un movimento fluido si rimise in piedi e l’assassina sorrise compiaciuta per aver conservato la propria rapidità. Poi il suo corpo venne avvolto da una spessa cortina di energia astrale e iniziò a mutare: rimpicciolì di statura aumentando contemporaneamente di massa, i muscoli delle braccia e delle gambe divennero robusti e nodosi come tronchi d’albero e la pelle si scurì e ricoprì di spessi peli neri. Le orecchie divennero grandi e appuntite, gli occhi larghi e acquosi.
Agarwaen guardò il risultato della sua metamorfosi e un ghigno rapace le deformò le labbra. L’indomani si sarebbe sostituita all’ormai defunto Hironobi, consegnando la merce ad Asabi per poi seguirlo fin nelle viscere dei Picchi Aguzzi, raggiungendo finalmente Tenebra nel suo nascondiglio.
Ma prima avrebbe dovuto imparare a muoversi e a comportarsi come quel parassita di Hironobi. Non sarebbe stato difficile farlo, l’aveva studiato abbastanza bene, il problema sarebbe stato farlo in modo naturale e non forzato.
Per tutto il giorno provò e riprovò, fino a che non riuscì a riprodurre perfettamente la camminata claudicante, il comportamento untuoso e servile, e il modo di parlare strascicato di Hironobi. Soddisfatta di se stessa Agarwaen crollò a sedere sul terreno brullo, mentre il suo corpo riprendeva le proprie originali sembianze. Si lasciò ricadere indietro, stendendosi sulla schiena con le braccia aperte ai lati del corpo, e poi sollevò lo sguardo verso il cielo lavanda della sera incipiente che si srotolava sopra di lei da un orizzonte all’altro, limpido come una lastra di ametista. Il suo pensiero allora corse al suo maestro, allo youkai che l’aveva aiutata a scappare da Tenebra e l’aveva presa con sé, insegnandole a dominare i suoi nuovi poteri per non venirne uccisa. Era stato lui ad averle insegnato a combattere, a usare la spada e a uccidere.
In poco tempo il suo maestro l’aveva trasformata dalla ragazzina umana impaurita che era stata, in uno youkai forte e implacabile, invincibile.
Chiuse gli occhi e il buio si popolò di fantasmi pronti a dilaniarla. Ormai era arrivata alla conclusione di quella storia: il tempo che le restava era ormai agli sgoccioli e il destino che l’attendeva era solo uno.