Capitolo VIII: Asabi

Agarwaen chiuse l’ultimo pacco di impianti organici e si sedette sulla vecchia sedie di legno nel retrobottega, in attesa. Un paio d’ore prima dell’alba era ritornata ad Alauda ed era sgattaiolata nell’emporio di Hironobi dopo averne preso l’aspetto. Il suo piano era semplice, ma si basava sulla folle speranza che l’omicidio del mercante non fosse giunto alle orecchie di Tenebra. Se così fosse stato, nel migliore dei casi Asabi non si sarebbe presentato a ritirare la merce e lei avrebbe perso quella labile traccia. Nel peggiore invece avrebbe amaramente rimpianto di non essere morta tanti anni prima!
I battiti del suo cuore aumentarono insieme all’ansia che aveva iniziato a dilagarle nel petto. Sollevò le mani davanti al viso e vide che tremavano vistosamente. Strinse a pugno le dita piccole e tozze fino a conficcarsi le unghie nella carne: doveva reagire e allontanare quell’angoscia.
Chiuse gli occhi, inspirando e espirando lentamente, cercando di calmare quella corrente elettrica che le stava scorrendo sottopelle. I minuti scorrevano lenti e snervanti, goccia dopo goccia, accrescendo sempre più la sua irritazione, ma l’assassina continuava stoicamente a restare seduta e immobile, in attesa. Il sole era ormai basso all’orizzonte e la stanza avvolta in una morbida penombra, quando alcuni colpi ben assestati sulla porta infransero il silenzio.
Agarwaen trattenne il respiro per un istante, improvvisamente conscia della follia in cui stava per gettarsi e insicura della riuscita del suo piano. Abbassò lo sguardo sulle sue mani, intrecciate e abbandonate in grembo: erano piccole, tozze e callose, ricoperte di setole nere e pelle scura. Così diverse dalle sue…
In un lampo realizzò che Makoto non esisteva più, che Tenebra l’aveva uccisa anni prima e che non sarebbe mai più potuta tornare indietro, perché la strada che aveva imboccato era senza ritorno.
Tutto era andato irrimediabilmente perduto!
Colma di quell’infinita e indefinita sensazione di ineluttabilità, l’assassina si rimise in piedi e, imitando l’andatura claudicante del mercante, si diresse verso la porta. Lentamente, come per strappare ancora qualche istante al destino, schiuse il battente.
Asabi era sulla soglia, altero e bellissimo come lo ricordava. Scorse con lo sguardo sui suoi tratti finissimi ed eleganti, come se fossero stati cesellati nell’alabastro da un artista particolarmente abile. Quello youkai era il braccio destro di Tenebra, eseguiva i suoi ordina con cieca fiducia ed eliminava i suoi avversari con implacabile ferocia, solo a lui era fedele. Era una perfetta macchina per uccidere, ma non era solo per quello che l’aveva voluto accanto a sé.
Tenebra e Asabi era compagni.
Aveva anche pensato di approfittare di quel sentimento, di uccidere Asabi per vendicarsi del suo carnefice, per farlo uscire allo scoperto e costringerlo a battersi con lei, ma alla fine aveva sempre desistito dai suoi propositi nauseata: non era ancora caduta così in basso da ricorrere a certe meschinità per vendicarsi.
Lo youkai fece scorrere i suoi occhi di ghiaccio su quello che credeva Hironobi, uno sguardo borioso e disgustato che trafisse Agarwaen da parte a parte. Tanto tempo prima anche lei era stata fissata con quello sguardo impietoso, mentre, legata a un lettino d’acciaio, urlava divorata dal dolore.
Strinse i denti, cercando di rimanere presente a se stessa e riprese la sua recita. Si profuse in un inchino così profondo da sembrare quasi un beffa.
- Hai preparato tutto?- la sferzò la voce di Asabi.
- Certo mio signore!- rispose inchinando appena la testa.
- Allora muoviti!- gli ordinò.
Agarwaen strinse i denti sotto le labbra serrate, mentre inchinava nuovamente il capo. Cercando di fare in fretta, prese la scatola con le ordinazioni e seguì Asabi oltre la soglia del negozio. A differenza di quello che le aveva raccontato Hironobi il Nero, lo youkai si fece accompagnare fino a una gola che tagliava a metà la roccia e si perdeva tra le pareti a strapiombo dei Picchi Aguzzi. Quella discordanza mise in allarme tutti i suoi sensi, ma arrivati a quel punto era impossibile tornare indietro.
Asabi si fermò prima dell’imbocco di una piccola grotta e, con un movimento fluido, estrasse la falce che portava sulla schiena, voltandosi contemporaneamente verso di lei.
- M… mio signore… cosa?- provò a protestare sentendo la punta della lama premere contro la sua gola.
Un ghigno feroce piegò le labbra di Asabi.
- È ora di finirla con questa messinscena Agarwaen!- disse con un tono basso e letale.
Un sorriso altrettanto crudele schiuse le labbra dell’assassina.
- Come hai fatto a riconoscermi?- gli chiese con un tono quasi divertito.
- Il tuo travestimento è semplicemente perfetto – rispose lo youkai inclinando la testa di lato – ma il tuo odore ti ha smascherato! In tutti i tre Regni nessuno ha un odore simile al tuo!- .
- Una conseguenza di vostri esperimenti!- il suo tono era disinteressato e tranquillo, come se non si trattasse di lei.
Un lampo di luce rossa avvolse il corpo di Agarwaen mentre riprendeva le sue normali fattezze. Era un sollievo poter ritornare a essere se stessi, considerò muovendo le braccia per sgranchirsi i muscoli.
- Se sapevi chi ero in realtà perché mi hai portata fin qui?- chiese poi ad Asabi.
Lo youkai aveva scrutato ogni suo movimento, incuriosito come se stesse analizzando un esemplare particolarmente raro.
- Me l’ha ordinato Tenebra. Quando le sue spie lo hanno informato che Hironobi il Nero era morto ha intuito subito che avresti tentato qualcosa di simile e, nel caso fosse accaduto, mi ha comandato di portarti da lui.- spiegò apaticamente, come se niente di quello che aveva appena detto avesse senso per lui.
Un lampo d’odio attraversò il corpo di Agarwaen, mentre i ricordi della sua prigionia e di ogni tortura subita vorticavano dentro di lei, confondendole i sensi.
- E cosa vorrebbe ancora da me?- note rabbiose vibrarono nella sua voce, simile a una lama che tagliava l’aria tanto era affilata.
- Tu sei l’unica che può usare per portare a termine i suoi esperimenti, lo sai!- la voce di Asabi invece era ferma nella sua freddezza.
Oh, lo sapeva benissimo perché quella era stata la sua condanna, il motivo per cui era stata trascinata in quell’inferno e trasformata in un mostro! Lei e Tenebra erano geneticamente compatibili e lui l’aveva usata per testare i nuovi farmaci che aveva preparato per se stesso, per scoprire quali effetti avessero avuto sul suo fisico senza doverne subire in prima persona gli effetti collaterali. Agarwaen strinse le mani a pugno fino a far sbiancare le nocche sotto il cuoio dei guanti.
- L’unica cosa che avrà da me sarà una morte lenta e dolorosa!- ribatté furiosa.
- La tua volontà non è contata nulla in passato e non avrà alcun peso ora!- rispose Asabi con un tono di voce così distaccato e incolore da farle perdere completamente il controllo.
- Lo vedremo!- ringhiò l’assassina sfoderando la sua katana.
Asabi sogghignò come se avesse previsto anche quella sua reazione ed era snervante. Agarwaen concentrò una piccola quantità di potere astrale nella lama e, mimando un fendente dall’alto in basso, la lanciò contro il suo avversario. Lo youkai con un rapido movimento si scostò di lato, evitando il colpo e le rocce alle sue spalle esplosero. Per un attimo una spessa coltre di pulviscolo coprì l’area del combattimento, impedendo la vista. L’assassina chiuse gli occhi concentrandosi sull’udito: il suo maestro l’aveva addestrata severamente ad affinare anche gli altri sensi, quindi essere privata della vista per lei non era un problema, anzi!
Un fruscio alle sue spalle l’avvertì che Asabi si stava avvicinando. Rimase immobile, in paziente attesa, sentendo i secondi che li separavano scorrere su di lei come lame arroventate. Uno spostamento d’aria mise in allarme i suoi sensi e, con uno scatto repentino, si volse, parando con il filo della sua katana il colpo che l’altro youkai stava calando su di lei con la falce. Le due lame si scontrarono e si incrociarono, sprigionando una doccia di scintille ambrate che illuminò i loro occhi di bagliori sanguigni.
Per alcuni istanti rimasero in quella posizione, spingendo l’uno contro l’altro nel tentativo di sopraffarsi a vicenda, mentre le lame scivolavano e stridevano. Poi, come se qualcosa tra loro si fosse spezzato, con un salto all’indietro si separarono, riprendendo la posizione di guardia.
- Sei diventata molto forte, ma non ti basterà contro di me!- sogghignò Asabi.
La risposta dell’assassina fu un ghigno feroce e malato, che deformò il suo viso. Si slanciarono nuovamente l’uno contro l’altra, duellando in una serie di affondi e parate così rapidi che solo un occhio profondamente allenato poteva scorgere. Poi, inaspettatamente, Asabi cambiò il suo modo di combattere: la rapidità e la profondità dei suoi movimenti era notevolmente aumentata, costringendo Agarwaen in posizione difensiva.
Aveva giocato con lei come il gatto con il topo, facendole credere che, nonostante tutto, sarebbe stata una vittoria facile, inducendola ad abbassare la guardia e facendole dimenticare chi aveva davanti. L’assassina cercava di parare alla meno peggio quei colpi che riusciva a stento a prevedere, indietreggiando lentamente fino a trovarsi con le spalle al muro. Aveva le braccia e il collo coperti di tagli sanguinanti e una ferita abbastanza profonda le aveva squarciato il fianco, sentiva l’aria uscire incandescente dai polmoni e i muscoli bruciare come immersi nell’acido.
Asabi si fermò davanti a lei e un ghigno malevolo gli schiuse le labbra: anche quella volta non avrebbe deluso Tenebra. Agarwaen si morse il labbro mentre ricambiava il suo sguardo con uno furioso, simile a quello di un animale messo in trappola.
Non poteva finire in quel modo, non dopo tutto quello che aveva fatto e subito, non dopo aver calpestato se stessa ed essere arrivata a un passo dalla meta!
Non aveva altra scelta nonostante la cosa non le piacesse! Aveva progettato di risparmiare le forze, di usare quel poco di energia astrale che le sarebbe bastata per arrivare fino a Tenebra e poi scatenare tutto il resto contro di lui, anche a costo di prosciugarsi completamente. Ma non aveva messo di conto di doversi misurare prima con Asabi e ora si trovava ferita e in una posizione di netto svantaggio. Masticò una colorita imprecazione e sollevò le mani davanti al viso, quella destra che ancora impugnava la spada, chiuse gli occhi concentrandosi.
Di nuovo si immerse dentro se stessa alla ricerca della fonte del suo immenso potere, fermandosi quando raggiunse la protezione del secondo sigillo che si era apposta. Le dita si piegarono a formare una rapida serie di segni, mentre a fior di labbra recitava un’altra ossessiva litania. Una lieve pressione e il sigillo si ruppe rilasciando tutta l’energia che aveva arginato fino a quel momento. Fu come se una montagna le fosse precipitata all’improvviso sulle spalle. Si sentì schiacciare e soffocare, come se un’enorme mano invisibile le stesse premendo il petto. Le orecchie le fischiavano come se si fosse immersa in acqua a grande profondità e il cuore pareva un tamburo che batteva una selvaggia danza tribale, pompando il sangue a grande velocità nelle sue vene. Agarwaen dovette far ricorso a ogni briciola della sua forza per con cadere in ginocchio.
- Mossa alquanto stupida assassina. – commentò la voce incolore di Asabi davanti a lei – Come pensi di riuscire a battermi in quello stato?- .
Asabi aveva maledettamente ragione! Non riusciva a muovere nemmeno un dito, come pretendeva di poter combattere contro uno youkai del suo livello? Digrignò i denti furibonda: aveva perso tutto quanto, non aveva più un mondo, né una famiglia, né una casa a cui tornare. Tutto quello che le restava era la rabbia furibonda e la vendetta. E a esse si aggrappò ferocemente per impedirsi di sprofondare di nuovo in quella disperazione che l’avrebbe annientata.
Asabi si mosse in avanti iniziando a coprire la distanza che c’era tra loro, la punta della falce contro il terreno che scavava piccoli sentieri di polvere bianca nella roccia. Si fermò davanti Agarwaen e sollevò la mano libera per afferrarla e impedirle qualsiasi movimento. Ma proprio in quel momento l’assassina sollevò la testa di scatto e lo youkai fece appena in tempo a scorgere un lampo sfrecciare nei suoi occhi rossi che, con un rapido scatto aveva sollevato la katana e aveva tentato un affondo contro di lui. La lama affilata gli passò accanto alla testa, aprendo un taglio semilunato sulla guancia e staccando di netto il lobo dell’orecchio dalla sua attaccatura. Lacrime cremisi iniziarono a scorrere pigramente sulla sua pelle di porcellana. Asabi si portò la mano sull’orecchio, trattenendo a stento un grido di dolore e sorpresa.
Agarwaen non perse tempo e, per quanto le consentissero le sue forze, si slanciò in avanti, cominciando faticosamente a correre, cercando di mettere quanta più distanza possibile tra lei e il suo inseguitore. Aveva bisogno di tempo per permettere al suo corpo di abituarsi alla nuova massa di energia astrale che vi aveva riversato dentro. Se quello era il risultato per aver infranto il secondo sigillo, non voleva pensare a quello che le sarebbe accaduto quando avrebbe infranto anche gli altri tre: probabilmente Tenebra l’avrebbe uccisa prima ancora che potesse muovere il primo passo.
Arrancò affannosamente sulla salita della gola, scivolando di tanto in tanto sul pietrisco, fino a quando vide una sporgenza nella roccia abbastanza profonda da offrirle un riparo. Non sarebbe stata al sicuro nemmeno lì, Asabi avrebbe impiegato pochi minuti a riprendersi e a rintracciarla, ma aveva un bisogno disperato di fermarsi. Crollò a sedere e chiuse gli occhi, ansimando penosamente. Per la prima volta si chiese se non avesse sottovalutato tutta la faccenda. Asabi era a un livello nettamente superiore rispetto a tutti gli altri youkai che aveva affrontato e ucciso in precedenza e iniziava a dubitare di poter sopravvivere. Scioccamente aveva sperato che una volta conclusa quella storia tutto sarebbe tornato come prima, che, anche se per un breve periodo, sarebbe potuta ritornare a essere la ragazza ningen che era stata prima che Tenebra la usasse per i suoi esperimenti. Si era illusa di poter ritornare a essere Makoto Kiba e ora invece si scontrava duramente con la concreta possibilità di morire lì, in quel preciso momento. Perché sapeva che Asabi dopo l’affronto subito non l’avrebbe mai catturata e riportata a Tenebra, ma l’avrebbe uccisa nel modo più crudele che potesse immaginare.
Sentì il cuore pulsare cupamente nel suo cuore e un sottile senso di angoscia sciogliersi nel suo corpo. Aveva paura. Non voleva morire, voleva ritornare a casa e ricominciare tutto daccapo.
Suuichi…
Cosa devo fare?
Si chiese disperatamente, mentre sentiva le forze e la volontà cederle.
Rilassati! Una voce che ben conosceva risuonò nel vuoto della sua mente. Rilassati! Prendi dei respiri profondi e sgombra la tua mente da ogni preoccupazione. Non opporre resistenza al potere che fluisce dentro di te, altrimenti non riuscirai più a muoverti. Lascialo invece scorrere dentro di te, accoglilo senza paura perché è parte di te e non potrà mai nuocerti. Sei forte oltre ogni immaginazione ragazzina, devi solo imparare a crederci!
Era la voce calma e profonda, rassicurante, del suo maestro. Un sorriso dolce schiuse le labbra dell’assassina e, come ogni volta, un senso di pace si sciolse dentro di lei, calmando i battiti folli del suo cuore. Cercò di rilassarsi e di non opporre più resistenza al potere astrale che premeva dentro di lei. Fu come essere sommersi e trascinati via da un’onda gigantesca. Sentì come se non avesse più ossa né tendini, né vene, i suoi muscoli bruciavano, si contraevano e rilassavano, il suo corpo si riscaldò tanto da diventare incandescente, il cervello immerso in una sostanza viscosa che gli impedì di formulare ogni pensiero coerente. E poi l’onda iniziò a ritrarsi lenta, rannicchiandosi in un angolo della sua anima pronta a esplodere e a travolgere tutto quanto avesse incontrato sul suo cammino, lasciando dentro di lei solo un profondo senso di libertà e di potenza.
Ora sapeva di poter sconfiggere Asabi!
Sorrise come per ringraziare il suo maestro di quell’aiuto tanto insperato quanto provvidenziale, come se fosse lì, accanto a lei. Quindi riaprì gli occhi accesi da una nuova, selvaggia determinazione e desiderio di vendetta. Si sollevò in piedi con un movimento sinuoso e a passi lenti ridiscese la gola, andando incontro al suo nemico.
Voleva la sua vendetta e l’avrebbe avuta a qualsiasi costo, anche se avesse dovuto camminare sui cadaveri di innocenti! Non aveva più niente da perdere, nemmeno la sua vita valeva più qualcosa arrivati a quel punto. Perché trattenersi? Ormai si era arresa del tutto alla morte, sapeva di non poter avere una seconda possibilità e per questo avrebbe giocato fino in fondo quel poco di vita che le rimaneva per non avere rimpianti.
Si fermò a metà sentiero e attese che Asabi le si avvicinasse. Lo youkai sollevò la testa e si fermò a pochi passi da lei: vide Agarwaen in piedi al centro della strada con la katana in pugno, fiera e indomabile come la ricordava, con lo sguardo acceso dalla sete di sangue. In quell’istante seppe che aveva vinto su se stessa e avrebbe combattuto seriamente, senza fare sconti.
- Siamo arrivati alla resa dei conti assassina: sei pronta?- le chiese sfidandola.
Per tutta risposta Agarwaen si mise in posizione di guardia. Sapeva cosa voleva e alla fine aveva accettato tutti i sacrifici e i compromessi necessari a raggiungerlo, cancellando ogni incertezza dentro di lei, portando con sé una profonda accettazione di quello che era diventata e di cosa le sarebbe accaduto da quel momento in poi.
Asabi e Agarwaen si fissarono ancora quel qualche istante poi, con un grido furioso, l’assassina si lanciò contro lo youkai, brandendo la lama affilata della sua katana in modo da tagliarlo a metà come legna da ardere. Ma Asabi si spostò agilmente di lato parando l’affondo con il filo della sua falce.
Era ancora veloce quel maledetto, imprecò l’assassina, ma almeno ora poteva anticipare i suoi movimenti tanto da non farsi cogliere impreparata e sferrare anche un contrattacco. Stoccate e parate si susseguirono così rapidamente da creare un piccolo vortice attorno a loro. Asabi concentrò una considerevole quantità di potere astrale nella sua lama e la lanciò contro l’avversiaria insieme a un fendete che minacciava di staccarle la testa dalle spalle. Agarwaen si ritrasse su se stessa, parando il colpo con il taglio della sua katana, l’urto la spinse violentemente indietro e i suoi stivali tracciarono due solchi profondi nella roccia. Sentiva le ossa delle braccia stridere tra loro e i muscoli tremare per lo sforzo di resistere e non restare schiacciata. Poi con una rapida torsione del polso glielo ritorse contro. Asabi spiccò un saltò all’indietro evitando il colpo per un soffio. Non fece in tempo a rimettersi dritto che si ritrovò l’avversaria addosso pronta a colpirlo. Agarwaen iniziò a sferrare una serie di affondi e stoccate, costringendo l’avversario a indietreggiare. Ma Asabi non era un combattente che si arrendesse per così poco. I suoi fendenti erano rapidi e di volta in volta miravano a colpire un suo punto vitale. Presto fu Agarwaen a ritrovarsi ad arretrare. Lo youkai sogghignò sentendo la vittoria in pugno quando notò che i colpi dell’avversaria si facevano meno precisi e pressanti.
Evidentemente anche una creatura terribile e dalla potenza inesauribile come Agarwaen iniziava ad accusare la stanchezza!
Asabi tentò una finta per colpirla alla testa, ma quando l’assassina sollevò le braccia per parare il colpo, si abbassò di scatto e la infilzò con la lama della sua falce al ventre passandola da parte a parte. Ansimando sollevò lo sguardo trionfante su di lei.
- È finita assassina!- sibilò con crudele gioia.
Per una manciata di secondi lei rimase immobile, poi tossì vomitando un po’ di sangue, lentamente sollevò il viso verso lo youkai e il sangue gli si gelò nelle vene. Agarwaen lo stava fissando con un sorriso feroce, come quello di una belva che è riuscita finalmente a mettere in trappola la sua preda. E solo allora Asabi capì cosa era accaduto: l’assasina si era fatta ferire apposta, per bloccare con il suo corpo la sua falce e averlo a tiro della sua katana.
Una goccia di sudore gelido gli scivolò dalla tempia al mento, disegnando un sinuoso percorso trasparente sulla sua guancia di porcellana, quando vide Agarwaen sollevare le mani guantate e appoggiarle ai lati della sua testa.
- Dì ciao Asabi!- cantilenò lei cattiva.
Le sue dita sotto il cuoio nero dei guanti si contrassero e poi riversarono una forte scarica di energia astrale direttamente nel cervello dello youkai, friggendogli il cervello. Violente convulsioni squassarono il corpo di Asabi, un solo grido di dolore uscì dalla sua bocca, insieme a un rivolo di saliva che gli colò fino al mento, prima che si accasciasse contro le rocce come un burattino a cui avevano improvvisamente tranciato i fili.
Agarwaen lo fissò per un istante senza tradire alcuna emozione, come se volesse solo accertarsi che era finita. Poi con un sospiro stanco si lasciò ricadere a sua volta a sedere, imbrattando la parete di roccia alle sue spalle con una lunga striscia di sangue. Stringendo i denti estrasse la lama della falce da dentro di sé, piegando le labbra in una smorfia. Chiuse gli occhi e abbandonò la testa contro la parete dietro di sé, così stanca da non riuscire nemmeno a pensare. Rimase ferma in quella posizione tanto da sembrare assopita, mentre il sangue scorreva lento e viscoso accumulandosi sul terreno sotto di lei fino a formare una piccola pozza cremisi. Non aveva più voglia di fare nulla, desiderava soltanto restare lì, immobile, senza più alcun pensiero in testa… Storse le labbra in una smorfia, disgustata da se stessa e dai propri pensieri incoerenti: era arrivata a un passo dal compiere la propria vendetta, non poteva arrendersi! Tenebra era lì, nascosto da qualche parte in quella grotta. Aggrappandosi a quel pensiero si costrinse a muoversi.
Sollevò la camicia fino a scoprirsi il fianco e con le dita iniziò a esplorare il taglio in cerca di lesini interne, quando non le trovò sospirò sollevata. Non poteva sprecare altra energia astrale per curarsi, quindi strappò la casacca che indossava Asabi e ne fece una fasciatura rudimentale.
Non sarebbe bastata, il sangue nonostante tutto continuava a scorrere bagnandole i pantaloni, ma non poteva fermarsi, non ora. Dopo forse, pensò con un sorriso amaro a tenderle le labbra.
Osservò il cielo lavanda della sera incipiente: quella poteva essere l’ultima volta che lo vedeva. Inspirò profondamente, scacciando quei pensieri malinconici e si rimise in piedi, rinfoderando la katana nella guaina che portava sulla schiena. Piano, strascicando i passi per la debolezza e la stanchezza, si immerse nel buio viscoso della grotta, lasciando dietro ogni passo una perla di sangue. Alla fine del corridoio di roccia si trovò davanti un grosso portone di legno con rinforzi di metallo.
Era giunta al termine del suo cammino, tutto si concludeva là dove era iniziato tanti anni prima.
Raddrizzò la schiena e indossò ancora una volta la maschera di indifferente crudeltà che l’aveva distinta fino a quel momento. Afferrò saldamente gli anelli della maniglia e tirò versò di sé, i battenti si schiusero ruotando dolcemente sui cardini, svelando una figura imponente in piedi nella luce tremolante delle fiaccole appese ai muri, avvolta in ampio mantello nero al centro del laboratorio.
Tenebra.
- Finalmente ci rivediamo fratello!- ringhiò entrando nella stanza.