Capitolo
VIII: Asabi
Agarwaen chiuse l’ultimo pacco di impianti
organici e si sedette sulla vecchia sedie di legno nel retrobottega, in
attesa. Un paio d’ore prima dell’alba era ritornata ad Alauda ed era
sgattaiolata nell’emporio di Hironobi dopo averne preso l’aspetto. Il
suo piano era semplice, ma si basava sulla folle speranza che
l’omicidio del mercante non fosse giunto alle orecchie di Tenebra. Se
così fosse stato, nel migliore dei casi Asabi non si sarebbe presentato
a ritirare la merce e lei avrebbe perso quella labile traccia. Nel
peggiore invece avrebbe amaramente rimpianto di non essere morta tanti
anni prima!
I battiti del suo cuore aumentarono insieme all’ansia che aveva
iniziato a dilagarle nel petto. Sollevò le mani davanti al viso e vide
che tremavano vistosamente. Strinse a pugno le dita piccole e tozze
fino a conficcarsi le unghie nella carne: doveva reagire e allontanare
quell’angoscia.
Chiuse gli occhi, inspirando e espirando lentamente, cercando di
calmare quella corrente elettrica che le stava scorrendo sottopelle. I
minuti scorrevano lenti e snervanti, goccia dopo goccia, accrescendo
sempre più la sua irritazione, ma l’assassina continuava stoicamente a
restare seduta e immobile, in attesa. Il sole era ormai basso
all’orizzonte e la stanza avvolta in una morbida penombra, quando
alcuni colpi ben assestati sulla porta infransero il silenzio.
Agarwaen trattenne il respiro per un istante, improvvisamente conscia
della follia in cui stava per gettarsi e insicura della riuscita del
suo piano. Abbassò lo sguardo sulle sue mani, intrecciate e abbandonate
in grembo: erano piccole, tozze e callose, ricoperte di setole nere e
pelle scura. Così diverse dalle sue…
In un lampo realizzò che Makoto non esisteva più, che Tenebra l’aveva
uccisa anni prima e che non sarebbe mai più potuta tornare indietro,
perché la strada che aveva imboccato era senza ritorno.
Tutto era andato irrimediabilmente perduto!
Colma di quell’infinita e indefinita sensazione di ineluttabilità,
l’assassina si rimise in piedi e, imitando l’andatura claudicante del
mercante, si diresse verso la porta. Lentamente, come per strappare
ancora qualche istante al destino, schiuse il battente.
Asabi era sulla soglia, altero e bellissimo come lo ricordava. Scorse
con lo sguardo sui suoi tratti finissimi ed eleganti, come se fossero
stati cesellati nell’alabastro da un artista particolarmente abile.
Quello youkai era il braccio destro di Tenebra, eseguiva i suoi ordina
con cieca fiducia ed eliminava i suoi avversari con implacabile
ferocia, solo a lui era fedele. Era una perfetta macchina per uccidere,
ma non era solo per quello che l’aveva voluto accanto a sé.
Tenebra e Asabi era compagni.
Aveva anche pensato di approfittare di quel sentimento, di uccidere
Asabi per vendicarsi del suo carnefice, per farlo uscire allo scoperto
e costringerlo a battersi con lei, ma alla fine aveva sempre desistito
dai suoi propositi nauseata: non era ancora caduta così in basso da
ricorrere a certe meschinità per vendicarsi.
Lo youkai fece scorrere i suoi occhi di ghiaccio su quello che credeva
Hironobi, uno sguardo borioso e disgustato che trafisse Agarwaen da
parte a parte. Tanto tempo prima anche lei era stata fissata con quello
sguardo impietoso, mentre, legata a un lettino d’acciaio, urlava
divorata dal dolore.
Strinse i denti, cercando di rimanere presente a se stessa e riprese la
sua recita. Si profuse in un inchino così profondo da sembrare quasi un
beffa.
- Hai preparato tutto?- la sferzò la voce di Asabi.
- Certo mio signore!- rispose inchinando appena la testa.
- Allora muoviti!- gli ordinò.
Agarwaen strinse i denti sotto le labbra serrate, mentre inchinava
nuovamente il capo. Cercando di fare in fretta, prese la scatola con le
ordinazioni e seguì Asabi oltre la soglia del negozio. A differenza di
quello che le aveva raccontato Hironobi il Nero, lo youkai si fece
accompagnare fino a una gola che tagliava a metà la roccia e si perdeva
tra le pareti a strapiombo dei Picchi Aguzzi. Quella discordanza mise
in allarme tutti i suoi sensi, ma arrivati a quel punto era impossibile
tornare indietro.
Asabi si fermò prima dell’imbocco di una piccola grotta e, con un
movimento fluido, estrasse la falce che portava sulla schiena,
voltandosi contemporaneamente verso di lei.
- M… mio signore… cosa?- provò a protestare sentendo la punta della
lama premere contro la sua gola.
Un ghigno feroce piegò le labbra di Asabi.
- È ora di finirla con questa messinscena Agarwaen!-
disse con un tono basso e letale.
Un sorriso altrettanto crudele schiuse le labbra dell’assassina.
- Come hai fatto a riconoscermi?- gli chiese con un tono quasi
divertito.
- Il tuo travestimento è semplicemente perfetto – rispose lo youkai
inclinando la testa di lato – ma il tuo odore ti ha smascherato! In
tutti i tre Regni nessuno ha un odore simile al tuo!- .
- Una conseguenza di vostri esperimenti!- il suo tono era
disinteressato e tranquillo, come se non si trattasse di lei.
Un lampo di luce rossa avvolse il corpo di Agarwaen mentre riprendeva
le sue normali fattezze. Era un sollievo poter ritornare a essere se
stessi, considerò muovendo le braccia per sgranchirsi i muscoli.
- Se sapevi chi ero in realtà perché mi hai portata fin qui?- chiese
poi ad Asabi.
Lo youkai aveva scrutato ogni suo movimento, incuriosito come se stesse
analizzando un esemplare particolarmente raro.
- Me l’ha ordinato Tenebra. Quando le sue spie lo hanno informato che
Hironobi il Nero era morto ha intuito subito che avresti tentato
qualcosa di simile e, nel caso fosse accaduto, mi ha comandato di
portarti da lui.- spiegò apaticamente, come se niente di quello che
aveva appena detto avesse senso per lui.
Un lampo d’odio attraversò il corpo di Agarwaen, mentre i ricordi della
sua prigionia e di ogni tortura subita vorticavano dentro di lei,
confondendole i sensi.
- E cosa vorrebbe ancora da me?- note rabbiose vibrarono nella sua
voce, simile a una lama che tagliava l’aria tanto era affilata.
- Tu sei l’unica che può usare per portare a termine i suoi
esperimenti, lo sai!- la voce di Asabi invece era ferma nella sua
freddezza.
Oh, lo sapeva benissimo perché quella era stata la sua condanna, il
motivo per cui era stata trascinata in quell’inferno e trasformata in
un mostro! Lei e Tenebra erano geneticamente compatibili e lui l’aveva
usata per testare i nuovi farmaci che aveva preparato per se stesso,
per scoprire quali effetti avessero avuto sul suo fisico senza doverne
subire in prima persona gli effetti collaterali. Agarwaen strinse le
mani a pugno fino a far sbiancare le nocche sotto il cuoio dei guanti.
- L’unica cosa che avrà da me sarà una morte lenta e dolorosa!- ribatté
furiosa.
- La tua volontà non è contata nulla in passato e non avrà alcun peso
ora!- rispose Asabi con un tono di voce così distaccato e incolore da
farle perdere completamente il controllo.
- Lo vedremo!- ringhiò l’assassina sfoderando la sua katana.
Asabi sogghignò come se avesse previsto anche quella sua reazione ed
era snervante. Agarwaen concentrò una piccola quantità di potere
astrale nella lama e, mimando un fendente dall’alto in basso, la lanciò
contro il suo avversario. Lo youkai con un rapido movimento si scostò
di lato, evitando il colpo e le rocce alle sue spalle esplosero. Per un
attimo una spessa coltre di pulviscolo coprì l’area del combattimento,
impedendo la vista. L’assassina chiuse gli occhi concentrandosi
sull’udito: il suo maestro l’aveva addestrata severamente ad affinare
anche gli altri sensi, quindi essere privata della vista per lei non
era un problema, anzi!
Un fruscio alle sue spalle l’avvertì che Asabi si stava avvicinando.
Rimase immobile, in paziente attesa, sentendo i secondi che li
separavano scorrere su di lei come lame arroventate. Uno spostamento
d’aria mise in allarme i suoi sensi e, con uno scatto repentino, si
volse, parando con il filo della sua katana il colpo che l’altro youkai
stava calando su di lei con la falce. Le due lame si scontrarono e si
incrociarono, sprigionando una doccia di scintille ambrate che illuminò
i loro occhi di bagliori sanguigni.
Per alcuni istanti rimasero in quella posizione, spingendo l’uno contro
l’altro nel tentativo di sopraffarsi a vicenda, mentre le lame
scivolavano e stridevano. Poi, come se qualcosa tra loro si fosse
spezzato, con un salto all’indietro si separarono, riprendendo la
posizione di guardia.
- Sei diventata molto forte, ma non ti basterà contro di me!- sogghignò
Asabi.
La risposta dell’assassina fu un ghigno feroce e malato, che deformò il
suo viso. Si slanciarono nuovamente l’uno contro l’altra, duellando in
una serie di affondi e parate così rapidi che solo un occhio
profondamente allenato poteva scorgere. Poi, inaspettatamente, Asabi
cambiò il suo modo di combattere: la rapidità e la profondità dei suoi
movimenti era notevolmente aumentata, costringendo Agarwaen in
posizione difensiva.
Aveva giocato con lei come il gatto con il topo, facendole credere che,
nonostante tutto, sarebbe stata una vittoria facile, inducendola ad
abbassare la guardia e facendole dimenticare chi aveva davanti.
L’assassina cercava di parare alla meno peggio quei colpi che riusciva
a stento a prevedere, indietreggiando lentamente fino a trovarsi con le
spalle al muro. Aveva le braccia e il collo coperti di tagli
sanguinanti e una ferita abbastanza profonda le aveva squarciato il
fianco, sentiva l’aria uscire incandescente dai polmoni e i muscoli
bruciare come immersi nell’acido.
Asabi si fermò davanti a lei e un ghigno malevolo gli schiuse le
labbra: anche quella volta non avrebbe deluso Tenebra. Agarwaen si
morse il labbro mentre ricambiava il suo sguardo con uno furioso,
simile a quello di un animale messo in trappola.
Non poteva finire in quel modo, non dopo tutto quello che aveva fatto e
subito, non dopo aver calpestato se stessa ed essere arrivata a un
passo dalla meta!
Non aveva altra scelta nonostante la cosa non le piacesse! Aveva
progettato di risparmiare le forze, di usare quel poco di energia
astrale che le sarebbe bastata per arrivare fino a Tenebra e poi
scatenare tutto il resto contro di lui, anche a costo di prosciugarsi
completamente. Ma non aveva messo di conto di doversi misurare prima
con Asabi e ora si trovava ferita e in una posizione di netto
svantaggio. Masticò una colorita imprecazione e sollevò le mani davanti
al viso, quella destra che ancora impugnava la spada, chiuse gli occhi
concentrandosi.
Di nuovo si immerse dentro se stessa alla ricerca della fonte del suo
immenso potere, fermandosi quando raggiunse la protezione del secondo
sigillo che si era apposta. Le dita si piegarono a formare una rapida
serie di segni, mentre a fior di labbra recitava un’altra ossessiva
litania. Una lieve pressione e il sigillo si ruppe rilasciando tutta
l’energia che aveva arginato fino a quel momento. Fu come se una
montagna le fosse precipitata all’improvviso sulle spalle. Si sentì
schiacciare e soffocare, come se un’enorme mano invisibile le stesse
premendo il petto. Le orecchie le fischiavano come se si fosse immersa
in acqua a grande profondità e il cuore pareva un tamburo che batteva
una selvaggia danza tribale, pompando il sangue a grande velocità nelle
sue vene. Agarwaen dovette far ricorso a ogni briciola della sua forza
per con cadere in ginocchio.
- Mossa alquanto stupida assassina. – commentò la voce incolore di
Asabi davanti a lei – Come pensi di riuscire a battermi in quello
stato?- .
Asabi aveva maledettamente ragione! Non riusciva a muovere nemmeno un
dito, come pretendeva di poter combattere contro uno youkai del suo
livello? Digrignò i denti furibonda: aveva perso tutto quanto, non
aveva più un mondo, né una famiglia, né una casa a cui tornare. Tutto
quello che le restava era la rabbia furibonda e la vendetta. E a esse
si aggrappò ferocemente per impedirsi di sprofondare di nuovo in quella
disperazione che l’avrebbe annientata.
Asabi si mosse in avanti iniziando a coprire la distanza che c’era tra
loro, la punta della falce contro il terreno che scavava piccoli
sentieri di polvere bianca nella roccia. Si fermò davanti Agarwaen e
sollevò la mano libera per afferrarla e impedirle qualsiasi movimento.
Ma proprio in quel momento l’assassina sollevò la testa di scatto e lo
youkai fece appena in tempo a scorgere un lampo sfrecciare nei suoi
occhi rossi che, con un rapido scatto aveva sollevato la katana e aveva
tentato un affondo contro di lui. La lama affilata gli passò accanto
alla testa, aprendo un taglio semilunato sulla guancia e staccando di
netto il lobo dell’orecchio dalla sua attaccatura. Lacrime cremisi
iniziarono a scorrere pigramente sulla sua pelle di porcellana. Asabi
si portò la mano sull’orecchio, trattenendo a stento un grido di dolore
e sorpresa.
Agarwaen non perse tempo e, per quanto le consentissero le sue forze,
si slanciò in avanti, cominciando faticosamente a correre, cercando di
mettere quanta più distanza possibile tra lei e il suo inseguitore.
Aveva bisogno di tempo per permettere al suo corpo di abituarsi alla
nuova massa di energia astrale che vi aveva riversato dentro. Se quello
era il risultato per aver infranto il secondo sigillo, non voleva
pensare a quello che le sarebbe accaduto quando avrebbe infranto anche
gli altri tre: probabilmente Tenebra l’avrebbe uccisa prima ancora che
potesse muovere il primo passo.
Arrancò affannosamente sulla salita della gola, scivolando di tanto in
tanto sul pietrisco, fino a quando vide una sporgenza nella roccia
abbastanza profonda da offrirle un riparo. Non sarebbe stata al sicuro
nemmeno lì, Asabi avrebbe impiegato pochi minuti a riprendersi e a
rintracciarla, ma aveva un bisogno disperato di fermarsi. Crollò a
sedere e chiuse gli occhi, ansimando penosamente. Per la prima volta si
chiese se non avesse sottovalutato tutta la faccenda. Asabi era a un
livello nettamente superiore rispetto a tutti gli altri youkai che
aveva affrontato e ucciso in precedenza e iniziava a dubitare di poter
sopravvivere. Scioccamente aveva sperato che una volta conclusa quella
storia tutto sarebbe tornato come prima, che, anche se per un breve
periodo, sarebbe potuta ritornare a essere la ragazza ningen che era
stata prima che Tenebra la usasse per i suoi esperimenti. Si era illusa
di poter ritornare a essere Makoto Kiba e ora invece si scontrava
duramente con la concreta possibilità di morire lì, in quel preciso
momento. Perché sapeva che Asabi dopo l’affronto subito non l’avrebbe
mai catturata e riportata a Tenebra, ma l’avrebbe uccisa nel modo più
crudele che potesse immaginare.
Sentì il cuore pulsare cupamente nel suo cuore e un sottile senso di
angoscia sciogliersi nel suo corpo. Aveva paura. Non voleva morire,
voleva ritornare a casa e ricominciare tutto daccapo.
Suuichi…
Cosa devo fare?
Si chiese disperatamente, mentre sentiva le forze e la volontà cederle.
Rilassati! Una voce che ben conosceva risuonò nel
vuoto della sua mente. Rilassati! Prendi dei respiri profondi
e sgombra la tua mente da ogni preoccupazione. Non opporre resistenza
al potere che fluisce dentro di te, altrimenti non riuscirai più a
muoverti. Lascialo invece scorrere dentro di te, accoglilo senza paura
perché è parte di te e non potrà mai nuocerti. Sei forte oltre ogni
immaginazione ragazzina, devi solo imparare a crederci!
Era la voce calma e profonda, rassicurante, del suo maestro. Un sorriso
dolce schiuse le labbra dell’assassina e, come ogni volta, un senso di
pace si sciolse dentro di lei, calmando i battiti folli del suo cuore.
Cercò di rilassarsi e di non opporre più resistenza al potere astrale
che premeva dentro di lei. Fu come essere sommersi e trascinati via da
un’onda gigantesca. Sentì come se non avesse più ossa né tendini, né
vene, i suoi muscoli bruciavano, si contraevano e rilassavano, il suo
corpo si riscaldò tanto da diventare incandescente, il cervello immerso
in una sostanza viscosa che gli impedì di formulare ogni pensiero
coerente. E poi l’onda iniziò a ritrarsi lenta, rannicchiandosi in un
angolo della sua anima pronta a esplodere e a travolgere tutto quanto
avesse incontrato sul suo cammino, lasciando dentro di lei solo un
profondo senso di libertà e di potenza.
Ora sapeva di poter sconfiggere Asabi!
Sorrise come per ringraziare il suo maestro di quell’aiuto tanto
insperato quanto provvidenziale, come se fosse lì, accanto a lei.
Quindi riaprì gli occhi accesi da una nuova, selvaggia determinazione e
desiderio di vendetta. Si sollevò in piedi con un movimento sinuoso e a
passi lenti ridiscese la gola, andando incontro al suo nemico.
Voleva la sua vendetta e l’avrebbe avuta a qualsiasi costo, anche se
avesse dovuto camminare sui cadaveri di innocenti! Non aveva più niente
da perdere, nemmeno la sua vita valeva più qualcosa arrivati a quel
punto. Perché trattenersi? Ormai si era arresa del tutto alla morte,
sapeva di non poter avere una seconda possibilità e per questo avrebbe
giocato fino in fondo quel poco di vita che le rimaneva per non avere
rimpianti.
Si fermò a metà sentiero e attese che Asabi le si avvicinasse. Lo
youkai sollevò la testa e si fermò a pochi passi da lei: vide Agarwaen
in piedi al centro della strada con la katana in pugno, fiera e
indomabile come la ricordava, con lo sguardo acceso dalla sete di
sangue. In quell’istante seppe che aveva vinto su se stessa e avrebbe
combattuto seriamente, senza fare sconti.
- Siamo arrivati alla resa dei conti assassina: sei pronta?- le chiese
sfidandola.
Per tutta risposta Agarwaen si mise in posizione di guardia. Sapeva
cosa voleva e alla fine aveva accettato tutti i sacrifici e i
compromessi necessari a raggiungerlo, cancellando ogni incertezza
dentro di lei, portando con sé una profonda accettazione di quello che
era diventata e di cosa le sarebbe accaduto da quel momento in poi.
Asabi e Agarwaen si fissarono ancora quel qualche istante poi, con un
grido furioso, l’assassina si lanciò contro lo youkai, brandendo la
lama affilata della sua katana in modo da tagliarlo a metà come legna
da ardere. Ma Asabi si spostò agilmente di lato parando l’affondo con
il filo della sua falce.
Era ancora veloce quel maledetto, imprecò l’assassina, ma almeno ora
poteva anticipare i suoi movimenti tanto da non farsi cogliere
impreparata e sferrare anche un contrattacco. Stoccate e parate si
susseguirono così rapidamente da creare un piccolo vortice attorno a
loro. Asabi concentrò una considerevole quantità di potere astrale
nella sua lama e la lanciò contro l’avversiaria insieme a un fendete
che minacciava di staccarle la testa dalle spalle. Agarwaen si ritrasse
su se stessa, parando il colpo con il taglio della sua katana, l’urto
la spinse violentemente indietro e i suoi stivali tracciarono due
solchi profondi nella roccia. Sentiva le ossa delle braccia stridere
tra loro e i muscoli tremare per lo sforzo di resistere e non restare
schiacciata. Poi con una rapida torsione del polso glielo ritorse
contro. Asabi spiccò un saltò all’indietro evitando il colpo per un
soffio. Non fece in tempo a rimettersi dritto che si ritrovò
l’avversaria addosso pronta a colpirlo. Agarwaen iniziò a sferrare una
serie di affondi e stoccate, costringendo l’avversario a
indietreggiare. Ma Asabi non era un combattente che si arrendesse per
così poco. I suoi fendenti erano rapidi e di volta in volta miravano a
colpire un suo punto vitale. Presto fu Agarwaen a ritrovarsi ad
arretrare. Lo youkai sogghignò sentendo la vittoria in pugno quando
notò che i colpi dell’avversaria si facevano meno precisi e pressanti.
Evidentemente anche una creatura terribile e dalla potenza inesauribile
come Agarwaen iniziava ad accusare la stanchezza!
Asabi tentò una finta per colpirla alla testa, ma quando l’assassina
sollevò le braccia per parare il colpo, si abbassò di scatto e la
infilzò con la lama della sua falce al ventre passandola da parte a
parte. Ansimando sollevò lo sguardo trionfante su di lei.
- È finita assassina!- sibilò con crudele gioia.
Per una manciata di secondi lei rimase immobile, poi tossì vomitando un
po’ di sangue, lentamente sollevò il viso verso lo youkai e il sangue
gli si gelò nelle vene. Agarwaen lo stava fissando con un sorriso
feroce, come quello di una belva che è riuscita finalmente a mettere in
trappola la sua preda. E solo allora Asabi capì cosa era accaduto:
l’assasina si era fatta ferire apposta, per bloccare con il suo corpo
la sua falce e averlo a tiro della sua katana.
Una goccia di sudore gelido gli scivolò dalla tempia al mento,
disegnando un sinuoso percorso trasparente sulla sua guancia di
porcellana, quando vide Agarwaen sollevare le mani guantate e
appoggiarle ai lati della sua testa.
- Dì ciao Asabi!- cantilenò lei cattiva.
Le sue dita sotto il cuoio nero dei guanti si contrassero e poi
riversarono una forte scarica di energia astrale direttamente nel
cervello dello youkai, friggendogli il cervello. Violente convulsioni
squassarono il corpo di Asabi, un solo grido di dolore uscì dalla sua
bocca, insieme a un rivolo di saliva che gli colò fino al mento, prima
che si accasciasse contro le rocce come un burattino a cui avevano
improvvisamente tranciato i fili.
Agarwaen lo fissò per un istante senza tradire alcuna emozione, come se
volesse solo accertarsi che era finita. Poi con un sospiro stanco si
lasciò ricadere a sua volta a sedere, imbrattando la parete di roccia
alle sue spalle con una lunga striscia di sangue. Stringendo i denti
estrasse la lama della falce da dentro di sé, piegando le labbra in una
smorfia. Chiuse gli occhi e abbandonò la testa contro la parete dietro
di sé, così stanca da non riuscire nemmeno a pensare. Rimase ferma in
quella posizione tanto da sembrare assopita, mentre il sangue scorreva
lento e viscoso accumulandosi sul terreno sotto di lei fino a formare
una piccola pozza cremisi. Non aveva più voglia di fare nulla,
desiderava soltanto restare lì, immobile, senza più alcun pensiero in
testa… Storse le labbra in una smorfia, disgustata da se stessa e dai
propri pensieri incoerenti: era arrivata a un passo dal compiere la
propria vendetta, non poteva arrendersi! Tenebra era lì, nascosto da
qualche parte in quella grotta. Aggrappandosi a quel pensiero si
costrinse a muoversi.
Sollevò la camicia fino a scoprirsi il fianco e con le dita iniziò a
esplorare il taglio in cerca di lesini interne, quando non le trovò
sospirò sollevata. Non poteva sprecare altra energia astrale per
curarsi, quindi strappò la casacca che indossava Asabi e ne fece una
fasciatura rudimentale.
Non sarebbe bastata, il sangue nonostante tutto continuava a scorrere
bagnandole i pantaloni, ma non poteva fermarsi, non ora. Dopo
forse, pensò con un sorriso amaro a tenderle le labbra.
Osservò il cielo lavanda della sera incipiente: quella poteva essere
l’ultima volta che lo vedeva. Inspirò profondamente, scacciando quei
pensieri malinconici e si rimise in piedi, rinfoderando la katana nella
guaina che portava sulla schiena. Piano, strascicando i passi per la
debolezza e la stanchezza, si immerse nel buio viscoso della grotta,
lasciando dietro ogni passo una perla di sangue. Alla fine del
corridoio di roccia si trovò davanti un grosso portone di legno con
rinforzi di metallo.
Era giunta al termine del suo cammino, tutto si concludeva là dove era
iniziato tanti anni prima.
Raddrizzò la schiena e indossò ancora una volta la maschera di
indifferente crudeltà che l’aveva distinta fino a quel momento. Afferrò
saldamente gli anelli della maniglia e tirò versò di sé, i battenti si
schiusero ruotando dolcemente sui cardini, svelando una figura
imponente in piedi nella luce tremolante delle fiaccole appese ai muri,
avvolta in ampio mantello nero al centro del laboratorio.
Tenebra.
- Finalmente ci rivediamo fratello!- ringhiò
entrando nella stanza.