CANI DA GUARDIA
Prologo
Una
lapide bianca, piccola, semplice, anonima.
Sola in mezzo al prato
che ondeggia silenziosamente al vento della sera, la terra smossa di
recente su cui è adagiato accuratamente un mazzo di fiori
freschi. Un filo di fumo grigio si libra sinuoso dal bastoncino di
incenso acceso nella ciotola.
Lettere nere scalpellate sulla
superficie liscia.
Nomi di uomini e donne morti con onore.
Già
dimenticati.
La luce del sole morente l’accarezza illuminandola
di riflessi vermigli, come una muta pretesa del sangue del loro
assassino.
Solo una bambina è in piedi davanti a quella
lapide, in quel cimitero silenzioso e desolato.
La piccola figura
rigida come se lottasse con tutte le sue forze per non lasciarsi
piegare. Gli occhi neri asciutti e gelidi, vuoti, senza più
lacrime da versare. Il viso tirato e serio, mentre cerca di non
lasciarsi soffocare dal dolore. La bocca stretta in una smorfia
rigida, per bloccare quel grido disperato che preme contro le sue
labbra. Il cuore morto nel petto.
Sembra molto più adulta
dei suoi dieci anni.
Unica testimone di quel funerale, quel giorno
ci sono morti più illustri da tumulare.
Come in risposta a
quel pensiero l’aria si riempie dei lugubri rintocchi della
campana
a morto.
Neanche quell’onore era stato concesso loro!
La
bambina stringe le mani a pugno così forte da trapassarsi i
palmi, mentre i suoi occhi lampeggiano d’odio.
Cani da
guardia!
Ecco cos’erano: cani da guardia!
Quel giorno due
bambini della stessa età stanno dicendo addio ai propri
genitori, eppure il villaggio si è stretto solo intorno ad
uno
di essi, dando per scontato che qualcun altro sarebbe andato da lei.
Nessuno si è preoccupato per lei, nessuno le ha chiesto come
stava, le sono solo scivolati accanto con le loro espressioni serie e
falsamente contrite, ignorandola.
La sua famiglia era vissuta e
morta per difendere quelli che poteva definire a tutti gli effetti i
loro padroni, ogni goccia del loro sangue era stata versata per loro,
eppure non gli era stato concesso neppure l’onore di riposare
nel
loro cimitero privato.
Si porta una mano al fianco, sotto la
stoffa della maglia sente la rigida consistenza delle bende. Occhi
rossi lampeggiano per un attimo davanti i suoi.
Serra le palpebre
e digrigna i denti per scacciare quel ricordo.
Sono tre notti che
non dorme, che quegli occhi non la lasciano dormire.
Eppure la
stanchezza non viene…
Hanno entrambi la stessa età lei e
quell’altro bambino, eppure obbedendo agli ordini del padre
è
dovuta scendere in campo, lottare come un adulta, sopportare il
dolore della ferita e le accuse del Consiglio contro la sua famiglia
per non aver saputo svolgere correttamente il proprio dovere.
Se
il clan più potente di tutto il villaggio è stato
sterminato è soltanto colpa dei Custodi, di nessun altro.
Ha
solo dieci anni eppure è stata posta davanti una scelta
terribile: o entrare nella Root o venire esiliata dal
villaggio.
Aveva scelto la Root…
… chinando il capo davanti
il Consiglio ed ammettendo, così, implicitamente le loro
colpe.
Abbassa il capo in avanti chiedendo scusa a suo padre e sua
madre per la sua debolezza.
Lentamente allenta la stretta delle
mani e le solleva, con la stessa calma innaturale sbottona la
camicia, lasciandola aperta ai lati del corpo, al centro del suo
petto porta tatuato il simbolo dei Custodi, un simbolo che ora
disprezza ed odia con tutta se stessa.
Prende il khunai che porta
al lato della coscia destra, lo punta contro la sua pelle e preme
appena, lentamente incide la carne, ignorando sangue e dolore,
tagliando a metà il tatuaggio.
Lei non sarebbe mai stata un
cane da guardia.