Capitolo
I: È lei
Acquattato
nell’erba tagliata di fresco, Stowe Cox scrutava il gruppo di umani che
parlavano e ballavano a pochi passi da lui. Non gli piaceva quando gli
umani si riunivano: erano terribilmente rumorosi. Storse il muso in una
smorfia, facendo vibrare i lunghi baffi, al pensiero di tutto il tempo
che era stato costretto a passare nel Sopramondo. I suoi simili
vivevano in uno stato di totale barbarie, ancora prede dei più bassi
istinti facevano i loro cianfrugli quando ne avevano voglia, incuranti
di dove si trovassero e di chi li stesse guardando. Era stato
terribilmente umiliante doversi confondere con essi, scappare per
evitare di essere sbranato da altri animali o di diventare la cena di
qualche essere umano.
Ma non aveva potuto fare altrimenti: il Brucaliffo gli aveva ordinato
di cercare la prescelta e lui aveva potuto solo eseguire. Brucaliffo
era l’essere più vecchio e saggio di tutta Sottomondo, la sua vera
guida spirituale e trascendeva anche il potere dei re e delle regine
che si succedevano al governo del suo mondo. Nessuno, nemmeno il più
folle, si sarebbe azzardato a discutere i suoi ordini.
Il problema era che Stowe Cox non sapeva chi fosse la prescelta. Il
Brucaliffo non gli aveva detto né come si chiamasse né quale fosse il
suo aspetta. L’aveva solo rassicurato che sarebbe apparsa ai suoi occhi
luminosa come una goccia di rugiada illuminata dal primo raggio del
sole nascente. E lui aveva solo potuto fidarsi.
Con un piccolo balzo, il coniglio si avvicinò ancora un po’ agli esseri
umani. Il tempo a sua disposizione stava scadendo, il giorno
Gloriprincipio dell’Era della Regina Blu era alle porte e lui doveva
trovare la ragazza il prima possibile.
- Un coniglio con il panciotto!- esclamò sorpresa una voce argentina
alle sue spalle.
Stowe Cox si volse di scatto, spaventato. Davanti a lui c’era una
ragazza fasciata in un abito acquamarina, con i lunghi capelli neri
sciolti sulle spalle e gli occhi di un verde purissimo, le labbra stese
in un sorriso dolcissimo. Le sua aura avvampò davanti agli occhi di
Stowe Cox come una fiamma contro il cielo terso di metà pomeriggio,
screziata d’oro e di ambra.
Era lei la prescelta.
Proprio come gli aveva assicurato Brucaliffo, quella ragazza brillava
come se fosse stata un piccolo sole. E la luce della sua anima era pura
e forte, doveva essere incredibilmente coraggiosa. Proprio ciò che
serviva loro per fronteggiare la catastrofe che si stava abbattendo su
Sottomondo.
Stowe Cox si sollevò sulle zampe posteriori e fissò la ragazza negli
occhi, curioso. Rimasero a guardarsi per alcuni istanti, poi il
coniglio tirò fuori dalla tasca del panciotto un orologio a cipolla e
batté un paio di volte la zampa sul vetro, quindi spiccò un salto di
lato e corse via.
Sperava che la ragazza capisse che era tardi e lo seguisse. Continuò a
correre per il prato, in labirinto di cespugli e roseti che lo condusse
fuori dal giardino, in aperta campagna. Si fermò su un piccolo rialzò
del terreno e si guardò alle spalle: la ragazza stava correndo per
raggiungerlo, poteva sentire il suo respiro ansante sciogliersi caldo
nell’aria, poteva scorgere i suoi occhi lucidi e le sue guance
arrossate per la fatica. Sorrise soddisfatto, lasciò che la ragazza gli
fosse un po’ più vicino e riprese la sua folle corsa.
- Aspetta!- gli urlò dietro la ragazza.
Ma lui non si fermò, continuò a volare sull’erba badando a non
distanziarla troppo: doveva portare la ragazza dal Brucaliffo al più
presto.
Si attardò un attimo ai piedi un una vecchia quercia e, appena fu
sicuro che la ragazza lo ebbe visto, si lasciò cadere in una buca che
si apriva tra le sue radici.
Eileen correva a perdifiato per raggiungere quello strano coniglio con
il panciotto. Non ne aveva mai visto uno prima d’allora e voleva
scoprire chi fosse e da dove veniva. Magari da un posto dove tutti gli
animali indossavano vestiti e prendevano il the con i biscotti alle
cinque. Sorrise immaginando un coniglio, una volpe e un cane seduti a
un tavolo mentre discorrevano amabilmente.
Aveva sempre avuto una fantasia molto fervida e per questo i suoi
genitori la rimproveravano sempre. Aveva diciotto anni, era adulta
oramai e non poteva più perdere tempo a sognare a occhi aperti. Ma lei
davvero non riusciva a non provare a immaginare cosa volesse dire
volare liberi nel cielo o nuotare placidi nelle acque di un lago.
Sedeva spesso davanti alla finestra della sua stanza e vagheggiava su
un mondo meraviglioso dove tutto era possibile.
Si attardò un attimo per riprendere fiato e vide che il coniglio si era
fermato sotto una quercia. Sorrise pensando di averlo ormai raggiunto e
riprese a correre, ma era ormai a pochi passi da lui, l’animale sparì
all’interno di una grossa buca. Perplessa batté un paio di volte le
palpebre e poi si avvicinò lentamente.
Si inginocchiò sul terreno e, puntellandosi con i palmi delle mani, si
sporse in avanti per guardare all’interno di quella che sembrava una
tana di coniglio. Per un attimo non accadde nulla, vedeva solo uno
spesso buio senza fondo, ma l’attimo successivo sentì come due grandi
mani invisibili che l’afferrarono per le braccia e la strattonarono
verso il basso, facendola cadere nella fossa.
Non provò nemmeno ad aggrapparsi a qualcosa, per un po’ precipitò nel
nulla, poi attorno a lei tutto iniziò a cambiare: c’erano scaffali
pieni di libri, volumi e soprammobili che volavano a destra e a manca,
pianoforti che suonavano cacofonie stonate e stridenti, letti e
materassi e cuscini.
Alla fine di quella caduta che sembrava infinita, Eileen picchiò contro
qualcosa di solido, rompendolo e precipitando ancora, fino a quando non
si schiantò contro un pavimento. Rimase immobile per una manciata di
secondi, cercando di ricordare come si respirasse e di capire qualcosa
in mezzo a tutto quel dolore.
Piano si mise a sedere e si guardò intorno: si trovava in una stanza
piccola e rotonda, il pavimento era a scacchi gialli e neri, dal
soffitto pendeva un elegante lampadario a braccia che sembrava
provenire da un’altra epoca, una serie di porte erano incassate nelle
pareti rivestite di diverse carte da parati. Si alzò e provò ad aprire
le porte, ma erano tutte chiuse. Notò poi una pesante tenda di velluto
blu e scostandola trovò una porta così piccola e stretta che soltanto
una delle bambole di porcellana di sua sorella avrebbe potuto passarci
attraverso. Provò comunque ad abbassare la maniglia e scoprì che
anch’essa era chiusa.
Sconsolata Eileen si guardò intorno e scoprì che al centro della stanza
era comparso un tavolino in ferro battuto con il ripiano in vetro, su
cui era stato posata una bottiglia contente un liquido ambrato. Inclinò
la testa di lato, verso la spalla, perplessa: era sicura che fino a
poco prima la stanza fosse vuota! Cauta, si avvicinò e vide che sul
ripiano in vetro c’era anche una chiave, la prese in mano: era pesante
e antica. Poi riportò la sua attenzione sulla bottiglia: legato al
collo con un doppio giro di spago azzurro c’era un biglietto.
- Bevimi!- lesse Eileen.
Scrollò le spalle in una diplomatica alzata di spalle e portò la
bottiglia alle labbra, bevendo un lungo sorso di quel liquido amaro che
sembrava le stesse bruciando la gola: dopotutto non era che un sogno
bizzarro!
Subito iniziò a rimpicciolire e tutto attorno a lei a ingrandire di
conseguenza, persino il vestito che indossava. Quando il processo si
bloccò, Eileen si ritrovò imprigionata in un mare di stoffa
acquamarina. A fatica la scostò, facendosi strada e tenendo la chiave
sempre stretta in pugno. Quando fu libera corse direttamente verso la
piccola porta, infilò la chiave nella serratura e la girò, facendola
scattare. Aprì il battente e uscì dalla stanza rotonda.