Capitolo 1
Il
posto dove sono nata è un piccolo paesino minerario sul
confine settentrionale.
La vita a Tobah era molto dura: il terreno
era coperto di neve nove mesi l’anno, e quando arrivava la
bella
stagione produceva solo miseri raccolti. Durante l’anno gli
uomini
lavoravano in una miniera ai piedi delle montagne ad est del paese,
di proprietà dell’esercito, mentre le donne
passavano il
tempo tra i lavori domestici: cucinavano, cucivano, tessevano,
lavano, e badavano al piccolo orto sul retro. I bambini aiutavano le
loro mamme in casa, quando erano liberi correvano per i viottoli
urlando, mettendo su battagli a palle di neve in inverno, sfidandosi
a nuotare nel fiume in estate.
Io e mia sorella Aiko li guardavamo
correre allegri e spensierati dalle scale di casa, desiderando
spasmodicamente di unirci a loro, di ridere per una volta come tutti
gli altri bambini del mondo.
Ma sapevamo che se solo ci saremmo
avvicinate ci avrebbero scacciate in malo modo.
Era già
successo, per questo non abbiamo mai giocato con gli altri bambini
del villaggio e siamo sempre state chiuse in casa per i fatti nostri.
La nostra famiglia non era ben vista e per questo motivo se solo
avessimo provato a scendere in strada sarebbero stati solo insulti e
botte…
Ma eravamo piccole, troppo, e non riuscivamo a
comprendere fino in fondo il perché di
quell’odio…
Nostro
padre era un alchimista di stato, usava la sua arte per guarire la
gente nonostante fosse un ‘cane
dell’esercito’, era molto in
gamba e per questo veniva mandato nelle zone in cui c’era
più
bisogno di lui, tra malati e cadaveri in decomposizione. Una volta il
fuhrer lo inviò ad Ishibal a debellare un’epidemia
di peste
polmonare che stava decimando la popolazione. A quel tempo gli
Ishibariti erano ancora liberi, fieri oppositori del potere
costituito dagli alchimisti, ma quella volta avevano dovuto
abbassarsi a chiedere aiuto al nostro paese, consci che solo
l’esercito aveva i mezzi necessari per guarirli. Nostro padre
era
li da qualche mese quando la vide: camminava all’altro lato
della
strada, a testa alta, con portamento fiero ed elegante, i lunghi
capelli castano scuri le scivolavano oltre le spalle, ondeggiante
leggermente nella lieve brezza serale, il fisico asciutto era avvolto
in una tunica rossa… Era l’ultimogenita del
Biork’Ah, il
Supremo Sacerdote del dio Ishibala… Se ne
innamorò a prima
vista!
E lei di lui!
Osteggiati dai parenti i due fuggirono e,
dopo tortuosi viaggi, arrivarono qui, a Tobah City, sperando che
nessuno qui riconoscesse quegli occhi rossi e quella pelle
brunita.
Non ricordo nulla di papà. È morto
contagiato dall’epidemia di tifo che era stato mandato a
curare
quando avevo quattro anni ed Aiko era nata da pochi mesi.
Da quel
momento la vita per noi tre divenne un inferno.
Essere moglie e
figlie di un alchimista di stato in qualche modo ci proteggeva, ma
quando venne a mancare questa difesa divenimmo poco meno di ospiti
sgradite!
Nessuno voleva assumere la mamma, nessuno voleva
accettare quel poco di denaro che avevamo o acquistare quel poco che
coltivavamo, ci ritrovammo ad essere sempre più isolate e
povere, indifese.
Ogni volta tornavo a casa piena di lividi e
graffi, con il volto inondato di lacrime ed il cuore a pezzi,
chiedendomi all’infinito perché ce
l’avessero con me…
Solo
la Venerabile Tasha, l’anziana del villaggio, veniva a
trovarci.
Per noi era quasi una nonna. Nelle lunghe sere invernali si sedeva
accanto al camino in cui rosseggiava la brace e ci raccontava tante
storie.
Storie di eroi ed eroine che viaggiavano per terre
misteriose, che dovevano assolvere a missioni vitali per il loro
mondo, affondando terribili nemici e stenti, ma uscendone sempre
vincitori…
Quelle storie mi sono sempre rimaste dentro,
radicandosi nel mio cuore. Quante volte nella disperazione in cui mi
sono ritrovata a lottare, ho rievocato le gesta della ladra Irin,
dell’unica donna corsaro a solcare i mari, Imirha, e di tutte
le
altre donne forti e fiere che venivano evocate dalla voce di Tasha,
ritrovando la forza per riemergere.
Tre anni dopo anche la mamma
morì.
Restai sola con una bambina di tre anni a cui
badare.
Ed io ne avevo solo sette…
Per fortuna la venerabile
Tasha non ci abbandonò: ci accolse in casa sua trattandoci
come nipoti vere. Per un periodo vissi spensierata: a tutto badava
Tasha e se qualcuno osava dire qualcosa alle nostre spalle,
beh… i
suoi draghi di fuoco erano terrificanti!
Pensavo alla casa ed ai
pasti, ed in cambio Tasha si offrì di insegnarmi
l’alchimia.
Accettai entusiasta: volevo diventare come papà, mettermi al
servizio degli altri, proteggere la vita altrui… Fu una
maestra
inflessibile ed efficiente, ma alla fine, mi ritrovai a dieci anni a
saper padroneggiare l’alchimia di ghiaccio meglio di un
alchimista
di stato. Inoltre mi insegnò l’arte della lotta a
mani nude
ed a difendermi con le armi bianche.
Ero pronta ad affrontare il
mondo!
Avevo compiuto dieci anni da poche settimane, quando mi
tagliai i capelli, indossai abiti maschili, misi poche cose in una
vecchia sacca a spalla, e me ne andai da Tobah, lasciando mia sorella
nelle mani della maestra, almeno fino a quando non mi fossi
sistemata.
Per prima cosa mi recai ad Ishibal con la speranza che
i parenti di mamma accettassero di accogliere Aiko. La prima
impressione che ebbi, fu che era una città maestosa: le case
rivestite di intonaco bianco costeggiavano le strade pulite e libere
dalla sabbia, le piazze avevano al centro grandi fontane ornate di
statue che zampillavano con schizzi argentei contro il cielo di un
azzurro accecante; ma la cosa più spettacolare erano i
templi:
giganteschi edifici in marmo niveo, che rispendeva abbacinante sotto
il sole, con un doppio porticato sul davanti di colonne dal fusto
gigantesco, le cupole rivestite di lastre di rame sembravano oro
fuso.
Come si poteva affermare che quella fosse una civiltà
arretrata solo perché non volevano usare
l’alchimia? Quelle
che vedevo sfilare davanti ai miei occhi erano le testimonianze di un
grande genio artistico e tecnico, rese ancora più elevate
per
il fatto che erano state costruite interamente da mani umane, senza
ausili alchemici…
Arrivai ad Ishibal una mattina di maggio, il
sole era allo zenit ed il caldo così opprimente da
soffocarmi.
Sotto lo sguardo ostile e sospettoso dei residenti, mi recai al
palazzo del Biork’Ah: mia madre mi aveva descritto tante
volte il
luogo in cui era nata, che ormai sapevo orientarmi. Il Supremo
Sacerdote risiedeva nel Tempio Centrale di Ishibala, il più
grande ed importante dedicato al dio. Mi fermai un attimo ad
osservare l’enorme scalone d’accesso alla parte
patronale, in
quel momento ebbi paura: e se non mi avesse riconosciuto? E se si
fosse rifiutato anche di ricevermi? E se…
… mille altri 'se'
che mi vorticavano dentro rendendomi insicura…
Ero li per
convincerli ad occuparsi di Aiko. Ero troppo piccola per badare da
sola a mia sorella e la maestra ormai stava diventando anziana per
certe cose…
Deglutìì a vuoto e, inspirando
profondamente, mi feci coraggio e salii la scalinata. Arrivata alla
porta bussai ed i colpi si persero sul pesante legno scuro e lucido,
per un attimo temetti che dall’altra parte nessuno avesse
sentito,
ma proprio mentre risollevavo la mano per bussare ancora una volta,
il battente si scostò docilmente rivelando la figura di un
ragazzo di qualche anno più grande di me, dalla pelle
brunita
che spiccava sotto la tunica bianca da sacerdote, ed i lunghi capelli
neri erano fermati alla base della nuca da una coda, mi
squadrò
attentamente con severi occhi cremisi che mi misero in soggezione.
-
Desidera?- mi chiese cercando di trattenere una nota di disgusto.
-
Devo parlare con il Biork’Ah!- risposi con un tono sicuro,
per
mostrargli che non avevo paura né di lui né della
sua
carica.
Un lampo di sorpresa attraversò le sue iridi: era
stupito che un eretico conoscesse il titolo onorifico con cui le
più
alte cariche religiose si riferivano al Supremo Sacerdote.
- Oggi
il Biork’Ah non riceve, prendi appuntamento con il Portiere e
torna
la prossima volta!- e fece per richiudere la porta ritenendo la
faccenda conclusa.
Ma io bloccai la porta, afferrai del borioso
pezzo d’imbecille per il bavero della tonaca e lo tirai verso
di
me.
- Apri bene le orecchie: è un mese che viaggio per
incontrarlo, sono stanca, sporca ed affamata: credi che me ne freghi
qualcosa degli orari di ricevimento?- gli sibilai gelida.
Lui mi
fissò stupito e terrorizzato.
- Ma sono le regole!- provò
a protestare ed a discolparsi.
Abbandonai la presa di colpo e
mentre lui si rimetteva in equilibrio, tirai fuori dalla sacca un
amuleto di fattura ishibarita e glielo cacciai nelle mani.
- Va da
lui e mostragli questo amuleto, se ti chiede chi te lo ha dato tu
rispondi Saya Takano, mi sono spiegata?- .
Il sacerdote annuì,
mi fece cenno di attendere e scomparve all’interno
dell’edificio.
Quello che gli avevo dato era un ciondolo che il
Biork’Ah aveva regalato alla mamma il giorno del suo
sedicesimo
compleanno, sapevo che lo avrebbe riconosciuto perché non ne
esisteva un altro uguale, era stato fatto apposta per lei: la collana
di oro bianco aveva la maglia sottile, mentre il ciondolo dello
stesso materiale era stato sagomato a forma di orchidea, con al
centro un piccolo brillante azzurro…
Dopo una mezz’ora il
sacerdote tornò da me: il Supremo Sacerdote di Ishibala
aveva
accettato di ricevermi!
Mentre camminavo negli immensi corridoi mi
domandavo cosa avessi in comune con il popolo di mia madre…
Aiko ha
i capelli biondi e la pelle chiare come papà e gli occhi
ambrati, forse l’unica cosa che la colleghi alla mamma,
mentre io
porto maggiormente i segni del popolo ishibarita: ho i capelli neri
ricci e la pelle olivastra come la sua, mentre i miei occhi azzurri
sono attraversati da strane venature cremisi…
Per questo a Tobah
ero la più odiata dopo la mamma: perché io
mostravo più
chiaramente la mia origine diversa!
Ci fermammo davanti ad una
porta anch’essa di legno scuro, ed io il mio accompagnatore
mi fece
cenno di entrare.
Che impressione mi fece il Biork’Ah? Mi sembrò
un uomo ferito e stanco, molto stanco…
All’epoca i rapporti
con il nostro Stato erano già tesi: il Fuhrer aveva iniziato
ad ampliare i confini ad Est, ma gli Ishibariti già
rumoreggiavano per quelli che ritenevano atti di forza.
Appena
varcai la soglia mi lanciò un’occhiata penetrante,
quasi
ostile che mi fece rabbrividire.
- Saya Takano…- mormorò
dopo un lungo silenzio, osservando il ciondolo che aveva stretto
nella mano sinistra.
- Si, signore. – risposi incerta, come mi
aveva insegnato la maestra.
- Che cosa vuoi da me?- questa volta
la sua voce fu chiara e rabbiosa.
Mi morsi il labbro rendendo
improvvisamente conto che dovevo dire ad un padre che sua figlia era
morta di malattia…
- La… la mamma è morta ed io…- mi
interruppi pietrificata.
Il volto dell’uomo era diventato una
maschera di cera, mentre i suoi occhi avevano lampeggiato
pericolosamente.
- Kyria è morta?- chiese dopo un altro
silenzio.
- Tre mesi fa signore!- .
Il Biork’Ah spostò
di nuovo lo sguardo sul ciondolo, forse attirato da qualche ricordo
della mamma…
- Ancora non capisco cosa tu voglia da me…- secco
ed asettico.
- Io… ecco… Papà è morto
tre anni
fa e non abbiamo altri parenti al mondo… beh…
speravo che
potreste occuparvi di mia sorella Aiko… non per sempre
ovviamente…
almeno fino a quando io non mi sia sistemata…- mi aveva
ascoltata?
- Sai cos’è un ‘Figlio di
Seth’?- mi
chiese rifiutandosi ancora di guardarmi.
- No… no, signore… -
ed ora che significava quella domanda?
- Tu sei una ‘Figlia di
Seth’!- .
- Cosa… non capisco signore!- ammisi.
- Seth è
l’avversario di Ishibala. È il NEMICO!
È il signore
degli eretici, di tutti coloro che violano le regole sacre di
Ishibala. Tu sei una ‘Figlia di Seth’
perché sei nata da
un alchimista e da un’Ishibarita. Tu e tua sorella siete
degli
abominii, qualcosa che non dovrebbe nemmeno esistere in questo mondo.
Tu sei un’offesa costante ad Ishibala!- .
- Signore… io non…-
ma la sua voce mi interruppe.
Sembrava seguire il corso incoerente
dei suoi pensieri…
- Kyria era destinata a diventare una
‘Vestale di Ishibala’, fin dalla nascita era stata
destinata a
servire il nostro dio. Ma poi ha deciso di scappare con
quell’eretico… ha fatto la sua scelta ribellandosi
al suo dio ed
alla sua gente, quindi ora non abbiamo più niente a che
spartire con lei né con la progenie che è nata da
quell’empia unione!- .
Per un attimo rimasi stordita da tutto il
rancore che mi aveva riversato addosso. Come si poteva odiare una
persona solo perché era nata in determinate situazioni?
Ovviamente sapevo che l’origine è una garanzia
d’odio, ma
speravo che certe cose non succedessero fra persone che sono state da
sempre odiate e discriminate… Era qualcosa che mi sconvolse
dal
profondo, non sapevo più né cosa dire
né cosa
fare… ma poi mi resi conto che per il bene di Aiko non
potevo
arrendere… dovevo combattere!
Non sapevo a cosa mi avrebbe
condotto quella battaglia…
- Quello che sta dicendo va benissimo
per me: infatti ho già iniziato a studiare alchimia! Non
pretendo che voi andiate contro le vostre leggi ed accogliate me, ma
Aiko ha solo tre anni, non sa nulla di queste cose, non vi creerebbe
alcun problema ospitarla per qualche mese dato che è
completamente innocente!- .
- Non hai capito! Voi siete il male
per vostra stessa natura! Anche se tu non avessi mai studiato
alchimia, saresti stata un nostro nemico!- .
Addirittura ero
considerata un nemico degli Ishibariti… le parole mi
morirono in
gola…
Il Biork’Ah si alzò in piedi e guardandomi con
disprezzo annunciò il mio destino.
- E come nemico sarai
trattata! Io non riconosco il sangue che ti scorre nelle vene, io in
te vedo solo una ‘Figlia di Seth’! Sabato, durante
il nostro
giorno sacro, verrai marchiata secondo quanto prescrive la Legge e
sarai esiliata dalla città. Trascorrerai questa settimana in
cella!- .
Il sangue mi si ghiacciò nelle vene: dopotutto
ero sua nipote, ero giunta fin li a chiedere il loro aiuto…
perché
dovevo essere trattata in quel modo? Non avevo fatto nulla, la mia
sola colpa era esistere… ma almeno, da quello che avevano
nascosto
le parole dell’uomo, non mi avrebbero uccisa…
Prima che potessi
capire quello che succedeva, due paia di mani mi afferrarono per le
braccia e mi condussero via. Inutilmente scalciai ed urlai, potei
solo vedere la porta metallica che si chiudeva impietosamente su di
me e battervi i pugni contro fino a lacerarmi la pelle… In
quel
limbo oscuro il tempo non aveva senso, minuti e giorni erano la
stessa cosa…
Infatti quando riaprirono la porta per me era
passato un’ora da quando ero stata incarcerata oppure tutta
l’eternità… Fui trascinata di malo modo
fuori
dall’edificio, fino ad una piccola arena costruita alle
spalle del
tempio dove venivano celebrati le cerimonie religiose. Appena misi
piede sulla sabbia un pesante mormorio si sollevò dagli
spalti
disposti a semicerchio: evidentemente qualcuno aveva già
informato che lo spettacolo principale della giornale era una qualche
punizione per un’eretica… Deglutii impaurita:
Tasha non mi aveva
mai preparata a quel genere di cose! Al centro dell’arena,
accanto
ad un altare circolare, c’era una tavola metallica sostenuta
da una
spessa intelaiature e fornita di cinghie di cuoio doppio. Il
Biork’Ah, fasciato in una tunica porporina bordata
d’argento, era
seduto su una sedia dall’alta spalliera, su un cuscino di
velluto
rosso sangue, in un angolo. Lo guardai implorandolo di lasciarmi
andare, ma il risentimenti che provava per il tradimento della mamma
era così radicato che niente avrebbe potuto convincerlo a
fare
marcia indietro.
Un altro sacerdote, poco più giovane del
Biork’Ah e con indosso una tunica azzurra bordata
d’oro, si portò
dietro l’altare e sollevò le mani al cielo in un
gesto di
implorazione.
Subito si fece silenzio attorno a noi.
- Una
‘Figlia di Seth’ è giunta tra noi
contaminando la nostra
terra e la nostra aria. Oggi celebreremo il rito della
‘Purificazione’ con cui renderemo la nostra terra
ad Ishibala!
Sia legata allo scranno!- ordinò ai miei carcerieri.
Venni
spintonata verso lo scranno e fatta stendere, pesanti cinghie di
cuoio vennero chiuse attorno ai miei polsi. A passi pesanti un uomo a
torso nudo, con il volto coperto da un cappuccio nero mi si
avvicinò:
era uguale ai boia presenti nelle storie che ci raccontava la
maestra! Lo vidi estrarre dal tascapane una sorta di pistola, aveva
davanti un lungo ago e dietro un rigonfiamento, come un serbatoio per
qualche liquido. In quel momento mi sembro lo strumento usato per
qualche tortura particolarmente sanguinaria. E la paura che mi
strisciava nelle vene mi portò a rilasciare la vescica.
Nella
confusione della paura lo vidi chinarsi su di me, bloccarmi il
braccio con una delle sue enormi mani e con l’altra
strapparmi la
manica della maglia fino alla spalla. Avvicinò la
‘pistola’
alla pelle del mio avambraccio e premette l’ago fino a che
non
penetrò sotto l’epidermide. Faceva un male cane!
Quell’ago
entrava ed usciva dalla mia cute rilasciando una sostanza colorata
sottopelle. Solo dopo qualche minuto capìì che mi
stavano facendo un tatuaggio. Solo quando ebbe terminato mi azzardai
a guardare il disegno sulla mia pelle: su un intrico ellittico di
rami e foglie, si stagliava la figura di un serpente dalle scaglie
nere, arrotolato sulle sue spire. Nel complesso non era brutto, ma
quel serpente che sembrava fissarti con i suoi occhietti rossi era
inquietante!
Mi liberarono dalle cinghie e mi tirarono su.
-
‘Figlia di Seth’ noi ti rinneghiamo! Esci fuori dai
confini della
sacra città di Ishibal e non tornare mai più!-
tuonò
la voce del sacerdote.
Era così dunque…
Sollevai lo
sguardo verso il Biork’Ah: l’odio era scomparso,
forse, vedendo
il risentimento che segnava il mio viso, si era reso conto cosa
avesse scatenato. Ero stata umiliata e respinta senza una ragione
valida, il mio orgoglio ululava sdegnato e furioso.
- Voi
rinnegate me? Sono io che rinnego voi! Mia madre mi ha insegnato che
Ishibala è giustizia, è pace, è amore!
Io sono
giunta qui in pace, per elemosinare aiuto da voi, e mi sono ritrovata
rinchiusa in una cella e poi… questo! – ed indicai
il tatuaggio –
Voi non siete mai stati la mia gente e mai lo sarete!- .
A testa
alta e guardando fisso davanti a me, mi allontanai ed uscii dalla
città, prendendo la prima direzione che mi capitava dato che
non conoscevo quei luoghi. Avrei cercato di cavarmela con le mie sole
forze.
Trovai lavoro un anno dopo in un’officina meccanica a
South City.
Il mio datore di lavoro era un uomo sulla cinquantina,
sempre sudato e sporco di grasso di motore, basso e con una grossa
pancia che lo faceva tanto somigliare ad uno scafandro. Compresi in
seguito perché volle assumere un moccioso come me alle prime
armi! Comunque il lavoro era massacrante, mi alzavo due ore prima
dell’alba ed andavo a dormire a notte fonda. I primi tempi
barcollavo penosamente per la strada che conduceva al mio alloggio in
preda alla sonnolenza ad a dolori lancinanti alle articolazioni, una
notte crollai in un vicolo e mi addormentai profondamente,
svegliandomi solo la mattina successiva disturbata dalla luce
dell’alba. Ma tenevo duro: avevo promesso sulle tombe dei
miei
genitori che mi sarei data da fare, che avrei protetto Aiko ad ogni
costo, che le avrei assicurato un futuro migliore… sarebbero
stati
fieri di me! Poco importava quanto io avrei dovuto strisciare in
basso: Aiko non conosceva la nostra origine e meritava di avere
quello che io non avrei mai avuto! Era arrivato il mio settimo mese
di lavoro quando il capo si decise finalmente a mostrare le sue reali
intenzioni: nel pomeriggio mi aveva affidato un lavoro complicato che
non avevo mai fatto con la scusa che dovevo imparare ad eseguirlo, e
per questo mi dovetti trattenere oltre l’orario di chiusura.
Quello
che lui voleva! Ero china sul motore di un’auto, quando
all’improvviso mi sentì afferrare e sbattere prona
contro il
pavimento. Le sue intenzioni mi divennero chiare quando
iniziò
a sbottonarmi i pantaloni e cominciai avere paura, tremavo, non
riuscivo più a ragionare lucidamente, cercavo solo di
difendermi alla cieca… Ma quando avvertì che
cercava di
abbassarmi anche gli slip, allora qualcosa dentro di me si
ribellò
furiosamente, in uno scatto d’orgoglio brandii una chiave
inglese
abbandonata sul pavimento li accanto e voltandomi velocemente lo
colpii alla tempia facendolo allontanare ed ululare furiosamente, tra
spruzzi vermigli. Non mi diedi nemmeno un secondo per riprendere
fiato: tracciai un cerchio alchemico ed imprigionai quel porco in una
gabbia metallica. Mi rialzai i pantaloni e, dopo aver trasmutato la
chiave che ancora avevo in mano in una lama, mi avvicinai lentamente
alla gabbia, puntandogli l’arma alla gola: per un istante
pensai
che infondo il mondo sarebbe stato un posto migliore se un animale
come quello fosse scomparso… ma dopo una dura lotta con la
mia
coscienza capii che non potevo permettermi di andare in
galera…
-
Farò finta che questo episodio non sia mai accaduto! Ma se
solo ti azzardi a sfiorarmi ancora con un dito… ti
sbudello!- lo
minacciai.
Spaventato e confuso annuì. Allora lo liberai
dalla gabbia e me ne andai.
Quella notte avevo scoperto dentro di
me l’esistenza di un essere oscuro e rabbioso, che in quel
momento
aveva tanto desiderato bagnarsi nel sangue di quel porco…
Iniziai
a guardarmi le spalle continuamente. Sapevo che non si sarebbe mai
arreso fino a quando non avesse avuto quello che voleva, che le mie
minacce e la mia abilità con l’alchimia non lo
avevano
spaventato… L’esperienza vissuta mi aveva
insegnato che non
dovevo assolutamente fidarmi degli altri, ma per quanto fossi attenta
e sapessi badare a me stessa, quell’uomo riuscì a
trovare un
varco nella mia difesa, sfruttando un momento in cui ero più
debole, in cui la mia concentrazione era
allentata…
Rabbia…
Umiliazione…
Impotenza…
Frustrazione…
…
e mille altri sentimenti mi vorticarono dentro accecandomi e
confondendomi mentre le sue mani premevano sulla mia pelle…
Chiusi
gli occhi mordendomi le labbra a sangue per non dargli anche quella
soddisfazione… La mia mente e la mia anima urlarono
d’indignazione
mentre pregavo fino allo stremo che il tempo accelerasse, che
travolgesse tutto ponendo fine a quello scempio…
Peccato che
quei pochi minuti lunghi come ore, rimasero impressi a fuoco nella
mia anima… ancora oggi mi capita di svegliarmi urlando di
paura e
odio…
Mi sentivo svuotata…
Era come se quel corpo non mi
appartenesse più… io non volevo più
quel corpo
contaminato e sporco… era come se qualcosa di lui mi fosse
rimasta
appiccicata addosso e la cosa mi faceva semplicemente
ribrezzo…
Mi
lasciò sul pavimento come un giocattolo usato e
rotto…
…infondo era proprio così che mi sentivo mentre
ascoltavo il rumore dei suoi passi sulle mattonelle che si
allontanavano…
Non ricordo quanto tempo rimasi sdraiata prona,
priva di qualsiasi voglia di muovermi o pensare… non
riuscivo
neanche a piangere…
Il mio orgoglio era in frantumi mentre la
mia dignità era stata calpestata…
Avevo perso tutto
quello che mi rendeva degna del nome di essere umano…
Mentre la
consapevolezza di quello che mi era accaduto scivolava dentro di me,
dilagando in ogni cellula, mi resi conto del dolore sordo che mi
pulsava nel petto, delle lacrime che mi scivolavano silenziose lungo
le guance…
Per la prima volta da tanto tempo mi concessi di
piangere…
Quando mi fui calmata mi rimisi lentamente in
ginocchio, rendendomi conto delle condizioni imbarazzanti in cui mi
aveva lasciata… umiliazione che si andava ad aggiungere ad
altra
umiliazione…
Il resto di quella notte lo trascorsi a decidere su
cosa avrei dovuto fare da quel momento in poi…
all’alba giungi
alla conclusione che non potevo permettermi di abbandonare South City
e tornare come niente fosse a Tobah… avevo fatto una
promessa e la
maestra Tasha mi aveva insegnato che ogni volta che non si teneva
fede alla parola data si perdeva un po’ della propria
dignità…
ed io ne avevo già persa così tanta…
E poi con che
coraggio avrei potuto confessare una cosa simile alla maestra
Tasha?
No, una prova di vero coraggio da parte mia era tornare in
officina, guardarlo negli occhi e dirgli e che non mi aveva domato,
che non mi aveva tolto nulla… che la prossima occasione
sarebbe
stata veramente l’ultima per lui…
I giorni passavano ed io
sprofondavo sempre più nella disperazione! Dannazione, mi
era
stato insegnato ad essere forte, a reagire a qualunque
situazione…
ero sopravvissuta alla morte dei miei genitori, alla consapevolezza
che ero l’unica speranza di sopravvivere per una bimba di
quattro
anni nonostante ne avessi pochi più di lei…
perché…
perché non riuscivo a reagire? A risollevare la testa?
Perché
mi limitavo a strisciare come un verme nel fango ed urlando
continuamente nella mia testa pregavo fino allo sfinimento chiunque
stesse li a sentirmi che mi inviasse un angelo per salvarmi…
E
qualche mese dopo le mie invocazioni vennero ascoltate…