Capitolo X
Alle sette in punto della mattina dopo ero
in piedi nella piazza d’armi ad aspettare Mustang.
Sollevai lo sguardo: il cielo aveva il colore terso del lapislazzuli,
così carico da accecare, molto più del sole che
iniziava ad infiammare l’aria e la sabbia, facendo
risplendere tutto d’oro.
Il tempo scorreva lento e del maggiore nessuna traccia. Mi sentivo
stupida a stare in piedi senza fare niente, sotto lo sguardo nervoso di
tutti i militari che passavano di lì.
E farmi sentire stupida non era consigliabile!
Più incattivita che mai mi diressi a passo di marcia verso
la baracca dove alloggiava quel grandissimo idiota che forse credeva di
potermi prendere in giro!
Lo trovai a dormire saporitamente, totalmente dimentico di dove si
trovasse e di quali fossero i suoi doveri!
Devo ammettere però che l’espressione dolcemente
innocente che aveva in quel momento fece svaporare buona parte della
mia rabbia, ma dovevo ugualmente fargli entrare in
quell’adorabile testa mora che con me non si scherza!
Sotto la maschera le mie labbra si distesero in un sorriso feroce
mentre un’idea su come vendicarmi si formava nella mia testa:
schioccai le dita facendo calare la temperatura vertiginosamente, e con
tutta calma mi spostai e appoggiai la mia schiena alla finestra accanto
al suo letto. Lo osservai mentre iniziava ad agitarsi sotto la sottile
coperta, mugugnando frasi senza senso. Più si raggomitolava
su se stesso più facevo scendere la temperatura, tanto per
non faceva alcuna differenza: grazie all’addestramento
ricevuto per me concetti come il caldo, il freddo, il sonno, non
avevano più alcun senso…
Alla fine di una lunga attesa, l’alchimista si decise ad
aprire gli occhi e quando vide il leggero velo di polvere di ghiaccio
che aleggiava nella stanza, saltò a sedere sul materasso
guardandosi intorno confuso e spaventato.
- Buongiorno!- la mia voce fredda e controllata lo prese alle spalle.
Lui si voltò lentamente verso di me e, quando incrociai i
suoi occhi, mi sentii sprofondare nel nero pece di quelle pupille che
sembravano un baratro senza fondo.
- Che ci fai tu qui?- mi chiese astioso e infastidito.
- Dovevi presentarti alle sette in piazza d’armi, sono le
otto – calcai volutamente l’ora – e sono
venuta a chiamarti!- risposi semplicemente, sostenendo il suo sguardo.
- È opera tua questo?- mi chiese aggottando le sopracciglia
e indicando il freddo che c’era nella stanza.
- Mi piace giocare con il ghiaccio!- risposi disinteressatamente.
Lui mi osservò ancora un attimo tra il sospettoso e lo
stupito, poi si alzò dal letto lasciando alla mia vista il
suo corpo perfetto. All’improvviso avvertii un nodo
stringermi allo stomaco mentre osservavo quella pelle lattea che si
accendeva di riflessi dorati sotto la luce del sole alle mie spalle.
Distolsi velocemente lo sguardo puntandolo fuori dalla finestra, ma le
mie orecchie raccoglievano ogni fruscio che provocava vestendosi.
Che accidenti mi stava accadendo?
Non mi ero mai sentita così instabile. Vivevo da anni
insieme a tre ragazzi e avevo superato da tempo l’imbarazzo
nel vedere un corpo maschile nudo…
… quell’alchimista aveva un effetto deleterio per
la mia psiche!
- Allora?- la sua voce impaziente mi distolse dai miei pensieri.
- Allora che?!- .
- Sembravi così impaziente di stare in mia compagnia e ora
hai perso tutta la baldanza?- mi prese in giro.
Quella frase bastò a farmi ribollire il sangue nelle vene:
mi avventai contro di lui, spingendolo contro la parete di legno della
baracca, addossandocelo sopra e bloccandolo con un braccio premuto sul
suo collo, mi avvicinai con la bocca al suo orecchio.
- Stammi bene a sentire: se sono qui è solo
perché il Fuhrer mi ha ordinato di pararti il sedere. Sappi
che non brillo per senso dell’umorismo e che non ho molta
pazienza, quindi vedi di arrivare puntuale quando ti dico di vederci da
qualche parte e provoca meno, e vedrai che andremo d’accordo,
ok?!- .
Appena lui rantolò un assenso lo liberai, lui
scivolò contro il muro fino a sedersi per terra e mi
fissò con lo sguardo infuocato di una belva imprigionata.
Credo che avessi lo stesso sguardo quando fui marchiata come
‘Figlia di Seth’ cinque anni prima…
Scossi la testa per scacciare quel pensiero molesto che era spuntato
improvviso nella mia mente, era tanto che non ci pensavo, forse era
stato ritornare ad Ishibal a riportarmi alla memoria quel
giorno…
Alla fine riuscimmo ad uscire da lì. Camminavamo uno accanto
all’altro in religioso silenzio, come la sera prima, anche se
provavo l’inspiegabile desiderio di avere qualcosa di cui
parlare con lui… Camminavamo circondati dal rumore degli
spari e delle urla che riempivano l’aria, ma nessuno dei due
sembrava esserne turbato, era come se fosse normale amministrazione per
entrambi. All’improvviso un soldato ci venne incontro.
- Signore mi manda il Fuhrer: alcuni ribelli hanno infranto le linee e
si sono nascosti in un edificio di sei piani e stanno sparando sui
militari che hanno circondato l’area. Ha l’ordine
di stanarli!- .
Mustang annuì serio prima di scattare e correre verso il
luogo indicatigli.
Era veloce! Correva pochi passi davanti a me e mi dava l’idea
di un giaguaro che insegue la sua preda, elegante e flessuoso.
Attorno all’edificio mezzo distrutto dai bombardamenti, erano
state erette barricate di sacchi pieni di sabbia impilati uno
sull’altro per assorbire i proiettili, dietro cui erano
nascosti i soldati.
- Qual è la situazione?- chiese Mustang trafelato.
Il più alto in grado lì scattò
sull’attenti.
- Sei ribelli si sono nascosti al quarto piano e sparano dalle finestre
d’angolo, in questo modo posso uccidere senza rischiare di
essere feriti. Hanno già freddato quattro della terza
sezione!- spiegò concitato.
Mustang si morse il labbro inferiore indeciso sul da farsi, quando un
proiettile fendette l’aria e sfrecciò sfiorando il
mio collo, solo un secondo dopo avvertii la fitta di dolore e il calore
del sangue scorrermi sulla pelle impregnando la stoffa
dell’uniforme. Non mi mossi e sollevai la testa verso
l’alto in modo che la mia maschera bianca guardasse verso le
finestre del quarto piano in una muta sfida a coloro che avevano
cercato di uccidermi.
- Stai bene?- mi chiese la voce roca e preoccupata di Mustang,
sicuramente sorpreso dalla mia mancanza di reazione.
- Sì! – spostai lentamente lo sguardo su di lui
– Ti va di darmi una mano?- .
Sarei entrata comunque lì dentro a stanare quei cecchini,
anche senza di lui, ma comunque volli chiederglielo per illudermi di
avere almeno una speranza di averlo accanto. Lui mi fissò
stupito alcuni secondi prima di annuire.
Sotto la maschera sorrisi soddisfatta, singolarmente contenta.
- Seguimi!- .
Schivando i proiettili raggiungemmo il portone dell’edificio
e ci nascondemmo un attimo sotto l’architrave, sollevai lo
sguardo e vidi che il volto di Mustang era teso e sudato.
- Sei ferito?- .
Lui mi guardò sorpreso prima di rispondermi che stava bene.
Ancora uno scambio d sguardi ed entrammo. Salimmo le scale lentamente,
con estrema circospezione, temendo di restare vittime di
un’imboscata. Ma fino al quarto piano non incontrammo
nessuno, probabilmente tutti i ribelli stavano sparando sui nostri
colleghi dalle vetrate senza mettere qualcuno di guardia, troppo sicuri
che nessuno sarebbe riuscito a superare le loro difese.
Dal bordo del muro dietro il quale ci eravamo nascosti scoprimmo che
eravamo sbucati in un lungo corridoio, da un lato c’era la
vetrata e dal lato opposto alcune porte chiuse. Dall’altro
capo, sull’angolo del corridoio, si scorgevano alcune
persone, i cecchini: ora dovevamo solo trovare un modo per agire senza
farci scoprire.
- Hai qualche idea?- mi chiese Mustang all’orecchio.
- Forse…- risposi cercando di calmare il brivido che mi era
serpeggiato lungo la schiena.
Sbirciai un’altra volta nel corridoio… si, era la
sola cosa da fare!
- Coprimi le spalle!- gli ordinai mentre mi voltavo e poggiavo i palmi
delle mani sul muro.
- Che vuoi fare?- mi chiese perplesso.
Non risposi troppo concentrata in quello che stavo per fare: avrei
dovuto sfruttare quella poca di umidità che si trovava nelle
fondamenta dell’edificio.
Come ogni volta il cerchio alchemico che avevo tatuato sottopelle
iniziò a pulsare e a riscaldarsi: una sensazione sempre
strana visto che quello che produceva era ghiaccio. In pratica stavo
trasmutando la struttura di quell’edificio in ghiaccio, per
poi darlo in pasto alle fiamme di Mustang! Né originale
né intelligente come piano, e troppo dispendioso, ma al
momento non mi era venuto in mente nient’altro!
Avevo quasi finito la trasmutazione, quando ci ritrovammo davanti uno
degli Ishibariti che evidentemente voleva scendere al piano di sotto.
Come sempre lasciai spazio al corpo più che alla mente, e
con un movimento così rapido che morì senza
nemmeno rendersi conto, lanciai uno dei miei pugnali e lo colpii alla
gola prima che potesse dare l’allarme. Cadde a terra con un
sinistro gorgoglio, mentre una schiuma rossastra gli spuntava dalle
labbra.
Dovevo darmi una mossa se non volavamo fare una brutta fine!
Guardai di sottecchi Mustang e vidi che mi fissava basito, ancora
stordito per aver visto all’opera uno Speciale,
chissà cosa avrebbe fatto se avesse scoperto che le mie
capacità erano di molto superiori…
Tornai a concentrarmi sul mio lavoro, un paio di respiri per calmarmi e
rimisi i palmi delle mani sull’intonaco; sentivo
l’intelaiatura lignea del muro mutare pian piano, il cemento
e l’intonaco lasciare posto al ghiaccio…
Mancava pochissimo…
Mentre ero così concentrata non mi resi conto che altri due
Ishibariti ci avevano scoperto e stavano per spararmi. Mentre frugavo
nel cervello per trovare un’idea, un paio di proiettili
solcarono l’aria alle mie spalle e centrarono con precisione
millimetrica quei due in fronte. Mi volsi sorpresa e vidi Mustang
ancora con la pistola fumante in mano, il volto tirato e lo sguardo di
chi ha forzato la propria natura a fare qualcosa che altrimenti non
avrebbe mai fatto.
Credo che anch’io avessi quello sguardo la prima volta che ho
ucciso…
…per questo lo ringraziai, per rispetto a quei sentimenti
che gli stavano vorticando nell’anima,
sconvolgendolo…
Lui sussultò spaventato di sentire la mia voce rompere quel
silenzio, e, probabilmente, anche un po’ sorpreso di sentire
uno Speciale ringraziare…
Tornai a finire il mio lavoro, uno stupido sorrisino mi incurvava le
labbra: ero scioccamente contenta che Mustang mi avesse
difeso…
Io, uno dei migliori Speciali sulla piazza, contenta perché
un maggiore idiota e irritante aveva ucciso quei ribelli solo per
salvarmi?!
Dovevo riprendere il controllo di me stessa: potevo solo alzare la
testa e guardare davanti a me! Fin dalla nascita non ho mai avuto
scelta…
Ancora un paio di minuti e finii il mio lavoro. Sospirai pesantemente
mentre abbassavo le braccia lungo i fianchi, la tuta era impregnata di
sudore ma grazie alla mia preparazione di Speciale non avevo speso
troppe energie. Sentivo attorno a me il vociare dei ribelli messi in
allarme, sapevano dov’eravamo e ci stavamo preparando una
trappola: appena avremmo messo il naso al di là
dell’angolo ci avrebbero sparato!
- Stai pronto a correre il più velocemente possibile!-
mormorai a Mustang mentre prendevo una sfera di vetro opaco dal
marsupio che portavo legato alla cintura.
- Eh?!... O… Ok…- balbettò perplesso
mentre la sfera disegnava un arco invisibile in aria per poi cadere sul
parquet del corridoio con un sinistro tintinnio, infrangersi poi con un
suono secco.
- Chiudi la bocca!- gli ordinai mentre un fumo verdastro si liberava da
essa.
Mustang si coprì il viso con un fazzoletto, io ero protetta
dalla mia maschera. Quando il fumo fu abbastanza spesso da aver
riempito tutto il corridoio, e si iniziarono a sentire dei colpi di
tosse, presi il maggiore per il polso ed iniziai a correre. Lo
trascinai fino ad una delle finestre e ve lo feci sedere sopra a
cavalcioni,mentre io afferrai l’elsa di un paio di pugnali
dalla lama lunga e spessa e li lanciai contro il muro: quando le lame
affondarono completamente in quello che era stato cemento, la struttura
iniziò a tremare, scricchiolando pesantemente. Sorrisi
comprendendo che avevo ottenuto il mio scopo, quindi afferrai Mustang
per la vita e me lo strinsi contro.
- Chiudi gli occhi e fidati di me!- dissi prima di lanciarmi a corpo
libero nel vuoto.
Per uno Speciale acrobazie simili sono pane quotidiano, per questo non
ebbi esitazione a saltare e riuscii ad atterrare con uno stile
impeccabile. Pochi secondi dopo che eravamo al sicuro dietro le trincee
il palazzo crollò come un castello di carta, investendoci
con un violento sbuffo di sabbia e schegge di ghiaccio.
A fatica ci rimettemmo in piedi e ci voltammo per vedere il risultato
delle mie azioni: avevo combinato decisamente un bello sconquasso, non
c’era che dire! Davanti ai nostri occhi un cumulo di lastre
di ghiaccio scintillava contro il sole, da sotto di esso spuntavano qua
e là gli arti dei ribelli.
- Speciali! – sputò disgustato uno dei soldati
avvicinandosi a noi – Sono solo capaci di distruggere ed
ammazzare!- .
Non gradii molto quel commento, ma come dargli torto visto quello che
avevo appena combinato?
- Almeno sono riuscita a fermare i cecchini, voi invece cosa avete
fatto?- lo provocai.
- Siete solo criminali! Non capisco perché il Fuhrer si
ostini a tenervi qui! Non vi è bastato il sangue che avete
versato a Savy?- .
Cosa ne sapeva quello di quello che siamo? Cosa ne sapeva di cosa era
accaduto a Savy? Cosa ne sapeva di cosa significa prendere una
decisione che comporta la morte della persona contro cui stai
combattendo?
Niente! Assolutamente niente!
Solo noi sappiamo quale peso sia portare quella maschera!
Nessuno può permettersi di giudicarci!
Quanto avrei voluto affondare la lama del mio pugnale nella sua gola!
Ma mi rendevo conto da sola che un comportamento simile avrebbe solo
confermato la pessima reputazione che ci precedeva dovunque andassimo.
Reprimendo i miei istinti gli voltai le spalle e mi incamminai
lentamente: dovevo assolutamente allontanarmi da quel posto, mi sentivo
soffocare: le sue parole avevano colpito una delle mie ferite mai
rimarginate e la sentivo pulsare rabbiosa…
… non potevo permettermi di perdere ancora una volta il
controllo…
Quando la rabbia scomparve avvertii il solito vuoto assordante dentro
di me, ormai avrei dovuto essere abituata, ma ogni volta era
peggio…
È orrendo non riuscire quasi più a provare
niente! Ci si sente come involucri vuoti che vanno avanti per forza
d’inerzia, è come non avere più una
sola ragione di vivere, si sopravvive senza sapere bene
perché, solo perché lo si deve fare…
Ci si sente tanto soli e completamente inutili!
Ho sempre rifiutato di guardarmi indietro, so benissimo cosa avrei
trovato: il nulla! Non sarei stata degna nemmeno di provare il rimorso
per tutto il sangue che avevo versato, era come se
all’improvviso il mio corpo si fosse spento, lasciando attive
solo le funzioni primarie. Da quanto tempo non piangevo? Lee e gli
altri incontravano nel sonno le persone che avevano ucciso e
imploravano il loro perdono, io non avevo mai ricevuto simili
visite… Perché? Ero priva di coscienza? Forse era
davvero così visto che avevo rinunciato ai pochi ricordi che
possedevo di mio padre per il potere…
- Ehi!- la voce di Mustang che mi rincorreva mi strappò ai
miei pensieri.
Nemmeno mi degnai di fermarmi: quel ragazzo era stato l’unico
a essere riuscito a penetrare nel mio personale inferno di ghiaccio,
era l’unico capace di farmi ancora provare qualcosa, e non
avevo alcuna voglia di confrontarmi con lui. Ero troppo esposta, le
sensazioni che avrebbe scatenato dentro di me sarebbero state troppe e
devastanti, ne sarei di sicuro uscita a pezzi.
Ma lui non sembrava aver capito che non volevo vederlo, infatti mi
afferrò il braccio sinistro bloccandomi e facendomi voltare
verso di lui: quando incrociai il suo sguardo triste qualcosa si
spezzò definitivamente dentro di me e la tempesta di
sentimenti che avevo prospettato mi si scatenò dentro molto
più violenta di quanto pensassi.
- Mi dispiace per quello che ti ha detto quel soldato! Io…
grazie per avermi salvato la vita!- .
Quanto era carino con quell’aria imbarazzata che gli aveva
imporporato le guance e gli impediva di guardarmi in faccia! Ma le sue
parole bastarono per calmarmi, lasciando dentro di me solo una strana
dolcezza, che pulsava lenta dentro il mio petto.
- Figurati!- la mia voce bastò a richiamare la sua
attenzione.
Sotto la maschera stavo sorridendo: forse non era tutto perduto, forse
il mio cuore poteva ancora ritornare a funzionare, prima o poi. Lui
fece scivolare la mano lungo il mio braccio fino al polso e solo quando
avvertì la stoffa bagnata sotto le dita si rese conto che
ero ferita all’avambraccio. Rapidamente sollevò la
manica svelando due squarci sbrindellati di parecchi centimetri che si
aprivano come bocce sulla mia pelle brunita.
- Durante la caduta ho strisciato il braccio contro il muro
dell’edificio, non è niente, tranquillo! Appena
trono all’accampamento mi farò vedere dal medico.-
.
Lui fissò a lungo la maschera bianca cercando un indizio,
qualsiasi cosa che rispondesse alle domande che si erano formate nella
sua testa. Quando mi liberò il polso mi sembrò
che la pelle si stesse raffreddando, come se il calore che provavo
fosse dovuto alla pelle di Mustang…
… ma forse era solo la perdita di sangue…
Con i suoi classici movimenti naturalmente lenti e languidi, Mustang
sfilò un fazzoletto da una delle tasche della giacca della
sua divisa e con esso mi fasciò la ferita; osservai sorpresa
le sue mani stringere il nodo e la stoffa bianca macchiarsi rapidamente
con infiorescenze rosse. Quando risollevai lo sguardo su di lui, lessi
nei suoi occhi che quello era il suo modo per scusarsi e ringraziarmi.
Con un gesto istintivo più che premeditato, strinsi le sue
dita con le mie prima che si allontanassero definitivamente dalla mia
pelle, e rimasi così per una manciata di minuti, ad
osservare il contrasto tra la sua pelle lattea ed il nero della pelle
dei miei guanti, a bearmi ancora un po’ di quel dolce tepore
che mi trasmetteva…
… cos’era quella sensazione di pace che colmava il
mio animo gelido e vuoto?
Non aveva mai provato una sensazione simile e mi spaventai, allontanai
quella mano da me con uno scatto nervoso e mi voltai per non dover
leggere le domande scritte in quelle iridi nere.
Il resto della giornata trascorse tranquillamente, e lo passammo a
camminare senza meta per il campo, con per sottofondo il fragore delle
esplosioni e il ritmico scoppiettio delle pistole. Ci lasciammo al
tramonto: noi Speciali dovevamo rispettare il ferreo divieto di non
poter trascorrere la notte fuori dalla baracca, solo in casi
eccezionali, come attacchi improvvisi, potevamo lasciarla, ma
normalmente prima di notte dovevamo presentarci ai nostri supervisori,
Lee nel mio caso.