FALL DOWN
Capitolo
II
Era un afoso
pomeriggio di fine agosto, l’aria era umida ed appiccicosa,
il
sudore scivolava sulla pelle inzuppando i vestiti…La polvere
che
inondava le strade dalla città si sollevava in piccole
nuvole
color zafferano ad ogni passo…
Quel porco era ritornato spesso
all’attacco, a volte riuscivo a difendermi ed a scappare via,
altre
riusciva a sorprendermi quando meno me l’aspettassi e finivo
per
soccombere ancora una volta. Neanche indossare abiti complicati da
aprire serviva a fermarlo. Ogni volta era peggio. La frustrazione e
la rabbia per la mia precedente fuga si trasformavano in una furia
che sembrava dilaniare il mio corpo, lasciandomi come una bambola di
pezza strappata. Aveva anche preso a picchiarmi prima, ‘tanto
per
tenermi a bada’, come diceva lui. L’essere oscuro
dentro di me si
dibatteva sempre di più pretendendo il suo sangue, la sua
vita…
… volevo tanto fare qualcosa per uscire da
quell’inferno, ma cosa?
- Takano!- il suo vocione giunse
dall’esterno dell’officina.
Con tutta calma posai la chiave
inglese sul pavimento su cui ero seduta, sfilai un canovaccio che una
volta era stato bianco e pulito, dalla tasca posteriore della
salopette e, mentre mi pulivo le mani dal grasso per motori, mi
avviai verso la piazzola esterna.
Per un attimo non credetti ai
miei occhi!
La sua figura elegante e slanciata, fasciata in
quell’uniforme blu che sembrava stata cucita su misura per
lui,
sembrava irrealmente onirica sfumata com’era dal vapore che
si
liberava dall’asfalto quasi incandescente…
Fissai stupefatta
quella pelle lattea, quel volto perfetto dominato da un paio di onici
scintillanti di fastidio, le labbra contratte in un adorabile broncio
che gli dava l’aria di un ragazzino…
Possibile che potessero
esistere creature così belle?
Mentre mi avvicinavo notai
una catenella legata ai passanti del pantalone che spariva sotto la
giacca… era simile a quella che c’era nelle foto
di papà…
doveva essere un Alchimista di Stato.
Sentendo i miei passi si
voltarono e provai una scarica elettrica lungo la schiena quando
incrociai quelle iridi simili ad abissi senza fondo…
Ringraziai
la mia mimica facciale che ormai era pari a zero…
Solo quando mi
affiancai al capo notai che c’era un altro militare: doveva
avere
la stessa età dell’altro, ma ispirava
tutt’altri
sentimenti! Aveva un volto comune, gli occhi luccicavano birichini,
mentre le labbra erano distese in un piccolo sorriso calmo…
Ispirava simpatia e serenità con quell’aria
gioviale e
quegli occhialetti rettangolari da giornalista…
Impegnai tutte
le mie capacità per ignorare lo sguardo
dell’Alchimista,
concentrandomi sul capo che mi stava parlando.
- Vedi cosa
vogliono questi signori! – si chinò verso di me
per
sussurrarmi – Sai cosa devi fare…- e si
allontanò.
Ovviamente
intendeva dire che dovevo far figurare la riparazione di un danno
maggiore di quello che realmente era… tanto pagava lo stato,
no?!
-
Sei solo un moccioso, credi di esserne capace?- .
La sua voce roca
e densa mi scivolò addosso, infiltrandosi in ogni poro della
pelle…
Mi concessi di rivolgergli un solo sguardo, il più
gelido ed indisponente che potessi fare…
- Che è
successo?- mi decisi a chiedere.
- Se lo sapessimo non saremmo
certo qui, ti pare?- ironizzò.
- Non l’hanno promossa
maggiore per la sua simpatia, vero?!- risposi altrettanto caustica.
-
Roy lascialo in pace! – l’altro militare in pochi
passi mi si
avvicinò – Devi scusarlo, ma quando è
irritato
diventa particolarmente acido.- mi sorrise dolcemente.
Ma quando
quell’uomo gentile mi pose amichevolmente una mano sulla
spalla, mi
irrigidii, la paura e la repulsione tornarono a ruggirmi nelle vene,
e scacciai in malo modo quella mano.
Quando incrociai i suoi occhi
nocciola buoni e sinceri, capii che doveva avere intuito
qualcosa…
Cercavo di nascondere i lividi sotto le t-shirt, ma a
volte non serviva: quasi tutti i lividi erano concentrati sulla
schiena e sullo stomaco, dove mi prendeva a calci più
spesso,
un paio di volte mi ritrovai anche con l’impronta della suola
dei
suoi stivali sul torace; ma per impedirmi di urlare spesso mi
schiaffeggiava violentemente al volto, fino a stordirmi, in modo che
non potessi più reagire… e quel giorno avevo un
occhio pesto
ed il labbro inferiore era spaccato e sormontato da una spessa crosta
nera, gonfio e viola…
Distolsi velocemente lo sguardo per
impedire a quegli occhi gentili di leggere oltre nella mia anima, e
mi portai verso l’auto che era parcheggiata li vicino. Presi
una
pedana che era stata lasciata li dal capo e mi ci sdraiai sopra
supina, a forza di gambe mi portai sotto l’auto ed iniziai il
mio
lavoro. Restai in quella posizione per molto tempo, il danno non era
grave, ma mi ci era voluto tempo per trovarlo e ripararlo. Quando mi
rimisi in piedi, presi il blocchetto delle fatture ed appoggiandomi
al cofano dietro di me ne compilai una e la porsi al maggiore. Lui
lesse velocemente la cifra e sollevò di scatto la testa
verso
di me. Quell’uomo era capace di emanare fascino anche con i
movimenti più elementari… Deglutii a vuoto
cercando di
tenermi razionale e di trovare da qualche parte la forza per non
distogliere lo sguardo da lui…
- Ma cos’è, hai messo
bulloni d’oro la sotto?- protestò sventolandomi la
fattura
sotto il naso.
- Si ritenga fortunato, invece di sbraitare! –
risposi con un calma che lo irritò ancora di più
– Il
capo mi ha chiesto di calcare un po’ la mano, se capisce
quello che
intendo, ma io ho cercato comunque di trattenermi… quindi
per
favore non faccia storie! Tanto mica paga lei, no?!- .
Qualcosa
nella mia voce dovette catturare la sua attenzione, perché
all’improvviso mi ritrovai quelle iridi nere piantate
addosso,
pronte a scrutare dietro il muro di ghiaccio in cui avevo trasformato
i miei occhi. Stava per ribattere ancora, quando l’altro
militare
lo fermò mettendogli una mano sulla spalla.
- Roy non
mettiamo nei guai questo ragazzino!- .
Lo disse come se sapesse
che c’era dell’altro, che quell’uomo mi
aveva già fatto
qualcosa… Il maggiore rimase in silenzio ancora un istante,
poi
sbuffò.
- E va bene! Ma con quel ladro non ci voglio più
avere a che fare!- .
- Crede che gli altri meccanici siano più
onesti?- chiesi sarcasticamente.
- Che vorresti dire?- .
-
Almeno qui, fanno tutti così: prendono ragazzini a lavorare
in
nero perché così possono dargli uno stipendio da
fame e
risparmiare sui contributi, tanto sanno che non protesteremo mai e
che non li denunceremo mai per la paura di perdere il lavoro, e si
fanno la cresta sulle fatture. Per tacere dei pezzi che vengono
usati…- .
- In che senso?- mi chiese il militare con gli
occhiali.
- Nel senso che i pezzi di ricambio costano, quindi
spesso e volentieri si riforniscono da rivenditori a basso costo, ma
sono materiali scadenti e difettosi… alcuni ci hanno anche
rimesso
la pelle, mi sembra…- .
- E tu ci stai?!- mi chiese ancora
sconvolto.
- E cosa dovrei fare? Se solo mi azzardo a fiatare
perdo il posto di lavoro!- risposi con il tono da ‘E dio solo
sa
quanto abbia bisogno di questi soldi!’.
I due militari mi
squadrarono ancora una manciata di minuti, indecisi e perplessi, la
conversazione fu interrotta dal capo insospettito dal nostro scambio
di battute.
- Takano hai intenzione di restare li a fare salotto?
Non ti pago per chiacchierare!- e ritornò
nell’officina dopo
avermi lanciato un’occhiata ammonitrice.
Con un sorriso ed un
inchino del capo mi congedai da loro. Mentre mi allontanavo mi
sorpresi ad essere dispiaciuta: non avrei rivisto mai più
quel
maggiore…
Scossi la testa irritata da quel pensiero: la mia vita
era già abbastanza complicata così, non mi
servivano
anche quel genere di problemi. Ero consapevole di essere entrata
nell’adolescenza, e che presto o tardi anche i miei ormoni
avrebbero iniziato a farsi sentire, ma fino a quel momento avevo
arginato il problema… ma quanto sarebbe durata?
Poco a giudicare
da come avevo reagito davanti a quel maggiore…
Se solo avessi
potuto bloccare il mio cuore, ghiacciarlo o pietrificarlo, sarebbe
stata la soluzione migliore per me: sarei potuta andare avanti come
una macchina, senza provare niente, senza dolore o gioia a
sconvolgermi…
Per un istante pensai che le persone che erano
capaci di fare questo erano invincibili!
La maestra Tasha mi aveva
ripetuto che la vera forza deriva dai sentimenti, dalla
volontà
di difendere a qualunque costo qualcosa a cui si tiene
veramente…
ora so che le sue parole erano vere, ma all’epoca ero
così
spaventata e ferita che avevo paura del mio cuore e dei sentimenti
che avrebbe potuto scatenarmi dentro…
A soli undici anni avevo
già provato sulla mia pelle cosa potesse fare un uomo e non
avevo alcuna intenzione di ripetere l’esperienza!
Non avevo
alcun bisogno né dell’amore né del mio
cuore! Sapevo
camminare anche senza un’altra persona accanto… a
che mi sarebbe
servito avere accanto una persona che non avrebbe mai capito cosa mi
muovesse, quale demone albergava in me? E che magari sarebbe scappato
sconvolto e disgustato da me dopo pochi giorni una volta scoperti i
miei segreti?
Forse era a causa della vita che avevo vissuto,
delle violenze che subivo ripetutamente, ma avevo scoperto che un
demone risiedeva nella mia anima… A volte mi sorprendevo ad
afferrare un cacciavite o una chiave particolarmente pesante,
divorata dal desiderio di fracassare il cranio di quel porco! Mi
sarei accontentata anche di strappargli il cuore dal petto a mani
nude… Appena realizzavo di essermi già mossa per
attuare i
miei propositi, qualcosa dentro di me si ribellava sdegnato, lasciavo
andare quello che avevo in mano di scatto, come se scottasse, e
scappavo via, rinchiudendomi in bagno a vomitare anche
l’anima…
Dovevo andare via di la!
Sapevo che era una fuga,
ma quel luogo aveva risvegliato la parte più crudele di me,
e
dovevo andare via prima di macchiarmi dell’uccisione di
quell’uomo!
Desideravo troppo ucciderlo! Era diventata
un’ossessione quella di vedere i suoi occhi terrorizzati
spegnersi
lentamente, mentre erano abbandonati dalla vita!
Avevo già
perso dignità ed onore, non potevo rinunciare anche alla mia
anima!
Non volevo il disprezzo della maestra, l’unica persona
che mi aveva trattata come un essere umano! E poi cosa ne sarebbe
stato di Aiko?
Presi la mia decisione e quella sera stessa diedi
le mie dimissioni!
Non avevo un altro posto di lavoro, ma per lo
meno avevo pagato un mese d’affitto anticipato, quindi avrei
avuto
un tetto sulla testa ancora per qualche settimana.
Dopo cosa avrei
fatto?
Vedevo solo un immenso baratro oscuro davanti a me, ed io
stavo camminando sul ponte logoro che lo attraversava, rischiando di
precipitare ad ogni passo…
Era una sensazione soffocante! Era
come se non riuscissi a vedere una sola possibilità di
salvezza davanti a me… Mi sentivo così
sola…
Trascorrevo
le mie giornate a vagabondare per la città in cerca di un
lavoro, non avevo pretese mi sarei adattata a qualsiasi cosa, anche a
svolgere i lavori più umili e degradanti, ma ero troppo
piccola e magra per fare qualsiasi cosa…
Ebbi solo un’infinita
serie di porte sbattute in faccia…
Avevo mandato tutti i soldi
alla maestra per badare a mia sorella, e quei pochi che avevo tenuto
per me erano già terminati, nonostante avessi risparmiato
anche sulle cose necessarie.
I miei vestiti erano logori e
sporchi, le mie scarpe avevano la suola consumata per il troppo
camminare e la tomaia sfilacciata, i capelli, che ormai si erano
allungati e che tenevo in un piccolo codino alla base del collo,
erano sporchi, come il resto del mio corpo…
… nel complesso
davo l’impressione di una senzatetto, sporca e macilenta!
Settembre
era arrivato ormai e le sere si erano fatte piuttosto fredde,
nonostante di giorno non mancasse il caldo… ormai si
avvertiva che
l’autunno si stava avvicinando…
Non ero per nulla in
condizioni presentabili, ma non potevo permettermi di meglio…
Presto
arrivò la scadenza del contratto d’affitto e non
bastò
raccontarle la situazione in cui ero, la mia padrona di casa pensava
solo ai soldi e mi buttò fuori senza pietà!
Quella
sera stessa vagavo per South City, con il borsone con i miei quattro
stracci dentro, a tracolla, infreddolita ed affamata, disperata fino
alle lacrime, alla ricerca di un posto dove passare la notte…
Non
avevo mai trascorso una notte all’aperto ed avevo
dannatamente
paura! Ogni angolo buio, ogni rumore mi sembravano minacciosi, mi
sembrava che ovunque ci fosse qualcuno o qualcosa pronto a farmi
male… ovviamente era solo la mia immaginazione accesa dalla
paura,
ma quella prima notte fu terrificante per me!
Trovai riparo nella
cavità sotto la struttura portante di uno scivolo in uno dei
parchi della città. Mi sedetti a terra con la schiena contro
l’intelaiatura di metallo, tremante ed inquieta. Quella prima
notte
la passai a sonnecchiare ad intervalli irregolari, mi addormentavo
per brevi periodi per svegliarmi al minimo rumore. Presi sonno solo
verso l’alba, quando mi tornarono alla mente le iridi di pece
di
quel maggiore… non mi erano mai sembrate rassicuranti come
in quel
momento… Mi svegliai che il sole era già altro,
sfinita più
di quando ero finita in quel buco, mi stiracchiai e mi avvicinai ad
una fontanella, mi sciacquai il viso con l’acqua fresca, e
subito
avvertì i lineamenti del mio viso allentare la tensione.
Bevvi
a lungo per riempirmi lo stomaco e scacciare la fame. Era solo un
palliativo, lo sapevo, presto il mio organismo mi avrebbe presentato
il conto per lo strazio a cui lo stavo sottoponendo nelle ultime
settimane, ma per il momento non potevo fare altrimenti…
Ricominciai
la ricerca di un lavoro, ma la gente scuoteva la testa arricciando il
naso disgustata: chi mai sarebbe stato abbastanza pazzo da assumere
un relitto umano come me? Credo che alcuni avessero anche ipotizzato
che fossi una tossicodipendente…
Andai avanti in questo stato
per sei mesi: di giorno mendicavo un lavoro che non sarebbe mai
arrivato e di notte placavo i morsi della fame rovistando nei
cassonetti, contendendomeli con ratti e cani e gatti randagi,
mandando giù a forza gli avanzi degli altri insieme ai
conati
di vomito ed alle lacrime, immaginando che fossero le prelibatezze
che la maestra Tasha cucinava quando ero ancora a casa…
Mai
avrei creduto che sarei caduta così in basso!
Come speravo
di riassestarmi se nessuno era disposto a darmi la
possibilità
di farlo?
Toccai il fondo una sera in cui la fame era così
forte da torturarmi. Ero seduta sul bordo di un marciapiede, cercando
di resistere: con la mia alchimia sarebbe stato un gioco da ragazzi
sfondare la vetrina di quella salumeria e derubarla
dell’incasso e
delle mercanzie… ma non era per quel motivo che la maestra
Tasha mi
aveva insegnato! Ma infondo era così sbagliato derubare
qualcuno quando non si hanno altre opportunità per
sopravvivere? Mentre ero indecisa sul da farsi, un uomo elegante,
d’aspetto gradevole, vestito in un completo grigio, si
sedette
accanto a me.
- Non guardarmi in quel modo, non voglio farti nulla
di male!- mi sorrise divertito notando l’occhiataccia che gli
riservai.
Non risposi, mi limitai a fissarlo guardinga. Lui
sembrava tranquillo, cercava di trasmettere un’aria di
tranquillità, ma me ne accorsi subito: aveva gli stessi
occhi
del capo! Mi stava fissando nello stesso identico modo…
Mi alzai
in piedi, sulle gambe malferme feci per muovere un passo, quando una
presa decisa sul mio polso mi bloccò: l’uomo si
era alzato
in piedi e mi aveva stretto il polso con la sua mano: ero in
trappola! Mi guardai intorno cercando qualcuno che potesse aiutarmi,
ma la strada era buia e completamente deserta…
Sarebbe accaduto
ancora? Mi chiesi terrorizzata!
No, non volevo! Iniziai a
divincolarmi cercando di liberare la mano… ma ero troppo
debole per
riuscirci… Con uno strattone mi ritrovai premuta contro il
suo
torace, mi sollevò il volto con due dita sotto il mento:
ogni
traccia di gentilezza era scomparsa, era rimasto solo un terrificante
ghigno, come una finestra sulla sua anima nera…
- Avanti, non
fare la ritrosa, voglio solo divertirmi con te…- .
Ma come
poteva anche solo pensare una cosa simile? Ero una bambina, potevo
essere sua figlia… Continuavo a dimenarmi come una
forsennata, ma
più mi agitavo, più perdevo quel poco di forze
che
ancora mi restava…
- Posso pagarti bene, sai?!- aggiunse poi con
un tono suadente.
Aveva visto una mocciosa sporca e lacera, seduta
su un marciapiede, che fissava con l’acquolina in bocca le
mercanzie esposte nella vetrina dall’altro lato della
strada…
aveva intuito subito che ero disperata… che avrei accettato
qualsiasi compromesso per qualche spicciolo con cui
sfamarmi…
Infatti mi bloccai all’istante, fissandolo negli occhi,
trovandomi
sbattuto in faccia il suo sorriso vittorioso: soldi… soldi
con cui
comprare qualcosa di solido da mangiare… soldi con cui
comprare
qualcosa con cui coprirmi ora che arrivava gennaio ed io indossavo
ancora una salopette di jeans consumata, con sotto una t-shirt,
coperta solo da una camicia… soldi con cui tirare avanti per
un
po’… perché no?!
In quelle condizioni potevo ancora
trattare? Avevo ancora la facoltà di mercanteggiare, di
scendere a patti con la mia coscienza? Non ero piuttosto legata mani
e piedi alla mia situazione miseranda? Chinai il capo… la
mia
dignità non esisteva più, su cosa avevo ancora da
riflettere? Infondo sapevo già cosa mi aspettava, bastava
far
finta di essere con la mente da un’altra parte ed aspettare
che
finisse i suoi comodi…
Eppure qualcosa dentro di me continuava a
ribellarsi: avevo sempre camminato a testa alta, nessuno era mai
riuscito ad infangarmi, se non usando la violenza, perché
ora
volevo farlo volontariamente? Non era quello che i miei genitori
avrebbero desiderato che facessi…
Aiko… con che coraggio avrei
potuto poi guardarla in faccia?
Serrai i denti maledicendomi:
anche in quella situazione disperata preferivo la mia
dignità
ad avere la pancia piena per una sera! E maledissi anche Tasha per
avermi indottrinato in quel modo!
Sollevai la testa di scatto, gli
morsi la mano che mi tratteneva e gli diedi un calcio in un brutto
posto. Ululando di dolore mi liberò ed io iniziai a correre,
non sapevo nemmeno dove stessi andando, sapevo solo che dovevo
correre il più veloce possibile, mettere quanta
più
distanza possibile tra me e quell’uomo…
Mi fermai solo quando
non ebbi più fiato: sentivo l’aria entrare ed
uscire
incandescente dai polmoni, i muscoli mi sembravano immersi
nell’acido…
Ero piegata in avanti con la testa chinata e la
mani puntellate sulle ginocchia, ansimavo come un animale, e
all’improvviso sentii come se il mondo avesse iniziato a
scivolare
via dai miei sensi… un velo nero stava calando sui miei
occhi
mentre tutto attorno a me diventava ovattato e le gambe si erano
fatte di burro… Non mangiavo niente da giorni e quella folle
corsa
mi aveva privato anche delle ultime energie che mi restavano…
Ricordo
solo che mi sembrava di galleggiare nel nulla, di essere senza
peso…