FALL DOWN
Capitolo
III
Riaprii gli occhi dopo molto
tempo, avvertendo qualcosa di fresco sulla fronte ed un calore
rassicurante sulla guancia. Sollevare le palpebre si rivelò
essere particolarmente fatico, ma quando ci riuscì vidi solo
un miscuglio sfocato di colori. Pian piano la vista ritornò
a
schiarirsi ed un volto gentile si chinò su di me. Lentamente
il mio cervello in panne riconobbe una cascata di ricci ramati, poi
dolci occhi nocciola su di un volto dai lineamenti comuni ed un
po’
marcati, ma comunque gradevoli.
- Come stai?- mi chiese e la sua
voce risuonò un po’ maschile.
- Male!- risposi
biascicando le lettere.
- Bene! Se hai energia per essere di
pessimo umore dopo essere stata ad un passo dalla morte, vuol dire
che stai molto meglio!- esclamò allegramente.
- Che è
successo?- avrei voluto chiedere anche dove fossi, ma me ne mancarono
le forze.
- Ti ho trovata quattro giorni fa svenuta davanti il
portone di casa mia, ti ho raccolta e portata qui!- .
- Grazie!-
.
- E di cosa?! Chiunque si fosse trovato al posto mio lo avrebbe
fatto!- esclamò con una sicurezza che mi stupì.
Avevo
visto fino alla nausea a quanto si riducesse la solidarietà
di
chi aveva la sicurezza di uno stipendio e di una casa in cui
ripararsi, quindi quelle parole non mi convinsero fino in
fondo…
forse quella donna voleva qualcosa da me…
- Ah, io mi chiamo
Ayna!- .
- Saya!- risposi appena.
- Saya che ti è
successo?- la sua voce era ora così seria ed accorata che
non
riuscii a tirarmi indietro.
Lentamente ed a fatica le raccontai
cosa era stata la mia vita fino ad allora, naturalmente omisi le
violenze che avevo subito nell’officina meccanica e la mia
disavventura ad Ishibala… erano eventi troppo personali per
poter
essere divisi con qualcun altro, ancora oggi non ne ho fatto parola
con nessun altro, a parte la maestra… Ayna
ascoltò
attentamente ogni parola, in silenzio, senza commentare. Solo i suoi
occhi rivelavano il turbamento che le mie parole le disegnavano
dentro… Quando la mia voce si spense, lei rimase ancora un
po’ in
silenzio.
- Mio marito Rob gestisce il ristorante sotto casa,
appena ti riprenderai inizierai a lavorare li! Ti affitteremo questa
stanza e detrarremo i soldi dal tuo stipendi, ma ti assicuro che non
sarà niente di oneroso!- decide con un tono che non ammette
obiezioni.
- Cosa?!… io non…- provai a balbettare.
Non
sapevo cosa fosse accaduto, né cosa pensare di quella
disposizione… era statu tutto troppo veloce ed io non
riuscivo più
a fidarmi delle persone…
- Niente proteste! Dove credi di andare
in queste condizioni Saya? Sei così denutrita che non ti
reggi
nemmeno in piedi e con questo freddo hai preso una bella bronchite!-
.
- Cosa vuoi da me in cambio?- le chiesi senza mezzi termini.
Un
lampo di sorpresa le attraversò gli occhi, poi le sue labbra
si distesero in un sorriso dolce e malinconico.
- Niente! Non
voglio assolutamente niente da te! Tranne aiutarti! Lo so che con
quello che hai passati ti è difficile fidarti ancora, ma
credimi: non ho secondi fini!- .
Quello sguardo era troppo limpido
e sincero per poter nascondere qualcosa, per la prima volta da quando
ero partita da Tobah, provai il desiderio di fidarmi di qualcun altro
che non fossi io, ma soprattutto avevo vagabondato troppo a lungo per
la città, per permettermi di rifiutare un’offerta
così
generosa… quindi, mettendo per la prima volta da parte il
mio
orgoglio spropositato, accettai!
Iniziai a lavorare al ‘Greedy’
un paio di settimane dopo, nonostante le perplessità di Ayna
che voleva tenermi a letto ancora un po’. La febbre era
calata
completamente, iniziavo a sentirmi già più in
forze e
non mi piaceva approfittare troppo della loro disponibilità.
In tutto quel periodo che ero costretta a letto Ayna con la scusa di
tenermi compagnia, mi teneva d’occhio costantemente: a causa
del
mio forzato e prolungato digiuno, non avevo più molta voglia
di mangiare, certo avvertivo la fame, ma quando arrivava il momento
di buttare giù qualcosa sentivo come se lo stomaco si
sigillasse. Ma grazie alle sue insistenze ero riuscita a prendere un
po’ di peso ed a tornare ad un’alimentazione quasi
normale.
Anche
suo marito era venuto a trovarmi qualche volta: Rob era un uomo
enorme, con braccia così muscolose da sembrare rami di una
quercia, con un grembiule macchiato sopra la maglia ed i jeans neri.
Aveva l’aria truce, ma si rivelò essere una
persona molto
gentile.
Ayna e Rob sono stati i miei migliori amici in quel
periodo: quante altre persone mi avrebbero preso in casa loro e dato
un lavoro?! Poche credo, nonostante le parole di Ayna…
Il lavoro
nel ristorante era duro, ma io avevo già sulle spalle
l’esperienza dell’officina, quindi non ebbi troppi
problemi. Il
locale era aperto da mezzogiorno a notte inoltrata e stranamente
c’era sempre qualcuno. Per lo più servivo ai
tavoli, ma mi è
capitato anche di lavorare in cucina: è stato al
‘Greedy’
infatti che ho imparato a cucinare. Marija, la capocuoca, mi aveva
presa sotto la sua ala protettrice, ed usava ogni occasione per
insegnarmi qualche nuovo piatto. Adoravo quando i suoi occhi verdi si
illuminavano entusiasti perché ero riuscita a cucinare alla
perfezione una delle sue ricette.
Era un bell’ambiente,
profumava di affetto familiare, ed io mi sentivo come a casa!
Quello
è stato uno dei periodi più tranquilli e felici
che ho
avuto nella mia vita, qualcosa che non cambierei con
nient’altro al
mondo! Ma mi mancavano Aiko e la maestra! Le sentivo ogni tanto per
lettera, e per fortuna la maestra non fece mai domande sui miei sei
mesi di assoluto silenzio, e di questo le fui molto grata, ma non ero
più tornata a Tobah, ormai non le vedevo da quasi tre anni!
A
volte il maggiore che avevo incrociato nell’officina
meccanica mi
ritornava alla mente… mi sorprendevo a chiedermi cosa stesse
facendo, dove fosse, se si ricordasse ancora del ragazzino che gli
aveva riparato la macchina mesi prima…
Poi sorridevo dandomi
della stupida: probabilmente mi aveva cancellato dalla memoria appena
varcato il cancello dell’officina! E mi faceva male pensare
che non
ero riuscita a lasciare nemmeno una debole traccia dentro quel
ragazzo che sembrava aver marchiato la mia anima…
L’anno
successivo persi nuovamente il mio lavoro, per poi ritrovarmi senza
nemmeno saper come con a fare il lavoro che ancora oggi
svolgo.
Quella sera il ‘Greedy’ era invaso di militari. Il
vino scorreva a fiumi, così come infinite sembravano le
ordinazioni di cibo. Ayna mi chiese di servire ai tavoli e durante le
pause di aiutare Marija in cucina, se avesse avuto bisogno
d’aiuto.
Acconsentii di buon grado: la fatica fisica ed i lavori manuali non
mi avevano mai spaventato, fin da quando ero ancora a Tonbah. Mentre
servivo ad un tavolo più defilato, posizionato contro la
parete di fondo della sala, mi resi conto che avevo già
visto
quell’ufficiale che mi fissava con aria divertita. Aveva un
viso
gioviale, allegri occhi castani dietro gli occhiali
rettangolari…
Lo osservai per un po’, non riuscendo a ricordare dove lo
avessi
già visto, poi, come un fulmine, il ricordo di
quell’uomo mi
attraverso il cervello: era l’ufficiale di polizia militare
che
accompagnava l’Alchimista di Stato a cui avevo riparato
l’auto,
tempo prima! E solo in quel momento mi resi conto che aveva anche lui
i gradi da maggiore…
- Lei?- esclamai sorpresa, senza riuscire a
controllarmi.
Lui mi osservò ancora un attimo, poi il suo
ghigno si ampliò.
- E così non sei un maschietto…-
disse più a se stesso che agli altri.
La mia espressione
ancora più stupita dovette bastargli a fargli capire la
domanda che mi si agitava nella testa: come diavolo era riuscito a
riconoscermi? Ora ero più alta, i capelli erano
così
lunghi che mi arrivavano alle spalle ed Ayna e Marija avevano
insistito perché io smettessi gli abiti maschili ed
iniziassi
ad indossare vestiti più femminili…
- I tuoi occhi! –
rispose semplicemente addolcendo il suo sorriso – Il tuo viso
è
rimasto pressoché identico, sembri solo più
adulta, ma
sono stati i tuoi occhi a tradirti! Non ci sono altri occhi come i
tuoi in tutto il mondo, credo…- .
Un piccolo sorriso mi incurvò
le labbra: in effetti non avevo mai pensato
all’unicità
della mia situazione… quanti erano al mondo quelli che
potevano
vantarsi di essere per metà Ishibarita?
- Comunque sono
contento che tu abbia cambiato lavoro! Quello di prima non faceva per
te!- parlava con il tono di chi è amico da tanto tempo.
E
mi piaceva, devo ammetterlo. Mi piaceva l’idea di avere
qualcuno
con cui parlare in quel modo, al di fuori di Ayna e Rob.
-
Anch’io!- risposi solo questo, ma credo che il tono che usai
spiegò
meglio delle parole quello che volessi intendere.
- Già…
mi sembra che qui stai molto meglio…- constatò
guardandosi
intorno.
- I padroni del ristorante sono stati molto gentili con
me!- sorrisi.
- Saya potresti venire ad aiutare Marija in cucina?-
mi chiamò Rob.
- Certo!- risposi recuperando il vassoio con
i piatti sporchi.
- Saya? È un bel nome! Io mi chiamo Maes
Hughes.- .
- Con permesso…- mi congedai con un lieve inchino
della testa.
Solo dopo mi resi conto che avevo fatto lo stesso
gesto quando li salutai in officina… sorrisi: mi sarebbe
piaciuto
chiedergli che ne fosse stato di quel maggiore petulante…
In
cucina Marija mi chiese di badare allo spezzatino e di friggere le
pizzette, mentre lei arrostiva il capretto sulla brace. Come sempre
iniziammo a chiacchierare spensieratamente, di tutto e di niente,
come se stessimo divertendoci, invece di lavorare. Il tempo sembrava
scivolarmi via dalle dita ogni volta che sprofondavo in quelle
sensazioni di pace e familiarità. Sarei potuta rimanere li
tutta la vita, se fosse dipeso da me…
Quando tutto fu pronto
Marija mi diede l’ok per portare tutto ai clienti che avevano
fatto
l’ordinazione. Era un tavolo poco discosto da quello del
maggiore
Hughes, e mentre servivo avvertii a pelle che stava osservando ogni
mio gesto. Quando ebbi finito feci per andarmene, ma uno dei quattro
militari mi bloccò per il polso.
- Ma lo sai che sei
proprio carina?- mi domandò con voce untuosa, ubriaca,
mentre
mi tirava a sé.
Un brivido di inquietudine mi serpeggiò
lungo la spina dorsale: ma com’era possibile che tutti i
maschi che
incontravo fossero interessati a me solo in quel senso?
Certo, mi
ero resa conto da un po’ che iniziavo a somigliare a mia
madre in
maniera impressionante, che la sua delicata bellezza in qualche modo
si era trasmessa a me, ma tutto quello mi sembrava eccessivo!
- Mi
lasci!- sibilai.
- Su, su, non fare la ritrosa e vieni a sederti
con noi!- e con uno strattone mi ritrovai seduta sulle sue
ginocchia.
Mi divincolai e con grande sforzo riuscii a rimettermi
in piedi, il soldato mi parve contrariato dal fatto che non volessi
prendere parte ai giochi, così si alzò in piedi
cercando di intimorirmi con la sua mole visto che mi sovrastava di
tutta la testa e le spalle.
- Mi piacciono le donne da domare, mi
diverto di più!- ghignò sollevandomi il mento con
due
dita.
Io con un gesto secco scostai la testa e puntai il mio
peggior sguardo nel suo: avevo giurato a me stessa che nessuno mi
avrebbe più toccato!
- Le chiedo per l’ultima volta di
lasciarmi il polso: sto lavorando!- .
- Altrimenti?- chiese in
tono strafottente: che poteva fare una mocciosa ad un veterano del
suo stampo?
- Non lo vuole sapere!- risposi con un ghigno ferino,
di quelli che sarebbero diventati il mio marchio di fabbrica.
-
Sto tremando di paura!- mi derise mimando un brivido.
E, dopo
avermi intrappolato di nuovo il mento, si chinò su di me per
baciarmi.
Se era quello che volevano, chi ero io per deludere le
sue aspettative?
Non avevo mai smesso di allenarmi, avevo
continuato ad addestrarmi nelle tecniche di lotta che mi aveva
insegnato la maestra, diventando sempre più veloce e
potente,
così come stavo affinando le mie capacità
alchemiche…
Per non dovermi sentire più debole ed
indifesa!
Con una gomitata ben assestata nel torace mi libera
facendolo urlare dal dolore, io, più veloce che potevo,
artigliai il suo polso e lo scaraventai contro il muro. I suoi tre
amici, dopo essere rimasti interdetti per qualche istante, mi si
avventarono contro urlando minacce, ma io li misi rapidamente al loro
posto a suon di calci e pugni. Completai l’opera creando una
gabbia
di pietra attorno a loro, incastrandoli contro la parete. Sorrisi
soddisfatta del mio operato. Il maggiore Hughes applaudì
alla
mia esibizione.
- Saya ma che accidenti ti è preso?- la
voce di Rob mi raggiunse rabbiosa alle orecchie.
- Rob io…- .
-
Tu cosa?! Hai attaccato quattro militari! Ti ha dato di volta il
cervello?- .
- Mi sono solo difesa Rob!- .
- Difesa?! Quello
non è ‘difendersi’ è
maciullare le persone! Cosa
credi che succederà adesso che hai fatto il tuo show?- e mi
afferrò all’avambraccio forte.
- Rob calmati! Hanno avuto
solo quello che si meritavano!- .
- Sono loro quelli che
comandano, lo capisci? Noi siamo solo dei poveri ristoratori, senza
questo locale siamo finiti, a questo non ci hai pensato prima di
passare alle mani?- urlò scuotendomi con violenza.
Quella
situazione cominciava a non piacermi: ero io quella che era stata
importunata, ed adesso venivo rimproverata?
- Che stai cercando di
dirmi, Rob?- credo che in qualche modo avessi in qualche modo intuito
dove volesse arrivare.
- Sei licenziata! Ti do tre giorni per
liberare l’appartamento e sparire!- e, con un forte
strattone, mi
lasciò andare.
Guardai la figura enorme di Rob che si
allontanava, senza riuscire a capire le sue ultime parole, come se
fossero state pronunciate in un’altra lingua.
Poi, alla fine,
riuscii a comprenderne il senso.
Le lacrime mi risalirono la gola,
bruciando come acido negli occhi; mentre un vuoto gelido mi dilagava
nel cuore: avevo perso di nuovo tutto!
Avevo lottato per non farmi
sottomettere, per rimanere coerente con quello che rimaneva di me
stessa, per non ripetere quell’esperienza che ancora
imputridiva le
mie ferite… e venivo buttata fuori!
Un sorriso beffardo mi
increspò le labbra.
Dopo un anno eccomi di nuovo senza un
tetto sulla testa…
… e quella volta Ayna non avrebbe potuto
aiutarmi…
Ero sola!
Abbassai la testa chiedendomi cosa avessi
fatto di male per meritare quel destino di abbandoni continui, per
nascondere la mia vergogna…
Mi sentivo come se avessi fallito
ancora una volta!
E man mano che mi accadeva diventava peggio,
perché avevo finito con l’affezionarmi a quella
piccola
famiglia, ed ora stringevo in pugno solo un mucchio di
cenere…
Ancora
oggi non so per quanto tempo rimasi piantata nel punto in cui Rob mi
aveva licenziata senza la forza nemmeno di pensare.
- Ehi!- una
voce ed una mano sulla spalla gentili mi riportarono indietro nel mio
corpo.
Sollevai lo sguardo confusa e mi ritrovai a fissare il
volto gentile del maggiore Hughes.
- Mi dispiace per quello che ti
è accaduto! È tutta colpa di quei quattro
imbecilli che
hanno bevuto troppo e ci sei andata di mezzo tu, mi spiace!- mi disse
con un’espressione colpevole.
Scossi la testa: ormai era fatta e
non sarei mai potuta tornare indietro, non aveva senso che si
prendesse colpe non sue…
- Sei in gamba, sai?! Hai mai pensato a
diventare Alchimista di Stato?- .
Quella sua domanda a bruciapelo
mi sferzò di stupore e paura: no, non avevo mai pensato a
diventare un Alchimista di Stato, anche perché avevo solo
tredici anni e, normalmente, non sarei stata ammessa a sostenere
l’esame, ma soprattutto perché la maestra prima di
iniziare
ad insegnarmi l’alchimia di ghiaccio, mi fece promettere che
mai,
per nessuna ragione al mondo, avrei dovuto diventare un ‘cane
dell’esercito’; paura perché era come un
salto ad occhi
chiuso in un mondo di cui avevo sentito raccontare solo episodi di
violenza e repressione…
- Io un Alchimista di Stato?! Non mi
prenda in giro!- risi amaramente.
- Non sto scherzando! –
rispose lui serissimo – Forse non ti rendi conto di quello
che hai
fatto, ma ti informo che hai messo fuori gioco quattro militari
esperti! E poi non avevo mai visto nessuno usare l’alchimia
senza
prima tracciare il cerchio!- .
Quello era un mio piccolo segreto:
alla base dell’alchimia c’è il cerchi
contenente i simboli
alchemici, con quello si incanalano le forze della nature e si
può
creare qualcosa ex novo o distruggerla, senza cerchio un alchimista
è
praticamente indifeso. La maestra risolse il problema in modo
piuttosto brutale: mi incise il cerchio alla base
dell’alchimia di
ghiaccio sotto la pelle dei palmi delle mani, in modo che
così
lo avrei avuto sempre a portata di mano, qualsiasi cosa fosse
accaduta, senza dover perdere tempo a tracciarlo prima.
Comunque:
le parole di Hughes mi fecero riflettere. Come Alchimista di Stato
avrei avuto tutti i privilegi di cui godeva questo corpo
dell’esercito, avrei avuto uno stipendio fisso piuttosto alto
ed
avrei potuto garantire ad Aiko la vita serena che le avevo
promesso…
… l’unico problema era la maestra Tasha: se avesse
saputo una cosa simile come minimo mi avrebbe strappato la pelle di
dosso a striscette!
Rabbrividii davanti alla prospettiva di
vedermela con una Tasha furibonda…
… ma non avevo alcuna
alternativa migliore di quella…
Hughes ancora una volta indovinò
quello che mi passava per la testa.
- L’esame è fra sei
mesi, il 14 di ottobre, all’HQ di Central City!- .
Troppo
lontano. E glielo feci notare.
- Non ho i soldi per pagare una
stanza per tanto tempo, né tanto meno per acquistare un
biglietto per così lontano!- gli confessai.
- Quanto tempo
puoi permetterti di pagare un affitto?- .
- Massimo un paio di
mesi!- .
- Scusa se te lo chiedo, ma che ne hai fatto dello
stipendio che ti hanno dato qui?- mi domandò
perplesso.
Evidentemente era preoccupato che fossi un elemento
sbandato, che magari facevo uso di droghe o cose simili…
- Una
parte dello stipendio viene detratta per pagare la stanza che mi
avevano affittato, il resto lo mando a mia sorella. Per me tengo
quanto mi basta a tirare avanti!- .
Un sospiro sollevato gli uscì
dalle labbra: vista la sua indole gentile ed altruista, credo che
infondo gli sarebbe dispiaciuto abbandonarmi a me stessa…
Non
fece altre domande, ma invece mi espose la sua idea.
- In questo
caso ti anticiperò io il resto!- .
- Non posso approfittare
così della sua gentilezza!- come poteva fare proposte simile
ad una persona appena conosciuta?
Era uguale ad Ayna e suo marito…
avrei perso anche la sua amicizia per i miei colpi di testa? Non
sapevo perché, ma non avrei sopportato di perdere anche una
persona come lui…
- È solo un prestito, me li restituirai
quando inizierai a lavorare!- .
- E se non riuscissi a passare
l’esame?- .
- Sono sicuro che passerai l’esame! –
esclamò
con una sicurezza sconcertante – Per quanto riguarda il
biglietto
del treno viaggeremo insieme, dato che anch’io devo tornare a
Central a causa degli esami!-.
Ero scettica sul risultato, ma non
potevo permettermi di fare altrimenti.
Il giorno dopo Hughes si
offrì di aiutarmi a trovare una stanza da affittare, diceva
che non mi avrebbero negato niente se mi avessero visto in compagnia
di un ufficiale dell’esercito, ma decisi comunque di andare
da
sola: erano anni che badavo a me stessa da sola e non avrei ammesso
interferenze nelle mie scelte, ormai mi piaceva fare a modo mio,
anche se non sempre i risultati erano ottimi… Nel pomeriggio
ne
trovai una, l’edificio si trovava in una zona piuttosto
malfamata
della città, ero piuttosto sicura che Hughes mi avrebbe
proibito di prenderla, ma io non ci pensai su due volte: a causa
dalla zona l’affitto era piuttosto basso e quindi,
risparmiando più
che potevo, avrei potuto permettermi di pagare l’affitto per
qualche mese in più e pesare meno sul maggiore.
Quel
pomeriggio stesso sgombrai la camera che Ayna e Rob mi avevano
affittato. Nessuno dei due si fece vedere, in compenso Marija mi
aspettò sulla soglia del ristorante insieme agli altri
camerieri per salutarmi. Marija mi saltò al collo e pianse a
lungo, dicendomi che quello che aveva fatto Rob non era
giusto… poi
mi diede una scatola in cui aveva messo tutti i miei piatti
preferiti… la ringraziai.
Quando voltai loro le spalle ed
iniziai ad allontanarmi, mi sembrò di aver lasciato una
parte
di me in quel posto. Sembra una frase fatta, di quelle che si trovano
nei peggior romanzi, ma è così: quella era
diventata
una seconda famiglia per me, e quando si lasciano delle persone care
si prova solo dolore, rimpianto, angoscia… ci si chiede
all’infinito se si sarebbe potuta evitare quella
rottura… ma non
si hanno risposte al cataclisma che sconvolge l’anima in quei
momenti, solo tanta solitudine e confusione…
Sono ritornata al
‘Greedy’ qualche anno dopo, per rivedere i miei
vecchi amici, ma
il tempo non aveva risparmiato neanche quell’oasi felice!
Ayna
era morta qualche tempo prima divorata dal cancro e Rob non aveva
retto. Aveva iniziato a bere ed a giocare d’azzardo, e le
uscite
erano diventate più delle entrare, rischiando il fallimento
aveva chiesto aiuto e si era indebitato fino al collo, così
alla fine aveva dovuto vendere il locale e poi era scomparso nel
nulla, nessuno seppe mai dove fosse finito…
Quando entrai mi
sembrò di ritrovarmi in un altro posto… Era
mezzogiorno e di
solito a quell’ora il locale era affollato, i ragazzi
sfrecciavano
tra i tavoli con i vassoi pieni, dalle cucine si sentivano le urla di
Marija che impartiva ordini su quali ingredienti usare e come
cuocerli, Ayna sarebbe stata dietro la cassa, mentre Rob osservava
torvo i suoi ragazzi da dietro il bancone del bar…
La calda
atmosfera familiare e rilassata era stata sostituita dal freddo
grigiore dell’etichetta.
Il vociare, le battutine a doppio
senso, le risate, le chiacchiere che ci si scambiava con i clienti
mentre servivamo…
… non c’era più nulla…
Non
c’era più nessuno dei ragazzi con cui io avevo
lavorato…
ed i clienti erano pochi e tutti persi dietro i fatti loro.
Entrai
nelle cucine e mi trovai davanti una Marija invecchiata e spenta, che
rimestava pesantemente in un enorme calderone sospeso sul fuoco del
camino. Appena mi vide le si riempirono gli occhi di lacrime a
vedermi viva ed in buona salute, lei mi immaginava morta sul bordo di
una strada nel migliore dei casi.
Fu lei a raccontarmi cosa era
successo al ‘Greedy’, ad Ayna ed a Rob.
Comunque il giorno
dopo Hughes si presentò nella stanza che avevo affittato,
nonostante avesse sul viso un’espressione visibilmente
contrariata
non mi disse nulla, anzi entrò e rovesciò sul
ripiano
del tavolo una catasta di libri.