FALL DOWN

Capitolo III

Riaprii gli occhi dopo molto tempo, avvertendo qualcosa di fresco sulla fronte ed un calore rassicurante sulla guancia. Sollevare le palpebre si rivelò essere particolarmente fatico, ma quando ci riuscì vidi solo un miscuglio sfocato di colori. Pian piano la vista ritornò a schiarirsi ed un volto gentile si chinò su di me. Lentamente il mio cervello in panne riconobbe una cascata di ricci ramati, poi dolci occhi nocciola su di un volto dai lineamenti comuni ed un po’ marcati, ma comunque gradevoli.
- Come stai?- mi chiese e la sua voce risuonò un po’ maschile.
- Male!- risposi biascicando le lettere.
- Bene! Se hai energia per essere di pessimo umore dopo essere stata ad un passo dalla morte, vuol dire che stai molto meglio!- esclamò allegramente.
- Che è successo?- avrei voluto chiedere anche dove fossi, ma me ne mancarono le forze.
- Ti ho trovata quattro giorni fa svenuta davanti il portone di casa mia, ti ho raccolta e portata qui!- .
- Grazie!- .
- E di cosa?! Chiunque si fosse trovato al posto mio lo avrebbe fatto!- esclamò con una sicurezza che mi stupì.
Avevo visto fino alla nausea a quanto si riducesse la solidarietà di chi aveva la sicurezza di uno stipendio e di una casa in cui ripararsi, quindi quelle parole non mi convinsero fino in fondo… forse quella donna voleva qualcosa da me…
- Ah, io mi chiamo Ayna!- .
- Saya!- risposi appena.
- Saya che ti è successo?- la sua voce era ora così seria ed accorata che non riuscii a tirarmi indietro.
Lentamente ed a fatica le raccontai cosa era stata la mia vita fino ad allora, naturalmente omisi le violenze che avevo subito nell’officina meccanica e la mia disavventura ad Ishibala… erano eventi troppo personali per poter essere divisi con qualcun altro, ancora oggi non ne ho fatto parola con nessun altro, a parte la maestra… Ayna ascoltò attentamente ogni parola, in silenzio, senza commentare. Solo i suoi occhi rivelavano il turbamento che le mie parole le disegnavano dentro… Quando la mia voce si spense, lei rimase ancora un po’ in silenzio.
- Mio marito Rob gestisce il ristorante sotto casa, appena ti riprenderai inizierai a lavorare li! Ti affitteremo questa stanza e detrarremo i soldi dal tuo stipendi, ma ti assicuro che non sarà niente di oneroso!- decide con un tono che non ammette obiezioni.
- Cosa?!… io non…- provai a balbettare.
Non sapevo cosa fosse accaduto, né cosa pensare di quella disposizione… era statu tutto troppo veloce ed io non riuscivo più a fidarmi delle persone…
- Niente proteste! Dove credi di andare in queste condizioni Saya? Sei così denutrita che non ti reggi nemmeno in piedi e con questo freddo hai preso una bella bronchite!- .
- Cosa vuoi da me in cambio?- le chiesi senza mezzi termini.
Un lampo di sorpresa le attraversò gli occhi, poi le sue labbra si distesero in un sorriso dolce e malinconico.
- Niente! Non voglio assolutamente niente da te! Tranne aiutarti! Lo so che con quello che hai passati ti è difficile fidarti ancora, ma credimi: non ho secondi fini!- .
Quello sguardo era troppo limpido e sincero per poter nascondere qualcosa, per la prima volta da quando ero partita da Tobah, provai il desiderio di fidarmi di qualcun altro che non fossi io, ma soprattutto avevo vagabondato troppo a lungo per la città, per permettermi di rifiutare un’offerta così generosa… quindi, mettendo per la prima volta da parte il mio orgoglio spropositato, accettai!
Iniziai a lavorare al ‘Greedy’ un paio di settimane dopo, nonostante le perplessità di Ayna che voleva tenermi a letto ancora un po’. La febbre era calata completamente, iniziavo a sentirmi già più in forze e non mi piaceva approfittare troppo della loro disponibilità. In tutto quel periodo che ero costretta a letto Ayna con la scusa di tenermi compagnia, mi teneva d’occhio costantemente: a causa del mio forzato e prolungato digiuno, non avevo più molta voglia di mangiare, certo avvertivo la fame, ma quando arrivava il momento di buttare giù qualcosa sentivo come se lo stomaco si sigillasse. Ma grazie alle sue insistenze ero riuscita a prendere un po’ di peso ed a tornare ad un’alimentazione quasi normale.
Anche suo marito era venuto a trovarmi qualche volta: Rob era un uomo enorme, con braccia così muscolose da sembrare rami di una quercia, con un grembiule macchiato sopra la maglia ed i jeans neri. Aveva l’aria truce, ma si rivelò essere una persona molto gentile.
Ayna e Rob sono stati i miei migliori amici in quel periodo: quante altre persone mi avrebbero preso in casa loro e dato un lavoro?! Poche credo, nonostante le parole di Ayna…
Il lavoro nel ristorante era duro, ma io avevo già sulle spalle l’esperienza dell’officina, quindi non ebbi troppi problemi. Il locale era aperto da mezzogiorno a notte inoltrata e stranamente c’era sempre qualcuno. Per lo più servivo ai tavoli, ma mi è capitato anche di lavorare in cucina: è stato al ‘Greedy’ infatti che ho imparato a cucinare. Marija, la capocuoca, mi aveva presa sotto la sua ala protettrice, ed usava ogni occasione per insegnarmi qualche nuovo piatto. Adoravo quando i suoi occhi verdi si illuminavano entusiasti perché ero riuscita a cucinare alla perfezione una delle sue ricette.
Era un bell’ambiente, profumava di affetto familiare, ed io mi sentivo come a casa!
Quello è stato uno dei periodi più tranquilli e felici che ho avuto nella mia vita, qualcosa che non cambierei con nient’altro al mondo! Ma mi mancavano Aiko e la maestra! Le sentivo ogni tanto per lettera, e per fortuna la maestra non fece mai domande sui miei sei mesi di assoluto silenzio, e di questo le fui molto grata, ma non ero più tornata a Tobah, ormai non le vedevo da quasi tre anni!
A volte il maggiore che avevo incrociato nell’officina meccanica mi ritornava alla mente… mi sorprendevo a chiedermi cosa stesse facendo, dove fosse, se si ricordasse ancora del ragazzino che gli aveva riparato la macchina mesi prima…
Poi sorridevo dandomi della stupida: probabilmente mi aveva cancellato dalla memoria appena varcato il cancello dell’officina! E mi faceva male pensare che non ero riuscita a lasciare nemmeno una debole traccia dentro quel ragazzo che sembrava aver marchiato la mia anima…
L’anno successivo persi nuovamente il mio lavoro, per poi ritrovarmi senza nemmeno saper come con a fare il lavoro che ancora oggi svolgo.
Quella sera il ‘Greedy’ era invaso di militari. Il vino scorreva a fiumi, così come infinite sembravano le ordinazioni di cibo. Ayna mi chiese di servire ai tavoli e durante le pause di aiutare Marija in cucina, se avesse avuto bisogno d’aiuto. Acconsentii di buon grado: la fatica fisica ed i lavori manuali non mi avevano mai spaventato, fin da quando ero ancora a Tonbah. Mentre servivo ad un tavolo più defilato, posizionato contro la parete di fondo della sala, mi resi conto che avevo già visto quell’ufficiale che mi fissava con aria divertita. Aveva un viso gioviale, allegri occhi castani dietro gli occhiali rettangolari… Lo osservai per un po’, non riuscendo a ricordare dove lo avessi già visto, poi, come un fulmine, il ricordo di quell’uomo mi attraverso il cervello: era l’ufficiale di polizia militare che accompagnava l’Alchimista di Stato a cui avevo riparato l’auto, tempo prima! E solo in quel momento mi resi conto che aveva anche lui i gradi da maggiore…
- Lei?- esclamai sorpresa, senza riuscire a controllarmi.
Lui mi osservò ancora un attimo, poi il suo ghigno si ampliò.
- E così non sei un maschietto…- disse più a se stesso che agli altri.
La mia espressione ancora più stupita dovette bastargli a fargli capire la domanda che mi si agitava nella testa: come diavolo era riuscito a riconoscermi? Ora ero più alta, i capelli erano così lunghi che mi arrivavano alle spalle ed Ayna e Marija avevano insistito perché io smettessi gli abiti maschili ed iniziassi ad indossare vestiti più femminili…
- I tuoi occhi! – rispose semplicemente addolcendo il suo sorriso – Il tuo viso è rimasto pressoché identico, sembri solo più adulta, ma sono stati i tuoi occhi a tradirti! Non ci sono altri occhi come i tuoi in tutto il mondo, credo…- .
Un piccolo sorriso mi incurvò le labbra: in effetti non avevo mai pensato all’unicità della mia situazione… quanti erano al mondo quelli che potevano vantarsi di essere per metà Ishibarita?
- Comunque sono contento che tu abbia cambiato lavoro! Quello di prima non faceva per te!- parlava con il tono di chi è amico da tanto tempo.
E mi piaceva, devo ammetterlo. Mi piaceva l’idea di avere qualcuno con cui parlare in quel modo, al di fuori di Ayna e Rob.
- Anch’io!- risposi solo questo, ma credo che il tono che usai spiegò meglio delle parole quello che volessi intendere.
- Già… mi sembra che qui stai molto meglio…- constatò guardandosi intorno.
- I padroni del ristorante sono stati molto gentili con me!- sorrisi.
- Saya potresti venire ad aiutare Marija in cucina?- mi chiamò Rob.
- Certo!- risposi recuperando il vassoio con i piatti sporchi.
- Saya? È un bel nome! Io mi chiamo Maes Hughes.- .
- Con permesso…- mi congedai con un lieve inchino della testa.
Solo dopo mi resi conto che avevo fatto lo stesso gesto quando li salutai in officina… sorrisi: mi sarebbe piaciuto chiedergli che ne fosse stato di quel maggiore petulante…
In cucina Marija mi chiese di badare allo spezzatino e di friggere le pizzette, mentre lei arrostiva il capretto sulla brace. Come sempre iniziammo a chiacchierare spensieratamente, di tutto e di niente, come se stessimo divertendoci, invece di lavorare. Il tempo sembrava scivolarmi via dalle dita ogni volta che sprofondavo in quelle sensazioni di pace e familiarità. Sarei potuta rimanere li tutta la vita, se fosse dipeso da me…
Quando tutto fu pronto Marija mi diede l’ok per portare tutto ai clienti che avevano fatto l’ordinazione. Era un tavolo poco discosto da quello del maggiore Hughes, e mentre servivo avvertii a pelle che stava osservando ogni mio gesto. Quando ebbi finito feci per andarmene, ma uno dei quattro militari mi bloccò per il polso.
- Ma lo sai che sei proprio carina?- mi domandò con voce untuosa, ubriaca, mentre mi tirava a sé.
Un brivido di inquietudine mi serpeggiò lungo la spina dorsale: ma com’era possibile che tutti i maschi che incontravo fossero interessati a me solo in quel senso?
Certo, mi ero resa conto da un po’ che iniziavo a somigliare a mia madre in maniera impressionante, che la sua delicata bellezza in qualche modo si era trasmessa a me, ma tutto quello mi sembrava eccessivo!
- Mi lasci!- sibilai.
- Su, su, non fare la ritrosa e vieni a sederti con noi!- e con uno strattone mi ritrovai seduta sulle sue ginocchia.
Mi divincolai e con grande sforzo riuscii a rimettermi in piedi, il soldato mi parve contrariato dal fatto che non volessi prendere parte ai giochi, così si alzò in piedi cercando di intimorirmi con la sua mole visto che mi sovrastava di tutta la testa e le spalle.
- Mi piacciono le donne da domare, mi diverto di più!- ghignò sollevandomi il mento con due dita.
Io con un gesto secco scostai la testa e puntai il mio peggior sguardo nel suo: avevo giurato a me stessa che nessuno mi avrebbe più toccato!
- Le chiedo per l’ultima volta di lasciarmi il polso: sto lavorando!- .
- Altrimenti?- chiese in tono strafottente: che poteva fare una mocciosa ad un veterano del suo stampo?
- Non lo vuole sapere!- risposi con un ghigno ferino, di quelli che sarebbero diventati il mio marchio di fabbrica.
- Sto tremando di paura!- mi derise mimando un brivido.
E, dopo avermi intrappolato di nuovo il mento, si chinò su di me per baciarmi.
Se era quello che volevano, chi ero io per deludere le sue aspettative?
Non avevo mai smesso di allenarmi, avevo continuato ad addestrarmi nelle tecniche di lotta che mi aveva insegnato la maestra, diventando sempre più veloce e potente, così come stavo affinando le mie capacità alchemiche…
Per non dovermi sentire più debole ed indifesa!
Con una gomitata ben assestata nel torace mi libera facendolo urlare dal dolore, io, più veloce che potevo, artigliai il suo polso e lo scaraventai contro il muro. I suoi tre amici, dopo essere rimasti interdetti per qualche istante, mi si avventarono contro urlando minacce, ma io li misi rapidamente al loro posto a suon di calci e pugni. Completai l’opera creando una gabbia di pietra attorno a loro, incastrandoli contro la parete. Sorrisi soddisfatta del mio operato. Il maggiore Hughes applaudì alla mia esibizione.
- Saya ma che accidenti ti è preso?- la voce di Rob mi raggiunse rabbiosa alle orecchie.
- Rob io…- .
- Tu cosa?! Hai attaccato quattro militari! Ti ha dato di volta il cervello?- .
- Mi sono solo difesa Rob!- .
- Difesa?! Quello non è ‘difendersi’ è maciullare le persone! Cosa credi che succederà adesso che hai fatto il tuo show?- e mi afferrò all’avambraccio forte.
- Rob calmati! Hanno avuto solo quello che si meritavano!- .
- Sono loro quelli che comandano, lo capisci? Noi siamo solo dei poveri ristoratori, senza questo locale siamo finiti, a questo non ci hai pensato prima di passare alle mani?- urlò scuotendomi con violenza.
Quella situazione cominciava a non piacermi: ero io quella che era stata importunata, ed adesso venivo rimproverata?
- Che stai cercando di dirmi, Rob?- credo che in qualche modo avessi in qualche modo intuito dove volesse arrivare.
- Sei licenziata! Ti do tre giorni per liberare l’appartamento e sparire!- e, con un forte strattone, mi lasciò andare.
Guardai la figura enorme di Rob che si allontanava, senza riuscire a capire le sue ultime parole, come se fossero state pronunciate in un’altra lingua.
Poi, alla fine, riuscii a comprenderne il senso.
Le lacrime mi risalirono la gola, bruciando come acido negli occhi; mentre un vuoto gelido mi dilagava nel cuore: avevo perso di nuovo tutto!
Avevo lottato per non farmi sottomettere, per rimanere coerente con quello che rimaneva di me stessa, per non ripetere quell’esperienza che ancora imputridiva le mie ferite… e venivo buttata fuori!
Un sorriso beffardo mi increspò le labbra.
Dopo un anno eccomi di nuovo senza un tetto sulla testa…
… e quella volta Ayna non avrebbe potuto aiutarmi…
Ero sola!
Abbassai la testa chiedendomi cosa avessi fatto di male per meritare quel destino di abbandoni continui, per nascondere la mia vergogna…
Mi sentivo come se avessi fallito ancora una volta!
E man mano che mi accadeva diventava peggio, perché avevo finito con l’affezionarmi a quella piccola famiglia, ed ora stringevo in pugno solo un mucchio di cenere…
Ancora oggi non so per quanto tempo rimasi piantata nel punto in cui Rob mi aveva licenziata senza la forza nemmeno di pensare.
- Ehi!- una voce ed una mano sulla spalla gentili mi riportarono indietro nel mio corpo.
Sollevai lo sguardo confusa e mi ritrovai a fissare il volto gentile del maggiore Hughes.
- Mi dispiace per quello che ti è accaduto! È tutta colpa di quei quattro imbecilli che hanno bevuto troppo e ci sei andata di mezzo tu, mi spiace!- mi disse con un’espressione colpevole.
Scossi la testa: ormai era fatta e non sarei mai potuta tornare indietro, non aveva senso che si prendesse colpe non sue…
- Sei in gamba, sai?! Hai mai pensato a diventare Alchimista di Stato?- .
Quella sua domanda a bruciapelo mi sferzò di stupore e paura: no, non avevo mai pensato a diventare un Alchimista di Stato, anche perché avevo solo tredici anni e, normalmente, non sarei stata ammessa a sostenere l’esame, ma soprattutto perché la maestra prima di iniziare ad insegnarmi l’alchimia di ghiaccio, mi fece promettere che mai, per nessuna ragione al mondo, avrei dovuto diventare un ‘cane dell’esercito’; paura perché era come un salto ad occhi chiuso in un mondo di cui avevo sentito raccontare solo episodi di violenza e repressione…
- Io un Alchimista di Stato?! Non mi prenda in giro!- risi amaramente.
- Non sto scherzando! – rispose lui serissimo – Forse non ti rendi conto di quello che hai fatto, ma ti informo che hai messo fuori gioco quattro militari esperti! E poi non avevo mai visto nessuno usare l’alchimia senza prima tracciare il cerchio!- .
Quello era un mio piccolo segreto: alla base dell’alchimia c’è il cerchi contenente i simboli alchemici, con quello si incanalano le forze della nature e si può creare qualcosa ex novo o distruggerla, senza cerchio un alchimista è praticamente indifeso. La maestra risolse il problema in modo piuttosto brutale: mi incise il cerchio alla base dell’alchimia di ghiaccio sotto la pelle dei palmi delle mani, in modo che così lo avrei avuto sempre a portata di mano, qualsiasi cosa fosse accaduta, senza dover perdere tempo a tracciarlo prima.
Comunque: le parole di Hughes mi fecero riflettere. Come Alchimista di Stato avrei avuto tutti i privilegi di cui godeva questo corpo dell’esercito, avrei avuto uno stipendio fisso piuttosto alto ed avrei potuto garantire ad Aiko la vita serena che le avevo promesso…
… l’unico problema era la maestra Tasha: se avesse saputo una cosa simile come minimo mi avrebbe strappato la pelle di dosso a striscette!
Rabbrividii davanti alla prospettiva di vedermela con una Tasha furibonda…
… ma non avevo alcuna alternativa migliore di quella…
Hughes ancora una volta indovinò quello che mi passava per la testa.
- L’esame è fra sei mesi, il 14 di ottobre, all’HQ di Central City!- .
Troppo lontano. E glielo feci notare.
- Non ho i soldi per pagare una stanza per tanto tempo, né tanto meno per acquistare un biglietto per così lontano!- gli confessai.
- Quanto tempo puoi permetterti di pagare un affitto?- .
- Massimo un paio di mesi!- .
- Scusa se te lo chiedo, ma che ne hai fatto dello stipendio che ti hanno dato qui?- mi domandò perplesso.
Evidentemente era preoccupato che fossi un elemento sbandato, che magari facevo uso di droghe o cose simili…
- Una parte dello stipendio viene detratta per pagare la stanza che mi avevano affittato, il resto lo mando a mia sorella. Per me tengo quanto mi basta a tirare avanti!- .
Un sospiro sollevato gli uscì dalle labbra: vista la sua indole gentile ed altruista, credo che infondo gli sarebbe dispiaciuto abbandonarmi a me stessa…
Non fece altre domande, ma invece mi espose la sua idea.
- In questo caso ti anticiperò io il resto!- .
- Non posso approfittare così della sua gentilezza!- come poteva fare proposte simile ad una persona appena conosciuta?
Era uguale ad Ayna e suo marito… avrei perso anche la sua amicizia per i miei colpi di testa? Non sapevo perché, ma non avrei sopportato di perdere anche una persona come lui…
- È solo un prestito, me li restituirai quando inizierai a lavorare!- .
- E se non riuscissi a passare l’esame?- .
- Sono sicuro che passerai l’esame! – esclamò con una sicurezza sconcertante – Per quanto riguarda il biglietto del treno viaggeremo insieme, dato che anch’io devo tornare a Central a causa degli esami!-.
Ero scettica sul risultato, ma non potevo permettermi di fare altrimenti.
Il giorno dopo Hughes si offrì di aiutarmi a trovare una stanza da affittare, diceva che non mi avrebbero negato niente se mi avessero visto in compagnia di un ufficiale dell’esercito, ma decisi comunque di andare da sola: erano anni che badavo a me stessa da sola e non avrei ammesso interferenze nelle mie scelte, ormai mi piaceva fare a modo mio, anche se non sempre i risultati erano ottimi… Nel pomeriggio ne trovai una, l’edificio si trovava in una zona piuttosto malfamata della città, ero piuttosto sicura che Hughes mi avrebbe proibito di prenderla, ma io non ci pensai su due volte: a causa dalla zona l’affitto era piuttosto basso e quindi, risparmiando più che potevo, avrei potuto permettermi di pagare l’affitto per qualche mese in più e pesare meno sul maggiore.
Quel pomeriggio stesso sgombrai la camera che Ayna e Rob mi avevano affittato. Nessuno dei due si fece vedere, in compenso Marija mi aspettò sulla soglia del ristorante insieme agli altri camerieri per salutarmi. Marija mi saltò al collo e pianse a lungo, dicendomi che quello che aveva fatto Rob non era giusto… poi mi diede una scatola in cui aveva messo tutti i miei piatti preferiti… la ringraziai.
Quando voltai loro le spalle ed iniziai ad allontanarmi, mi sembrò di aver lasciato una parte di me in quel posto. Sembra una frase fatta, di quelle che si trovano nei peggior romanzi, ma è così: quella era diventata una seconda famiglia per me, e quando si lasciano delle persone care si prova solo dolore, rimpianto, angoscia… ci si chiede all’infinito se si sarebbe potuta evitare quella rottura… ma non si hanno risposte al cataclisma che sconvolge l’anima in quei momenti, solo tanta solitudine e confusione…
Sono ritornata al ‘Greedy’ qualche anno dopo, per rivedere i miei vecchi amici, ma il tempo non aveva risparmiato neanche quell’oasi felice!
Ayna era morta qualche tempo prima divorata dal cancro e Rob non aveva retto. Aveva iniziato a bere ed a giocare d’azzardo, e le uscite erano diventate più delle entrare, rischiando il fallimento aveva chiesto aiuto e si era indebitato fino al collo, così alla fine aveva dovuto vendere il locale e poi era scomparso nel nulla, nessuno seppe mai dove fosse finito…
Quando entrai mi sembrò di ritrovarmi in un altro posto… Era mezzogiorno e di solito a quell’ora il locale era affollato, i ragazzi sfrecciavano tra i tavoli con i vassoi pieni, dalle cucine si sentivano le urla di Marija che impartiva ordini su quali ingredienti usare e come cuocerli, Ayna sarebbe stata dietro la cassa, mentre Rob osservava torvo i suoi ragazzi da dietro il bancone del bar…
La calda atmosfera familiare e rilassata era stata sostituita dal freddo grigiore dell’etichetta.
Il vociare, le battutine a doppio senso, le risate, le chiacchiere che ci si scambiava con i clienti mentre servivamo…
… non c’era più nulla…
Non c’era più nessuno dei ragazzi con cui io avevo lavorato… ed i clienti erano pochi e tutti persi dietro i fatti loro.
Entrai nelle cucine e mi trovai davanti una Marija invecchiata e spenta, che rimestava pesantemente in un enorme calderone sospeso sul fuoco del camino. Appena mi vide le si riempirono gli occhi di lacrime a vedermi viva ed in buona salute, lei mi immaginava morta sul bordo di una strada nel migliore dei casi.
Fu lei a raccontarmi cosa era successo al ‘Greedy’, ad Ayna ed a Rob.
Comunque il giorno dopo Hughes si presentò nella stanza che avevo affittato, nonostante avesse sul viso un’espressione visibilmente contrariata non mi disse nulla, anzi entrò e rovesciò sul ripiano del tavolo una catasta di libri.