FALL DOWN

Capitolo IV


Comunque il giorno dopo Hughes si presentò nella stanza che avevo affittato, nonostante avesse sul viso un’espressione visibilmente contrariata non mi disse nulla, anzi entrò e rovesciò sul ripiano del tavolo una catasta di libri.
- Ho chiesto a Roy di prestarmi i suoi libri di preparazione per l’esame da Alchimista di Stato! – mi spiegò con un enorme sorriso entusiasta – Ti ricordi di lui?- .
E come avrei potuto dimenticarmi di lui?
Per non farmi scoprire sbuffai infastidita, ma credo di essere arrossita almeno un po’, visto che Hughes ridacchiò divertito dopo avermi lanciato una breve occhiata.
Mi rifiutai categoricamente di tornare a guardarlo nell’immediato, presi uno dei libri che mi fissavano minacciosi dal tavolo e lo sfogliai. Alcune le nozioni e procedimenti li conoscevo, ma per altri avrei dovuto cavarmela da sola.
- Se solo Roy fosse ancora qui a South City gli avrei chiesto di darti una mano!- sospirò veramente dispiaciuto.
Per carità! Era una prospettiva agghiacciante per me, quella di ritrovarmi sotto le sue iridi di pece bollente!
- Cosa gli ha detto di questa storia?- risposi così alla sua frase di prima.
- Per prima cosa smettila di darmi del lei: mi fai sentire vecchio! – mi sgridò cercando di nascondere il suo onnipresente sorriso – Prova!- .
Io lo guardai un secondo indecisa: era quello che voleva!
- Allora Maes che hai raccontato di questa storia al tuo indisponente compare?- lo presi in giro sfoderando il mio sorriso più malandrino.
Hughes mi fisso stupefatto: non si sarebbe mai aspettato una reazione simile da un tipo taciturno e freddo come me, poi scoppiò a ridere divertito e soddisfatto.
Ed era bella quell’atmosfera distesa che quell’uomo era capace di creare dal niente, solo con la sua presenza. Con Maes mi sono sempre sentita a casa, in presenza di un fratello maggiore, mi faceva sentire calma, serene e soprattutto me stessa. Un dono impagabile in quel periodo!
- Oh, così va molto meglio! – ridacchiò – Comunque sta’ tranquilla: gli ho detto solo che avevo trovato un’alchimista di prim’ordine che sarebbe potuto diventare un ottimo alleato! E lui allora è stato ben felice di collaborare!- .
- Immagino!- risposi sarcastica - Lo avrai dovuto pregare in ginocchio per farti prestare questi libri, vero?!- .
- Ah, vedo che hai già capito come funziona con Roy Mustang, eh?!- rise ancora più forte.
- Mi ricordo il nostro primo incontro! – borbottai con una smorfia contrariata – Ancora una parola e lo avrei strozzato!- .
Un’altra risata divertita fu la risposta di Hughes.
In quei sei mesi non uscii mai da quella stanza, studiai fino alla nausea, fino a farmi esplodere in testa vere e proprie emicranie. Ogni tanto Hughes veniva a trovarmi per farmi compagnia e vedere a che punto ero.
Il mio dolce amico, l’unico ad essere stato capace di diventare il punto fisso della mia vita… ha saputo starmi vicino nonostante non condividesse le mie scelte, nonostante ci fossero migliaia di chilometri tra noi…
Non saprò mai trovare il modo per sdebitarmi per tutto quello che è stato capace di darmi…
Per farla breve passai l’esame da Alchimista di Stato con un punteggio abbastanza alto, oltretutto! Hughes era orgogliosissimi di me!
Detto fra noi non ho creduto nemmeno per un attimo di potercela fare, c’erano migliaia di aspiranti alchimisti perché avrebbero dovuto scegliere proprio me?
Invece il mio esame scritto risultò uno dei migliori, nonostante avessi studiato da sola, mentre la mia prova pratica fu praticamente eccellente!
Quell’anno la commissione d’esame decise che i candidati avrebbero dovuto scontrarsi in duelli alchemici, potevamo fare qualunque cosa, chi feriva gravemente o uccideva il proprio avversario sarebbe stato espulso seduta stante. Io sorrisi soddisfatta: ero l’allieva della venerabile Tasha, mi aveva addestrato a duellare fin da piccolissima, sarebbe stato un gioco da ragazzi per me. Uno dei generali estrasse da un’urna i nomi per gli accoppiamenti, il mio avversario era un gigante di almeno due metri, enorme come un armadio, con i muscoli gonfi e tesi e duri come rocce; al suo confronto mi sentivo tanto una mosca! L’uomo sorrise credendo di avere già la vittoria in tasca, mentre gli altri candidati, tutt’intorno a noi, protestavano per la fortuna che gli era toccata a vedersela con una come me. Inspirai lentamente, cancellando tutto quello che non era il mio avversario dalla mente, rilassandomi e scacciando la tensione: avevo tutte le carte in regola per vincere e dovevo farlo ad ogni costo per me ed Aiko, non contava niente la stazza. Il nostro incontro fu molto veloce, quasi deludente, quell’energumeno era troppo sicuro di sé e troppo lento a causa del suo fisico, non mi costò quasi niente batterlo: con l’alchimia era capace di rivestire il suo corpo di una spessa corazza ricavata dalla trasmutazione della terra, con il pugno così rivestito cercò di colpirmi allo stomaco, ma, grazie al mio fisico più esile, lo schivai facilmente passandogli accanto, rivestendo quella corazza con uno strato di ghiaccio, solo una luce azzurrina che si liberò dalle mie mani senza prima tracciare il cerchio alchemico, e mi allontanai subito da lui. Ritornai al mio posto creando una lancia dalla terra battuta dell’arena, mettendomi in posizione di guardia, mentre attendevo che il ghiaccio si sciogliesse e l’acqua penetrasse nella terra indurita trasformandola in fango. Anche quell’energumeno creò una spada e mi coinvolse in uno scontro all’arma bianca; io veloce ed agile, lui pesante e lento. Quando la corazza si trasformò in un mantello di fango il mio avversario si ritrovò impigliato in una sostanza collosa e densa che gli impediva ogni movimento, a quel punto passai io all’attacco: più veloce che potei mi scagliai contro di lui colpendolo al ventre con un poderoso pugno che lo sbalzò all’indietro, facendolo cadere a terra svenuto. Ricordo ancora le facce stupite dei presenti, nessuno avrebbe mai scommesso nemmeno una moneta bucata su di me, come ricordo anche la sensazione di sorpresa che mi colse quando il Fuhrer mi si avvicinò, affiancato dal maggiore e da un altro paio di ufficiali e mi porse la sua mano.
- Pare che abbiamo trovato il nostro primo Alchimista di Stato!- e mi sorrise.
Solo dopo qualche secondo capii il senso delle sue parole, che ce l’avevo fatta, che adesso ero un Alchimista di Stato!
Mi sarei dovuta presentare il giorno dopo all’HQ per avere la destinazione, ma per il momento ero libera di festeggiare, mi disse.
Io sorrisi, sentivo un misto stordente di orgoglio e gioia vorticarmi nel sangue, ma riuscii lo stesso a ringraziarlo. Prima di uscire sotto gli sguardi indispettiti degli altri, guardai un’ultima volta quello spiazzo ellittico, cercavo una persona in particolare anche se non volevo ammetterlo, e quando finalmente riuscii a scorgerla mentre osservava critica un alchimista che aveva innalzato un muro di terra per proteggersi dall’attacco del suo avversario, rimasi a fissarla incantata, riempiendomi l’anima e la mente della sua figura elegante, dei suoi lineamenti affascinanti, dei suoi gesti naturalmente languidi… Una parte considerevole della mia gioia dipendeva da quella persona: ora ero un Alchimista di Stato ed avrei avuto qualche occasione per rivederlo, no?!
Sorrisi divertita dedicandomi tutti i peggiori accidenti che potevano venirmi in mente!
Era davvero un pessimo modo di iniziare, non c’era che dire!
Scossi la testa e, dopo un’ultima occhiata durante la quale quell’idiota sollevò la testa di scatto e si volse nella mia direzione, gli diedi le spalle e mi decisi ad andarmene finalmente da li.
Hughes mi aspettava sotto la pensione in cui avevo affittato la stanza, ovviamente non poteva farsi vedere in mia compagnia davanti l’HQ…
- Allora?- mi chiese impaziente.
Io mi fermai a pochi passi da lui e gli sorrisi, un sorriso vero, ampio, di quelli che faccio raramente, ma in quel momento mi venne spontaneo per ringraziarlo in qualche modo della gentilezza che aveva dimostrato nei miei confronti.
Lui comprese solo dopo un istante, ebbi solo il tempo di vedere sorridere anche lui, prima di ritrovarmi sollevata tra le sue braccia, mentre lui rideva come un matto.
Non essendo abituata a simili manifestazioni di affetto per un attimo mi irrigidii non sapendo cosa fare, ma poi capii che dovevo solo lasciarmi andare: gli passai le braccia attorno al collo e mi strinsi a lui, ridacchiando lo ringraziai.
Di più non riuscii a fare, ma credo che bastò comunque a fargli capire il mio stato d’animo, perché lui aumentò ancora di più la stretta delle sue braccia su di me e quel matto cominciò a ruotare su se stesso.
Quello fu uno dei momenti più felici della mia vita, in cui riuscii a percepire dell’affetto vero nei miei confronti dopo tanto, troppo tempo…
… un ricordo rimasto inciso indelebilmente dentro di me…
Quando riuscimmo ad entrare nella stanza Hughes si fece raccontare nei minimi dettagli quello che era accaduto al Campo d’Esame, ed io lo accontentai, tralasciando però l’ultima cosa che avevo fatto prima di uscire. Non sono mai stata brava a parlare di queste cose, ma soprattutto quella sensazione che mi aveva portato ad agire in quel modo era una cosa che non volevo dividere con nessuno, neanche con un amico come lui, perché era solo mia e poi perché temevo di non essere capita…
… infondo era un qualcosa che non capivo nemmeno io, come potevano farlo gli altri? …
Il giorno dopo mi recai all’HQ come mi aveva detto il Fuhrer. Era una struttura enorme, come non ne avevo mai viste, di un colore bianco ghiaccio che riluceva opaco sotto il sole, l’interno era ancora più lussuoso: un parquet marrone e lucido, un atrio immenso con una reception in legno altrettanto scuro e lucido, statue e quadri alle pareti per decorare il tutto…
Mi guardai intorno stupita: finalmente avevo capito dove finivano le nostre tasse…
… e quello era solo un assaggio di cosa fosse il resto…
Per un istante mi sentii terribilmente fuori posto con i miei abiti consunti e sgualciti, ma mi ripresi subito: non aveva alcun senso farmi intimorire, ora ero anch’io un Alchimista di Stato ed avevo tutto il diritto a stare li!
Mi decisi e mi avvicinai al ragazzo che stava di guardia.
Sentendo il rumore dei miei passi sul legno sollevò lo sguardo e subito la sua espressione cordiale si mutò in una smorfia di disgustata superiorità.
- Cosa posso fare per lei?- mi chiese con fredda gentilezza.
- Sono Saya Takano, ieri ho passato l’esame da Alchimista di Stato e sono qui per conoscere la mia destinazione!- .
Lui per un istante mi fissò incredulo, ma lo sguardo gelido che avevo messo su non incoraggiava a mettere in discussione le mie parole, così lui si chinò sul foglio che aveva davanti e vide che effettivamente il primo nome sulla lista dei promossi era il mio.
- Deve recarsi all’Ufficio Personale, al secondo piano. La seconda porta a destra nella parte occidentale del piano. Può prendere quelle scale.- incredibilmente il suo tono era cambiato, era diventato più educato e meno freddo ora.
Lo ringraziai e mi allontanai a passi decisi.
Ho sempre detestato la gente che ti giudica da come appari, forse perché quello è stato il metro con cui sono sempre stata valutata… Ogni volta che mi è successo ho sempre sentito il desiderio di cambiare le loro opinioni a suon di ceffoni!
Ma perché la gente si ostina a fermarsi al colore della pelle, alla condizione economica, alle ideologie e non prova a scavare più a fondo? Basterebbe anche grattare appena la superficie per comprendere che c’è altro oltre la facciata!
Ma questi sono e restano discorsi vuoti di un’idealista!
Il soldato nell’ufficio era molto chiacchierone: si complimentò con me e volle sapere a tutti i costi dove avessi studiato e, quando gli dissi che ero autodidatta, volle sapere come avessi fatti a raggiungere un’istruzione simile; solo alla fine si decise a darmi la busta contenente la mia destinazione e la sacca con la mia uniforme.
Aprii la busta solo quando mi ritrovai nella calma e familiare solitudine della mia stanza: ero stata destinata a servire al Nord, a Kuabha City, a pochi chilometri da Tobah…
Avrei potuto rivedere mia sorella e la Maestra!
Poi un spilla a forma di barra metallica mi scivolò dalla busta nel palmo della mano, mi chiesi subito cosa fosse, quindi continuai la lettura e scoprii che dato che avevo raggiunto uno dei punteggi più alti che si erano mai avuti, avevo ricevuto una nomina al merito a sargente!
Non potrò mai descrivere il senso di gioia che provai leggendo quelle poche righe!
Mi sarei dovuta presentare al comando della guarnigione entro la fine della settimana, li il mio superiore mi avrebbe consegnato l’orologio da Alchimista di Stato e mi avrebbe dato il mio nome da Alchimista…
Così nel pomeriggio disdissi l’affitto della stanza che avevo preso a Central City ed andai a cercare Maes per riferirgli la notizia. Lo trovai in uno dei baretti attorno all’HQ, come al solito, solo che aveva una compagnia piuttosto incredibile.
Me ne resi conto solo quando mi fui avvicinata tanto da farmi notare da Hughes, che appena mi scorse sorrise e mosse la mano per invitarmi ad unirmi a loro.
Notando i movimenti dell’amici anche l’altro si volse nella mia direzione.
E fu impressionante e sconvolgente ritrovarmi di nuovo, a distanza di tanto tempo, sotto lo sguardo di quelle iridi di ossidiana!
Dio, era ancora più bello di quando lo avevo incontrato all’officina!
Al Campo d’Esame lo avevo visto da lontano, ma a vederlo così da vicino me ne rendevo conto pienamente…
Mi bloccai non riuscendo a muovere un solo muscolo: per fortuna che la penombra del locale era abbastanza spessa ed io quel giorno avevo pensato di mettere il berretto!
Deglutii a vuoto un paio di volte prima che mi decidessi a calcarmi bene la visiera sul volto ed ad avanzare verso di loro. Appena gli fui accanto Hughes si alzò dallo sgabello su cui era seduto e mi abbracciò forte.
- Ciao piccola! Allora, come è andata all’HQ?- .
- Tutto bene! – risposi mentre mi scioglievo dal suo abbraccio e mi sedetti accanto a lui – Ho ricevuto la destinazione!- .
- Sul serio? E dove andrai?- .
Perché quell’uomo aveva il dono di essere entusiasta di qualsiasi cosa accadesse? Dove trovava la forza per sorridere sempre ed esse entusiasta della vita a quel modo?
Io ormai non riuscivo a provare quasi niente…
… per questo mi aggrappavo spasmodicamente a quei sorrisi che mi scioglievano sempre qualcosa dentro, ed alle iridi nero pece di Mustang che sembravano avere il potere di rivoltare come un calzino la mia anima…
… per poter ancora provare qualcosa che non fosse solo desolazione e rabbia…
Ordinai una bottiglia di birra fresca e, dopo averne bevuto un sorso, mi volsi verso di lui per rispondergli, ma l’espressione che incrociai era piuttosto infuriata. Sollevai un sopracciglio perplessa, ma lui intuì comunque quello che volevo dire.
- Da quando in qua bevi birra?- mi riprese irritato.
- Ogni tanto un sorso me lo faccio, non è mica un reato!- .
- Ma sentitela! ‘Non è mica un reato’! Hai solo tredici anni, certo che lo è, un reato! I minorenni non posso bere!- e mi sfilò la bottiglia dalla mano.
- Hughes!- ringhiai in segno di monito per farmi ridare la birra.
- No, non mi impressioni ragazzina! Per te un succo di frutta va più che bene!- .
E mi mise davanti un bicchiere enorme contenete un liquido rosso sangue. Continuai a guardare male il mio amico per un po’: mio padre è morto troppo presto perché io sapessi cosa volesse dire stare sotto la sua tutela, non ho mai saputo cosa volesse dire avere un padre, né tanto meno un padre preoccupato. In quel momento non mi sembrò una bella sensazione: per tre anni avevo fatto quello che volevo, non avevo mai avuto nessuno che si arrabbiasse se dopo il lavoro andavo a bere qualcosa e mi ritiravo un po’ alticcia, e quella mi sembrava un discreta limitazione alla mia libertà! Cioè ero stata capace di sopravvivere per strada per sei mesi senza nessuno che mi desse una mano, mi sembrava strano che ora qualcuno si preoccupasse per me! Già, molto strano…
Comunque ero troppo felice quel giorno per mettermi a litigare con Hughes, anche perché se mi fossi impuntata sul serio, credo proprio che avremmo fatto mattina…
Sbuffai irritata, puntai il gomito destro sul tavolo e sprofondai il mento nel palmo della mano, quindi con l’altra presi il bicchiere e cominciai a sorseggiare quello che scoprii essere una spremuta di melograno, tutto con la massima indisponenza, giusto per fargli capire che avevo ceduto solo perché era lui!
- Brava così! Una ragazzina come te non deve bere alcoolici, ti fanno male!- sorrise soddisfatto mentre tornò a sedersi.
Io brontolai qualcosa di incomprensibile perfino a me, prima di spostare lo sguardo verso la parete di fronte, quella dietro il bancone, su cui campeggiavano pesanti mensole di metallo lucido piene di bottiglie di liquori, mentre l’intera parete era rivestita di un enorme specchio che rifletteva tutti i clienti seduti al bancone e di sfondo la sala. Fu allora che scoprii che Mustang mi stava guardando, uno sguardo strano e penetrante, dai suoi occhi neri non traspariva nulla di quello che stava pensando in quel momento, e per questo mi misero ancora più in soggezione, mi strinsi nelle spalle ed abbassai la testa in modo che la visiera del berretto mi coprisse completamente il volto. Non sapevo perché, ma non volevo che quell’uomo scoprisse che ero quel bambino sporco ed emaciato che aveva incontrato tanto tempo prima…
… volevo che vedesse solo la persona che ero diventata…
… e quella che sarei diventata dal quel momento in poi…
- Non mi hai ancora detto cosa dove sei stata destinata!- la voce brontolona di Hughes mi distolse dai miei pensieri.
Staccai a fatica lo sguardo dalla figura di Mustang che rifletteva lo specchio e mi volsi verso il mio amico che mi fissava un po’ offeso.
- Hai ragione, scusami! Comunque sono stata destinata alla guarnigione di Kuabha City, al Nord!- .
- Caspita! È molto lontano!- commentò lui un po’ dispiaciuto.
Forse aveva sperato che rimanessi li a Central…
Io scossi la testa sorridendo.
- No, non lo è! Kuabha è vicino casa mia!- .
- Sei del Nord?! – io annuì con un gesto della testa mentre bevevo un altro sorso – Ed io che credevo che fossi nata a South City…- .
- Sono nata a Tobah City, al confine con il Nord!- .
- E perché ti sei trasferita al Sud?- .
- Questa è un’altra storia e te la racconterò un’altra volta!- .
Il mio tono fu abbastanza risolutivo, perché non toccò più l’argomento finché non fui io a raccontargli di mia spontanea volontà tutto.
Solo nel silenzio che si creò tra me, che guardavo ostinatamente una bottiglia di cherry su una delle mensole davanti a me, e Hughes che era rimasto paralizzato a fissarmi, Mustang decise di intervenire: la sua risata si levò leggera ed un po’ roca, dannatamente seducente!
Con potei esimermi di voltarmi a guardarlo: stava ridacchiando ad occhi chiusi, le labbra coperte dalle dita piegate, un gesto così discreto ed elegante, così maledettamente adatto un tipo affascinate come lui…
In quel momento mi sembrò una di quelle splendide creature fantastiche che popolavano i racconti della Maestra…
Mi diede l’impressione di un angelo che mostrava la sua innocenza fanciullesca…
… ma anche di essere un demone venuto dall’inferno che usava il proprio fascino per sedurre chiunque posasse lo sguardo su di lui per divorargli l’anima…
Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo da lui… quella posa delicata e languida che aveva assunto… la sua figura attraente delineata morbidamente dalla luce debole che c’era in quel locale…
Quella visione si dipinse nella mia mente, ed ancora torna a tormentarmi nei momenti di disperazione più profonda, più vivida che mai…
- Ehi, Roy: che ti piglia?- domandò Hughes perplesso.
- Niente, niente…- rispose tra la ridarella – E’ solo che la tua amica è troppo carina!- e mi lanciò una lunga occhiata in tralice.
Io… carina?
In quel momento credo che assunsi un’espressione degna di un pesce lesso a quell’uscita!
Stava dicendo sul serio oppure…? Non riuscivo a capirlo…
Poi notai il luccichio divertito nelle sue iridi: mi stava prendendo in giro!
Certo! Che altro potevo aspettarmi?!
- Che accidenti sta dicendo?- scattai.
Il mio motto è sempre stato: attacca sempre, non farti mai ridurre a difenderti!
Ed è quello che feci anche allora: Mustang continuava a guardarmi ridendo ed io non ero sicura se mi stesse prendendo in giro o meno, così reagì mordendo e graffiando.
- Che sei molto carina quando fai la sostenuta!- continuò imperterrito.
- Io non faccio la sostenuta!- ringhiai tanto per sottolineare il concetto.
- Oh, si che la fai! La stai facendo anche ora, e sei semplicemente adorabile!- e mi strizzò l’occhio con quel suo fare così tipicamente strafottente, mentre continuava a ghignare.
Ero semplicemente sbalordita, per una volta mi trovai con la testa vuota e priva della capacità di parlare…
Nessuno mi aveva mai parlato a quel modo…
Con un ringhi sordo che mi ribolliva in gola, mi voltai e ricominciai a sorseggiare il mio succo, anche se in quel momento avrei rivoluto la birra che Maes mi aveva sottratto…
Quella mezz’ora che ancora trascorsi con loro fu una vera tortura!
Non ce la facevo più a stare sotto lo sguardo di Mustang, sempre pronto a ridere ad ogni mio gesto o parola, facendo poi commenti che mi confondevano e mi scombussolavano…
L’uscita di un bar non mi era mai sembrata tanto attraente come in quel momento!
Quando finalmente ci separammo ed io potei ritornare alla mia stanza, mi resi conto che ero completamente sudata! Il jeans e la t-shirt erano così umidi per la tensione, che mi si erano appiccicati alla pelle, come se mi fossi messa sotto il getto di una doccia!
Maledetto Mustang! Era solo ed unicamente colpa sua e della sua sfacciataggine!
Il mattino dopo indossai l’uniforme, come mi aveva consigliato Hughes, e mi guardai allo specchio dell’armadio: strana! Questo fu l’unico aggettivo che riuscii a darmi: mi sembravo strana! La divisa era della mia misura, quindi mi fasciava perfettamente il corpo, ma allo stesso tempo era come se ci fosse qualcosa di stonato… Forse era semplicemente il fatto di vedermi per la prima volta con indosso quella divisa a darmi quella impressione… ma provai comunque il desiderio di togliermela e di mettermi un paio di jeans ed una camicia…
Scossi la testa: quella ormai sarebbe dovuta diventare una seconda pelle per me, non aveva senso farsi tanti problemi e paranoie! Avevo fatto una scelta, non aveva senso ora sentirsi a disagio, tanto non potevo tornare indietro…
Presi la mia sacca a spalla e la riempii con le mie poche cose, l’altra divisa, e qualche indumento, poi uscii sul pianerottolo e mi chiusi definitiva la porta alle spalle.
Mentre scendevo le scale mi sentii come se si fosse chiuso un intero capitolo della mia vita, come se da quel momento in poi ne iniziassi un’altra…
Una vita che avevo preso a scatola chiusa, da cui non sapevo cosa aspettarmi, ma che comunque era iniziata…
… procedeva esattamente come il treno che sfrecciava verso il Nord…
Hughes era venuto a salutarmi alla stazione di Central, aveva le lacrime agli occhi, mi aveva promesso che sarebbe venuto a trovarmi appena avesse potuto, e mi fece giurare che gli avrei scritto almeno una volta a settimana…