FALL DOWN
Capitolo
IV
Comunque il giorno dopo Hughes si
presentò nella stanza che avevo affittato, nonostante avesse
sul viso un’espressione visibilmente contrariata non mi disse
nulla, anzi entrò e rovesciò sul ripiano del
tavolo una
catasta di libri.
- Ho chiesto a Roy di prestarmi i suoi libri di
preparazione per l’esame da Alchimista di Stato! –
mi spiegò
con un enorme sorriso entusiasta – Ti ricordi di lui?- .
E come
avrei potuto dimenticarmi di lui?
Per non farmi scoprire sbuffai
infastidita, ma credo di essere arrossita almeno un po’,
visto che
Hughes ridacchiò divertito dopo avermi lanciato una breve
occhiata.
Mi rifiutai categoricamente di tornare a guardarlo
nell’immediato, presi uno dei libri che mi fissavano
minacciosi dal
tavolo e lo sfogliai. Alcune le nozioni e procedimenti li conoscevo,
ma per altri avrei dovuto cavarmela da sola.
- Se solo Roy fosse
ancora qui a South City gli avrei chiesto di darti una mano!-
sospirò
veramente dispiaciuto.
Per carità! Era una prospettiva
agghiacciante per me, quella di ritrovarmi sotto le sue iridi di pece
bollente!
- Cosa gli ha detto di questa storia?- risposi così
alla sua frase di prima.
- Per prima cosa smettila di darmi del
lei: mi fai sentire vecchio! – mi sgridò cercando
di
nascondere il suo onnipresente sorriso – Prova!- .
Io lo guardai
un secondo indecisa: era quello che voleva!
- Allora Maes che hai
raccontato di questa storia al tuo indisponente compare?- lo presi in
giro sfoderando il mio sorriso più malandrino.
Hughes mi
fisso stupefatto: non si sarebbe mai aspettato una reazione simile da
un tipo taciturno e freddo come me, poi scoppiò a ridere
divertito e soddisfatto.
Ed era bella quell’atmosfera distesa
che quell’uomo era capace di creare dal niente, solo con la
sua
presenza. Con Maes mi sono sempre sentita a casa, in presenza di un
fratello maggiore, mi faceva sentire calma, serene e soprattutto me
stessa. Un dono impagabile in quel periodo!
- Oh, così va
molto meglio! – ridacchiò – Comunque
sta’ tranquilla:
gli ho detto solo che avevo trovato un’alchimista di
prim’ordine
che sarebbe potuto diventare un ottimo alleato! E lui allora
è
stato ben felice di collaborare!- .
- Immagino!- risposi
sarcastica - Lo avrai dovuto pregare in ginocchio per farti prestare
questi libri, vero?!- .
- Ah, vedo che hai già capito come
funziona con Roy Mustang, eh?!- rise ancora più forte.
- Mi
ricordo il nostro primo incontro! – borbottai con una smorfia
contrariata – Ancora una parola e lo avrei strozzato!- .
Un’altra
risata divertita fu la risposta di Hughes.
In quei sei mesi non
uscii mai da quella stanza, studiai fino alla nausea, fino a farmi
esplodere in testa vere e proprie emicranie. Ogni tanto Hughes veniva
a trovarmi per farmi compagnia e vedere a che punto ero.
Il mio
dolce amico, l’unico ad essere stato capace di diventare il
punto
fisso della mia vita… ha saputo starmi vicino nonostante non
condividesse le mie scelte, nonostante ci fossero migliaia di
chilometri tra noi…
Non saprò mai trovare il modo per
sdebitarmi per tutto quello che è stato capace di
darmi…
Per
farla breve passai l’esame da Alchimista di Stato con un
punteggio
abbastanza alto, oltretutto! Hughes era orgogliosissimi di me!
Detto
fra noi non ho creduto nemmeno per un attimo di potercela fare,
c’erano migliaia di aspiranti alchimisti perché
avrebbero
dovuto scegliere proprio me?
Invece il mio esame scritto risultò
uno dei migliori, nonostante avessi studiato da sola, mentre la mia
prova pratica fu praticamente eccellente!
Quell’anno la
commissione d’esame decise che i candidati avrebbero dovuto
scontrarsi in duelli alchemici, potevamo fare qualunque cosa, chi
feriva gravemente o uccideva il proprio avversario sarebbe stato
espulso seduta stante. Io sorrisi soddisfatta: ero l’allieva
della
venerabile Tasha, mi aveva addestrato a duellare fin da piccolissima,
sarebbe stato un gioco da ragazzi per me. Uno dei generali estrasse
da un’urna i nomi per gli accoppiamenti, il mio avversario
era un
gigante di almeno due metri, enorme come un armadio, con i muscoli
gonfi e tesi e duri come rocce; al suo confronto mi sentivo tanto una
mosca! L’uomo sorrise credendo di avere già la
vittoria in
tasca, mentre gli altri candidati, tutt’intorno a noi,
protestavano
per la fortuna che gli era toccata a vedersela con una come me.
Inspirai lentamente, cancellando tutto quello che non era il mio
avversario dalla mente, rilassandomi e scacciando la tensione: avevo
tutte le carte in regola per vincere e dovevo farlo ad ogni costo per
me ed Aiko, non contava niente la stazza. Il nostro incontro fu molto
veloce, quasi deludente, quell’energumeno era troppo sicuro
di sé
e troppo lento a causa del suo fisico, non mi costò quasi
niente batterlo: con l’alchimia era capace di rivestire il
suo
corpo di una spessa corazza ricavata dalla trasmutazione della terra,
con il pugno così rivestito cercò di colpirmi
allo
stomaco, ma, grazie al mio fisico più esile, lo schivai
facilmente passandogli accanto, rivestendo quella corazza con uno
strato di ghiaccio, solo una luce azzurrina che si liberò
dalle mie mani senza prima tracciare il cerchio alchemico, e mi
allontanai subito da lui. Ritornai al mio posto creando una lancia
dalla terra battuta dell’arena, mettendomi in posizione di
guardia,
mentre attendevo che il ghiaccio si sciogliesse e l’acqua
penetrasse nella terra indurita trasformandola in fango. Anche
quell’energumeno creò una spada e mi coinvolse in
uno
scontro all’arma bianca; io veloce ed agile, lui pesante e
lento.
Quando la corazza si trasformò in un mantello di fango il
mio
avversario si ritrovò impigliato in una sostanza collosa e
densa che gli impediva ogni movimento, a quel punto passai io
all’attacco: più veloce che potei mi scagliai
contro di lui
colpendolo al ventre con un poderoso pugno che lo sbalzò
all’indietro, facendolo cadere a terra svenuto. Ricordo
ancora le
facce stupite dei presenti, nessuno avrebbe mai scommesso nemmeno una
moneta bucata su di me, come ricordo anche la sensazione di sorpresa
che mi colse quando il Fuhrer mi si avvicinò, affiancato dal
maggiore e da un altro paio di ufficiali e mi porse la sua mano.
-
Pare che abbiamo trovato il nostro primo Alchimista di Stato!- e mi
sorrise.
Solo dopo qualche secondo capii il senso delle sue
parole, che ce l’avevo fatta, che adesso ero un Alchimista di
Stato!
Mi sarei dovuta presentare il giorno dopo all’HQ per
avere la destinazione, ma per il momento ero libera di festeggiare,
mi disse.
Io sorrisi, sentivo un misto stordente di orgoglio e
gioia vorticarmi nel sangue, ma riuscii lo stesso a ringraziarlo.
Prima di uscire sotto gli sguardi indispettiti degli altri, guardai
un’ultima volta quello spiazzo ellittico, cercavo una persona
in
particolare anche se non volevo ammetterlo, e quando finalmente
riuscii a scorgerla mentre osservava critica un alchimista che aveva
innalzato un muro di terra per proteggersi dall’attacco del
suo
avversario, rimasi a fissarla incantata, riempiendomi l’anima
e la
mente della sua figura elegante, dei suoi lineamenti affascinanti,
dei suoi gesti naturalmente languidi… Una parte
considerevole della
mia gioia dipendeva da quella persona: ora ero un Alchimista di Stato
ed avrei avuto qualche occasione per rivederlo, no?!
Sorrisi
divertita dedicandomi tutti i peggiori accidenti che potevano venirmi
in mente!
Era davvero un pessimo modo di iniziare, non c’era che
dire!
Scossi la testa e, dopo un’ultima occhiata durante la
quale quell’idiota sollevò la testa di scatto e si
volse
nella mia direzione, gli diedi le spalle e mi decisi ad andarmene
finalmente da li.
Hughes mi aspettava sotto la pensione in cui
avevo affittato la stanza, ovviamente non poteva farsi vedere in mia
compagnia davanti l’HQ…
- Allora?- mi chiese impaziente.
Io
mi fermai a pochi passi da lui e gli sorrisi, un sorriso vero, ampio,
di quelli che faccio raramente, ma in quel momento mi venne spontaneo
per ringraziarlo in qualche modo della gentilezza che aveva
dimostrato nei miei confronti.
Lui comprese solo dopo un istante,
ebbi solo il tempo di vedere sorridere anche lui, prima di ritrovarmi
sollevata tra le sue braccia, mentre lui rideva come un matto.
Non
essendo abituata a simili manifestazioni di affetto per un attimo mi
irrigidii non sapendo cosa fare, ma poi capii che dovevo solo
lasciarmi andare: gli passai le braccia attorno al collo e mi strinsi
a lui, ridacchiando lo ringraziai.
Di più non riuscii a
fare, ma credo che bastò comunque a fargli capire il mio
stato
d’animo, perché lui aumentò ancora di
più la
stretta delle sue braccia su di me e quel matto cominciò a
ruotare su se stesso.
Quello fu uno dei momenti più felici
della mia vita, in cui riuscii a percepire dell’affetto vero
nei
miei confronti dopo tanto, troppo tempo…
… un ricordo rimasto
inciso indelebilmente dentro di me…
Quando riuscimmo ad entrare
nella stanza Hughes si fece raccontare nei minimi dettagli quello che
era accaduto al Campo d’Esame, ed io lo accontentai,
tralasciando
però l’ultima cosa che avevo fatto prima di
uscire. Non sono
mai stata brava a parlare di queste cose, ma soprattutto quella
sensazione che mi aveva portato ad agire in quel modo era una cosa
che non volevo dividere con nessuno, neanche con un amico come lui,
perché era solo mia e poi perché temevo di non
essere
capita…
… infondo era un qualcosa che non capivo nemmeno io,
come potevano farlo gli altri? …
Il giorno dopo mi recai all’HQ
come mi aveva detto il Fuhrer. Era una struttura enorme, come non ne
avevo mai viste, di un colore bianco ghiaccio che riluceva opaco
sotto il sole, l’interno era ancora più lussuoso:
un parquet
marrone e lucido, un atrio immenso con una reception in legno
altrettanto scuro e lucido, statue e quadri alle pareti per decorare
il tutto…
Mi guardai intorno stupita: finalmente avevo capito
dove finivano le nostre tasse…
… e quello era solo un assaggio
di cosa fosse il resto…
Per un istante mi sentii terribilmente
fuori posto con i miei abiti consunti e sgualciti, ma mi ripresi
subito: non aveva alcun senso farmi intimorire, ora ero
anch’io un
Alchimista di Stato ed avevo tutto il diritto a stare li!
Mi
decisi e mi avvicinai al ragazzo che stava di guardia.
Sentendo il
rumore dei miei passi sul legno sollevò lo sguardo e subito
la
sua espressione cordiale si mutò in una smorfia di
disgustata
superiorità.
- Cosa posso fare per lei?- mi chiese con
fredda gentilezza.
- Sono Saya Takano, ieri ho passato l’esame
da Alchimista di Stato e sono qui per conoscere la mia destinazione!-
.
Lui per un istante mi fissò incredulo, ma lo sguardo
gelido che avevo messo su non incoraggiava a mettere in discussione
le mie parole, così lui si chinò sul foglio che
aveva
davanti e vide che effettivamente il primo nome sulla lista dei
promossi era il mio.
- Deve recarsi all’Ufficio Personale, al
secondo piano. La seconda porta a destra nella parte occidentale del
piano. Può prendere quelle scale.- incredibilmente il suo
tono
era cambiato, era diventato più educato e meno freddo ora.
Lo
ringraziai e mi allontanai a passi decisi.
Ho sempre detestato la
gente che ti giudica da come appari, forse perché quello
è
stato il metro con cui sono sempre stata valutata… Ogni
volta che
mi è successo ho sempre sentito il desiderio di cambiare le
loro opinioni a suon di ceffoni!
Ma perché la gente si
ostina a fermarsi al colore della pelle, alla condizione economica,
alle ideologie e non prova a scavare più a fondo? Basterebbe
anche grattare appena la superficie per comprendere che
c’è
altro oltre la facciata!
Ma questi sono e restano discorsi vuoti
di un’idealista!
Il soldato nell’ufficio era molto
chiacchierone: si complimentò con me e volle sapere a tutti
i
costi dove avessi studiato e, quando gli dissi che ero autodidatta,
volle sapere come avessi fatti a raggiungere un’istruzione
simile;
solo alla fine si decise a darmi la busta contenente la mia
destinazione e la sacca con la mia uniforme.
Aprii la busta solo
quando mi ritrovai nella calma e familiare solitudine della mia
stanza: ero stata destinata a servire al Nord, a Kuabha City, a pochi
chilometri da Tobah…
Avrei potuto rivedere mia sorella e la
Maestra!
Poi un spilla a forma di barra metallica mi scivolò
dalla busta nel palmo della mano, mi chiesi subito cosa fosse, quindi
continuai la lettura e scoprii che dato che avevo raggiunto uno dei
punteggi più alti che si erano mai avuti, avevo ricevuto una
nomina al merito a sargente!
Non potrò mai descrivere il
senso di gioia che provai leggendo quelle poche righe!
Mi sarei
dovuta presentare al comando della guarnigione entro la fine della
settimana, li il mio superiore mi avrebbe consegnato
l’orologio da
Alchimista di Stato e mi avrebbe dato il mio nome da
Alchimista…
Così
nel pomeriggio disdissi l’affitto della stanza che avevo
preso a
Central City ed andai a cercare Maes per riferirgli la notizia. Lo
trovai in uno dei baretti attorno all’HQ, come al solito,
solo che
aveva una compagnia piuttosto incredibile.
Me ne resi conto solo
quando mi fui avvicinata tanto da farmi notare da Hughes, che appena
mi scorse sorrise e mosse la mano per invitarmi ad unirmi a
loro.
Notando i movimenti dell’amici anche l’altro si
volse
nella mia direzione.
E fu impressionante e sconvolgente ritrovarmi
di nuovo, a distanza di tanto tempo, sotto lo sguardo di quelle iridi
di ossidiana!
Dio, era ancora più bello di quando lo avevo
incontrato all’officina!
Al Campo d’Esame lo avevo visto da
lontano, ma a vederlo così da vicino me ne rendevo conto
pienamente…
Mi bloccai non riuscendo a muovere un solo muscolo:
per fortuna che la penombra del locale era abbastanza spessa ed io
quel giorno avevo pensato di mettere il berretto!
Deglutii a vuoto
un paio di volte prima che mi decidessi a calcarmi bene la visiera
sul volto ed ad avanzare verso di loro. Appena gli fui accanto Hughes
si alzò dallo sgabello su cui era seduto e mi
abbracciò
forte.
- Ciao piccola! Allora, come è andata all’HQ?- .
-
Tutto bene! – risposi mentre mi scioglievo dal suo abbraccio
e mi
sedetti accanto a lui – Ho ricevuto la destinazione!- .
- Sul
serio? E dove andrai?- .
Perché quell’uomo aveva il dono
di essere entusiasta di qualsiasi cosa accadesse? Dove trovava la
forza per sorridere sempre ed esse entusiasta della vita a quel
modo?
Io ormai non riuscivo a provare quasi niente…
… per
questo mi aggrappavo spasmodicamente a quei sorrisi che mi
scioglievano sempre qualcosa dentro, ed alle iridi nero pece di
Mustang che sembravano avere il potere di rivoltare come un calzino
la mia anima…
… per poter ancora provare qualcosa che non
fosse solo desolazione e rabbia…
Ordinai una bottiglia di birra
fresca e, dopo averne bevuto un sorso, mi volsi verso di lui per
rispondergli, ma l’espressione che incrociai era piuttosto
infuriata. Sollevai un sopracciglio perplessa, ma lui intuì
comunque quello che volevo dire.
- Da quando in qua bevi birra?-
mi riprese irritato.
- Ogni tanto un sorso me lo faccio, non è
mica un reato!- .
- Ma sentitela! ‘Non è mica un reato’!
Hai solo tredici anni, certo che lo è, un reato! I minorenni
non posso bere!- e mi sfilò la bottiglia dalla mano.
-
Hughes!- ringhiai in segno di monito per farmi ridare la birra.
-
No, non mi impressioni ragazzina! Per te un succo di frutta va
più
che bene!- .
E mi mise davanti un bicchiere enorme contenete un
liquido rosso sangue. Continuai a guardare male il mio amico per un
po’: mio padre è morto troppo presto
perché io
sapessi cosa volesse dire stare sotto la sua tutela, non ho mai
saputo cosa volesse dire avere un padre, né tanto meno un
padre preoccupato. In quel momento non mi sembrò una bella
sensazione: per tre anni avevo fatto quello che volevo, non avevo mai
avuto nessuno che si arrabbiasse se dopo il lavoro andavo a bere
qualcosa e mi ritiravo un po’ alticcia, e quella mi sembrava
un
discreta limitazione alla mia libertà! Cioè ero
stata
capace di sopravvivere per strada per sei mesi senza nessuno che mi
desse una mano, mi sembrava strano che ora qualcuno si preoccupasse
per me! Già, molto strano…
Comunque ero troppo felice
quel giorno per mettermi a litigare con Hughes, anche perché
se mi fossi impuntata sul serio, credo proprio che avremmo fatto
mattina…
Sbuffai irritata, puntai il gomito destro sul tavolo e
sprofondai il mento nel palmo della mano, quindi con l’altra
presi
il bicchiere e cominciai a sorseggiare quello che scoprii essere una
spremuta di melograno, tutto con la massima indisponenza, giusto per
fargli capire che avevo ceduto solo perché era lui!
- Brava
così! Una ragazzina come te non deve bere alcoolici, ti
fanno
male!- sorrise soddisfatto mentre tornò a sedersi.
Io
brontolai qualcosa di incomprensibile perfino a me, prima di spostare
lo sguardo verso la parete di fronte, quella dietro il bancone, su
cui campeggiavano pesanti mensole di metallo lucido piene di
bottiglie di liquori, mentre l’intera parete era rivestita di
un
enorme specchio che rifletteva tutti i clienti seduti al bancone e di
sfondo la sala. Fu allora che scoprii che Mustang mi stava guardando,
uno sguardo strano e penetrante, dai suoi occhi neri non traspariva
nulla di quello che stava pensando in quel momento, e per questo mi
misero ancora più in soggezione, mi strinsi nelle spalle ed
abbassai la testa in modo che la visiera del berretto mi coprisse
completamente il volto. Non sapevo perché, ma non volevo che
quell’uomo scoprisse che ero quel bambino sporco ed emaciato
che
aveva incontrato tanto tempo prima…
… volevo che vedesse solo
la persona che ero diventata…
… e quella che sarei diventata
dal quel momento in poi…
- Non mi hai ancora detto cosa dove sei
stata destinata!- la voce brontolona di Hughes mi distolse dai miei
pensieri.
Staccai a fatica lo sguardo dalla figura di Mustang che
rifletteva lo specchio e mi volsi verso il mio amico che mi fissava
un po’ offeso.
- Hai ragione, scusami! Comunque sono stata
destinata alla guarnigione di Kuabha City, al Nord!- .
- Caspita!
È molto lontano!- commentò lui un po’
dispiaciuto.
Forse aveva sperato che rimanessi li a Central…
Io
scossi la testa sorridendo.
- No, non lo è! Kuabha è
vicino casa mia!- .
- Sei del Nord?! – io annuì con un
gesto della testa mentre bevevo un altro sorso – Ed io che
credevo
che fossi nata a South City…- .
- Sono nata a Tobah City, al
confine con il Nord!- .
- E perché ti sei trasferita al
Sud?- .
- Questa è un’altra storia e te la
racconterò
un’altra volta!- .
Il mio tono fu abbastanza risolutivo, perché
non toccò più l’argomento
finché non fui io a
raccontargli di mia spontanea volontà tutto.
Solo nel
silenzio che si creò tra me, che guardavo ostinatamente una
bottiglia di cherry su una delle mensole davanti a me, e Hughes che
era rimasto paralizzato a fissarmi, Mustang decise di intervenire: la
sua risata si levò leggera ed un po’ roca,
dannatamente
seducente!
Con potei esimermi di voltarmi a guardarlo: stava
ridacchiando ad occhi chiusi, le labbra coperte dalle dita piegate,
un gesto così discreto ed elegante, così
maledettamente
adatto un tipo affascinate come lui…
In quel momento mi sembrò
una di quelle splendide creature fantastiche che popolavano i
racconti della Maestra…
Mi diede l’impressione di un angelo
che mostrava la sua innocenza fanciullesca…
… ma anche di
essere un demone venuto dall’inferno che usava il proprio
fascino
per sedurre chiunque posasse lo sguardo su di lui per divorargli
l’anima…
Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo da lui…
quella posa delicata e languida che aveva assunto… la sua
figura
attraente delineata morbidamente dalla luce debole che c’era
in
quel locale…
Quella visione si dipinse nella mia mente, ed
ancora torna a tormentarmi nei momenti di disperazione più
profonda, più vivida che mai…
- Ehi, Roy: che ti piglia?-
domandò Hughes perplesso.
- Niente, niente…- rispose tra
la ridarella – E’ solo che la tua amica
è troppo carina!-
e mi lanciò una lunga occhiata in tralice.
Io… carina?
In
quel momento credo che assunsi un’espressione degna di un
pesce
lesso a quell’uscita!
Stava dicendo sul serio oppure…? Non
riuscivo a capirlo…
Poi notai il luccichio divertito nelle sue
iridi: mi stava prendendo in giro!
Certo! Che altro potevo
aspettarmi?!
- Che accidenti sta dicendo?- scattai.
Il mio
motto è sempre stato: attacca sempre, non farti mai ridurre
a
difenderti!
Ed è quello che feci anche allora: Mustang
continuava a guardarmi ridendo ed io non ero sicura se mi stesse
prendendo in giro o meno, così reagì mordendo e
graffiando.
- Che sei molto carina quando fai la sostenuta!-
continuò imperterrito.
- Io non faccio la sostenuta!-
ringhiai tanto per sottolineare il concetto.
- Oh, si che la fai!
La stai facendo anche ora, e sei semplicemente adorabile!- e mi
strizzò l’occhio con quel suo fare così
tipicamente
strafottente, mentre continuava a ghignare.
Ero semplicemente
sbalordita, per una volta mi trovai con la testa vuota e priva della
capacità di parlare…
Nessuno mi aveva mai parlato a quel
modo…
Con un ringhi sordo che mi ribolliva in gola, mi voltai e
ricominciai a sorseggiare il mio succo, anche se in quel momento
avrei rivoluto la birra che Maes mi aveva sottratto…
Quella
mezz’ora che ancora trascorsi con loro fu una vera tortura!
Non
ce la facevo più a stare sotto lo sguardo di Mustang, sempre
pronto a ridere ad ogni mio gesto o parola, facendo poi commenti che
mi confondevano e mi scombussolavano…
L’uscita di un bar non
mi era mai sembrata tanto attraente come in quel momento!
Quando
finalmente ci separammo ed io potei ritornare alla mia stanza, mi
resi conto che ero completamente sudata! Il jeans e la t-shirt erano
così umidi per la tensione, che mi si erano appiccicati alla
pelle, come se mi fossi messa sotto il getto di una doccia!
Maledetto
Mustang! Era solo ed unicamente colpa sua e della sua
sfacciataggine!
Il mattino dopo indossai l’uniforme, come mi
aveva consigliato Hughes, e mi guardai allo specchio
dell’armadio:
strana! Questo fu l’unico aggettivo che riuscii a darmi: mi
sembravo strana! La divisa era della mia misura, quindi mi fasciava
perfettamente il corpo, ma allo stesso tempo era come se ci fosse
qualcosa di stonato… Forse era semplicemente il fatto di
vedermi
per la prima volta con indosso quella divisa a darmi quella
impressione… ma provai comunque il desiderio di togliermela
e di
mettermi un paio di jeans ed una camicia…
Scossi la testa:
quella ormai sarebbe dovuta diventare una seconda pelle per me, non
aveva senso farsi tanti problemi e paranoie! Avevo fatto una scelta,
non aveva senso ora sentirsi a disagio, tanto non potevo tornare
indietro…
Presi la mia sacca a spalla e la riempii con le mie
poche cose, l’altra divisa, e qualche indumento, poi uscii
sul
pianerottolo e mi chiusi definitiva la porta alle spalle.
Mentre
scendevo le scale mi sentii come se si fosse chiuso un intero
capitolo della mia vita, come se da quel momento in poi ne iniziassi
un’altra…
Una vita che avevo preso a scatola chiusa, da cui
non sapevo cosa aspettarmi, ma che comunque era iniziata…
…
procedeva esattamente come il treno che sfrecciava verso il
Nord…
Hughes era venuto a salutarmi alla stazione di Central,
aveva le lacrime agli occhi, mi aveva promesso che sarebbe venuto a
trovarmi appena avesse potuto, e mi fece giurare che gli avrei
scritto almeno una volta a settimana…