Capitolo V


A capo della guarnigione c’era un colonnello, tale Nicholas Hackman, l’Alchimista Vistacuta, una carogna fatta e finita fin dal ventre della mamma!
Fin dal primo incontro fu chiaro che non era particolarmente entusiasta che la nuova recluta fosse stata sbrogliata a lui, soprattutto visto che si era rivelata essere una donna, che considerava fisicamente ed intellettualmente inferiori a lui: praticamente mi lanciò con mal grazia l’orologio e mi fece restare in piedi un pomeriggio intero mentre sceglieva il mio nome da Alchimista.
… il faticoso parto della sua limitata fantasia fu ‘Alchimista di ghiaccio’…
Una delusione su tutta la linea!
La vita a Kuabha per me non fu facile!
Non ero abituata a ricevere ordini, a sentirmi urlare addosso, a farmi umiliare, a svegliarmi all’alba per mettermi a correre nel fango, a scavalcare ostacoli ricoperti di filo spinato percorso da corrente elettrica, a strisciare sui gomiti nella melma per passare sotto cupole di rovi intrecciate…
… ma alla fine il mio spirito di adattamento fu più forte!
In un’occasione riuscii perfino a sfruttare quello che avevo imparato nell’officina meccanica!
Alcuni mesi dopo che avevo preso servizio li, il generale Low venne a fare un giro d’ispezione: Kuabha era si una caserma, ma anche un punto di controllo su quel tratto del confine, quindi rivestiva una certa importanza strategica, anche se dall’aspetto dimesso non sembrava!
Mentre stava uscendo dalla struttura la sua macchina di rappresentanza sussultò violentemente per poi emettere uno sbuffo di vapore dal cofano.
Sapevo già cos’era successo, anche senza sollevare il cofano!
Ne avevo viste di cose simili a South City…
Due meccanici dell’esercito non riuscirono a combinare nulla, così io mi feci avanti, nonostante le urla del mio caposquadra e del colonnello, strappai cacciaviti e chiavi dalle mani di quei due inietti e mi chinai sul cofano.
Una decina di minuti dopo avevo finito, mi risollevai con la faccia e le mani sporche di grasso per motori ed ordinai di dare gas.
Anche se piuttosto scettico, l’ufficiale che faceva da autista personale al generale si sedette al posto di guida e diede gas.
Sotto lo sguardo incredulo la macchina si mise in moto senza un rumore o uno sbuffo.
Il generale si avvicinò a me, e per un attimo credetti che volesse ammonirmi per aver ignorato gli ordini dei miei superiori.
- Come hai fatto?- mi chiese invece, inaspettatamente.
- Ho… ho lavorato in un’officina meccanica a South City prima di entrare nell’esercito, signore!- che diavolo stava pensando mentre mi scrutava a quel modo?!
- Sei sprecata a fare la segretaria in un ufficio, viste le tue qualità… Colonnello Hackman!- .
- Si signore?- accorse subito l’interpellato.
- Faccia in modo che il sergente sia nominata primo meccanico e trasferita a North City!- ordinò.
Di nuovo in un’officina meccanica?
Storsi il naso a quel pensiero: dopo tre anni ne avevo la nausea!
Solo in un secondo momento compresi la portata di quello che mi stava accadendo: lasciando Kuabha avrei detto addio a turni di guardia di anche sedici ore consecutive con ogni tempo ed ogni temperatura, avrei detto addio alle perlustrazioni quasi quotidiane al di la del confine per tenere d’occhio le popolazioni dall’altro lato del confine che minacciavano spesso di invadere il nostro Stato, avrei detto addio alle azioni di guerriglia per ricacciarle indietro, e, particolare non trascurabile, avrei detto addio ad Hackman, che era diventato colonnello a forza di raccomandazioni, non certo per le sue capacità…
… e trasferendomi a North City mi sarei avvicinata ancora di più a Tobah, e sarei potuta andare a trovare Aiko e la Maestra ogni fine settimana con un po’ di fortuna…
In parole povere accettai di buon grado il trasferimento!
A North City le cose cambiarono notevolmente rispetto a Kuabha!
Freddo, neve e ghiaccio c’erano sempre a tenermi compagnia, ma infondo, anche se avevo trascorso parecchi anni al Sud, non avevo dimenticato i terribili inverni che avevamo a Tobah, almeno qui ogni tanto il Sole si faceva vedere…
Ricordo ancora le facce dei miei nuovi colleghi quando videro che il nuovo primo meccanico era una donna! Ci fu un autentico scoppio di risate, seguito da battute di scherno e sguardi scettici che non gradii affatto.
L’unico modo per ottenere il loro rispetto era batterli sul loro stesso terreno!
Li sfidai: se avessi riparato il guasto al camion che era parcheggiato nel settore A non avrebbero più fatto commenti sul fatto che ero una donna; se non ci fossi riuscita mi sarei dimessa e sarei tornata al vecchio lavoro!
Accettarono sicuri di vincere!
Purtroppo non potevano sapere che il capo aveva vinto l’appalto con l’HQ di South City e quindi riparavamo dai motorini ai carri armati!
Sorrisi, presi la cassetta degli attrezzi ed una pedana e mi misi al lavoro!
Mezz’ora dopo ero in piedi davanti a loro e li fissavo con un’espressione compiaciuta e vittoriosa, loro borbottando e ringhiando accettarono la cosa, almeno per il momento!
Cercarono più volte di sabotarmi e farmi licenziare, ma quando capirono che non ero li per ridicolizzarli o chissà cos’altro si erano messi in testa, mi accettarono e riuscimmo a creare un gruppo di lavoro affiatato ed equilibrato.
Il colonnello era molto contento dei risultati che avevamo raggiunto!
Di li a poco ebbi il mio primo finesettimana libero: ricordo ancora l’emozione che mi pulsava nel petto al pensiero che avrei finalmente rivisto Aiko e la Maestra!
Quanto era cresciuta Aiko? Mi avrebbe riconosciuta? E la Maestra?
Quella domanda ne portò subito un’altra decisamente più agghiacciante: non potevo certo raccontare alla Maestra tutto quello che mi era successo in quei quattro anni che ero stata via, né che ero diventata un ‘cane dell’esercito’, che avrei dovuto dirle per conservare la pelle?
Sorrisi e salii sul treno: qualcosa mi sarei inventata comunque!
Fu strano ritrovarmi a Tobah dopo tanti anni di assenza!
Quando ero piccola quel villaggio sulle montagne era tutto il mondo per me, invece ora mi appariva per quello che era in realtà: un mucchio di case accatastate una accanto all’altra, vuoto e spento! Mi chiesi come avessi avuto paura di quel posto per tanto tempo!
Ragionai che probabilmente avevo quella sensazione perché avevo viaggiato un po’, e vissuto in posti veramente grandi, di quelli che facevano paura sul serio!
Le mie gambe si mossero da sole per i vicoletti fino a giungere alla casetta a due piani in legno e mattoni dove vivevano la Maestra ed Aiko e rimasi in piedi davanti al cancelletto indecisa su cosa fare…
Inspirai sentendomi improvvisamente insicura: cioè che le avrei detto? Come mi sarei comportata se non mi avesse riconosciuto? Infondo l’avevo lasciata con la Maestra e me n’ero andata senza farmi vedere per quattro anni… eravamo quasi estranee…
I miei dubbi furono spazzati via dalla porta d’ingresso che veniva aperta di botto e dalla comparsa sulle scale di una bambina di undici anni.
Non ci somigliavamo per niente!
Lei mi guardava incredula con grandi occhi ambrati, i capelli biondi come quelli di papà erano raccolti in due lunghe trecce, la pelle chiara risaltava nel vestito scuro. Forse si stava chiedendo chi fossi…
Ed io non sapevo cosa dire o fare!
L’arrivo della Maestra Tasha fu annunciato dal suono ritmico della base del suo bastone che colpiva il pavimento, mi volsi verso di lei e rimasi di stucco per quanto fosse invecchiata!
I capelli neri erano striati da lunghi ciuffi bianchi, gli occhi dal taglio felino e la bocca erano sottolineate da profonde rughe, e le sue spalle erano più curve. Ma trasmetteva ancora una potente aura di terrore e potere, nonostante tutto!
- Saya! – esclamò sorpresa – Finalmente sei tornata!- e mi sorrise, uno di quei suoi sorrisi caldi e rari.
- Maestra è bello rivederla!- la salutai inchinando il busto in avanti.
- Dai entra, cosa ci fai ancora li in piedi?!- .
Io annuii e, facendomi coraggio, entrai in casa. Mentre richiudevo il cancello sentii per la prima volta la voce di mia sorella.
- È… è sul serio mi sorella?- chiese incredula alla Maestra.
Il cuore mi mancò un battito: sul serio sapeva chi fossi?
Ne ebbi conferma quando mi voltai verso di loro che mi stavano aspettando sulla porta e la Maestra sorrise divertita al mio stupore.
- Le ho sempre raccontato di te, di quello che stai facendo per lei! Le ho anche mostrato alcune tue fotografie, ma eri così piccola…- mi confessò appena le fui accanto.
Riuscii solo a sorriderle riconoscente. Aiko mi continuava a fissarmi stupita, incerta ed anche un po’ impaurita, allora io mi avvicinai lentamente a lei e, dopo essermi accovacciata le sorrisi.
- Ciao Aiko! Caspita come sei cresciuta, ormai sei già una signorina! Quanti anni hai?- era solo per rompere il ghiaccio.
- U… undici!- aveva ancora paura di me.
- Lo sai chi sono io Aiko?- .
- Mi sorella Saya!- .
- Esatto! Non devi avere paura di me, sai? Non sono così terribile come appaio!- ridacchiai consapevole del mio sguardo truce e del mio portamento rigido.
Fu allora che Aiko mi sorrise e si gettò al mio collo sussurrandomi il “Bentornata” che mi pregustavo fin da quando ero salita sul treno.
Entrammo in casa e la Maestra ci fece accomodare in salotto, io sedetti su una poltrona sempre con Aiko abbarbicata addosso.
La Venerabile Tasha volle un resoconto dettagliato di tutto quello che avevo fatto da quando ero partita, ed io la accontentai, per quanto potevo almeno, ma dovette intuire che c’era dell’altro perché rimase a lungo a scrutarmi con quel suo sguardo di acciaio.
Ed io mi informai su tutto quello che era successo a Tobah: il villaggio si era impoverito ulteriormente, la vena argentifera della miniera si stava esaurendo lentamente, alcuni minatori erano morti intossicati da vapori velenosi che si erano liberati nei settori inferiori; erano venuti alcuni Alchimisti di Stato a fare dei sopralluoghi e quando avevano capito quello che stava accadendo, avevano ordinato che l’orario di lavoro fosse raddoppiato e che si iniziasse a scavare ancora più in profondità… molte persone stavano morendo di malattie polmonari e molte donne stavano perdendo i loro uomini…
Non sapevo cosa provare a quelle rivelazioni: Tobah era il posto in cui ero nata, eppure non lo avevo mai sentito mio, la gente che vi viveva mi aveva fatto troppo male perché potessi provare qualcosa di positivo verso di loro… ma non potevo nemmeno emettere un giudizio positivo sull’operato degli Alchimisti di Stato… miei colleghi, per giunta!
… preferii abbassare lo sguardo e tacere!
La visita fu troppo breve! Avevo passato il pomeriggio con quello che restava della mia famiglia e della Saya che era morta tre anni prima, e non mi era bastato! Avrei tanto voluto prendere Aiko e portarmela a North City, se solo avessi potuto…
Mentre aspettavamo il treno che mi avrebbe riportato indietro, Tasha decise di affrontarmi, dato che Aiko stava pisolando sulla mia spalla e non avrebbe sentito.
- Ti conosco bene Saya e so che mi hai nascosto qualcosa!- secca e diretta come sempre.
- Ma… Maestra… io…- ed ora che dovevo fare? Dovevo dirglielo?
- Me lo dirai quando sarai pronta!- mi interruppe.
Aveva tirato fuori l’argomento solo per farmi sapere che mi era vicina, che avrei sempre potuto contare su di lei. Mentre guardavo i suoi occhi mi resi improvvisamente conto che quello era il momento giusto, che se non ne avessi approfittato il peso che mi portavo dentro mi avrebbe schiacciato! Strinsi più forte Aiko contro di me e cominciai il mio racconto.
Era la prima volta che ne parlavo con qualcuno, mi vergognavo profondamente di quello che mi era accaduto, mi sentivo come se io avessi permesso a quel porco di farlo… per questo parlavo a testa bassa, evitando accuratamente di guardarla in viso… ma comunque mi sentivo come se la pietra che mi aveva schiacciato il petto fino a quel momento perdesse peso man mano che parlavo… iniziai a sentirmi più leggera…
Anche quando finii di parlare la Maestra rimase in silenzio, solo dopo un lungo istante mi arrischiai a guardarla in volto: vi trovai rabbia e furia, ma soprattutto un profondo dolore!
- Perché non sei tornata subito qui?- mi domandò all’improvviso.
- Perché avevo promesso che avrei fatto qualsiasi cosa per il bene di Aiko! Non volevo deludere i miei genitori, né lei!- .
- Non avresti mai potuto deludermi! Tu sei una persona fantastica, pochi possono vantarsi di essere generosi e forti come te!- .
Ed invece l’avevo delusa! Disubbidendole ero diventata un ‘cane dell’esercito’ e non avevo neanche avuto il coraggio di guardarla negli occhi e dirglielo…
In quello strano momento di stasi fra noi arrivò il treno.
Svegliammo Aiko e, dopo i classici saluti di rito e le promesse che sarei tornata prestissimo, risalii sul treno che mi avrebbe portata a North City, alla mia guarnigione.
Ma come una fastidiosa costante della mia vita, mi trovai di li a poco nuovamente costretta a lasciare quelli che erano diventati quasi amici ed a ricominciare daccapo un’altra volta…
I ribelli avevano sconfinato per la quinta volta in otto mesi e Fuhrer aveva deciso di mobilitare le truppe di North City per dare manforte all’avamposto di Reloom. Il colonnello Blaxiel decise di inviare anche me con le truppe visto che ero comunque un Alchimista di Stato.
Quello fu il mio primo incontro ravvicinato con la guerra!
Non riuscii a credere ai miei occhi: case sventrate, barricate contrapposte da cui i ribelli e le truppe imperiali continuavano a scontrarsi, cataste di cadaveri, i più in avanzato stato di decomposizione, da cui colavano rivoli di sangue nero e denso…
Non potrò mai dimenticare l’odore!
Quell’odore penetrante di marcio, mischiato all’odore dolciastro di sangue rappreso.
Alcuni ragazzi del mio reparto vomitarono anche l’anima, io, non so come, riuscii a restare abbastanza padrona di me, a mantenere un po’ di lucidità, e forse fu quella la mia rovina!
Il tenente ci ordinò di spostarci nel settore β, eseguimmo l’ordine, trascinando a fatica in quel pantano di terra e sangue, solo per trovarci davanti un manipolo di una decina di quelli che poi scoprii essere Speciali, in azione: erano come ombre nero pece, con il volto coperto da una maschera bianca e lucida, si muovevano ad una velocità impressionante agitando i loro coltelli, disarmando i nemici, senza quasi ferirli.
Era uno spettacolo affascinante ed agghiacciante insieme!
All’improvviso uno degli invasori fece brillare una carica di dinamite e, dopo un boato assordante, il terreno incominciò a sussultare, si iniziarono a formare crepe sottili, fino al punto in cui il terreno cedette completamente e si aprì una profonda ferita che percorreva la piazza principale da un lato all’altro. Alcuni dei nostri riuscirono a mettersi in salvo, ma mi resi conto che altri sarebbero precipitati nella voragine.
Anche quella volta agii senza pensare: toccai il terreno con i palmi delle mani aperte e creai uno strato di ghiaccio spesso, abbastanza largo e lungo da coprire l’area interessata.
Salvai persino due Speciali da morte certa…
Era tardo pomeriggio, gli invasori erano stati ricacciati, i pochi arrestati vennero giustiziati nella piazza principale per lo stato di emergenza marziale. Noi eravamo seduti su un marciapiede stremati e confusi, nessuno di era degnato di venire a spiegarci quello che avevamo visto. Non avevamo nemmeno la forza di parlare, ce ne stavamo abbandonati sul cemento come bambole di pezza a guardare i cadaveri degli impiccati che venivano presi dal patibolo e buttati uno sull’altro li accanto…
In quel momento compresi i discorsi della mia Maestra!
Capii cosa volesse dire l’orrore della guerra, cosa volesse dire vedere cosa l’uomo è capace di fare sul serio!
Dopo un po’ vedemmo uno Speciale che si dirigeva verso di noi: camminava elegante e flessuoso sulla sabbia, fasciato nella divisa completamente aderente al corpo, con la maschera bianca che luccicava nella luce morente del tramonto, una scimitarra gli dondolava al fianco sinistro… All’epoca non sapevo niente degli Speciali, altrimenti avrei fatto qualsiasi cosa per non farmi incastrare a quel modo da loro!
Gli Speciali sono un gruppo particolare dell’esercito, hanno l’obbligo di nascondere ogni centimetro della loro pelle quando non si trovano con altri Speciali, indossano una maschera bianca uguale per tutti perché quando si accetta di entrare in questo corpo si rinuncia alla persona che si era prima, si diventa un individuo identificato da una terna di numeri, si vive solo per il lavoro e si deve tagliare i ponti con tutto e tutti. Gli Speciali sono il gruppo a cui il Fuhrer affida quelle missioni che sarebbero suicida per i militari ordinari, perché ricevono un addestramento particolare che mira ad accentuare la forza, la potenza, la velocità e porta alla conoscenza di un tipo di alchimia quasi proibita. La leggenda vuole che tra gli Speciali siano ammessi solo i soldati più feroci e spietati, di quelli che non si fanno scrupolo ad uccidere ed anzi ne godono, per questo vengono chiamati ‘macellai dell’esercito’. Gli Speciali sono vere macchine di morte, addestrati all’uso di ogni arma da fuoco e di ogni arma bianca, a lottare con qualsiasi stile, ad essere rapidi e letali come felini. Per essere sempre disponibili i superiori li riempiono di farmaci preventivi tanto potenti quanto pericolosi. Per quelli che comandano gli Speciali normali sono semplice carne da macello, non importa niente a nessuno quanti devono morire pur di raggiungere un obbiettivo: gli Speciali non hanno né passato né futuro, conta solo la missione che devono compiere a qualsiasi costo, anche della vita!
… se solo sapessero quanta disperazione si nasconde dietro quella maschera…
Comunque lo Speciale si fermò davanti a me, piantandomi le iridi della sua maschera, rivestite di un vetro a specchio, addosso.
Mi si gelò il sangue nelle vene, ma cercai di non mostrarlo.
- Vieni con me!- mi ordinò con una voce gelida e secca.
Ero nell’esercito da troppo tempo per non aver imparato ad eseguire ogni ordine che ricevevo, quindi mi alzai e lo seguii.
Camminava alcuni passi davanti a me: il suo portamento trasmetteva una sensazione di superiore indifferenza, era fiero di quello che era e sapeva fare, per questo camminava a testa alta ignorando le occhiate di disgusto degli altri militari.
Era come se niente e nessuno potessero toccarlo!
Lo ammetto: mi affascinò non poco!
Gli Speciali non potevano dividere l’accampamento con gli altri militari, per varie ragioni, quindi avevano innalzato il loro dall’altra parte della città. Mi condusse davanti una tenda piuttosto ampia e nera, e mi fece cenno di entrare. All’interno trovai un altro Speciale, mi dava le spalle, era in piedi davanti un tavolo ad osservare delle cartine. Quando si volse scoprii che era una donna. L’altro Speciale era rimasto alle mie spalle, tra me e l’uscita, quasi che volesse precludermi qualsiasi via di fuga. Quella situazione non mi convinceva più di tanto, quindi feci ruotare il polso ed un piccolo pugnale mi scivolò nel palmo della mano, esattamente come mi aveva insegnato Hughes, chiusi la mano attorno alla lama e lo infilai nella tasca del pantalone, pronta a scattare al minimo allarme di pericolo.
- Quel pugnale non ti serve, sei tra amici!- mi avvertì la voce dell’uomo alle mie spalle.
Digrignai i denti: come accidenti aveva fatto a vedermi? Avevo compiuto piccoli movimenti in modo da non attirare la loro attenzione…
- Anche tu imparerai a vedere le armi che gli altri portano nascoste addosso, con il giusto allenamento e l’esperienza, ovviamente!- continuò lui leggermente divertito.
Lentamente mi voltai verso di lui: che volevano da me? Che significavano quelle parole?
- Che volete da me?- cercai di mantenere un tono neutro.
- Niente di particolare, credimi! Voglio che tu entri a far parte degli Speciali!- rispose tranquillo.
Se una bomba mi fosse esplosa accanto mi avrebbe lasciato meno stordita!
- State scherzando, spero!- la sola idea di diventare un ‘macellaio dell’esercito’ mi agghiacciava.
- Nessuno scherzo! – quella volta a rispondermi fu la donna – Ti abbiamo visto all’opera poco fa e ti abbiamo trovata eccezionale: sei sprecata con questi damerini in giacca blu!- .
- Io… io non ho le qualità per entrare nel vostro corpo!- provai a controbattere.
Inutilmente!
- Oh si che le hai! Anche ora stai dimostrando ampiamente di averle! Ti trovi in una situazione difficile, ti abbiamo messo spalle al muro, chiunque al tuo posto avrebbe iniziato a balbettare cercando una via di fuga, ma tu no! La prima cosa a cui hai pensato è stata quella di prendere il pugnale per agire subito in caso le cose si fossero messe male; anche ora stai valutando le possibilità che hai di ucciderci e scappare da qui. Sai come mantenere la calma, ti sei dimostrata particolarmente lucida, sei capace di agire al momento giusto facendo la cosa giusta senza un attimo di esitazione, sai stata allenata talmente bene che il tuo carpo sa reagire ancora prima della mente. Hai qualità superiori al mucchio di mocciosi che hanno preso quest’anno, per questo di vogliamo.- .
- E non accetterete un no come risposta, vero?- ero con le mani legate, ormai…
- Esatto! Per il solo fatto che sei qui sei già una di noi!- mi spiegò l’altra.
Fantastico! La mia vita migliorava di giorno in giorno!
- Che devo fare?- sospirai arrendendomi.
- Verrai con noi al War South Team, appena arrivata il generale ti sottoporrà ad un piccolo test, giusto per verificare fino in fondo che non abbiamo preso una cantonata con te, se lo supererai ti daremo una nuova uniforme ed il tuo numero di matricola, allora sarai uno Speciale a tutti gli effetti!- .
Qualcosa mi diceva che dovevo passare quel test a tutti i costi, altrimenti non avrebbero trovato più nemmeno il mio cadavere.
- Devo avvertire i miei superiori e mia sorella del mio trasferimento al Sud!- .
Da quando ero stata trasferita a North City avevo visto mia sorella e la Maestra solo un paio di altre volte, e qualcosa mi diceva che una volta lasciato il campo con quei due, non le avrei riviste più… e la cosa non mi piaceva per nulla!
- Tranquilla a questo penseremo noi!-.
Ovviamente! Che altro dovevo aspettarmi?
Un nuovo viaggio e questa volta era davvero un salto nel buio più totale!