Capitolo VI
Viaggiavo
in un vagone del treno riservato ai pochi Speciali che erano stati
mobilitati per Reloom, mi tenevano costantemente d’occhio
anche se non lo davano a vedere, e nessuno rispondeva alle domande che
rivolgevo loro.
Quando
vivevo a South City avevo sentito parlare del War South Team. Giravano
varie voci su quella caserma, alcune dicevano che il Fuhrer vi aveva
collocato illegalmente dei laboratori alchemici per fare esprimenti
segreti e proibiti, altre che vi torturavano i prigionieri di guerra
per ottener delle informazioni, ma la più accreditata era
che il War South Team era semplicemente un carcere militare. Comunque
nessuno aveva mai menzionato gli Speciali!
Il War
si trovava in una conca circondata da montagne, ed era stato costruito
sulla sponda di un lago, alle spalle aveva un bosco fitto e sinistro.
Era
molto ampio e le varie baracche erano allineate ordinatamente, ovunque
si sentivano schiamazzi, ordini urlati, il clangore delle armi che
cozzavano l’un l’altra, tonfi cupi di pugni e corpi
che cadevano…
…
L’odore che predominava era quello della sabbia, ma a volte,
quando il vento si alzava, si riuscivano a percepire le fragranze umide
del bosco…
I due
Speciali che mi avevano reclutata mi scortarono in quello che sembrava
l’HQ del campo un palazzo a tre piani costruito con mattoni a
faccia vista.
Voleva
dare l’impressione di essere minaccioso.
Da
quel poco che mi avevano detto dovevo presentarmi dal generale Eddings
per essere autorizzata a passare una prova. Entrammo: era un vero
labirinto di scale! Ad ogni piano corrispondevano almeno cinque sbocchi
di scale, se non avessi avuto quello Speciale accanto a me starei
ancora a vagare li dentro! Dopo un po’ persi
l’orientamento, solo in seguito seppi che lo studio di quel
generale si trovava al secondo piano.
L’uomo
che mi stava aspettando era molto giovane per aver raggiunto il grado
di generale! Aveva lunghi capelli rossi, lasciati sciolti sulle spalle,
e mi fissava divertito con i suoi occhi verdi piantati nei miei.
Oggettivamente era molto bello, non posso negarlo, ma, non so
perché, non mi fece lo stesso effetto di Mustang! Quella
bellezza non aveva toccato minimamente la mia anima, come invece era
successo con lui…
Quella
constatazione avrebbe già dovuto darmi un piccolo indizio
sul guaio in cui mi ero cacciata con quel maggiore irritante, ma sul
momento decisi di ignorare la cosa, quello che mi premeva maggiormente
era il mio destino!
Detto
così sembra molto plateale, ma una volta che si hanno avuto
contatti con gli Speciali è la fine: si entra in una spirale
senza più via d’uscita, nemmeno ai morti
è concesso abbandonare quel campo!
Il
generale mi scrutò a lungo con quelle iridi verdi
irriverenti, prima che inclinasse le labbra in un odioso sorriso
sardonico.
-
Spero che tu stia scherzando tenente colonnello Stevens!
L’unico posto in cui può stare una come lei
è in un letto ad aspettare trepidante il mio arrivo!- e
scoppiò a ridere.
Una
risata untuosa, arrogante, che mi scivolò dentro bruciando
come acido. E quella considerazione su quale fosse il posto
più adatto a me andò a toccare un tasto
particolarmente sensibile dentro di me, ed all’improvviso
vidi tutto nero!
Non
sono mai stata un tipo paziente, scatto subito, alla minima
provocazione e quando perdo veramente la pazienza divento
incontrollabile, e questo quell’idiota che si credeva
divertente lo comprese appena gli saltai al collo e lo scaraventai
contro il ripiano della scrivania, facendo battergli piuttosto
violentemente la fronte ed il naso contro il legno. Ero stata
così veloce che nessuno in quella stanza aveva capito cosa
fosse successo finché non avevano visto la fine che aveva
fatto il generale. Né il suo grado né il gemito
di dolore che mi raggiunse mi fermarono, ma anzi mi spinsero a premere
ancora di più quella testa di cavolo contro la scrivania.
Cercò di liberarsi, ma la mia presa sul suo collo era troppo
ferrea, tanti anni a fare lavori maschili non erano passati invano!
-
Prova a ripetere adesso dov’è il mio posto,
bastardo!- ringhiai aumentando la mia stretta.
-
La… lasciami!- provò a biascicare.
-
Niente da fare, prima voglio che ti scusi!- il tono che stavo usando
era così gelido che persino io stentavo a riconoscerlo.
Mentre
il generale valutava in silenzio quale fosse la cosa più
intelligente da dire in quella situazione, nell’ufficio era
sceso un silenzio pesante, avevo sentito distintamente che gli altri
due Speciali avevano estratto dei pugnali dal fruscio dei vestiti, ma
non erano ancora intervenuti, forse perché si erano resi
conto che io non costituivo una vera minaccia.
Alla
fine il generale capitolò.
-
Scusa… scusami! Sono stato un idiota completo a parlare
così!- bene, così andava meglio!
Senza
emettere un suono lo lasciai libero e, a passi lenti e misurati, tornai
al mio posto, tra i due Speciali che avevano rinfoderato le armi.
Chissà
cosa stavano pensando di me…
Il
generale si rimise dritto massaggiandosi il collo, una smorfia di
dolore sul viso, mi fissò torvo per un po’, poi
inaspettatamente sorrise, un sorrise sincero ed anche un po’
dolce.
-
Però! Ne hai di forza in quel corpicino, eh?! E poi
complimenti: non è facile prendere di sorpresa tre Speciali!
– si volse verso quello che aveva chiamato tenente colonnello
Stevens – Mi ricredo completamente sulla tua scelta:
è perfetta per noi! Falle il test e poi dalle la matricola e
toglile quell’uniforme!- .
-
Sissignore!- scattò sull’attenti
l’interpellato.
Il
generale tornò a leggere i suoi documenti e questo ci fece
capire che eravamo congedati.
Una
volta all’aperto la mia silenziosa scorta decise di aprire
bocca, finalmente!
- Gran
bello spettacolo, non c’è che dire!-
commentò la donna.
-
Già, sono sempre più convinto che sarà
un ottimo elemento! Ma chi ti ha allenato si può sapere?- .
Mi
limitai ad un piccolo sorriso: ero decisa a non concedere
più niente di me agli altri, fosse anche una scemenza come
quella!
-
Allora, che mi aspetta ora?- chiesi piuttosto stancamente.
Dopo
aver affrontato la mia prima battaglia, ero stata presa di peso e
caricata su un treno come un pacco, e viaggiare quattro giorni
consecutivi per raggiungere il War… sono una persona forte,
non per vantarmi, ma quello che mi era accaduto negli ultimi mesi, mi
aveva sfinito… ero così stanca che mi sarei
addormentata tranquillamente li, su quel sentiero di ghiaia!
- Per
oggi niente! Sei così stanca che non ti reggi quasi
più in piedi!- per la prima volta mi parlò con
gentilezza.
- Per
fortuna! – sospirai sollevata – Si vede tanto?- .
-
Riesci a nasconderlo bene, ma ho un occhio troppo allenato per non
notarlo!- rise.
Una
risata fresca e delicata, così in contrasto con il suo
aspetto…
…
per la prima volta da quando ci eravamo incontrati mi chiesi quale
persona si nascondesse sotto quella maschera…
La
donna continuava a guardare davanti a sé come se noi e tutto
il resto del mondo non esistessimo…
…
la domanda che mi fece sorgere lei fu invece se anch’io fossi
mai riuscita a raggiungere una simile, invidiabile
imperturbabilità un giorno…
Lei si
volse all’improvviso verso di noi.
-
Dormirai nei nostri alloggi e domani mattina affronterai il test!- mi
spiegò lei.
Fu
allora che lo capii: era già stato tutto deciso, mi
consideravano già una di loro! Non si spigava altrimenti il
loro comportamento…
Non
sarei mai scappata da li, da loro!
La mia
mente turbinava sconvolta mentre li seguivo verso i container destinati
agli alloggi, ed ascoltavo distrattamente il tenente colonnello Stevens
che mi spigava che gli Speciali era divisi in squadre, ogni squadra era
come una piccola famiglia in cui ognuno aveva il dovere di aiutare gli
altri; la loro squadra era formata da tre maschi e due femmine, ed era
una delle più famigerate sia tra gli Speciali stessi che
nell’esercito regolare. Sarei entrata a far parte della
feroce ‘Sezione α’. La mia famiglia per
tanto tempo!
Il
container era logoro ed arrugginito come tutti gli altri, ma dava
veramente la sensazione di essere la tana del leone, a differenza
dell’HQ!
L’interno
era nettamente diverso, come se sorpassando la soglia
d’ingresso fossi stata scaraventata in un altro luogo. Mi
guardai intorno ad occhi sbarrati, chiedendomi se sul serio quelli
fossero i militari più spietati di cui disponesse
l’esercito!
In
fondo alla baracca c’erano due letti a castelli di tre piani
ciascuno affiancati, in modo da lasciare libero gran parte dello
spazio; dall’altro lato c’era un camino abbastanza
ampio, circondato da una piccola cucina di legno, davanti alla quale
campeggiava un tavolo di metallo scuro.
Non
c’erano finestre, a parte un piccolo abbaino appena sotto il
tetto e l’unica illuminazione all’interno era
assicurata dalla luce elettrica.
Un
ragazzo con lunghi capelli neri lisci e sguardo serio, stava sdraiato
su uno dei letti al terzo piano a leggere un enorme libro dalla
copertina nera, e cercava di ignorare il casino che stavano facendo un
ragazzo dall’aria sbarazzina, capelli a caschetto biondi e
grandi occhi azzurri, che si stava litigando una barretta di cioccolato
con una ragazza più bassa di lui, con una cascata di ricci
ramati che le ricadevano lungo la schiena ed il volto infantile ed
imbronciato coperto da efelidi. All’improvviso il ragazzo sul
letto, stanco di quelle grida senza senso, si mise in ginocchio sul
materasso e, dopo essersi sporto verso il basso, iniziò ad
inveire contro i due contendenti, triplicando il fracasso.
Un
ringhio basso ribollì nella gola della donna, mentre il
tenente colonnello riuscì solo a sospirare un
“Sempre i soliti!”.
- Non
vi si può lasciare soli un paio di giorni che troviamo gli
alloggi semidistrutti, eh?!- intervenne alla fine Stevens.
Sentendo
la sua voce autoritaria i tre si bloccarono all’istante nella
posizione in cui erano, per poi voltarsi lentamente verso la nostra
direzione. Il ragazzo biondo mollò subito la presa sulla
cioccolata mandando la ragazza a gambe all’aria, e nascose le
mani dietro la schiena cercando di dissimulare un’espressione
colpevole e divertita sotto la lunga frangetta.
-
Drew! Mi hai fatto male! Se ti prendo sei morto!- urlò la
rossa rimettendosi in piedi.
Il
biondino sorrise ancora di più e cominciò a
correre lungo il perimetro della stanza inseguito dalla ragazza che gli
urlava dietro.
Bastarono
un paio di colpi di tosse di Stevens per riportare la calma.
- Dei
bambini dell’asilo ecco cosa siete, altro che Speciali!
Ancora mi domando cosa mi sia frullato per la mente il giorno in cui vi
ho voluto arruolare nella mia squadra!- .
Il
tenente colonnello aveva parlato in tono basso, ma ogni parola aveva
trasudato tutta la sua irritazione, per questo era stato più
impressionante che se si fosse messo ad urlare.
I due
che si erano rincorsi abbassarono la testa: mi diedero
l’impressione di due bambini sorpresi a fare qualche
marachella dai genitori!
Per
questa non riuscii a trattenere un piccolo sorriso divertito!
- E
lei chi è?- chiese il terzo, mentre scendeva dal letto a
castello.
Subito
i due sollevarono la testa di scatto verso di me, quando
incrociò il mio sguardo, il ragazzo biondo sorrise in un
modo così solare che mi imbarazzò: sembrava
limpido come un bambino…
- Che
carina!- esclamò saltandomi accanto e piegandosi
finché i nostri volti non furono a pochi centimetri
l’uno dall’altro.
Io
scattai subito sulla difensiva ed indietreggiai di pochi passi: persino
Hughes poteva toccarmi solo in pochi casi eccezionali, che accidenti
voleva quello li?
- Ah,
è proprio adorabile! Quanti anni ha? Dove l’hai
trovata?- sembrava che stesse parlando di un cagnolino raccolto dal
ciglio della strada!
Ed
ancora con questa storia che ero ‘carina’ ed
‘adorabile’!
Sinceramente
non capivo cosa la gente potesse trovare di carino ed adorabile in una
come me!
- Si
chiama Saya Takano e farà parte della nostra squadra dopo il
test!- Stevens parlava con un’irritante sicurezza, come se
tutto dovesse andare esattamente come volesse lui.
- Beh,
se l’hai già portata qui vuoi dire che
praticamente è già fatta, vero?- chiese la
ragazza con i capelli rossi.
-
Esatto!- e raccontò della mia azione a Reloom e del mio show
nell’ufficio del generale poco prima.
Il
biondino a quel racconto scoppiò a ridere fino alle lacrime,
ed anche gli altri due si lasciarono ad una breve risata.
-
Finalmente abbiamo trovata una che mette a posto quel maiale di
Eddings!- commentò divertito il ragazzo con i capelli neri.
Ancora
uno scambio di battute e poi Stevens e l’altra donna
cominciarono a liberarsi delle maschere e dei passamontagna. Fu in
seguito, quando anche a me toccò compiere quello stesso
rito, che ne compresi il valore intrinseco: quando uno Speciale mostra
il suo viso ad una persona che non è un compagno, fa una
concessione, la più grande! La maschera è
l’unica cosa che ci protegge, nascondendo il volto
nascondiamo noi stessi, e possiamo agire indisturbati, una missione
dietro l’altra; solo chi rivela la propria
identità con facilità perde se stesso e la
propria vita!
Rimasi
stupita quando incrociai i loro volti: erano volti così
eterei che sarebbero stati bene tra le schiere degli Spiriti che
Ishibala inviava sulla terra per aiutare i suoi fedeli.
Il
tenente colonnello Leroy Stevens aveva un viso dai lineamenti delicati
che sembravano scolpiti nell’alabastro, gli occhi erano di
una azzurro così chiaro che a volte sembravano trasparenti,
i capelli biondi erano lunghi fino alle spalle e li portava racchiusi
in una piccola coda alla base della nuca, sembrava una persona molto
dolce e gentile, ma era comunque percepibile la parte più
pericolosa di lui; la donna invece, che si presentò come il
capitano Siris Sateri, aveva un volto dai lineamenti marcati e rozzi,
non era bella, aveva occhi grandi e castani, e dello stesso colore
erano i capelli che portava corti come quelli di un uomo, aveva un che
di inflessibile, esattamente come la curva delle sue labbra. Poi mi
presentarono gli altri componenti della squadra: il ragazzo con lunghi
capelli neri ed occhi dello stesso colore, ma così diversi
da quelli densi di Mustang, era il tenente Natan Kit, e quando Stevens
me lo indicò una strana luce dolce si accese nei suoi occhi
e colorò la sua voce; il biondino era il maggiore Drew
Willer, ed era facile capire che fosse il burlone della squadra; la
ragazzina con i ricci ramati era invece il sergente Lara Sanders ed
aveva un paio d’anni più di me. Erano tutti molto
giovani, alcuni di loro non arrivavano nemmeno alla maggiore
età, eppure erano più maturi ed adulti di molto
altri militari, lo si leggeva nei loro occhi che avevano già
vissuto migliaia di vite…
Il
capitano Sateri cucinò qualcosa ed intorno alle venti
suonò il coprifuoco: dovevamo andare a dormire! La branda
che mi fu assegnata era al secondo piano, tra il muro e quella di Drew.
Ben preso scoprii che quello li non era solo un clown, ma anche la
persona più chiacchierona che avessi mai incontrato! Mi
tenne sveglia buona parte della notte a raccontarmi varie missioni che
aveva compiuto, per fortuna verso mezzanotte gli altri si decisero ad
intervenire e, minacciando di imbavagliarlo e spedirlo a dormire sul
tetto, riuscirono a zittirlo.
Fui
svegliata all’alba. Stevens voleva ragguagliarmi sulla prova
che avrei dovuto affrontare di li a tre ore davanti tutti gli Speciali
presenti al War. Il test si sarebbe tenuto nell’Arena, una
costruzione ellittica circondata da pesanti bastioni situata nella
periferia ovest del campo, non poteva dirmi in cosa consistesse di
preciso, perché dovevano testare anche la mia prontezza di
spirito ed il grado di improvvisazione, mi disse solo che
più avrei resistito più sarei avanzata di grado,
si perché in pratica li partivo da zero…
Gli
Speciali vivevano relativamente poco, la maggior parte di loro moriva
durante le missioni suicide che gli venivano affidate, per questo
avevano un gerarchia propria, che però aveva il suo peso e
valore anche per il resto dell’esercito: in pratica avevano
snellito i vari gradi eliminando quelli intermedi, cioè dal
maresciallo si passava direttamente al sottotenente, senza tener conto
dei tre gradi intermedi.
L’idea
di ‘esibirmi’ davanti a decine di Speciali che
avrebbero riso ad ogni mio errore mi terrorizzava, ma una parte di me
era elettrizzata davanti la prospettiva di dimostrare a quei tizi che
si credevano superiori a tutto ed a tutti che ero perfettamente alla
loro altezza!
Per
tutto il tragitto dalla baracca della Squadra α
all’Arena mi sentii come percorsa da continue scariche
elettriche mentre un centro senso d’ansia mi ribolliva nello
stomaco…
Stevens
mi guardò un’ultima volta prima di farmi entrare
nell’Arena e fu come se mi avesse fatto un lungo discorso di
raccomandazioni e mi avesse anche augurato buona fortuna.
Sorrisi
ed attraversai la buia galleria che mi condusse nello spiazzo ellittico
ricoperto di sabbia e circondato da gradinate brulicanti di uomini e
donne in nero, in prima fila riuscii a scorgere la chioma rossa del
generale Eddings…
Ne fui
stranamente lusingata: gli avrei mostrato una volta per tutte che io
non ero solo una bambolina con cui divertirsi! L’insinuazione
che aveva fatto il giorno prima bruciava come acido sulle mie ferite ed
in qualche modo sentivo che quel test era una sorta di riscatto per me!
La
prova a cui fui sottoposta fu particolarmente facile per me: si
trattava di combattere bendata, e la maestra Tasha mi aveva allenato a
quel modo fino allo stremo! Avevo ancora le cicatrici delle ustioni che
mi aveva fatto le prime volte…
Uno
Speciale mi portò al centro dell’Arena, mi
bendò con uno spesso pezzo di stoffa e poi mi fece ruotare
più volte su me stessa per farmi perdere
l’orientamento, ed alla fine lo sentii allontanarsi da me. La
prova era iniziata.
Dovevo
concentrarmi! Più facile a dirsi che a farsi, con quel
brusio di sottofondo che veniva dagli spalti che copriva ogni altro
rumore!
Digrignai
i denti: l’ansia e la rabbia iniziavano a montare dentro di
me e non andava bene!
- Rilassati,
respira lentamente e sgombra la mente da ogni pensiero. Dimentica di
essere te stessa, sei una parte del tutto, una particella dello spazio
che ti circonda e come tale puoi percepirne ogni battito e sospiro, sai
benissimo cosa si muove al suo interno: puoi vedere e sentire qualsiasi
cosa che ti circonda!-.
Queste
erano le parole che Tasha mi ripeteva fino alla nausea prima di
iniziare l’allenamento. Io ero un atomo dello spazio
circostante, ero unita ad esso e sapevo perfettamente cosa
c’era al suo interno, cosa mi circondava…
…
dovevo solo rilassarmi…
Inspirai
ed espirai più volte… fino a quando non sentii i
muscoli delle spalle rilassarsi…
…
un fruscio, leggero, appena percettibile, alle mie spalle…
Ero
pronta!
Mi
muovevo leggera e veloce schivando i colpi con facilità,
quando colpivo lo facevo sempre in punti non letali e lasciavo i miei
avversari riversi a terra e svenuti, non avevo alcuna intenzione di
fare del male a qualcuno! Prima o poi sarebbe accaduto, prima o poi
quel demone che sentivo ruggire di tanto in tanto dentro di me quando
la rabbia e l’odio mi vorticavano nelle vene, avrebbe preteso
il suo tributo in sangue e morte, ma per quella volta potevo ancora
salvarmi!
Cercai
di evitare di usare l’alchimia: bendata potevo anche ferire
qualcuno; ma quando una lama mi ferì al braccio mentre
mettevo fuori combattimento un altro avversario, reagii ancora prima di
pensare, perfettamente nel mio stile… Stevens, dopo, quando
potemmo tornare negli alloggi, mi raccontò che
all’improvviso dal mio corpo si era liberata una scarica
elettrica grigia che aveva toccato il cielo e percorso tutta
l’area dell’Arena, congelando la sabbia. Poi una
raffica di vento aveva iniziato a spazzare l’ellissi,
spintonando i miei avversari verso il muro di protezione,
schiacciandoveli contro, e creando una spessa barriera di ghiaccio che
li aveva imprigionati. Ridendo mi confidò che era stato uno
spettacolo così incredibile che molti ufficiali erano
balzati in piedi esclamando per lo stupore.
Non
sentendo più pericolo attorno a me, mi fermai. Rimasi in
attesa per alcuni lunghi istanti, poi qualcuno si degnò di
liberarmi e dirmi che la prova era terminata. Negli occhi di quel
ragazzo lessi terrore e stupore, e la cosa mi piacque, infinitamente!
La
cosa avrebbe dovuto spaventarmi, rivelarmi che stavo imboccando la
strada opposta a quella che mi aveva indicato la veneranda Tasha,
invece sorrisi soddisfatta a quell’espressione, ero
orgogliosa di essere riuscita ad incutere terrore ad in
‘Macellaio dell’esercito’…
…
il demone che era nato in me anni prima era soddisfatto: il War
sembrava essere un buon pascolo per lui…
Fuori
dal tunnel che immetteva nell’arena mi si fece avanti il
generale Eddings, affiancato da Stevens, con la sua espressione ironica
mutata in una fatta di rispettoso stupore.
-
Io… io non ho mai visto niente del genere! Qui sono
arruolati gli alchimisti più forti, ma nessuno era mai
riuscito a fare una cosa del genere! Come hai fatto?- .
Fino a
quel momento mi ero trattenuta, ma i miei poteri alchemici andavano ben
oltre quello spettacolino che avevo dato nell’Arena! La
Maestra era stata una degli Alchimisti di Stato più potenti
e geniali, aveva una preparazione nettamente superiore alla norma, e
questo perché la sua Maestra l’aveva costretta ad
entrare in contatto con il Portale, e la stessa cosa fece con me! Il
Portale si trova in un luogo di confine tra varie dimensioni e per
accedervi bisogna creare un cerchio alchemico complicatissimo, che
include simboli così antichi da aver dimenticato il loro
significato. Alcuni sono convinti che il Portale sia presente in ogni
alchimista, che sia il luogo da cui trae l’energia necessaria
per compiere le trasmutazioni. Il Portale è il luogo di ogni
conoscenza, è il luogo in cui nasce la stessa alchimia,
è abitato da creature che di umano non hanno nulla e sono
depositarie di quella conoscenza immensa, se si riesce ad entrare in
contatto con loro, sacrificando qualcosa, si può ottenere un
grande potere.
Io
sacrificai i pochi ricordi che possedevo di mio padre per ottenere
quella forza…
Avevo
ottenuto un potere alchemico così grande che la Maestra mi
impose di usarne solo una piccola parte, temeva che potessi restarne
soggiogata, che fosse l’alchimia a dominarmi, non voleva che
fossi divorata dalla brama di potere…
…
avevo infranto un’altra delle regole della Maestra:
perché quella parte oscura di me aveva esultato quando
finalmente mi ero lasciata andare un po’ ed avevo fatto
quella piccola dimostrazione di forza…
Non
risposi alla domanda del generale, mi limitai a fissarlo, e lui dovette
intuire che non ero disposta a dividere i miei segreti, così
sorrise e mi comunicò che ora ero uno Speciale a tutti gli
effetti e che ero stata messa nella squadra di Stevens e che partivo
dal grado di maresciallo, sarebbe stato lui a comunicarmi il mio numero
di matricola, a darmi la nuova uniforme ed ad informarmi su come
sarebbe stata la mia vita da li in poi.
Non so
che cosa provai in quel momento…
L’euforia
e l’orgoglio erano scivolate via, ora restava soltanto quel
persistente senso di vuoto che da sempre mi albergava nel
petto… non provavo nemmeno più quel familiare
senso di rabbia ed odio che si miscelavano continuamente fra
loro…
Nulla…
non provavo nulla…
Avevo
tradito la Maestra, Aiko e Hughes; ero diventata uno Speciale, ma non
uno Speciale qualsiasi, uno Speciale della squadra α; avevo
infranto una delle regole fondamentali che regolavano la mia esistenza
e mi ero lasciata andare al gonfiarsi della forza dentro di me, come
l’onda durante la marea, anche se comunque ero riuscita in
qualche modo a limitarmi; e cosa provavo?
Niente!
A
testa bassa seguii il mio nuovo superiore, dannandomi per quel senso di
vuoto che avevo dentro, chiedendomi se fosse un bene o un male quella
improvvisa insensibilità, ma non riuscii a trovare una sola
risposta decente alle domande che mi assillavano.
Nella
baracca trovai ad attendermi la mia nuova uniforme: era adagiata sulla
branda su cui avevo dormito la sera prima, quella che avrei usato da
quel giorno in poi. Salii la scala e mi sedetti sul materasso: era una
tuta aderente nera, esattamente come quella che Stevens aveva indosso a
Reloom, sul petto, all’altezza del cuore, brillavano le tre
stanghette di ottone che identificavano il mio grado; accanto
c’era una cintura completamente nera con un piccolo marsupio
ed alcuni foderi per pugnali; un passamontagna nero, alcuni pugnali di
varia grandezza e poi la maschera bianca, il terribile simbolo di
questo corpo.
La mia
maschera da Speciale!
La
presi tra le mani tremanti e la osservai attentamente: riproduceva un
volto androgino dai tratti comuni, nessun particolare che potesse
identificare il portatore…
A quel
pensiero mi sentii stranamente morta, come se quel pezzo di gesso fosse
la mia lapide e quell’uniforme la mia fossa
sepolcrale…
…
forse era per quello che le emozioni ancora non volevano
venire…
Deglutii
a vuoto più volte cercando di forzare quel nodo che mi si
era stretto in gola e per la prima volta da quando era iniziata quella
storia mi chiesi cosa avessi fatto!
Ebbi
ancora qualche istante di solitudine con cui avrei potuto riordinare
almeno un po’ i pensieri, poi comparve Stevens e si sedette
accanto a me.
- So
che è difficile accettare l’idea di essere uno
Speciale. Non avrai un solo giorno di pace e dovrai rischiare
costantemente la tua vita. Ne vedrai così tante da
desiderare di ucciderti ogni volta che tornerai qui a missione
conclusa. Questo posto non è altro che
l’anticamera dell’Inferno!- .
Mi
aveva parlato con un tono serio così distante da quella
dolce allegria che gli avevo sempre sentito usare, ma ancora non ero
pronta a guardarlo negli occhi.
-
Allora perché mi hai voluta qui?- la mia voce invece era
atona ed incolore, come se stessi parlando del tempo.
- Non
lo so. Ho visto qualcosa in te, qualcosa di unico! Qualcosa che mi
urlato che non potevo lasciarti andare, che eri troppo importante per
restare un semplice soldato! Mi è sembrato come se ti stessi
trascinando, io posso darti le ali per volare!- .
Le ali
per volare…
…
ancora oggi mi sembra di continuare ad annaspare nella melma in cui ero
caduta da bambina…
-
Capisco!- fu l’unica cosa che riuscii a mormorare.
-
Comunque ero anche venuto a consegnarti il tuo numero di matricola:
imparalo a memoria, perché è questo che ti
identificherà da ora in poi, potrebbe anche salvarti la vita
se ti trovassi da sola in zona nemica e richiedessi aiuti!- e mi
allungò un bigliettino di carta piegata a metà.
Lo
presi e lo aprii…
…
Agente Speciale 653 della sezione α, questa era la mia nuova
identità!
Solo
allora trovai la forza per guardarlo e, come se un proiettile mi avesse
trapassato il cervello da parte a parte, capii che quel ragazzo altro
non era che il mio carnefice…
Questa
consapevolezza non mi abbandonò per tutto il tempo in cui
lui parlò, spiegandomi che dal giorno dopo avrei iniziato
gli allenamenti, che sarebbero durati sei mesi ed alla fine avrei avuto
affidata una piccola missione, come ulteriore conferma.
Tanti
erano quelli che passavano il test e gli allenamenti, ma poi trovandosi
al momento di agire, si tiravano indietro e scappavano spaventati,
mandando a monte missioni che avevano alle spalle mesi di indagini e
pedinamenti.
Dovevano
testare anche le mie capacità sul campo, quando mi sarei
trovata ad agire sotto copertura, a fingere di non conoscere le persone
amiche, quando avrei dovuto fare scelte pesanti, a volte distruttive,
per me stessa e per gli altri, per poi alla fine trovarmi davanti a
criminali della peggior specie, senza perdere il sangue freddo.