Capitolo VII
I sei
mesi di addestramento scivolarono così velocemente che quasi
non me ne resi conto!
Passavo
le mie giornate ad allenarmi con Siris, i miei nuovi colleghi mi
avevano proibito categoricamente di chiamarli per cognome e grado,
ormai facevo parte della loro famiglia. Comunque, Siris aveva sospeso
le missioni per dedicarsi al mio addestramento, era rigida ed
inflessibile proprio come appariva, se non eseguivo la sue direttive
alla perfezione ci pensavano le sue frustate a ricordarmi che dovevo
essere più attenta! I suoi metodi non erano ortodossi, come
non lo erano quelli di ogni altro istruttore del War, ma
riuscì a tirare fuori il meglio da me: grazie
all’allenamento a cui mi aveva sottoposta la maestra Tasha
disponevo già ottime basi, in pratica si era trattato solo
di aumentare la mia forza e velocità, e di affinare il mio
stile di lotta a mani nude, l’unica cosa che dovetti imparare
al War fu l’uso delle armi da fuoco. Solo per
l’alchimia non ero seconda a nessuno.
Per
fortuna fino a quel momento non mi ero ritrovata in un’altra
situazione che mi avrebbe invogliata ad usare l’alchimia al
massimo livello.
Il mio
carattere restava un’incognita: tendevo a mantenere le
distanze con quanti mi erano attorno, scoraggiavo qualsiasi tentativo
di familiarizzare, a parte quelli della mia squadra non parlavo con
nessun altro. Odiavo il contatto fisico, continuavo a ritenerla
un’azione sporca, ogni volta che qualcuno mi sfiorava
ritornavo al tempo delle violenze nell’officina, per questo
non permettevo a nessuno di loro di toccarmi se non era strettamente
necessario; Lee e gli altri non capivano questa mia ossessione, ma la
accettarono, anche per evitare ulteriori esplosioni violente da parte
mia, come quella che aveva travolto Drew quando un volta per scherzo mi
aveva abbracciato da dietro all’improvviso: persi
completamente il controllo, pestandolo con una ferocia ed una violenza
di cui io stessa non mi ritenevo capace…
…
semplicemente volevo cancellarlo dalla faccia della terra!
L’unica
persona che continuava a restarmi accanto senza pretendere niente, se
non sostenermi ed aiutarmi ad andare avanti era Lara. Lara è
stata l’unica ragazza in tutto il War ad avvicinarsi a me
fino a convincermi ad appoggiarmi totalmente a lei, per quanto la
ferissi e la scacciassi lei continuava a tornare da me, perseverando
fino a riuscire a farmi accettare la sua presenza. Lara aveva un potere
particolare, arrivava nei momenti più bui e senza dirmi
nulla si sedeva accanto a me e prendeva la mia mano nelle sue, per
farmi comprendere che non ero sola e potevo contare su di lei; quante
mattine mi sono svegliata tra le sue braccia perché avevo
urlato tutta la notte in preda agli incubi e lei era subito accorsa per
tendermi la sua mano?
Posso
dire che Lara sia stata la mia unica, vera amica.
Avevo
appena terminato il mio addestramento che Leroy mi comunicò
che doveva prepararmi per la mia prima missione da Speciale: era
scomparso un carico di eroina diretta a West City, una missione che
anche il più impedito fra i damerini in giacca blu avrebbe
potuto portare a termine velocemente, ma era stata affidata agli
Speciali perché dietro il furto c’era la figura di
Damien Aken, erede ed uomo di punta del clan delle ‘Sette
Lune’, il terzo gruppo criminale in ordine di
pericolosità per lo Stato, che aveva agganci in ogni regione
dello Stato a qualunque livello e commerciava qualsiasi cosa: dai
vestiti alla cocaina. Aken gestiva un locale per spogliarelliste a
Central City, ‘La Flamme’, ed era un buon punto di
partenza per scoprire dove fosse scomparso il carico di eroina e
soprattutto perché: le alte sfere temevano una nuova guerra
per la supremazia dei traffici di droga verso Central.
Per
poco non soffocai quando Leroy mi spiegò che avrei dovuto
farmi assumere come spogliarellista nel locale, in modo da potermi
muovere indisturbata e cercare di entrare nello studio di Aken; lo
guardai come se fosse impazzito di colpo: non poteva credere veramente
a quello che aveva appena detto!
- E
non guardarmi così! Lo so che non è intelligente
come piano, ma non abbiamo nessun’altra pista da battere!-
borbottò lui incrociando le braccia al petto.
Andavo
stranamente d’accordo con lui. Mi trattava con la confidenza
che avrebbe avuto con una persona che faceva parte della sua squadra da
anni.
E,
cosa importantissima, mi trattava alla pari!
-
Trovati un’altra che accetti: io non la so fare la
spogliarellista!- .
-
Tutto qui?! – come tutto qui?! Mi avrebbero scoperta appena
avrei mosso il primo passo e sistemata una volta e per sempre, e lui
diceva tutto qui?! – Ti ho detto mille volte di non fissarmi
con quell’espressione truce, mi metti ansia! –
roteai gli occhi: a volte era esasperante! Comunque cercai di mitigare
lo sguardo – Dicevo: non è un problema che tu non
sappia spogliarti: ti insegno io!- mi disse tutto tranquillo con enorme
sorriso.
Scommetto
che l’ho guardato come se fosse stato un alieno, visto che
scoppiò a ridere come un matto! Lui, un maschio!, voleva
insegnare a me come spogliarmi?!
- Dai,
togliti quel colorito verdognolo dalla faccia perché ti
assicuro che non ti dona per niente! – lo trovava divertente
– Tranquilla per quanto tu sia carina non hai nulla che possa
interessarmi!- lo disse ridendo ma il tono secco che usò mi
fece capire che non scherzava.
Quegli
occhi erano troppo sinceri per farmi credere che avesse un secondo
fine: dovevo fidarmi, non avevo alcuna scelta!
Alla
fine ci ritrovammo in sorta di rimessa, piuttosto buia e lontana dal
resto del campo, Leroy si muoveva tranquillo, fischiettando
allegramente mentre cercava un buon posto per mettere lo stereo e la
lampada, si perché lui aveva preso la cosa più
seriamente del previsto e si era messo in testa di fare le cose per
bene ed in grande stile: voleva trasformarmi nella migliore
spogliarellista che Aken avesse mai visto!
Scappare
da quel posto e chiedere ad Eddings la missione più
pericolosa che avesse sulla scrivania non mi parve più
un’idea tanto suicida…
Appena
ebbe terminato, Leroy mi prese per un braccio e mi fece sedere per
terra davanti a lui, mi sorrise in un modo inquietante ed alla fine
fece partire lo stereo.
Appena
iniziò a muoversi capii quanto quell’uomo potesse
diventare sexy!
Si
muoveva languidamente, seguendo le note lente e sensuali, totalmente
perso in quello che stava facendo…
Quei
movimenti felini mi riportarono alla mente una persona in particolare,
un Alchimista di Stato impertinente e rompiscatole, che aveva il potere
di sedurre la gente solo guardandola, arrivai a chiedermi come sarebbe
stato se al posto di Leroy ci fosse stato Mustang…
improvvisamente ebbi bisogno di una doccia gelida!
Ero
rimasta così imbrigliata dai miei stessi pensieri che
nemmeno mi resi conto che la musica era terminata e che Leroy era
rimasto con indosso solo un paio di boxer neri…
…
continuavo a guardare il vuoto, con la testa piena di
Mustang…
Preoccupato
Leroy si inginocchiò accanto a me.
-
Saya? Tutto bene?- mi chiese agitando la sua mano destra davanti al mio
viso.
La sua
voce riuscì a farsi spazio nella mia mente quel tanto che
bastava per farmi ritornare in quel garage buio e sporco
all’interno del War.
Corrugai
la fronte chiedendomi che accidenti mi avesse chiesto, poi risposi
meccanicamente che si, stavo bene.
Quando
misi a fuoco bene il suo sguardo capii che toccava a me.
Le
prime volte il risultato fu catastrofico! Ero imbarazzata a livelli
stratosferici e mi muovevo a scatti, con la stessa grazia di un pezzo
di ferro. Leroy rideva come un matto dicendo che non aveva mai visto un
disastro simile a me! Alla fine si alzò in piedi, si mise
alle mie spalle ed iniziò a muoversi insieme alla musica
guidando i miei movimenti.
Alla
fine di quell’infernale settimana ero capace di far girare la
testa a chiunque! E Leroy mi insegnò anche ad usare un tipo
di droga particolare che spediva chiunque la ingerisse nel mondo dei
sogni ed al risveglio non avrebbe ricordato nulla, perché
sarebbe potuto capitare che uno dei cliente avesse chiesto prestazioni
più particolari di uno strip-tease, e
quello era l’unico modo per dargli quello che volevano senza
compromettermi!
Ero al
‘Flamme’ da un paio di mesi.
Quell’ambiente mi nauseava! Uomini, padri di famiglia, che
prima di tornare a casa si appartavano con quelle che a tutti gli
effetti erano prostitute, e poi abbracciavano la moglie ed i figli come
non avesse fatto niente!
Dovetti
fare una grande violenza su me stessa per impedirmi di uccidere tutti
quelli che mi toccavano! Mi faceva ribrezzo sentirmi le loro mani
addosso, mani che mi riportavano alla mente altre mani che mi avevano
toccato senza permesso, senza alcun rispetto, lasciandomi un segno
indelebile nell’anima!
Di
sera ballavo in quella baracca sotto gli occhi lascivi di tutti quegli
uomini, e di giorno me ne stavo rintanata nella stanza che avevo
affittato: mi trovavo a Central City, la stessa città dove
viveva e lavorava Hughes, che sarebbe successo se mi avesse visto
passeggiare per la città dato che mi sapeva di stanza
all’HQ di West City?
Il
pensiero di Hughes si collegava immancabilmente a quello di
Mustang…
Anche
lui viveva a Central…
A
volte il desiderio di rivederlo, di scoprire cosa stesse facendo,
diventava insopportabile!
Ma
sono sempre riuscita a dominarmi…
Quella
sera non fui particolarmente fortunata, ed ancora oggi non so se sia
stato un bene o un male, alla fin fine…
Crystal,
una delle ragazze che erano state assunte con me, mi aveva avvertito
che due ufficiali mi avevano richiesta per una esibizione privata.
Annuii e, con il flacone di droga nascosto nel bracciale di cuoio che
portavo al polso sinistro, mi avvicinai verso la privè che
mi era stata indicata. Camminavo perfettamente dritta, con i movimenti
fluidi e languidi che mi aveva insegnato Leroy, ignorando gli sguardi
indirizzati al mio corpo perfettamente scolpito, coperto solo da un
succinto bikini azzurro che faceva risaltare il colore ambrato della
mia pelle. Sul braccio spiccava in tutto il suo inquietante mistero il
‘Tatuaggio di Seth’. Solo il mio viso era coperto
da un velo, per evitare che qualcuno si accorgesse che ero
minorenne…
Quando
entrai nella stanza mi si congelò il sangue nelle vene
vedendo chi mi avesse comprato: davanti a me c’erano un
Mustang sorridente ed uno Hughes visibilmente imbarazzato. Appena
incrociai lo sguardo del mio amico, questi sbiancò
spalancando occhi e bocca per la sorpresa: lui è sempre
stato in grado di riconoscermi sotto qualunque travestimento a causa
dei miei occhi più unici che rari. Mustang
ridacchiò divertito, dallo sguardo sfocato doveva essere
ubriaco, e la cosa stranamente mi irritò parecchio. Si alzo
in piedi e, dopo avermi afferrato per un braccio, mi
trascinò fino a mettermi in piedi davanti al mio amico che
distolse subito lo sguardo. Feci lo stesso anch’io: non
volevo vedere la sua espressione in quel momento!
- Hai
visto che bellezza Maes?- biascicò Mustang prima di baciarmi
il collo.
Quel
contatto mi bruciò dentro come acido! Rimasi paralizzata
cercando di riprendere il controllo delle mie facoltà
mentali e di forzare quel maledetto nodo che mi si era formato alla
gola… Riuscii a ritornare in me quando si
allontanò da me e si risedette fissandomi impaziente.
Sapevo
cosa si aspettava da me, ma dover fare una cosa del genere davanti a
loro due mi terrorizzava. Leroy mi aveva consigliato di fare come se
gli spettatori non fossero altro parte integrante
dell’arredamento della sala, ma stranamente la cosa non
funzionava con loro due, forse perché erano persone che
conoscevo, forse per quelle sensazioni che mi erano esplose dentro alla
vista ed al tocco di Mustang…
Chiusi
gli occhi e cercai di calmare il respiro, non potevo mandare a monte
una missione sotto copertura come quella, la mia prima
missione…
La
posta in gioco in caso di fallimento era la mia vita!
Sempre
ad occhi chiusi iniziai a muovermi, cercando di ignorare lo sguardo di
Mustang che mi scivolava addosso come lava, e quello di Hughes che
doveva essere carico di riprovazione e repulsione… le
lacrime mi salirono agli occhi e bruciarono contro le palpebre, ero
solo un oggetto con il quale Mustang voleva divertirsi, non una ragazza
ma solo un corpo con cui giocare… le sensazioni tornarono a
vorticarmi dentro così violente da sembrare quasi sul punto
di trascinarmi via… non avrei mai voluto vedere quella
faccia di Mustang…
…
per la prima volta compresi quando fosse umiliante quello che stavo
facendo…
Mustang
fu molto soddisfatto del servizio, Hughes non mi guardò mai
in faccia e fu quello che mi ferì maggiormente…
Come
al solito uscii dal locale che era mattina, percorsi a passi pesanti la
strada verso l’appartamento, volevo solo riposarmi, dormire e
dimenticare quella notte infernale.
Peccato
che non potevo: dopo una serata come quella, Aken andava a casa per
sbrigare altri affari, ed avrei avuto un’occasione
irripetibile per frugare nel suo ufficio.
Leroy
era stato chiaro: tutti gli affari Aken li seguiva al locale, quindi,
molto probabilmente, li possedeva una cassaforte in cui teneva tutti i
suoi contatti: dovevo assolutamente trovarli, magari riuscivo anche a
mettere le mani su qualche carta che potesse indicarmi cosa stesse
tramando.
Affrettai
il passo: avevo poco tempo per cambiarmi, prima che Aken lasciasse il
locale, quando una mano mi afferrò il braccio e mi condusse
all’interno di un vicolo laterale, e mi ritrovai faccia a
faccia con Hughes che mi fissava furibondo.
- Non
dovresti essere all’Ovest?- mi ringhiò contro.
Ero
stata schiacciata contro il muro e lui mi bloccava i polsi in modo che
non potessi scappare.
- Non
è come credi!- risposi impassibile.
Cosa
dovevo fare? Hughes era come un fratello per me! Era stato
l’unica persona che si era esposta per cercare di tirarmi via
dallo schifo in cui galleggiavo prima, e come lo ripagavo? Gli mentivo
e gli comparivo davanti come una spogliarellista!
Mi
morsi il labbro inferiore: non volevo mentirgli ancora, ma se gli
avessi rivelato che ora ero uno Speciale non sarebbe stato peggio?
Mi
fermai ad osservare quelle iridi nocciola di solito così
gentili, ed ora sembravano pronte ad incenerirmi!
Tenevo
troppo alla sua amicizia, per questo crollai e gli raccontai tutto. Gli
raccontai della mamma e di papà, gli raccontai di quanto
accaduto ad Ishibal ed all’officina, gli raccontai cosa avevo
fatto a Reoom e come ero finita tra gli Speciali. Man mano che parlavo
lo stupore e la rabbia si accendevano e mischiavano sul suo volto,
quando finii di parlare non riuscii nemmeno a guardarlo ancora negli
occhi.
-
Potevi sempre rifiutare di seguirli!- esclamò in tono
accusatorio.
- Ma
allora non hai ascoltato una sola parola! Mi hanno incastrata: potevo
fare solo quello che volevano loro, nient’altro!- sbottai:
possibile che non capisse?!
Ci fu
una pausa, un momento di stallo in cui mi chiesi cosa stesse pensando
di me, poi, inaspettatamente, mi ritrovai fra le sue braccia, mentre
lui mi mormorava tra i capelli delle scuse. Le scuse per non avermi
trovata prima, per avermi lasciato tra le grinfie di quel porco, per
non aver compreso cosa nascondessi davvero, per avermi attaccata in
quel modo… Io sprofondai il viso nel suo torace ed artigliai
la sua maglia, stringendolo più forte che potessi,
abbeverandomi come una disperata di tutta quella dolcezza con cui mi
stava avvolgendo. Non so perché, ma
quell’abbraccio fu più liberatorio del pianto!
Quando
mi lasciò andare parlammo a lungo: gli spiegai la missione
che dovevo svolgere, seppi che finalmente era riuscito a conquistare la
sua Graciel e che stavano insieme da tre mesi.
Guardai
l’orologio e mi resi conto che era veramente tardi: Aken
doveva già essere a casa!
- Mi
dispiace ma ora devo proprio andare!- gli dissi mortificata.
Avrei
voluto stare ancora un po’ con lui perché
sicuramente non avremmo avuto altre possibilità di parlare,
dato che a missione compiuta sarei dovuta tornare immediatamente al
War. Hughes mi fissò apprensivo ancora per un po’,
stringendo forte la mia mano, indeciso se lasciarmi andare o no,
consapevole quanto me che quello poteva essere un addio.
- Mi
raccomando, stai attenta!- e mi baciò sulla fronte.
- Lo
faro, tranquillo! – e sorrisi imbarazzata – Maes ti
prego non dire nulla, dimenticami, fa come se io non fossi mai
esistita, non voglio che ti uccidano!-.
Lui si
limitò solo a sorridermi, prima di lasciarmi andare ed
uscire dal vicolo, senza mai voltarsi verso di me. Mi aveva perdonata o
no?
Chiusi
gli occhi e cercai di calmarmi: non potevo perdere la concentrazione,
non ora che ero così vicina alla conclusione della mia
missione!
Più
velocemente che potei indossai l’uniforme degli Speciali e,
saltando di tetto in tetto, tornai nel locale. Saltai nel vicolo sul
retro, aprii la porta e, dopo essermi accertata che non ci fosse
nessuno, entrai. Lentamente e con estrema circospezione, risalii piano
dopo piano, fino a raggiungere il terzo, quello dove aveva il suo
ufficio Aken, che si trovava dalla parte opposta del corridoio per
motivi di sicurezza. Strisciando contro il muro, attenta ad ogni rumore
e scricchiolio, lo raggiunsi. Ruotai la maniglia e, dopo aver sguainato
il pugnale per ogni evenienza, scivolai nell’ufficio, che
trovai completamente vuoto: proprio quello che volevo! Richiusi la
porta alle mie spalle e mi portai dietro la scrivania iniziando a
frugare in ogni cassetto, ma non trovai nulla che potesse interessarmi:
soltanto fatture del locale e fotografie hard. Sollevai il coperchio di
quello che doveva essere un portasigari in acciaio lavorato, e dentro,
sotto i sigari, trovai un registratore tascabile, lo presi e feci
partire la registrazione: Aken stava discutendo animatamente con uno
degli uomini di suo padre, che aveva scoperto che era stato lui a far
scomparire il carico di droga; ridendo Aken aveva confessato che mirava
al dominio incontrastato delle ’Sette Lune’ e che,
quindi, era giunto per suo padre il momento di ritirasi dagli affari,
lui gli stava soltanto dato una mano a prendere la decisione; mi venne
la nausea a sentire un figlio tramare alle spalle del proprio genitore,
tolsi la cassettina con la registrazione per sostituirla con una di
quelle nuove che avevo visto nel terzo cassetto a sinistra. Mi spostai
verso lo scaffale della libreria che copriva tutta la parete di fondo:
iniziai a muovere libri e soprammobili, alla ricerca di un
nascondiglio, una cassaforte, qualsiasi cosa. Alla fine mi resi conto
che uno dei volumi era particolarmente usurato nella rilegatura, come
se lo avessero spostato spesso, feci per toglierlo ed una parte della
libreria si spostò rivelando una cassaforte. Era un tipo
molto semplice, di quelle a combinazione, al War la prima cosa che ci
avevano insegnato era proprio come scassinare quel tipo di cassaforte.
In un paio di minuti l’aprii ritrovandomi tra le mani tutta
la documentazione dei traffici di Aken: droga, armi, prostituzione,
usura; in una cartella conservava tutti i nomi delle persone a cui
aveva fatto prestiti, di tutte le autorità che frequentavano
il locale e che, quindi, ricattava, di tutti i suoi informatori
nell’esercito… Li c’era materiale per
scatenare un autentico terremoto istituzionale e giudiziario, qualcosa
che avrebbe messo in ginocchio tutto il nostro Stato. Mentre ero li,
completamente immersa nella lettura, non mi resi conto che qualcuno
aveva aperto la porta dell’ufficio.
- E tu
chi diavolo sei?- la voce di Aken mi sorprese.
Mi
voltai di scatto: il mio uomo era li, in piedi sulla soglia della
porta, puntandomi contro la pistola. Feci scattare la mano per
afferrare il pugnale ma strinsi solo il vuoto: lo avevo lasciato sulla
scrivania, come potevo uscire viva da quella situazione?
- Ti
ho chiesto chi sei? Ti manda il vecchio?- .
- Sono
uno Speciale, idiota!- .
La
consapevolezza di trovarsi davanti un ‘macellaio
dell’esercito’ lo fece vacillare il tempo
necessario che mi permise di scattare in avanti, prendere il pugnale e
scagliarmi contro di lui. Aken si riprese in tempo per spararmi contro
un paio di volte, ma io riuscii a schivare le pallottole grazie al mio
addestramento e quasi meccanicamente lanciai lo stiletto che gli si
conficcò nella gola.
Avevo
ucciso per la prima volta! Avevo compiuto il mio primo omicidio!
Passati
i fumi dell’adrenalina, davanti quella sconvolgente
consapevolezza, iniziai a tremare violentemente mentre
un’ondata di terrore mi investiva. Avevo ucciso. Lo avevo
fatto per difendermi, certo, ma non cambiava la sostanza delle cose.
Davanti ai miei occhi sfrecciarono le immagini dei volti disgustati
della maestra Tasha, di Aiko e di Maes. La nausea mi risalì
velocemente la gola, contraendomi lo stomaco in violenti crampi che mi
fecero rigurgitare completamente la magra colazione di quella mattina.
Le lacrime mi risalirono incandescenti lungo la gola fino agli occhi:
scivolai con la schiena contro il muro, fino a sedermi a terra, e
piansi finché non mi sentii svuotata.
Quella
sera, dopo essere riuscita a calmarmi, rimasi a lungo seduta sul tetto
della pensione ad analizzare quello che avevo fatto: quel giorno avevo
compiuto il mio primo omicidio, un omicidio fatto in nome della divisa
che indossavo, tutto il terrore ed il ribrezzo che avevo provato quella
mattina erano svaporati lasciando il posto solo ad un grande, immenso
stupore! Il mio corpo aveva corso così veloce da lasciare
visibile solo un’ombra, mi ero mossa così
rapidamente che quell’uomo non aveva avuto scampo…
ormai ero una perfetta macchina assassina… Ma quello che
maggiormente mi stupiva in quel momento era che uccidendo la rabbia che
mi portavo dentro si era placata, aveva smesso di vorticare e ruggire,
e quella parte di me che si dibatteva furiosa era quasi
soddisfatta… Se ad ogni missione sarebbe seguito un simile
stato di calma, allora avrei chinato la testa davanti a quella maschera
più che volentieri!
Per
festeggiare la felice riuscita della mia prima missione, Lee mi fece un
regalo particolare: mi regalò una collana a cui era appeso
un ciondolo a forma di spada. Non era un oggetto nel mio stile spiccio
e pratico, non avevo mai portato niente di femminile come collane od
anelli, e glielo feci notare con un lungo sguardo scettico. Lee, contro
ogni mia aspettativa, mi sorrise sornione, prima di spiegarmi cosa
fosse in realtà quel pendente: premette il pendente tra i
palmi delle mani e, in pochi istanti, lo vidi trasformarsi in una spada
vera, la lama enorme e pesante, più simile ad un grezzo
blocco di metallo ma incredibilmente affilata. Era metallo trattato con
l’alchimia: in quel modo avrei sempre avuto un’arma
a disposizione, anche nelle situazioni più critiche. Da
quando Lee chiuse la sottile collana attorno al mio collo non
l’ho mai tolta, quella spada è diventata la
più fedele compagna delle mie lotte.
Le
missioni che si susseguirono da allora in poi sono troppe per poterle
raccontare tutte!
Tornavo
al War quattro volte in un anno, ero sempre immischiata in situazioni
al limite e spesso e volentieri ho rischiato di lasciarci la pelle, ma
ad ogni missione miglioravo, diventavo più potente, i miei
sensi si affinavano, ed in breve tempo il numero di quelli che potevano
tenermi testa si assottigliò considerevolmente.
Il
sangue che bagnava continuamente le mie mani non mi spaventava, anzi!
Pian piano riuscii ad abituarmi, per me togliere la vita a qualcuno
divenne una cosa priva di significato, erano solo ordini che eseguivo,
era un aspetto del mio lavoro, niente di più…
anche se comunque la disperazione e la voglia di farla finita restava!
Con quello che avevo subito e che ero diventata vivevo costantemente in
bilico tra ragione e follia, ogni missione, ogni assassinio, ogni
orrore commesso e visto minava irrimediabilmente la mia anima,
facendomi avanzare di un passo verso la frattura definitiva. Mi sentivo
sempre più svuotata, ridotta ad una larva priva di qualsiasi
sentimento, di qualsiasi scopo che non fosse uccidere e salvarmi la
vita. La voglia di togliersi la vita divenne presto un’idea
seducente, che sinuosa strisciava nel cervello, risuonando invitante
come il canto di una sirena, intossicando tutto con il suo velenoso
influsso…
Quante
volte mi sono portata la pistola alla bocca, ho sentito il freddo del
metallo contro le labbra e l’amaro della canna contro la
lingua? Quante volte la mano mi ha tremato mentre cercavo il coraggio
per premere il grilletto? Quante volte la paura mi ha bloccata?
Era un
aspetto naturale della nostra vita quello, quasi un aspetto connaturato
alla nostra natura di Speciali. Tutti, chi più chi meno,
soffriva di tendenza suicide. Spesso si riusciva a resistere, altre
volte si soffocavano i ricordi e la paura nell’alcool o nella
droga, divenendo presto inservibili e per l’esercito e
sacrificabili, più raramente si riusciva a resistere. Quando
uno di noi sprofondava nella depressione allora Drew si presentava con
uno stereo e metteva a tutto volume, cantando a squarciagola,
disperatamente, sfogando così tutti fantasmi che lo
assediavano, fino a coinvolgerci, ed allora cantavamo anche noi, sempre
più forte, fino a perdere la voce, nella speranza di
sovrastare le urla dentro di noi, di scacciare i ricordi, di
allontanare la voce seducente della morte, una lusinga a cui diventava
sempre più difficile resistere… per fortuna avevo
accanto a me quei cinque ragazzi che mi aiutavano, che mi sostenevano,
che mi vezzeggiavano come una sorella…
Era la
prima volta che mi sentivo parte di una famiglia!
Continuavo
a muovermi in un mondo fatto di sottili equilibri, che sarebbero potuti
crollare alla minima vibrazione: anche se facevo finta di nulla, anche
se continuavo ad andare avanti come se nulla fosse stato, i ricordi
continuavano a sommergermi, a volte mi sembrava di annegare in essi!
Spesso la notte mi svegliavo urlando perché avevo sognato
l’uomo che mi aveva tatuato il simbolo di Seth, oppure il
capo in una delle tante notti di violenza
all’officina… Più andavo avanti
cercando di reprimerli, più l’umiliazione, la
rabbia, l’odio vorticavano dentro di me, penetrando in ogni
cellula, infettando tutto… Uccidere era solo un debole
palliativo, presto tutto ritornava ad urlare in quel vuoto assordante
che una volta era stato il mio cuore! Il demone dentro di me continuava
ad agitarsi smanioso, alla continua ricerca di sangue e morte con cui
sfogarsi; ristagnava e dilagava sempre più quel senso di
vuoto e la disperazione, sentimenti che proprio non riuscivo a domare!
Per questo mi buttavo a capofitto in ogni missione, per tenermi
impegnata e per sfogare la mia frustrazione, rimanendo costantemente
preda di me stessa.
Ero
cambiata, non ero più la ragazzina innocente che era partita
da un misero villaggio minerario del Nord in cerca di fortuna! E nelle
rare visite che mi concedevano di fare a mia sorella ed alla maestra,
ed al mio amico Hughes, cercavo di mascherare il più
possibile questo cambiamento!
Parlavo
poco, meno del solito, anche se, pian piano, iniziavo a farmi amici
anche nel resto del War, rimanevo impenetrabile ai più, non
permettevo ancora a nessuno di toccarmi, il ribrezzo che provavo al
solo pensiero si era centuplicato nel corso degli anni; solo Drew si
permettevano di toccarmi di tanto in tanto, e come al solito solo per
scatenare una delle risse con cui si divertiva a giocare con
me…
Ogni
giorno di più mi sentivo un involucro vuoto privo di
sentimenti…
Avevo
sedici anni ed avevo visto e fatto più cose di una persona
normale!
Mi
sembrava di aver vissuto mille anni…
…
ma la parte peggiore della mia vita doveva ancora arrivare…