Capitolo VIII
La popolazione di Ishibal era in
agitazione, il nostro esercito in quegli ultimi anni aveva iniziato a
premere sui loro confini per invaderli… La prima
città ad essere assoggettata fu Savy.
Gli abitanti si ribellarono, cercarono di difendersi in tutti i modi,
molti furono i morti da entrambe le parti, ma nessuno voleva chinare la
testa all’alto!
I militari del nostro esercito troppo orgogliosi ed arroganti per
arrendersi ad un popolo comunemente ritenuto inferiore; gli Ishibariti
altezzosi e fermi sulle proprie posizioni per lasciarsi sottomettere da
un popolo di eretici.
Alla fine, stanchi della situazione, chiamarono noi Speciali per
risolvere la questione e fu una carneficina!
Il Fuhrer lasciò un piccolo contingente di soldati per
calmierare l’opinione pubblica e distogliere la sua
attenzione dalle vere operazioni.
Ricordo ancora l’aria bollente di quella terra penetrare
sotto la stoffa dell’uniforme, il crepitio della sabbia sotto
gli anfibi e l’odore di morte che impregnava ogni
cosa…
Le strade erano piene di cadaveri… ma ormai la loro vista
non mi turbava più… ne avevo visti troppi
perché sortissero ancora un qualche effetto, anche minimo,
sulla mia collaudata scorza di Speciale.
Nell’inquietante silenzio di tomba che aleggiava sulla
città, il generale che comandava l’operazione ci
divise in due squadre: i ‘nuovi acquisti’, come lui
aveva chiamati ironicamente noi reclute, avrebbero setacciato da soli
la zona ovest della città: quello sarebbe stato il nostro
battesimo del fuoco e ci raccomandò di dare il meglio di
noi; i veterani avrebbero perlustrato il resto della città.
Avevamo l’ordine di chiamare rinforzi via radio appena
fiutato il pericolo.
Peccato che non ne avemmo modo!
Erano dieci minuti buoni che rovistavamo in ogni angolo di quella
piccola cittadina alla ricerca di chissà cosa, aspettandoci
continuamente un attacco che non arrivava mai, eravamo addestrati,
sapevamo mantenere sotto controllo la tensione, eppure eravamo nervosi
come non mai! Forse perché ci rendevamo conto che ci avevano
lasciato soli in una situazione più grande di noi!
Nell’aria riecheggiavano gli spari e le urla di chi stava
uccidendo e morendo nelle altre zone della città per mano
degli Speciali.
All’improvviso, da dietro un cumulo di sabbia ammassato in
una delle piazze di Savy, spuntarono degli Ishibariti che ci puntarono
contro gli M16, sparando senza darci il tempo di capire! Alcuni dei mie
compagni caddero senza nemmeno sapere perché, altri furono
feriti gravemente e morirono in seguito tra atroci tormenti.
Come al solito il mio corpo agì prima del cervello e,
trascinandomi dietro alcuni compagni, mi riparai dietro il muro di una
casa. Ordinai che chiedessero aiuto, ma erano troppo spaventati per
ascoltarmi, tremavano e sembravano persi nel terrore. Dovetti urlare
per attirare la loro attenzione. Loro si scossero e provarono a fare
quanto gli avevo detto prima, ma il contatto radio era disturbato dalla
tempesta di sabbia che si stava scatenando attorno a noi.
La realtà delle cose mi piombò addosso come un
macigno.
Eravamo soli!
Non avevo mai comandato altre persone in battaglia, eppure, dato che
ero l’unica ad aver conservato un briciolo di
lucidità, mi misi alla loro testa. Feci quanto andava fatto.
La sabbia avrebbe potuto aiutarmi: con il mitra sulla spalla poggiai le
mani sui granelli bollenti e con l’alchimia creai delle
trappole che nascosi appena sotto il piano di calpestio, pronta a farle
scattare; il tempo che impiegai a farlo, i miei compagni lo sfruttarono
per riprendersi un po’ fisicamente e psicologicamente.
Non avevamo tempo per riposare!
Mi guardai intorno: quel muro era protetto su tre lati dalle altre
case, l’unico modo per prenderci era attaccarci direttamente
dal quarto lato libero. Diedi ordine di approntare delle trincee in cui
ci nascondemmo ed aspettammo in silenzio l’attacco.
Attorno a noi si era levata una bufera di sabbia che avvolgeva ogni
cosa in un velo color ocra, che copriva ogni altro suono con il ruggito
del vento isolandoci dal mando al di fuori di essa, che entrava nei
polmoni e cementava togliendo il respiro. Ma noi rimanemmo immobili ad
attendere i nostri nemici, coperti dalla sabbia, con il naso e la bocca
coperti dai fazzoletti umidi.
Quell’attesa infinita ci stava snervando: dove accidenti
erano finiti?
Alcuni dei miei compagni più giovani iniziavano a smaniare
per uscire da quella fossa e tornare al campo, altri proposero di usare
la tempesta di sabbia come copertura per disertare e scappare da quel
gruppo di pazzi sanguinari.
Io non li ascoltavo nemmeno! Rimanevo distesa sul bordo della trincea,
il mitra davanti a me pronto a fare fuoco, i sensi allerta per
districare qualche suono pericoloso in quella sarabanda di rumori.
Vidi un paio di quelli che avevano proposto di disertare alzarsi in
piedi ed allontanarsi, non gli dissi nulla: non ero un loro superiore,
non mi dovevano niente, la vita era la loro e potevano farne quello che
volevano, anche andare in pasto ai ribelli e farsi ammazzare!
Infatti fecero appena un paio di passi oltre il muro che si beccarono
una pallottola in fronte ciascuno! Vidi la loro testa esplodere ed il
sangue spruzzare sulla sabbia, disegnando sinistri arabeschi vermigli.
Non avevano capito in che situazione si trovavano e si erano fatti
ammazzare come gli stolti che erano!
Comunque la loro morte servì a risvegliare la concentrazione
e lo spirito di sopravvivenza degli altri che erano distesi accanto a
me.
Ma fu una sorta di sveglia anche per gli Ishibariti: dopo un altro
istante di stasi, si appostarono contro l’angolo del muro ed
iniziarono a spararci contro.
Se non fossimo stati protetti dal muro di sabbia attorno a noi, in
pochi secondi ci avrebbero crivellato di colpi e riempito di piombo!
Fu allora che decisi di agire, mentre erano troppo occupati a spararci
contro, posai il palmo della mano sulla sabbia e feci scattare le
trappole che avevo piazzato prima: con uno scatto secco, che per un
istante coprì il fragore della tempesta attorno a noi, dal
mare di sabbia si levarono le punte aguzze di una palizzata, che
trafissero la maggior parte dei nostri aggressori.
Avevamo sfoltito il numero, ma restavano comunque troppi!
Ci bastò uno sguardo per decidere: non ci saremmo mai
arresi, piuttosto saremmo morti nel tentativo!
E tutto si cancellò dalla mia mente mentre saltavo fuori
dalla trincea insieme ai miei compagni di squadra, nella mia testa non
esistevano più Aiko, la Maestra Tasha, Hughes e Mustang,
erano scomparsi insieme alla concezione di me stessa; rimanevano solo i
proiettili che mi fischiavano accanto alle orecchie e colpivano gli
altri, nemmeno mi rendevo che stavo rimanendo sola…
Poi qualcosa nella testa mi urlò che dovevo usare tutto il
mio potere alchemico se volevo uscire da quella situazione viva.
E così feci!
Chiusi gli occhi ed attorno al mio corpo iniziò a vorticare
una tempesta di ghiaccio, man mano che scorrevano i secondi questa
aumentava d’intensità, quando il cerchio nella mia
mente fu completato aprii di scatto gli occhi e, con lo schiocco secco
di una frustata, il vortice si allontanò
all’istante dal mio corpo, vincendo la forza della tempesta
di sabbia, travolgendo qualunque cosa incontrasse nella sua corsa.
Gli Ishibariti cercarono di mettersi in salvo, ma non fecero in tempo e
vennero colpiti in pieno.
Ricordo che dentro di me ruggiva la voglia di distruggere ogni cosa che
mi circondava, di lasciarmi andare al flusso dell’energia che
vorticava dentro di me, di scomparire in esso e di far scomparire tutto
il resto con me…
Era una sensazione così invitante quella di lasciarmi
andare…
Era come cadere in un vuoto senza fine mentre tutti i rumori, tutti i
sentimenti, ogni cosa, diventava ovattato, sempre più
lontano ed insignificante…
… se mi fossi abbandonata al respiro suadente
dell’alchimia avrei potuto cancellare tutto quello che mi era
stato fatto, tutta la rabbia che mi divorava e
quell’assordante vuoto che mi portavo dentro…
Avrei potuto annullarmi e far sparire tutto…
Un ceffone di Leroy, che era riuscito ad avvicinarsi a me
miracolosamente, mi riscosse.
All’istante il vortice si spense e tornai cosciente di me.
Confusa mi guardai intorno e vidi che mi trovavo al centro di una
profonda buca di sabbia ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio,
circondata dai resti smembrati e congelati degli Ishibariti che non
erano riusciti a fuggire da me, ed avevo davanti un Leroy, ferito
gravemente, che mi fissava tra il preoccupato ed l’infuriato.
- Che succede?- gli chiesi.
- Succede che hai quasi raso al suolo la città! –
ringhiò – Mi spiegheresti che diavolo volevi
fare?- .
Come avrei potuto spiegargli quella voglia di annientamento totale che
aveva vorticato dentro di me come il turbine letale che mi aveva
circondato fino a poco prima.
- Scusami Lee, starò più attenta la prossima
volta!- mormorai imbarazzata dopo aver abbassato la testa per non
incrociare il suo sguardo.
Con la sua solita dolcezza, Leroy mi posò una mano sulla
testa e mi scompigliò i capelli scherzosamente: faceva
spesso così quando voleva dirmi che non avevo nulla di cui
preoccuparmi, che dovevo stare tranquilla, che non era arrabbiato con
me, che il risultato era stato ottimo.
Risollevai lo sguardo e sorrisi appena.
Ma la sensazione di potenza ed abbandono totale che mi aveva riempito a
Savy continuava a non abbandonarmi, sembrava essersi radicata dentro di
me, e nemmeno l’immagine di Mustang, che pure era sempre
riuscita a tirarmi fuori dall’angoscia, riuscì a
distogliermi da questo pensiero assillante. Mi rivedevo continuamente
in piedi su un mare di sabbia, mentre il vortice alchemico si dilatava
sempre più attorno a me, spazzando ogni cosa… ed
era un’immagine che mi affascinava, troppo! Ed era quello da
cui aveva sempre cercato di proteggermi la Maestra Tasha…
Cercavo di resistere, di restare a galla, ma ero consapevole che la mia
vita era solo un’infinita estenuante caduta verso il nulla!
Per quante cose desiderassi, sognassi, la verità era una
sola: quella maschera bianca che mi imprigionava!
Tra tutto quello che mi tormentava, però, sempre
più spesso mi scoprivo a pensare a Mustang. Iniziai a farmi
un’idea di quello che provavo per lui, ma decisi di
accantonarla in un angolo nella speranza di dimenticarlo: diventando un
Speciale avevo rinunciato a tutto quello che ero e che sarei stata, non
avevo più diritto a niente, avevo solo il dovere di eseguire
gli ordini!
Un paio di mesi dopo la rivolta di Savy arrivò al War
l’ordine del Fuhrer di radunarci e convergere ad Ishibal:
erano settimane che l’esercito cercava di domare la rivolta
senza ottenere successi, gli Alchimisti di Sato erano già
arrivati ed avevano preso parte ai primi combattimenti, noi avevamo
l’ordine di proteggerli!
Tornare ad Ishibal…
Un nodo ghiacciato mi strinse lo stomaco: ricordavo ancora
perfettamente quello che mi era accaduto l’ultima volta che
avevo messo piede in quella città, e l’umiliazione
mi bruciava ancora dentro… ero stata trattata come una
criminale, il mio orgoglio era stato calpestato…
Una gioia feroce mi invase al pensiero di potermi finalmente vendicare!
Mentre le labbra mi si piegavano in un sorriso feroce sotto il
passamontagna, tutti i dubbi ed i sensi di colpa che mi portavo dentro
svaporarono, era come se tutto quello che avevo fatto fosse stato solo
una sorta di preparazione per questo, per schiacciate sotto la suola
dei miei anfibi quei bastardi che avevano osato calpestare me! Per
riscattare il mio onore perduto!
Forse quella era l’occasione che aspettavo per cancellare
dalla mia mente le immagini di quel giorno, e dalle mie orecchie le
urla di incitamento di quella che sarebbe dovuta essere la mia
gente…
Per la prima volta mi sentii come un autentico Speciale!
Non mi concessero di andare a trovare mia sorella prima della partenza.
Le telefonai la sera stessa che ci comunicarono l’ordine: fu
difficile, complicato rivelarle quello che le avevo taciuto fino a quel
momento, non le dissi che ero uno Speciale, ovviamente, ma che ero
un’Alchimista di Stato, che avevo ricevuto l’ordine
prendere parte alla Guerra Civile dell’Est, e che sarei
partita di li a pochi giorni, infine la pregai di non dire nulla alla
maestra Tasha. Aiko aveva solo dodici anni, era ancora una bambina, non
capì quello che le stavo dicendo, non capì che
per un militare gli ordini vengono prima di tutto il resto; mi
pregò di tornare a casa, mi implorò di non
partire, mi ricordò che ero la sola famiglia che le ero
rimasta. Potei solo ricordarmi che stavo facendo tutto quello per il
suo bene, per scacciare la voglia disperata di scappare da li e tornare
a Tobah. La rassicurai che sarebbe andato tutto bene e riattaccai la
comunicazione.
Promisi a me stessa che sarei tornata indietro.
Partimmo due giorni dopo, il terzo giorno avevamo davanti le case ed i
templi di Ishibala che scintillavano orgogliosi nel riverbero dorato
del deserto.