IL GALEONE DEI
FOLLI
CAPITOLO I:
DOPO LA TEMPESTA
/ Symphaty for the devil
- Rolling Stone /
Le prime luci dell’alba cominciarono a
colorare il cielo che lento era andato schiarirsi.
Finalmente alzando gli occhi si
poteva notare il suo autentico colore con ancora la luna che timida cercava di
resistere senza farsi soffiare il posto dal sole.
Non resistette a lungo comunque, l’astro
nacque nuovamente come ogni giorno sapeva fare e brandendo l’immenso manto
rosato, spuntò dal mare riempiendolo dei medesimi colori caldi e delicati.
Oltre alle nuvole grigie che avevano
tempestato il cielo per tutta la notte, anche il mare era finalmente calmo e
tranquillo, una lastra piatta con quel filo di corrente che, insieme al vento,
trasportava l’immenso galeone sulla sua superficie.
Niente a che vedere con la terribile notte
appena passata.
Un bello spettacolo nel complesso che
chiunque sarebbe stato contento di vedere, considerando ciò che molti di loro
avevano appena passato.
Le mani grandi e arrossate erano serrate con
una presa solida sui manici del timone che fermo puntava in una direzione
precisa, completamente opposta all’orizzonte e al sole che sorgeva portando una
delle più belle albe di quegli ultimi giorni di pioggia.
Lo
sguardo fiero e altero aveva come protagonista due occhi argento molto arrossati
e le occhiaie che vi stavano sotto denotavano la completa mancanza di sonno da
ormai troppo tempo.
Ma imperterrito l’uomo si ostinava a non
mostrare segni di cedimento e stanchezza.
Certo le ossa gli facevano male tanto da
pensare di averne di nuove di cui non era a conoscenza e, come se non bastasse,
ogni muscolo gridava vendetta bruciandogli e tremando. Ma lui pareva sempre più
ostinato nell’ignorare i segni d’allarme che il proprio corpo, seppur forte ed
allenato, gli stava dando da giorni.
Cosa poteva spingere una persona a superare
i propri limiti a quel modo mettendo a repentaglio sé stesso?
Dritto e impettito, teso più che mani, non
sbatteva quasi mai nemmeno le palpebre.
Il
torso nudo si stava lentamente asciugando dopo la pioggia che l’aveva bagnato
fino ad intorpidirgli la pelle fredda, le linee dei suoi muscoli ben evidenti e
scolpite sembravano in tensione di proposito, come se gli servisse per non
cedere e lasciarsi andare.
Le labbra generose e ben disegnate erano
incurvate verso il basso in una posa che era un misto fra l’imbronciato e il
fiero. Sul viso dai lineamenti decisi e affascinanti la barba trascurata dei
giorni passati ormai cresceva quasi incolta ed i suoi capelli biondo cenere
abbassati intorno al volto erano cespugliosi e più pietosi che mai. Si erano
allungati in modo disordinato ed altrettanto disordinati gli stavano giù ancora
bagnati, qualche ciuffo ribelle sulla fronte spaziosa.
No, di norma non era certo quello l’aspetto
dell’uomo che dirigeva il galeone.
La
vita stretta era circondata da una cintura nera in pelle alla quale erano appesi
mille altri oggetti ed armi fra cui spiccava un insolita spada lontana anni luce
dall’epoca moderna in cui erano.
Una katana e dall’elsa elaborata si poteva
anche capire quanto antica fosse.
Oltre ad essa c’era una pistola nel lato
opposto, una bussola e ficcata in una delle ampie tasche dei pantaloni
strappati, sporchi e consumati, l’ultima cartina che egli doveva aver
consultato.
Gli scarponi erano alti, neri ed in pelle
logorata, i lacci sciolti e la sensazione di essere stati indossati all’ultimo
minuto in tutta fretta, come il resto del suo abbigliamento. Da entrambi
spuntavano due pugnali.
Certo la temperatura era alta e a giudicare
dall’insieme aveva appena affrontato una notte sotto la pioggia più scrosciante
possibile, guidando l’enorme mezzo per il mare senza mollare neppure un secondo.
Sembrava proprio avesse lottato a lungo
contro una bestia feroce ed in un certo senso era proprio così.
Il
mare in tempesta era davvero la bestia più feroce possibile.
La
pelle oltre ad essere abbronzata e umida era solcata da diverse cicatrici che si
alternavano ai tatuaggi.
Spiccava fra tutti una scritta sulla
clavicola in lingua sconosciuta che si incrociava con una piuma.
Qualcosa di insolito in effetti visto
l’insieme della persona che appariva.
Diversi tribali e strani segni poi facevano
sfoggio di loro.
Ma il protagonista di tutti, lo si capiva
bene, doveva per forza essere quella tigre in atteggiamento d’attacco, un
disegno composto solo dalle striature in stile molto gotico.
Le
cicatrici invece erano di svariata natura, andavano dalle più piccole e leggere
a quelle più recenti e profonde. Alcune ferite erano addirittura fresche.
Una fila di orecchini abbelliva un orecchio
mentre un altro piercing era sulla lingua.
L’uomo visibilmente provato e stanco ma
ostinatamente in piedi, fermo a governare ancora il galeone scampato ad una
bruttissima tempesta, sembrava anche arrabbiato.
L’idea che potesse sbranare chiunque gli si
sarebbe avvicinato era ben chiara eppure nonostante ciò, qualcuno osò andare da
lui e non solo.
Gli parlò.
-
Akane. - Lo richiamò non certo con il nominativo che tutti erano obbligati ad
usare. Eppure nonostante la sua suscettibilità evidente anche solo per la sua
posa, egli sembrò non prendersela.
-
Uhm? - Anche se a giudicare dal grugnito in risposta non si poteva essere così
sicuri che fosse così.
- Penso proprio che dovremo fare tappa nella
prima isola che troviamo. -
L’uomo che gli stava parlando era alto quasi
quanto lui, la sua pelle era chiara, i capelli biondo chiaro facevano risaltare
ancor di più gli occhi azzurri. Fili sottili incorniciavano il viso dai
lineamenti apparentemente freddi sfiorandogli morbidi il collo. Si stavano
asciugando come i suoi vestiti chiari e logori.
Anche lui non aveva l’aria di essersela
passata bene.
- Lo so. - Borbottò sostenuto anche se non
in tono di rimprovero.
Quest’ultimo era più grande del primo ed i
segni di maturità si rivelavano dal suo volto serio e pacato.
Non aveva espressioni dure o irritate, tanto
meno il suo tono di voce era freddo o distaccato nonostante ciò che sembrasse.
- Che danni abbiamo riportato? - Chiese
allora Akane il cui vero nome non era quello.
-
La nave è a posto come sempre ma i ragazzi sono molto provati, c’è qualche
ferito che stanno curando ma abbiamo bisogno di riposo e di rifornirci. - però
sapeva che non era lì solo per quello, Akane sapeva perfettamente che bisognava
rifornirsi e riposarsi… era ovvio, dopo la nottataccia passata ed i giorni
precedenti.
- A breve saremo in un porto. Avvertili. -
Ma egli sembrava voler ignorare il fatto evidente che invece non poteva negare.
- E ci serve anche un nuovo navigatore… -
Solo per il fatto che si fosse azzardato a dirgli questo, a molti sarebbe valso
un giro nella peggiore sezione del galeone. Non era perché sembrava che gli
dicesse cosa si dovesse fare ma bensì perché stava parlando dell’argomento tabù.
Fu un immediato lampo grigio che colpì
l’uomo dai capelli biondi.
Lo sguardo assassino dell’altro parlava più
delle sue parole.
- Chi è il capitano? - Un sibilo a denti
stretti. Eppure l’altro non si sentì a disagio, fronteggiò senza problemi la sua
occhiataccia rimanendo sempre portentosamente calmo e tranquillo ma serio e
determinato.
Sapeva di avere ragione.
-
Tu sei il capitano e sei anche scioccamente testardo. Il fatto che nessun
navigatore dura per più di qualche giorno, e questa storia va avanti da anni,
non significa che non ci serva! Lo sai bene che è così. -
-
Io sono benissimo in grado di navigare! Non ci serve nessun pallone gonfiato che
si crede di avere il potere di questo galeone. È una perdita di tempo inutile.
Se smettiamo di cercarlo mi risparmia un sacco di litigi! -
-
Akane… - Tentò paziente di fermarlo ma senza successo.
-
Parsifal! È un discorso che non ammette repliche! Per quanto validi fossero, si
sono tutti rivelati non adatti a ricoprire il ruolo e tu più di tutti dovresti
saperlo. - Ora Akane lo guardava del tutto ed era decisamente sul piede di
guerra. Era un argomento molto delicato ma non poteva ignorare il fatto che,
anche se era stato molto sfortunato in quel settore, non gli servisse un
navigatore.
- Akane, tu sei il capitano, non puoi fare
anche il navigatore pur tu ne sia capace. Non hai visto stanotte? C’era bisogno
di te e dei tuoi ordini ovunque e tu non sapevi come dividerti visto che dovevi
anche dirigere questo mostro in mezzo a quelle onde terribili! E poi… - Si fermò
indeciso se continuare o meno ma poi decise che era giusto, quindi addolcendosi
più che mai col suo consueto fare diplomatico e paterno proseguì penetrandolo
col suo sguardo gentile: - mi dispiace dirtelo ma tu lo sai che un navigatore
vero e proprio sarebbe riuscito a prevedere questo stato di allarme e ad
evitarci la tempesta… - Del resto un bravo navigatore era chiamato a fare anche
quello, oltre che decidere le rotte, guidare la nave verso rotte sicure e
studiare le correnti…
Il giovane di diversi anni di meno
dell’altro lo fissò furente e mordendosi il labbro lottò contro sé stesso per
domare i propri istinti di saltargli addosso.
Dopo lunghi minuti di assimilazione e
riflessione forzata, Akane con un tono teso e trattenuto a fatica, il tono di
chi stava per scoppiare, sibilò:
-
Parsifal. Io ti chiamo papà ma non sei veramente mio padre. Lo faccio perché sei
più grande di me e paterno con tutti, però tu lo sai che ci sono certi limiti
che con me non si possono passare. Tu lo sai. E sai perché ho mandato via tutti
i precedenti navigatori, perché nessuno funziona. -
L’uomo dai capelli più chiari si passò una
mano fra di essi quindi sospirando stanco rispose sincero e sempre più dolce,
accarezzandogli la schiena:
- Lo so, lo so… so il peso che porti e che
vuoi portarlo tu, so che gli altri non ti hanno capito ed hanno sempre
sbagliato, so che tu sei intransigente su certe cose e che loro hanno calpestato
proprio quelle, ma tu devi saper vedere anche i tuoi di limiti. Non ce la farai
ancora per molto e ad andarci di mezzo, oltre che te, saranno tutti gli altri
della ciurma. Lo sai. Devi fare ciò che è giusto. - il silenzio cadde mentre
Akane senza timore continuava a fissare Parsifal diretto e pensieroso al tempo
stesso. Assimilava le sue parole riflettendo su di esse. Solo lui ci riusciva,
per questo tutti lo chiamavano papà nonostante non lo fosse.
Non che avesse molti più anni degli altri ma
la sua età a volte sembrava indefinita, come se ne avesse molti di
più.
Anche se quello era un discorso comune a
tutti i membri di quel galeone.
Alla fine il giovane capitano strinse le
labbra e apparendo anch’egli più grande e stanco di ciò che non sembrava,
distolse lo sguardo posandolo sul timone che teneva fermo.
-
Farò un altro tentativo… - Decise infine poco convinto. Parsifal sorrise
radioso.
- Vedrai che questa volta andrà bene! -
Akane lo guardò schernendolo:
-
Il solito inguaribile ottimista! - La risata del compagno lo rallegrò ridandogli
molta energia.
- Dai su, vatti a ripulire e sistemati che
sembri un barbone! Così nessuno ti prenderà sul serio! - Disse poi allegro
dandogli un’amichevole pacca sulla spalla, prendendo lui il timone stando
attento a non cambiare direzione di un millimetro.
Esitante l’altro gli lasciò il posto e
guardandosi ammise che l’amico aveva ragione, quindi con un scherzoso: - Va
bene, papà! - cercando con tutte le sue forze di mettere dei passi l’uno
davanti all’altro, trovò la forza di arrivare in cabina.
Che lo volesse o no Parsifal aveva ragione,
doveva trovare un navigatore anche se la speranza che fosse come lo cercava lui,
era meno di zero.
Pronti per scendere, tutta la ciurma non
aspettava altro in fila lungo i bordi.
Con occhi assetati di terra ferma, si erano
sistemati e puliti e davanti agli altri con le mani ai fianchi e le gambe
leggermente divaricate in segno di fiera sfida al mondo, il capitano scrutava il
nuovo porto su cui erano giunti.
A
guardarlo adesso non lo si poteva certo riconoscere…
I
capelli lisci erano puliti e ordinatamente sistemati in aria come un’unica
grande fiamma biondo cenere. Qualche ciuffo sfuggiva scivolando ai lati del viso
e sulla fronte.
Intorno alla bocca ghignante non più un filo
di barba ed i vestiti puliti anch’essi gli davano un aria meno trasandata di
prima.
La spada non era più alla cintola ma avvolta
in un drappo nero e sistemata sulla schiena con una fascia di cuoio appesa
diagonalmente intorno al torace.
Alla vita, nascoste dalla maglia nera larga
senza maniche col disegno di un teschio pieno di piercing, c’erano questa volta
due pistole.
I pugnali che prima spuntavano dagli
scarponi, ora allacciati, erano messi meno alla vista.
Una lunga catena era arrotolata
sull’avambraccio destro, intorno all’altro polso c’era invece un filo di nylon.
Queste le cose che tutti sapevano lui
indossava sempre, una serie di altre però erano nascoste addosso.
Attendendo solo di scendere visto che aveva
già dato gli ordini a tutti, specie a chi doveva rimanere a guardia del galeone
e dei loro tesori, si chiedeva se avesse davvero trovato, questa volta, la
persona giusta.
Mentre l’enorme mezzo attraccava al porto e
tutti si adoperavano per sistemarla senza aspettare gli ordini, tre figure gli
si avvicinarono affiancandolo.
Uno era Parsifal più sorridente e contento
che mai per le sue convinzioni che questa volta sarebbe andato tutto bene, gli
altri erano un giovane ed una donna.
Il
ragazzo doveva avere sui 18 anni ma il fisico era quello di uno più grande,
molto ben fatto con dei muscoli invidiabili. I capelli erano biondo chiarissimo,
quasi bianchi, specie sotto il sole. Erano lisci ed ordinatamente sistemati
intorno al viso e sulla fronte. I suoi lineamenti decisi ed affascinanti
ricordavano terribilmente quelli del capitano ad eccezione per gli occhi dorati
e non d’argento.
Il suo sorriso era fiero ma anche radioso.
Scendere sulla terra ferma dopo un viaggio come quello era sempre bello anche
per gli amanti del mare.
Alto e vestito con pantaloni in pelle rossa
attillati ed un impermeabile lungo fino ai piedi dello stesso tipo, pieni di
fibbie e borchie, aveva magistralmente nascosto sotto di esso tutte le armi e
gli oggetti che si portava sempre dietro.
Una spada dall’impugnatura a bocca di drago
e un fucile a canne mozze.
Notando la sua presenza, Akane si illuminò e
lo circondò col braccio stringendogli il collo vigorosamente, quasi volesse
strozzarlo.
- Ciao scemmia! - Lo salutò come non lo
vedesse da ore.
‘Scemmia’ stava per ‘scimmia scema’ e solo
lui lo poteva chiamare così. Gli altri usavano o il suo nome, Hitonari, o un
altro dei soprannomi che sempre Akane aveva inventato come ‘uomo di gomma’ per
la sua elasticità, ‘muscoli d’acciaio’ perché ne era molto ben fornito, e
‘scienziato pazzo’ vista la sua passione per la scienza e gli esperimenti.
Hitonari rimase lì rassegnato consapevole
che non avrebbe mai potuto liberarsi quando quello era allegro.
-
Ci… a… o… - Tentò di salutare mentre la presa intorno al collo aumentava
entusiasticamente.
- Akane, stai per uccidere tuo fratello… -
L’avvertì calma la voce femminile accanto a lui.
A
parlare era stata una delle poche donne della ciurma, una ragazza che sembrava
avere dai 25 ai 30 anni. Era molto elegante e di gran classe, dall’altezza media
ed il fisico esile e sottile, non era molto dotata di curve generose ma sembrava
andare fiera del suo corpo. I capelli erano lunghi e ricci di un colore simile
alla notte più nera, senza stelle e luna.
Gli occhi neri erano come onici sensuali per
chiunque li guardasse. Non si distingueva nemmeno la pupilla.
Anche i suoi abiti erano eleganti, ordinati
e piuttosto femminili, seppur facesse parte di coloro che si definivano ciurma
di pirati!
Un fiorellino in mezzo ai rovi, per
definirla in poche parole.
L’aria di creatura superiore all’umanità la
manteneva in ogni circostanza e spesso era causa di fastidio per qualcuno, ma
ormai la conoscevano ed avevano grande rispetto per lei che riusciva a viaggiare
con una mandria di brutali uomini, combattere e buttarsi nelle avventure più
disparate rimanendo una sorta di principessa incontaminata, che era anche uno
dei soprannomi che il capitano le aveva dato.
-
Ma no, gli sto dimostrando quanto lo amo! - Rispose con allegria Akane senza
mollare la presa intorno al collo del fratello minore che paziente si lasciava
fare.
- Allora poveri i tuoi nemici! - Disse la
ragazza con un mezzo sorriso.
-
Macché poveri… se sono miei nemici se le meritano! - Sembrava ben lontano dal
capitano duro e severo che in alcuni momenti terrorizzava amici e nemici… loro
che erano del suo cerchio ristretto lo conoscevano bene e sapevano che cambiava
drasticamente umore come niente fosse.
-
Mikako, lascia perdere, è una causa persa in partenza… - Disse quindi rassegnato
Parsifal che si divertiva sempre a quelle scene.
Mikako era il nome della donna al loro
fianco altrimenti soprannominata ’principessa’, ’pialla’ o ’stratega’. Ebbene
sì, era la stratega del gruppo. La sua specialità erano i coltelli, ne teneva
ovunque, tutti nascosti addosso, e sapeva lanciarli benissimo con entrambe le
mani rivelandosi letale e precisa.
Una persona di tutto rispetto, insomma.
- Si, ma se non vuoi trovarti a cercare
anche un altro esperto di bestie, oltre che al navigatore, ti conviene
lasciarlo. È paonazzo! -
Fece notare allora la mora sistemandosi una
ciocca di ricci dietro la spalla con grazia, senza degnare di uno sguardo i
presenti.
- Macchè… se vuole si ribella… - La faceva
facile, Akane… però era vero. Se voleva Hitonari sapeva combattere ed anche
molto bene.
Anzi, precisamente bisognava evitare che
andasse in tilt, in quei casi diventava isterico, allucinato, violento e
profondamente cattivo, come se uscisse di testa.
Tanto buono e gentile era nella norma,
quando terribile se perdeva la testa.
Suo fratello ogni tanto si divertiva a
mandarlo in tilt, gli piaceva vederlo impazzire e spaccare tutto. Fra l’altro
diventava quasi imbattibile!
- Akane, lascialo! - Ordinò allora Parsifal
notando che effettivamente la sua compagna aveva ragione.
-
Va bene, papà… -
Fu allora che con uno sbuffo contrariato, il
biondo lasciò il ragazzo che prendendo profondi respiri tornò alla vita.
A volte sembrava proprio un bambino… era
questo il pensiero degli altri tre mentre l’osservavano piantare il muso da
finto arrabbiato.
Il fischio del via libera arrivò in quel
momento, quindi cambiando di nuovo drasticamente espressione, Akane assunse un
ghigno sadico ed esaltato insieme.
Non vedeva l’ora di scendere.
Per lui ogni attracco era sinonimo di
avventura ed era certo che con la sua capacità di attirare le cose più bizzarre,
anche quella volta sarebbe successo qualcosa di interessante e
stimolante!