CAPITOLO
VI:
IL
SEGRETO DEL GALEONE
/Who
wants to live forever - Queen/
Il
silenzio che calò dopo che Akane disse quella frase, fu quasi assoluto
e per questo impressionante, visto che si trovavano in un enorme
galeone abitato da un gran numero di uomini.
L’aria
fresca e il mare in continuo ma calmo movimento, erano gli unici rumori
che si sentivano.
Parsifal
si sistemò una bionda ciocca ribelle che gli scendeva in mezzo agli
occhi, fissi sul capitano; Hitonari saltò giù dall’albero maestro e si
sedette al volo sul cornicione lì accanto a loro, un fruscio leggero;
Mikako prese una sigaretta fra le labbra morbide che fece fatica ad
accendere, alla fine ci riuscì ed il fumo si disperse subito nell’aria.
Sike
avrebbe provato un indomabile istinto di fare altrettanto, ma al
momento era completamente catalizzata su Akane e sulle sue parole che,
in un primo istante, le parvero una grandissima presa in giro.
Eppure
fu un lampo, quella sensazione, poiché la serietà che vide nei volti
dell’intera ciurma immobile in ascolto, non poteva essere fraintesa.
Quando
se ne rese conto, corrugò la fronte in un’espressione altamente
eloquente, la classica da ‘che cazzo dici’, che poi sarebbe diventata
‘l’espressione alla Sike’.
-
Cosa? - Suo malgrado si limitò ad una semplice domanda che non sarebbe
potuta essere elusa in alcun modo.
Lo
sapeva che era arrivato il momento, se lo sentiva dalla strana ansia
che le martellava dentro e non se ne spiegava il motivo visto che dopo
tutto cosa mai poteva essere di così angosciante?
Però
era come se oltre alla sua, di ansia, sentisse anche quella di tutti
gli altri lì presenti non tanto curiosi di sapere come avrebbe reagito
lei, quanto speranzosi in una sua reazione positiva.
Di
negative ne era bastata una a tutti, l’avevano pagata grossa.
Akane
strinse i pugni lungo i fianchi, i muscoli si tesero non solo nelle
braccia ma anche in tutto il suo corpo possente, quindi ricordando con
evidente dolore un qualcosa di molto lontano, di un’altra epoca ed
un’altra storia, tornò con sforzo al presente, alla ragazza dai capelli
rossi spettinati e gli occhi azzurri che spiccavano non più avidi di
sapere ma ansiosi di capire.
Sospirò,
serrò le labbra, poi mantenendo le iridi d’argento fisse in quelle di
cielo che aveva davanti, iniziò.
La
sua voce era bassa e penetrante, roca. Parlava molto
lentamente ed incisivo:
-
Questo galeone è la libertà assoluta e la libertà assoluta ha un
prezzo. Che sia un dono o una maledizione, questo lo giudica ognuno da
sé. - Sike non abbassò lo sguardo seppure il suo diveniva sempre più
perforante. Capiva quanto importante fosse tutto ciò che stava per
sentire e anche quanto faticoso fosse da dire, il perché, per il
momento, lo ignorava ancora: - Il galeone fu costruito in un’epoca
lontana ed impossibile da menzionare con esattezza, come impossibile è
specificare chi fu, come fece e dove. Si sa solo che era un folle. Però
il fatto è uno. Chiunque si arruola e si lega a lui, diventa immortale.
- Silenzio. Lasciò un attimo per dar forza alle sue parole, Sike le
stava ancora assimilando e lui riprese con occhi sottili e cupi: -
Questo galeone è pressoché indistruttibile e protegge chi lo governa
dandogli la vita eterna, questo però non significa che non possiamo
morire.
Basta
spezzare il giuramento che si fa salendo qua sopra e scendere a terra.
Il tempo riprende a scorrere. - Qua di nuovo esitò, si trovò a
conficcarsi le unghie nei palmi e a tremare dalla forza con cui tirava
i suoi muscoli e stringeva i pugni, trapelò dal suo volto contratto
tutta la fatica nel dire ciò che doveva, ciò che ormai era giusto. Si
morse il labbro inferiore, poi si decise: - Possiamo venire uccisi. Le
ferite non si rimarginano come nei film. - Eppure aveva omesso
qualcosa, come ad esempio il modo in cui in cui ne era venuto a
conoscenza. Chi ne aveva fatto le spese. - Se nessuno ci uccide, se non
lo facciamo noi stessi e se non veniamo feriti a morte, possiamo vivere
per sempre poiché per sempre è il nostro domani. Questo però ha un
prezzo. - Smise di parlare ancora, respirò e si accorse che gli altri
non lo stavano ancora facendo, ad eccezione di Mikako, Parsifal e
Hitonari.
Sike
non voleva chiederlo e nemmeno saperlo però era inevitabile e la sua
voce si udì flebile:
-
Quale? - Guardinga. Sentiva dentro di sé che avere una reazione
esuberante sarebbe stato infantile, non era una che sottovalutava gli
eventi e nemmeno le persone. Al massimo poteva sopravvalutare sé
stessa.
Detta
come era stata espressa, la situazione poteva anche sembrare bella, una
di quelle avventure secolari, un’occasione unica e fantastica. Eppure
perché dentro di sé sentiva istintivamente che c’era il rovescio di
quella splendida medaglia?
Forse
non era più tanto immatura come lo era stata fino ad un paio di anni
addietro.
Akane
incrociò le braccia al petto robusto e ancora tutto in tensione e
serio, quasi arrabbiato ma non proprio, concluse diretto e deciso, come
sparasse un proiettile dal fucile:
-
Non possiamo fermarci a lungo a terra, non possiamo smettere di
viaggiare, non possiamo rinunciare alla nostra libertà. Paradossalmente
ne siamo schiavi, schiavi della libertà. Legarci a qualcosa che non sia
su questa nave, legarci davvero, con l’anima, il cuore e la mente,
significa tradire il gelone ed egli è come se fosse vivo, come avesse
uno spirito lui stesso, come se fosse indipendente. Se questo
succedesse egli prenderebbe il nostro spirito. Moriremmo. Legarci a
qualcuno che naviga con noi è concesso, è parte del galeone, in altro
modo no. Naturalmente il sesso fine a sé stesso non conta, quel che
conta è il cuore. -
Sike
non sapeva più cosa pensare, ma le venne spontanea una domanda lecita:
-
Ma vi siete fermati al porto… -
-
Ci è concesso per un paio di giorni, non possiamo fare tappa fissa o
smettere di navigare. Se una persona ogni tanto rompe il giuramento il
galeone lo concede, ma se lo facessimo tutti assolutamente no, ci
prenderebbe. Ed inoltre prenderebbe anche tutti quelli che se ne sono
andati prima, poiché in realtà rimangono indissolubilmente legati ad
egli. - Sciolse le braccia e finalmente rilassò il resto del corpo
mettendo la mano sul timone, come ad accarezzarlo: - Ci protegge e ci
concede di fare qualunque cosa, tranne che lasciarlo solo o tradirlo
col cuore e con l’anima con degli esterni. In cambio ci dà tutto, o
quasi. -
Una
storia d’altri tempi tornò alla sua mente, una storia dolorosa,
un’altra, diversa da quella che gli era sovvenuta prima. Un lampo di
tristezza. Quante ce n’erano nei ricordi di ognuno, legati a quella
nave meravigliosa e al tempo stesso inquietante?
-
Non c’è… - Sike si accorse di avere la gola asciutta e tossì per
riprendere la propria voce persa nelle emozioni contrastanti di ciò che
aveva sentito: - …non c’è modo di rompere questa… catena? - Ci credeva,
istintivamente aveva saputo da subito che era tutto vero e che
finalmente non la stavano prendendo in giro.
Si
chiese come chiamarla, dono o maledizione? Poi decise che non era né
l’uno né l’altro. Li aiutava, quella galea, ma al tempo stesso li
legava. Cos’era se non una catena?
Essere
immortali era bello, considerando che delle alternative c’erano, come
l’uccidersi o lo spezzare il giuramento, però non lo era se andava a
scapito di certe cose altrettanto importanti.
Ognuno
pensava arruolandosi che tanto poteva andarsene quando voleva e
lasciare l’onere di sostenere il galeone ad altri, però se anche questi
si fossero stufati? Se nessuno sarebbe più rimasto? Sarebbero morti
tutti quelli che avevano fatto il giuramento, anche fra quelli che
l’avevano spezzato ed avevano cambiato vita. Era giusto lasciare un
peso simile ad altri per puro egoismo? Consapevoli comunque che questi
avevano il potere di rovinarli ugualmente anche a distanza di spazio e
di tempo?
L’idea
di poter affrontare qualunque avventura e scoprire ogni segreto che
esisteva nel mondo nel corso dei secoli, era bella, ma altrettanto
crudele se si considerava ogni altro dettaglio.
-
No, non c’è o per lo meno noi non lo conosciamo. L’ideatore di questo
galeone sarà morto e non c’è verso di scoprire le modalità con cui è
stato costruito e come sia possibile eventualmente distruggerlo. -
-
Bruciarlo? - Sapeva che era una cosa stupida ma la disse per capire
quanto lo fosse.
-
Non brucia. Le parti essenziali della nave non possono venir
assolutamente distrutte in alcun modo. -
Ora
poteva dire di aver spiegato ogni cosa, anche se i particolari nei
quali avevano scoperto tutte quelle cose li aveva omessi, quello che
contava è che lei sapesse tutto ed ora, solo ora, potesse decidere
liberamente.
Spostò
la mano dal timone e l’appoggiò sulla spalla di Sike ancora immobile ed
ammutolita, quindi fece una cosa che a lei non aveva ancora fatto,
specie in quel modo gentile, umano e quasi dolce.
Le
sorrise.
Poi
con una delicatezza irriconoscibili che sconvolse tutti gli altri lì
intorno, aggiunse:
-
Prenditi ancora del tempo per fare la tua scelta. Non è una
cosa che va presa con leggerezza. - Questo, se ne resero conto tutti
con sommo stupore, implicava che ad Akane andava bene la presenza di
Sike su quella nave come navigatrice.
“L’abbiamo
trovata? È possibile? Una navigatrice?”
Fu
questo il pensiero sbalordito di tutti, speranzosi che lei la prendesse
bene e accettasse.
Detto
questo, Akane le chiese di ristabilire la rotta verso l’isola che le
aveva chiesto all’inizio del viaggio -o eventualmente alla sua- e poi
di affidare il timone a suo fratello o a Parsifal, ma non a Mikako che
non aveva per nulla orientamento. Come se non fosse successo nulla di
particolare.
Poi
se ne andò in coperta, diretto alla sua cabina lasciando un silenzio
rumoroso e ancora inquietante.
Poco
dopo sentì bussare e una voce familiare chiamarlo per nome.
Quando
la fece entrare, lei aveva già finito la sua sigaretta.
Mikako
non si intrometteva frequentemente ma solo quando sapeva che il suo
sostegno serviva, questo era uno di quei momenti.
Si
fermò all’ingresso e lo vide steso nel letto con le mani sotto la testa
a guardare il soffitto, i piedi incrociati e allungati davanti a sé.
Aveva un’espressione molto seria e pensierosa e alla ragazza le ci
volle un attimo per capire al volo cosa gli passasse per la mente ed il
motivo per cui era così strano.
Ogni
sua parola, ogni suo silenzio, ogni suo movimento più insignificante,
per lei erano stati comunicazione profonda di ciò che si agitava in
lui. Se Akane poteva avere segreti per la ciurma e per i nuovi arrivi,
non poteva certo averne per lei, per Parsifal e per suo fratello.
Non
ci provava mai comunque, ad averne con loro.
Si
sistemò una ciocca corvina inanellata dietro alla spalla e dopo di ché
la frangia, quindi i vestiti attillati che evidenziavano il suo corpo
snello che a tanti piaceva, poi si sedette aggraziata nel comodino
scostando gli oggetti che c’erano sopra, compresa la foto del padre, un
uomo con pochi capelli corti e brizzolati, i baffi ingialliti dal
tabacco e due occhi riflessi del cielo più limpido possibile. Insieme
c’erano lui e Hitonari da piccoli, due palline di sole sorridenti e
molto simili fra loro, con pochi anni di differenza.
Sospirò,
non aveva bisogno di pensare a ciò che doveva dire e come, era
consapevole di saperlo prendere nel verso giusto, non aveva bisogno di
sforzarsi. Aspettava solo che Akane fosse pronto.
Anche
lei era seria ma non cupa.
Con
aria e voce intensi e sfumate, disse:
-
Perché non hai detto che quando uno della ciurma scioglie il giuramento
perché sceglie di vivere normalmente, il capitano soffre di torture
terribili che una persona esile e con una bassa soglia del dolore non
sopporterebbe? -
Silenzio.
Il
giovane capitano la cui età dimostrata era solo apparente, non si seccò
di quella domanda di cui, invece, si sarebbe infastidito se pronunciata
da chiunque altro.
Sapeva
che lei sarebbe venuta a chiederglielo.
Sapeva
che non le era sfuggito un solo dettaglio, anche tutti i ricordi che
gli erano venuti in mente mentre parlava, tutti i brutti incidenti che
avevano passato per scoprire quali erano le regole del galeone.
-
Hai anche evitato con cura di dire che lo spirito del galeone è
strettamente legato maggiormente al capitano rispetto che a tutto il
resto della ciurma. Se qualcuno trasgredisce alle regole in qualunque
modo, come innamorandosi di uno che non ne fa parte, lo spirito o
qualunque nome gli vogliamo dare, se la prende anche con il capitano.
Inoltre se è lui ad innamorarsi, anche se di un membro della ciurma,
l’amata o l’amato verrebbero esclusi dalla protezione del galeone. E
solo perché si tratta del capitano. - Anche questo l’aveva scoperto a
sue spese…
-
Sono dettagli. - Disse infine secco ma non arrabbiato.
-
Che dovrebbero sapere tutti e non solo tu e pochi eletti. Magari amano
abbastanza il loro capitano da non trasgredire a nulla. Sai, se si
tratta di prendere per sé stessi la punizione è una cosa, ma se si
tratta di farla passare anche al proprio capitano è tutta un’altra
cosa. -
Sapeva
che aveva tutte le risposte pronte ed anche se normalmente questo
procurava un certo fastidio visto l’aria saccente che le davano, quando
era lì per prendere delle confidenze che sapeva sarebbero arrivate
presto, non lo era. Anzi. Era di conforto.
La
dolcezza veniva fuori dalla donna che era e diventava indispensabile
parlarle e ascoltarla.
-
Non tengono a me poi così tanto. - Disse allora sforzandosi di usare un
tono di scherno e un po’ spaccone, come era di solito. Mikako non ci
badò.
-
Sicuro? -
-
Certo. Non si arruolano per me ma perché è figo essere immortali e
poter fare qualunque cosa si possa fare per mare! - Ora il tono era
duro, pensava davvero ciò che diceva. - Non sanno la fregatura che c’è
dietro. - Amarezza.
Mikako
l’accarezzò con gli occhi di onice, lo penetrarono. Lui non la
guardava.
-
Sei il primo a non crederlo davvero. Che questo galeone sia una
fregatura. - Era sicura mentre lo diceva.
Akane
si strinse impercettibilmente nelle spalle ma non si mosse, continuò
ostinato a fissare il soffitto in legno. Quel legno indistruttibile.
-
Tu lo ami o lui ti torturerebbe ogni notte ed io so che non lo fa.
Nonostante tutto ciò che ti ha fatto patire e ti fa patire, nonostante
tutti i contro che ha, i pro per te sono più importanti. Per te questa
nave è ogni cosa. La tua casa, la tua appartenenza, tua madre e tuo
padre insieme, sei nato qua e per quanto male ti faccia, per quanto
vorresti che fosse diverso, lo proteggerai e lo amerai sempre. - Quando
lei parlava si poteva stare ore ad ascoltarla, era bello, così diversa
da quando era davanti a tutti.
-
Sempre… chi vuole vivere per sempre? In questo modo, poi… a questi
prezzi… senza poter amare nessuno fuori di qua, senza poter mollare e
cambiare vita, senza poter invecchiare come tutti… Chi è che vuole
vivere per sempre così? -
-
Tutti quelli che sono qua. - Lo disse con una tale semplicità poiché
era proprio così. Semplice.
-
Non lo so… - Ed era vero.
-
Se però condividessi di più i tuoi pesi, magari, lo sapresti, invece.
Che è come dico io. Ti sono tutti affezionati e se sapessero che li hai
letteralmente sulle tue spalle si odierebbero! Compresi quelli che se
ne sono andati o che hanno tradito le regole in qualche modo! -
Sorrideva,
mentre lo diceva con un velo di saccenza che alleggerì l’atmosfera
pesante.
Akane
finalmente spostò gli occhi d’argento, simili a quelli di un lupo
talvolta, su quelli della ragazza che apparivano onesti e sereni. Aveva
un tale potere rassicurante e calmante che a volte nemmeno Parsifal lo
possedeva.
Alla
fine si trovò ad accennare ad un piccolo ghigno tipico suo, anche se
più spento del solito, e alla fine disse:
-
Quando fai così sembri papà Parsy! -
-
Lui ti direbbe che devi chiedere aiuto a Dio e ti darà la soluzione.
‘Ma tu ti ostini a fare tutto di testa tua, come pretendi che venga a
darti una mano?’ - Risero, il ragazzo sadicamente divertito dalla
perfetta imitazione che Mikako aveva fatto di quello che oltre a ‘papà’
veniva chiamato ‘prete’!
Era
vero che diceva così!
-
No, direbbe: ‘Abbi fede, vedrai che tutto si risolverà!’ - Si tirò su a
sedere ancora ridendo rumorosamente: - E’ il suo motto! - Mikako notò
che la nube era finalmente andata via, anche se momentaneamente.
La
verità era che doveva affrontare tutto questo una volta per tutte,
invece di tenerselo per sé e sopportare. Ma chissà che l’aver trovato
una navigatrice non potesse essere il segno dell’inizio del
cambiamento.
Queste
cose erano più da Parsifal che da loro, però dovevano anche ammettere,
senza dirlo a voce, che a volte il biondino dagli occhi azzurri aveva
ragione.
Non
si sapeva bene come ma finivano per cavarsela laddove era l’unico a
sostenerlo.
Naturalmente
grazie a Dio, a sua detta!
Loro
ci credevano moderatamente, chi più chi meno, ma nessuno come lui.
Del
resto bastava un prete in ciurma, anche se non lo era veramente ma solo
per modo di dire.
Il
volto disteso e rasserenato di Akane sollevò molto Mikako che di alzò
dalla sua postazione e risistemandosi per l’ennesima volta, come non
facesse altro dalla mattina alla sera, disse:
-
Dai che ti aspettano, Sike avrà deciso! -
Prima
di uscire dalla camera, il giovane si soffermò a guardare la foto sul
comodino, la mano sull’interruttore. L’elettricità era uno dei tanti
misteri di quel galeone.
Suo
padre, il precedente e primo capitano, sorrideva con la sua tipica
sicurezza, la stessa che aveva trasmesso ai suoi due figli, entrambi
con una madre diversa, solo l’avventura di due porti diversi in due
anni differenti.
“Dovrei avere fede?“
Si chiese un po’ scettico e un po’ confuso.
Lo
sguardo della foto era una perenne certezza.
La
certezza che in un modo o nell’altro avrebbe risolto tutto, con le sue
forze.
Chiuse
la luce e la porta, quindi mettendosi la solita aria prepotente in
faccia, si convinse a continuare così ancora per un po’.
Una
volta di nuovo sul ponte notò subito la rotta intrapresa da Sike e capì
quale era la sua risposta senza bisogno di sentirgliela dire. La guardò
indaffarata sul timone con la sua aria fiera e l’accettò con uno strano
sorriso.