CAPITOLO X:
SOPRAVVIVERE AI RICORDI
Un fruscio lieve appena udibile fece
voltare i presenti sul ponte principale, verso un altro angolo dello
stesso e
spostandosi istintivamente lontano dal punto in cui la nebbia fitta si
stava
diradando, si prepararono ad assistere ad un’altra memoria della nave.
Si poteva sopravvivere a certi momenti
dolorosi, si poteva sopravvivere all’inferno, si poteva sopravvivere
davvero a
molte cose orrende, ma si poteva sopravvivere anche ai ricordi?
Mikako in quel momento capì che non era
una cosa tanto scontata…
La Mikako di decenni addietro che si
aggirava in quei luoghi come fosse un fantasma, era quasi identica a
quella del
presente.
I suoi boccoli neri erano solo più corti
ma gli occhi erano identici, lo sguardo fiero e fermo, la solita eterna
eleganza nei movimenti ed i vestiti di un certo tipo a cui non aveva
mai
rinunciato nemmeno facendo un mestiere simile.
Tutti si erano sempre chiesti come ci riuscisse,
come fosse possibile concordare tanti elementi diversi insieme. Le
piaceva
tenersi bene ma non per questo non era in grado di fare l’avventuriera
in un
galeone partito come quello di un gruppo incosciente di pirati e
proseguito poi
come cercatori di tesori e di guai.
O segreti.
Oltre a lei c’erano altri della ciurma,
alcuni non c’erano più, altri si riconobbero sussultando scossi da
quelle
strane visioni inquietanti nel quasi totale silenzio.
L’Akane di qualche anno prima era
accanto alla ragazza e con le mani ai fianchi osservavano la stessa
cosa, solo
le espressioni e gli atteggiamenti erano differenti. Lei sempre
composta e
apparentemente indifferente, lui corrucciato. Ciò che guardava
evidentemente
non gli piaceva.
Quando gli altri uomini issarono dal
bordo un giovane ragazzo non fu riconosciuto, in quelle condizioni
nessuno
avrebbe potuto.
Il naufrago era talmente magro, pallido
e malconcio che in molti lo credettero una specie di zombie. Di
creature simili
non ne avevano ancora incontrate ma non escludevano esistessero, visto
tutto ciò
che avevano già visto.
Fu avvolto da asciugamani e coperte e su
ordine di Akane fu condotto dal medico di bordo, Laramel, il quale
l’avrebbe
curato per poi fargli fare tappa da Tinuviel, il cuoco.
Mikako e Akane rimasero poi a parlare e
lì si capì che il ragazzo era già capitano e che l’epoca dovesse essere
parecchio più recente della precedente.
Sentirono il loro dialogo e dall’espressione
grave e cupa di lui fu evidente la situazione critica.
- Ebreo. Quei bastardi nazisti di merda…
un dirigente impazzisce ed ordina stermini di massa per le ragioni più
assurde
e tutti gli altri imbecilli teoricamente sani gli vanno dietro e lo
accontentano! Ti rendi conto che siamo oltre l’assurdo? Cazzo, Mika,
noi di
cose impossibili ed incredibili ne abbiamo viste ma questa che guarda
caso è
umana è la peggiore, la più inconcepibile! Il mondo si combatte, noi a
stento
sopravviviamo in queste acque infestate da idioti che si fanno la
guerra e quel
pezzo di merda insiste sullo sterminare quanti più ebrei può! Ma dico
io, porca
puttana, se non è questa la fine del mondo cosa cazzo lo sarà? -
Mikako ascoltò il suo sfogo
imperturbabile, solo dal suo sospiro si capì quanto impensierita
anch’ella
fosse. Era solo più capace di contenersi, ma con voce che faticava a
mantenersi
calma, rispose laconica e secca:
- Dopo di questo posso solo dirti che l’unica
regola che esiste a questo mondo, un mondo davvero sconfinato ed
incredibile, è
che non c’è mai limite al peggio. -
Akane imprecò ancora e passandosi una
mano fra i capelli scosse il capo e prima di andarsene le disse:
- Ti puoi occupare tu di lui, per
favore? - Il fatto che glielo chiedesse con gentilezza denotava solo
quanto lui
stesso fosse scosso. Sapendo che non ci sarebbe riuscito a veder di
quel povero
ragazzo trovato in mare probabilmente in un tentativo disperato di
fuga, Mikako
acconsentì seppure consapevole di quanto difficile sarebbe stato.
La nebbia tornò a ricoprire quel
frammento e quando in un’altra zona sempre dell’esterno si scostò
mostrando un’altra
scena, la Mikako del presente non fece una sola piega. Dritta,
composta, mani
incrociate alla vita, mento alto ed occhi fissi sui due che ora
appoggiati al
cornicione guardavano l’orizzonte libero del mare.
Solo chi la conosceva bene sapeva quanto
difficile era per lei vedere tutto quello e Hitonari le si avvicinò
senza
toccarla. Sapeva anche quanto in quei momenti fosse peggio avere un
qualunque
contatto con la ragazza. Era come se per aiutarla bisognasse lasciarla
in pace
invece che consolarla o abbracciarla.
In pochi sapevano come avvicinarla.
Era passato un po’ di tempo, non molto
in realtà, ma il giovane stava meglio, era ancora deperito però
l’aspetto era
migliorato e tutti lo riconobbero, proprio per quello si guardarono con
occhi
sgranati.
Tutti lo conoscevano e proprio per
quello il vedere l’inizio della sua storia li lasciò agghiacciati, in
pochi
effettivamente la sapevano bene.
- Come ti chiami? - Chiese Mikako con
calma.
- Johannes. - Mormorò l’altro. Era tutto
ricurvo su sé stesso, i vestiti gli stavano larghi e le mani erano
fasciate
come altre parti del suo corpo. I capelli rasati corti non erano ancora
ricresciuti e si vedevano cicatrici persino sulla nuca. I lineamenti,
seppure
magri ed incavati, si capiva essere dolci e delicati, un tempo, prima
della
guerra e della persecuzione dei nazisti sugli ebrei, doveva essere
stato un
gran bel ragazzo.
- Mi hai stupito, sai? Non hai parlato
due settimane e non ti sei mosso dal letto. Ora trovarti qua a guardare
il mare
e sentire la tua voce è davvero una bella cosa. - Stava parlando con
dolcezza
insospettabili, la sua solita supponenza non era nemmeno un ricordo, in
quel
momento, sembrava anzi non esserci mai stata. Solo in pochi sapevano
della sua
capacità empatica, forse proprio per questo solitamente cercava di
trattenersi.
Entrare in sintonia con gli altri era davvero doloroso, talvolta.
Il ragazzo si strinse nelle spalle, non
staccava lo sguardo dall’orizzonte, gli occhi castani erano
terrorizzati e
sembravano ricordare ogni atrocità subita.
- Ti va di dirmi qualcosa? - Non gli
fece domande specifiche, oltretutto non era facile avere a che fare con
un
ebreo sfuggito chissà come ad un campo di concentramento. Sapevano
quanto
tremendi fossero quei lager nazisti.
Il ragazzo cominciò così a parlare con
un filo di voce, come se magari non avesse aspettato altro di poterlo
fare.
Buttare fuori tutti i suoi incubi vissuti nella speranza che
estirpandoli da sé
smettessero di tormentarlo.
Dopo aver passato giorni a cercare di
chiuderli in sé e a distruggerli da solo barricandosi dietro un muro
che aveva
già cominciato a costruire, si era chiesto se, appunto, non dovesse
fare l’opposto.
Raccontarli e buttarli via.
Cominciò piano a parlare dell’orrore
vissuto soffermandosi su raccapriccianti dettagli che aveva sentito
solo la
ragazza in quell’occasione e mai più erano usciti dalla sua bocca.
Disse tutto
e mano a mano che raccontava gli occhi di onice della Mikako del
passato si
riempirono mestamente di lacrime, lacrime che rigarono le sue guance
lisce al
termine, quando il racconto si era spostato sulla loro deportazione in
una
mercantile pieno di ebrei ridotti all’osso. Un’attraversata fatta
spacciare per
la salvezza di anime pentite naziste che poi si erano rivelate per ciò
che
erano, sadici ben contenti della loro missione, una missione
assegnatagli da un
folle. E chi erano più pazzi? Quelli che ordinavano stragi simili o chi
le
eseguiva?
Quando Johannes aveva capito che li
avrebbero chiusi tutti in stiva e avrebbero fatto affondare la nave con
loro
dentro, lui era riuscito miracolosamente a scappare di nascosto. Non
sapeva
nemmeno lui come ce l’aveva fatta ma quando la morte era ormai giunta
in suo
soccorso, aveva trovato il loro galeone enorme ed imponente
all’orizzonte. Un
galeone d’altri tempi eppure in egregie condizioni.
Le disse di aver guardato il drago
intagliato a poppa, sulla polena, e di aver pensato di avere le
allucinazione
poiché le navi fantasma non esistevano.
Allora aveva pensato di essere già morto
e che quella doveva essere la nave che raccoglieva le anime per
trasportarle
nello Stige, il fiume dell’Ade. Quando era stato raccolto aveva visto
sia lei
che un altro giovane. L’ultimo pensiero coerente era stato che lui
doveva per
forza essere Caronte, il traghettatore di anime perdute.
- Bè, non poteva mica essere peggio
quell’inferno di quello appena passato in Terra, no? Con questo
pensiero
svenni. Mi svegliai col vostro medico e capii che non era finita. Ma
onestamente non so ancora se esserne contento perché vivere con tutti
questi
ricordi che non riesco in nessun modo ad estirpare per me è come morire
giorno
dopo giorno. Era meglio non mi aveste mai trovato… -
La conclusione toccò non solo il cuore
di quella Mikako ma anche quello di tutti gli altri. Avevano sempre
immaginato
che le sue condizioni attuali dovessero essere dovute ad una storia
tragica, ma
tale no, tale non erano arrivati a supporla.
Tutti i presenti ne rimasero toccati e
fecero delle espressioni diverse, chi cupe, chi addolorate, chi
shockate, ma
nessuno ne rimase indifferente. Solo la protagonista del presente non
mosse un
muscolo facciale e apparendo una sfinge continuò a fissare la scena, ma
Hitonari che le era vicino la sentiva che non respirava.
- Cosa c’è, perché piangi? Non sei tu
che hai vissuto tutto questo. - Solo lei sapeva quanto incredibili
fossero
quelle lacrime e non gliene rese parte consapevole che non era una
storia che
gli sarebbe interessata in quel momento, ma trovandosi tuffata in un
inconsolabile dolore empatico traumatico, non fu capace di dire nulla.
Pianse
così tanto e così a lungo che Johannes si trovò senza rendersene conto
ad
abbracciarla. Lui ad abbracciare e consolare lei.
Quel contatto così morbido innescò un
meccanismo, un meccanismo troppo labile e pericolante per essere
duraturo,
sicuro e stabile, ma tale fu tutto ciò che riuscirono a creare.
Alla fine lei riuscì solo a mormorare
stringendosi a lui come se si fosse rimpicciolita della metà.
- Piango per te. - Forse fu perché lui l’aveva
raccontato ma non aveva mai pianto, forse fu per un qualunque altro
motivo, ma
raccolse le sue lacrime e si chiese quanto ci avrebbe messo a versarne
a sua
volta.
Dallo sguardo turbato e colpito, fu evidente
il suo aggrapparsi a lei per ritrovare il cuore e l’anima perduti.
Tutti capirono che solo quando sarebbe
riuscito a piangere così per sé stesso, avrebbe ritrovato anima e cuore
perduti
e solo dopo, infine, sarebbe potuto tornare veramente alla vita.
Solo dopo.
La nebbia fece scivolare via quel
momento drammatico che fece piangere qualcuno dei presenti, ora che
sapevano
cosa aveva vissuto il loro Johannes, potevano capire molte cose eppure
altre le
avrebbero apprese di lì a breve.
Mikako riprese a respirare
impercettibilmente e sebbene mentalmente pregasse affinché tutto quello
avesse
fine, non smise di guardare insieme agli altri.
Non c’era modo di fermare quei ricordi.
Non c’era modo di uscirne indenni. Per nessuno sarebbe stato possibile.
Del resto il peggiore di tutti sarebbe
arrivato solo alla fine.
Il frammento successivo spiazzò i
presenti sbaragliando nettamente quelli precedenti.
Non c’era nemmeno paragone e tutti si
chiesero se quel Johannes fosse mai veramente esistito o se il Galeone
si stesse
creando un ricordo distorto.
Non lo potevano sapere ma non era
possibile e dall’espressione ancora marmorea di Mikako capirono che era
tutto
vero.
Quel Johannes dai capelli neri lunghi
raccolti in una coda bassa, una leggera ombratura di barba sul mento,
le guance
finalmente piene che rivelavano i suoi lineamenti dolci e morbidi, gli
occhi
castano caldo, una corporatura forte e robusta che non aveva niente a
che fare
con la magrezza scheletrica di un tempo.
Quello era lo stesso Johannes che
conoscevano? Certo tecnicamente l’aspetto era il suo ma era la luce che
lo
attorniava ad essere diversa. Il sorriso sbalorditivo sul suo viso
solare, lo
sguardo felice. Oh, certo. Proprio felice.
A quel punto tutto quel che mormorarono
nel vederlo così, fu uno incredulo ‘ma allora…?’
Johannes era appena corso fuori sul
ponte e presa Mikako ferma a consultare alcune carte nautiche come se
lei ne
capisse poi qualcosa, l’abbracciò da dietro sollevandola. Quel sorriso
illuminò
tutta la nave così come la sua gioia. Erano passati anni, si capiva
specie
perché lui si era rinforzato e fisicamente era in perfetta forma.
- Ma davvero? - Mikako non rideva e dopo
la sorpresa si fece mettere giù, si girò fra le sue braccia che
continuarono a
stringerla e ricevendo le sue labbra con impeto e passione, lo placò
con i suoi
modi fermi.
- Chi te l’ha detto? - Non sembrava
molto felice che l’avesse saputo in quel modo ma a Johannes non
importava e
ancor più luminoso di prima, ribaciandola, rispose:
- Parsy! - Mikako si stizzì alzando gli
occhi al cielo:
- E chi volevi che fosse se non quel
chiacchierone!? - Ma il ragazzo era di nuovo a ricoprirla di baci.
Gliene diede
tanti e con così tanta gioia che lei alla fine si rilassò e si mise a
sorridere
a sua volta ricambiando pur di calmarlo.
- Sei contento davvero? - Chiese alla
fine cercando di fare un dialogo serio visto che non erano ancora
riusciti.
- E me lo chiedi? Un bambino nostro…
Oddio, forse allora dopo tutto non esiste solo l’inferno ed il
purgatorio ma
anche il paradiso! - Era una delle teorie che aveva espresso alla
ragazza in
uno dei loro molti dialoghi.
Il paradiso non esisteva ma l’inferno ed
il purgatorio sì.
Mikako si commosse sentendosi
protagonista di tanta gioia e positività, nei mesi passati aveva
lentamente
fatto molti miglioramenti tanto da mettersi insieme, ma vederlo
contento a quel
modo era la prima volta anche per lei e smarrita si sentì quasi
ubriaca. Pregò
solo che fosse per sempre anche quello.
- Te l’avevo detto. In una vita eterna
non ci saranno solo le cose brutte… vedi che è così? -
I due tornarono ad abbracciarsi
suggellando il magico momento meraviglioso con un ulteriore bacio.
Un momento probabilmente unico.
Nonostante i brusii di stupore di tutti
poiché non avevano molti di loro saputo quell’evento, soprattutto non
avevano
mai visto Johannes così contento, la nebbia cancellò ogni cosa e fu
allora che
gli occhi della Mikako del presente divennero lucidi.
Hitonari allora le strinse la mano
ignorando ciò che sapevano di lei, ovvero che meno la si toccava e
meglio era,
se non era lei per prima a cercare dei contatti.
L’esperta di tattiche non lo mandò via
ed anzi strinse la mano del ragazzo con bisogno. Quello fu tutto ciò
che si
concesse.
Dalla gioia di un momento alle tenebre
di un altro.
La Mikako del passato aveva il pancione
e camminava su e giù per il ponte tenendosi la schiena con una mano e
il ventre
gonfio con l’altra. Sembrava seccata e sbuffando faceva tentativi per
calmarsi.
Quando Johannes la raggiunse era
sorridente come l’avevano lasciato il frammento precedente, la cinse da
dietro
e le baciò il collo scostandole i capelli neri più lunghi.
- Allora, come va la mia piccola mamma?
- Mikako alzò un sopracciglio scettica.
- Sono più grande di te, tesoro, e non
di pochi anni! - Erano davvero molti, in effetti…
Il ragazzo sorrise divertito e tornò a
stringerla mentre le loro mani si unirono sulla sua pancia, si capiva
che era
arrivata alla scadenza.
- Tutti i tuoi anni li porti
egregiamente! - E nessuno l’aveva mai visto nemmeno scherzare oltre che
ridere.
Mikako dunque si girò per ribattere
qualcosa di ironico come suo solito ma al momento di parlare le uscì un
lamento. Johannes apprensivo le prese il viso fra le mani e schizzando
attento
come un soldato disse con voce istericamente strozzata:
- E’ il momento? - Cosa che diceva ad
ogni minimo lamento vago della ragazza. Mikako infatti sorrise a quel
suo
atteggiamento delizioso, ma non riuscì a reggere piegandosi in due.
- Credo di sì, questa volta. - Specie
perché solitamente a quel punto lei diceva ‘piantala, a volte respiro
anche!’ e
non ‘sì, ci siamo’, lui sembrò andare totalmente nel pallone e
tenendola per le
braccia l’accompagnò giù, una volta sistemata a terra cominciò a
gridare come un
ossesso chiamando a raccolta capitano, vice, medico, mago, astrologo e
lettore
dei segni. Di questi arrivarono solo un paio, naturalmente e nel giro
di un
istante chi di dovere, leggasi Laramel assistito da Parsifal e Jyo, si
adoperarono per lei.
Sembrava arrivato il momento ma
soprattutto sembrava che lei non fosse più capace di muovere un muscolo
per
scendere in cabina. Ed enorme com’era chi osava trasportarla sulle
spalle?
Decisero che lì sarebbe andato bene e
mentre alcuni di loro lavoravano seriamente per lei e farla partorire,
Akane
cercava di calmare Johannes con l’unico risultato di gareggiare insieme
per chi
urlava di più.
L’isteria sembrò contagiosa e nonostante
uno fosse il padre e fosse giustificato, l’altro che era un amico, una
specie
di figlio adottivo di Mikako, fu giudicato un tantino esagerato nella
sua
reazione allucinata.
Parsifal non era tanto meglio ma almeno
nel cercare di essere utile a Laramel, pur parlando a macchinetta e
velocissimo
dicendo un sacco di cose sconnesse senza senso, qualcosa di buono lo
faceva.
Giunse così come un pugnale in pieno
stomaco a troncare qualsiasi agitazione, la voce grave di Laramel.
Un’imprecazione, niente di più, ma tanto
bastò per fermare all’istante tutti i presenti, specie i due uomini che
stavano
per prendersi a pugni.
- Che c’è? - Chiesero in coro
preoccupati.
Laramel con un sospiro drammatico li
guardò senza smettere di trafficare, si
asciugò la fronte sudata, la sua espressione era spettrale, così
non
gliel’avevano mai vista, poi occhieggiarono Mikako stesa lì accanto. La
sua non
era meglio. Soffriva, ma non solo. Loro non erano medici, non ne
capivano
nulla, ma era chiaro come il sole che qualcosa non andava e non serviva
sapere
che Laramel quando curava non imprecava mai.
Jyo, il mago che l’aveva assistita, si
unì al dottore nelle spiegazioni e sebbene il secondo fosse mortificato
e non
sapesse dove sbattere la testa, il primo era secco e brutale, incapace
di dare
una notizia simile in modo diverso.
Proprio infatti lui lo disse per fare in
fretta, sapendo che di tempo per essere delicati non ce n’era.
- Questo moccioso non può nascere! Se
viene fuori Mikako muore! -
Akane e Johannes in coro e sbalorditi lo
guardarono come se scherzasse:
- Che diavolo dici? E perché mai? -
Jyo stava esaurendo la poca pazienza e
gridando sbottò:
- Perché sì, fidatevi, non c’è tempo per
le spiegazioni! -
- E cosa cazzo vuoi da noi? Sei tu il
mago, porca troia! - Gridò più forte Akane con le vene del collo che
pulsavano
paurosamente.
- Non ho una bacchetta magica, non
faccio miracoli! - Laramel continuava a combattere con Mikako ed il
bambino, la
ragazza si lamentava dolorosamente mentre il suo colorito era sempre
più
preoccupante. Si vedeva quanto male stesse.
Johannes si inginocchiò accanto a lei e le
prese la mano stringendola, cominciò ad accarezzarla nell’agitazione e
nel
panico. Non sapeva cosa fare, non sapeva proprio cosa fare.
Akane cominciò invece a misurare a gran
passi il ponte, ad imprecare e a gesticolare nel tentativo di avere
un’idea. Un’idea
che non esisteva.
- Che alternativa c’è? - Chiese alla
fine.
- O Mikako o il bambino. Non possiamo
salvare entrambi. -
Fu una sentenza di morte vera e propria
e non solo, mentre Laramel già piangeva perché non poteva fare una cosa
del
genere, Jyo andava sempre più al lato pratico, non era uno molto
leggero ma in
occasione simili lo era ancor meno.
Parsifal continuava ad occuparsi di
Mikako mentre Johannes se la stringeva andando come in un’altra
dimensione, non
sapeva cosa fare, cosa dire, come comportarsi. Era come se i momenti
tremendi
del campo di concentramento gli tornassero tutti in una volta. Era
possibile
vivere due inferni in una vita sola?
Perso sempre più in sé stesso, fu Akane
a dirlo con un’amarezza tale che uccise tutti i presenti, sia quelli
del
passato che quelli del presente. Alcuni la ricordavano la scena, altri
la
vedevano per la prima volta.
Ma nessuno ne rimase indifferente.
- Non saremo noi a scegliere, allora,
perché in questo momento il bambino è un nemico, per la nave. Sta
uccidendo
Mikako, un membro della ciurma che ha prestato giuramento. La nave la
proteggerà,
non permetterà che muoia. Di conseguenza farà fuori il bambino! -
E come lo disse se ne andò dall’altra
parte del ponte non riuscendo più a stare lì e a trattenersi ancora.
Il suo urlo di frustrazione e rabbia
raggiunse tutti, anche chi in quel momento del passato si era trovato
in
coperta.
Solo Johannes dopo aver vagamente
sentito la sua frase era svanito. Svanito definitivamente.
Svanito per sempre, spezzato, annientato,
annegato.
Svanito.
E nonostante fosse un membro della
ciurma anch’egli e la nave proteggesse anche dalla follia, non fu in
grado di
ritrovare la sua anima rinchiusa in un angolo così nascosto e serrato
di sé, da
rendere impossibile il suo ritrovamento. Persino per il Geleone stesso.
Fu così, con l’urlo tremendamente
furioso di Akane nelle orecchie e l’animo di Johannes che si ripiegava
in sé
indelebilmente, che tutti si fermarono e smisero di fare ciò che
stavano
facendo.
Combattendo.
Tutti smisero consapevoli che contro il
Galeone non si poteva fare niente. Consapevoli anche, in una piccola
parte di
loro, che così li toglieva da una scelta atroce impossibile da reggere.
Consapevoli che ormai era finita, in un modo o nell’altro.
Fu con i lamenti di Mikako che
cessavano, che capirono che lei era stata salvata e che il bambino era
morto.
E in quell’assoluto atroce silenzio
mortale, i presenti si agghiacciarono, molti piansero di nuovo, molti
se ne
sconvolsero, molti fecero comunque qualcosa. Mikako non piangeva ma
stringeva
convulsamente la mano di Hitonari, sperando che questa volta a quel
ricordo
sarebbe sopravvissuta. Sperandolo ma non essendone più sicura.
Il volto ancora scolpito nel ghiaccio.
Il respiro di nuovo tagliato.
Quando ci fu l’ultimo frammento, nessuno
fiatava se non per tirare su le proprie lacrime, toccati profondamente
da
quello che avevano appena visto.
Solo Akane e Parsifal a parlare, seri,
rigidi e con un che di sconfitto addosso, nelle espressioni, nei
respiri.
- Nemmeno Mikako riesce più a fare
qualcosa per Johannes. -
- Nemmeno la nave, ci riesce… come può
lei che è ancora a pezzi per quello che le è successo? Dannazione, ha
perso un
figlio ed in quel modo, per di più, quando stava per nascere! -
- Credi che tornerà mai, lui? -
- Johannes? -
Parsifal annuì e Akane girando lo
sguardo verso l’orizzonte del mare, disse smarrito senza saperlo con
sincerità
disarmante:
- Chi diavolo lo può sapere? E’ ancora
qua, è ancora un membro della ciurma, però ha rinchiuso il suo cuore e
la sua
anima così in profondità che nemmeno la nave, cazzo, dico LA NAVE,
riesce a
tirarglieli fuori! -
- Del resto quel povero ragazzo ne ha
passate troppe. -
Akane si girò di nuovo verso di lui
stizzito e seccato, come i suoi modi volevano:
- Dannazione, chi di noi non ne ha
passate? Le conosci tutte, tu, perché ci sei dall’inizio! Lo sai cosa
abbiamo
passato tutti, sia qua che prima di arrivare qua! -
Parsifal gli cinse le spalle paterno
sapendo a cosa si riferiva e con la sua calma che aveva una dolcezza
unici,
disse piano:
- Lo so, ma cambia la fragilità di una
persona, cambia il carattere, cambia lo spessore delle nostre membra.
C’è chi
ha scudi spessi e chi invece ne ha di cristallo. È stato un miracolo
anche solo
il fatto che si fosse innamorato di Mikako e che con lei abbia passato
quel
momento felice. Il resto credo che per lui sia troppo. -
Akane alla fine si smontò volendo
ribellarsi a tutto quello ma sapendo di non poter comunque fare nulla.
Si passò sconfitto e bruciante le mani sul
viso sciupato, poi guardandolo frustrato, chiese:
- E cosa dobbiamo fare ora? Cosa
POSSIAMO fare? -
Parsifal in quello sorrise come sapeva
fare sempre, alla fine, sorprendendo tutti, persino la persona più
amara ed
avvelenata. E sempre con quel suo amore per la vita e per Dio, rispose
con
calma e certezza:
- Pregare. -
- Sì… vorrei che bastasse… - Mormorò
sciogliendosi dal suo mezzo abbraccio ed entrando in coperta.
Parsifal rimasto solo, rispose a bassa
voce ma perfettamente udibile per il silenzio mortale che si era creato:
- Basterà. Ed un giorno avremo le nostre
risposte. Crederci è tutto ciò che ci è rimasto. - E niente glielo
avrebbe
tolto.
Niente.
Un fruscio lieve appena udibile e la
nebbia si inghiottì anche quell’ultimo frammento di ricordo.