CAPITOLO X:
SOPRAVVIVERE AI RICORDI
 
/Cantus in memory of Benjamin Britten - Arvo Part/
 
Un fruscio lieve appena udibile fece voltare i presenti sul ponte principale, verso un altro angolo dello stesso e spostandosi istintivamente lontano dal punto in cui la nebbia fitta si stava diradando, si prepararono ad assistere ad un’altra memoria della nave.
Si poteva sopravvivere a certi momenti dolorosi, si poteva sopravvivere all’inferno, si poteva sopravvivere davvero a molte cose orrende, ma si poteva sopravvivere anche ai ricordi?
Mikako in quel momento capì che non era una cosa tanto scontata…
La Mikako di decenni addietro che si aggirava in quei luoghi come fosse un fantasma, era quasi identica a quella del presente.
I suoi boccoli neri erano solo più corti ma gli occhi erano identici, lo sguardo fiero e fermo, la solita eterna eleganza nei movimenti ed i vestiti di un certo tipo a cui non aveva mai rinunciato nemmeno facendo un mestiere simile.
Tutti si erano sempre chiesti come ci riuscisse, come fosse possibile concordare tanti elementi diversi insieme. Le piaceva tenersi bene ma non per questo non era in grado di fare l’avventuriera in un galeone partito come quello di un gruppo incosciente di pirati e proseguito poi come cercatori di tesori e di guai.
O segreti.
Oltre a lei c’erano altri della ciurma, alcuni non c’erano più, altri si riconobbero sussultando scossi da quelle strane visioni inquietanti nel quasi totale silenzio.
L’Akane di qualche anno prima era accanto alla ragazza e con le mani ai fianchi osservavano la stessa cosa, solo le espressioni e gli atteggiamenti erano differenti. Lei sempre composta e apparentemente indifferente, lui corrucciato. Ciò che guardava evidentemente non gli piaceva.
Quando gli altri uomini issarono dal bordo un giovane ragazzo non fu riconosciuto, in quelle condizioni nessuno avrebbe potuto.
Il naufrago era talmente magro, pallido e malconcio che in molti lo credettero una specie di zombie. Di creature simili non ne avevano ancora incontrate ma non escludevano esistessero, visto tutto ciò che avevano già visto.
Fu avvolto da asciugamani e coperte e su ordine di Akane fu condotto dal medico di bordo, Laramel, il quale l’avrebbe curato per poi fargli fare tappa da Tinuviel, il cuoco.
Mikako e Akane rimasero poi a parlare e lì si capì che il ragazzo era già capitano e che l’epoca dovesse essere parecchio più recente della precedente.
Sentirono il loro dialogo e dall’espressione grave e cupa di lui fu evidente la situazione critica.
- Ebreo. Quei bastardi nazisti di merda… un dirigente impazzisce ed ordina stermini di massa per le ragioni più assurde e tutti gli altri imbecilli teoricamente sani gli vanno dietro e lo accontentano! Ti rendi conto che siamo oltre l’assurdo? Cazzo, Mika, noi di cose impossibili ed incredibili ne abbiamo viste ma questa che guarda caso è umana è la peggiore, la più inconcepibile! Il mondo si combatte, noi a stento sopravviviamo in queste acque infestate da idioti che si fanno la guerra e quel pezzo di merda insiste sullo sterminare quanti più ebrei può! Ma dico io, porca puttana, se non è questa la fine del mondo cosa cazzo lo sarà? -
Mikako ascoltò il suo sfogo imperturbabile, solo dal suo sospiro si capì quanto impensierita anch’ella fosse. Era solo più capace di contenersi, ma con voce che faticava a mantenersi calma, rispose laconica e secca:
- Dopo di questo posso solo dirti che l’unica regola che esiste a questo mondo, un mondo davvero sconfinato ed incredibile, è che non c’è mai limite al peggio. -
Akane imprecò ancora e passandosi una mano fra i capelli scosse il capo e prima di andarsene le disse:
- Ti puoi occupare tu di lui, per favore? - Il fatto che glielo chiedesse con gentilezza denotava solo quanto lui stesso fosse scosso. Sapendo che non ci sarebbe riuscito a veder di quel povero ragazzo trovato in mare probabilmente in un tentativo disperato di fuga, Mikako acconsentì seppure consapevole di quanto difficile sarebbe stato.
La nebbia tornò a ricoprire quel frammento e quando in un’altra zona sempre dell’esterno si scostò mostrando un’altra scena, la Mikako del presente non fece una sola piega. Dritta, composta, mani incrociate alla vita, mento alto ed occhi fissi sui due che ora appoggiati al cornicione guardavano l’orizzonte libero del mare.
Solo chi la conosceva bene sapeva quanto difficile era per lei vedere tutto quello e Hitonari le si avvicinò senza toccarla. Sapeva anche quanto in quei momenti fosse peggio avere un qualunque contatto con la ragazza. Era come se per aiutarla bisognasse lasciarla in pace invece che consolarla o abbracciarla.
In pochi sapevano come avvicinarla.
Era passato un po’ di tempo, non molto in realtà, ma il giovane stava meglio, era ancora deperito però l’aspetto era migliorato e tutti lo riconobbero, proprio per quello si guardarono con occhi sgranati.
Tutti lo conoscevano e proprio per quello il vedere l’inizio della sua storia li lasciò agghiacciati, in pochi effettivamente la sapevano bene.
- Come ti chiami? - Chiese Mikako con calma.
- Johannes. - Mormorò l’altro. Era tutto ricurvo su sé stesso, i vestiti gli stavano larghi e le mani erano fasciate come altre parti del suo corpo. I capelli rasati corti non erano ancora ricresciuti e si vedevano cicatrici persino sulla nuca. I lineamenti, seppure magri ed incavati, si capiva essere dolci e delicati, un tempo, prima della guerra e della persecuzione dei nazisti sugli ebrei, doveva essere stato un gran bel ragazzo.
- Mi hai stupito, sai? Non hai parlato due settimane e non ti sei mosso dal letto. Ora trovarti qua a guardare il mare e sentire la tua voce è davvero una bella cosa. - Stava parlando con dolcezza insospettabili, la sua solita supponenza non era nemmeno un ricordo, in quel momento, sembrava anzi non esserci mai stata. Solo in pochi sapevano della sua capacità empatica, forse proprio per questo solitamente cercava di trattenersi. Entrare in sintonia con gli altri era davvero doloroso, talvolta.
Il ragazzo si strinse nelle spalle, non staccava lo sguardo dall’orizzonte, gli occhi castani erano terrorizzati e sembravano ricordare ogni atrocità subita.
- Ti va di dirmi qualcosa? - Non gli fece domande specifiche, oltretutto non era facile avere a che fare con un ebreo sfuggito chissà come ad un campo di concentramento. Sapevano quanto tremendi fossero quei lager nazisti.
Il ragazzo cominciò così a parlare con un filo di voce, come se magari non avesse aspettato altro di poterlo fare. Buttare fuori tutti i suoi incubi vissuti nella speranza che estirpandoli da sé smettessero di tormentarlo.
Dopo aver passato giorni a cercare di chiuderli in sé e a distruggerli da solo barricandosi dietro un muro che aveva già cominciato a costruire, si era chiesto se, appunto, non dovesse fare l’opposto. Raccontarli e buttarli via.
Cominciò piano a parlare dell’orrore vissuto soffermandosi su raccapriccianti dettagli che aveva sentito solo la ragazza in quell’occasione e mai più erano usciti dalla sua bocca. Disse tutto e mano a mano che raccontava gli occhi di onice della Mikako del passato si riempirono mestamente di lacrime, lacrime che rigarono le sue guance lisce al termine, quando il racconto si era spostato sulla loro deportazione in una mercantile pieno di ebrei ridotti all’osso. Un’attraversata fatta spacciare per la salvezza di anime pentite naziste che poi si erano rivelate per ciò che erano, sadici ben contenti della loro missione, una missione assegnatagli da un folle. E chi erano più pazzi? Quelli che ordinavano stragi simili o chi le eseguiva?
Quando Johannes aveva capito che li avrebbero chiusi tutti in stiva e avrebbero fatto affondare la nave con loro dentro, lui era riuscito miracolosamente a scappare di nascosto. Non sapeva nemmeno lui come ce l’aveva fatta ma quando la morte era ormai giunta in suo soccorso, aveva trovato il loro galeone enorme ed imponente all’orizzonte. Un galeone d’altri tempi eppure in egregie condizioni.
Le disse di aver guardato il drago intagliato a poppa, sulla polena, e di aver pensato di avere le allucinazione poiché le navi fantasma non esistevano.
Allora aveva pensato di essere già morto e che quella doveva essere la nave che raccoglieva le anime per trasportarle nello Stige, il fiume dell’Ade. Quando era stato raccolto aveva visto sia lei che un altro giovane. L’ultimo pensiero coerente era stato che lui doveva per forza essere Caronte, il traghettatore di anime perdute.
- Bè, non poteva mica essere peggio quell’inferno di quello appena passato in Terra, no? Con questo pensiero svenni. Mi svegliai col vostro medico e capii che non era finita. Ma onestamente non so ancora se esserne contento perché vivere con tutti questi ricordi che non riesco in nessun modo ad estirpare per me è come morire giorno dopo giorno. Era meglio non mi aveste mai trovato… -
La conclusione toccò non solo il cuore di quella Mikako ma anche quello di tutti gli altri. Avevano sempre immaginato che le sue condizioni attuali dovessero essere dovute ad una storia tragica, ma tale no, tale non erano arrivati a supporla.
Tutti i presenti ne rimasero toccati e fecero delle espressioni diverse, chi cupe, chi addolorate, chi shockate, ma nessuno ne rimase indifferente. Solo la protagonista del presente non mosse un muscolo facciale e apparendo una sfinge continuò a fissare la scena, ma Hitonari che le era vicino la sentiva che non respirava.
- Cosa c’è, perché piangi? Non sei tu che hai vissuto tutto questo. - Solo lei sapeva quanto incredibili fossero quelle lacrime e non gliene rese parte consapevole che non era una storia che gli sarebbe interessata in quel momento, ma trovandosi tuffata in un inconsolabile dolore empatico traumatico, non fu capace di dire nulla. Pianse così tanto e così a lungo che Johannes si trovò senza rendersene conto ad abbracciarla. Lui ad abbracciare e consolare lei.
Quel contatto così morbido innescò un meccanismo, un meccanismo troppo labile e pericolante per essere duraturo, sicuro e stabile, ma tale fu tutto ciò che riuscirono a creare.
Alla fine lei riuscì solo a mormorare stringendosi a lui come se si fosse rimpicciolita della metà.
- Piango per te. - Forse fu perché lui l’aveva raccontato ma non aveva mai pianto, forse fu per un qualunque altro motivo, ma raccolse le sue lacrime e si chiese quanto ci avrebbe messo a versarne a sua volta.
Dallo sguardo turbato e colpito, fu evidente il suo aggrapparsi a lei per ritrovare il cuore e l’anima perduti.
Tutti capirono che solo quando sarebbe riuscito a piangere così per sé stesso, avrebbe ritrovato anima e cuore perduti e solo dopo, infine, sarebbe potuto tornare veramente alla vita.
Solo dopo.
La nebbia fece scivolare via quel momento drammatico che fece piangere qualcuno dei presenti, ora che sapevano cosa aveva vissuto il loro Johannes, potevano capire molte cose eppure altre le avrebbero apprese di lì a breve.
Mikako riprese a respirare impercettibilmente e sebbene mentalmente pregasse affinché tutto quello avesse fine, non smise di guardare insieme agli altri.
Non c’era modo di fermare quei ricordi. Non c’era modo di uscirne indenni. Per nessuno sarebbe stato possibile.
Del resto il peggiore di tutti sarebbe arrivato solo alla fine.
Il frammento successivo spiazzò i presenti sbaragliando nettamente quelli precedenti.
Non c’era nemmeno paragone e tutti si chiesero se quel Johannes fosse mai veramente esistito o se il Galeone si stesse creando un ricordo distorto.
Non lo potevano sapere ma non era possibile e dall’espressione ancora marmorea di Mikako capirono che era tutto vero.
Quel Johannes dai capelli neri lunghi raccolti in una coda bassa, una leggera ombratura di barba sul mento, le guance finalmente piene che rivelavano i suoi lineamenti dolci e morbidi, gli occhi castano caldo, una corporatura forte e robusta che non aveva niente a che fare con la magrezza scheletrica di un tempo.
Quello era lo stesso Johannes che conoscevano? Certo tecnicamente l’aspetto era il suo ma era la luce che lo attorniava ad essere diversa. Il sorriso sbalorditivo sul suo viso solare, lo sguardo felice. Oh, certo. Proprio felice.
A quel punto tutto quel che mormorarono nel vederlo così, fu uno incredulo ‘ma allora…?’
Johannes era appena corso fuori sul ponte e presa Mikako ferma a consultare alcune carte nautiche come se lei ne capisse poi qualcosa, l’abbracciò da dietro sollevandola. Quel sorriso illuminò tutta la nave così come la sua gioia. Erano passati anni, si capiva specie perché lui si era rinforzato e fisicamente era in perfetta forma.
- Ma davvero? - Mikako non rideva e dopo la sorpresa si fece mettere giù, si girò fra le sue braccia che continuarono a stringerla e ricevendo le sue labbra con impeto e passione, lo placò con i suoi modi fermi.
- Chi te l’ha detto? - Non sembrava molto felice che l’avesse saputo in quel modo ma a Johannes non importava e ancor più luminoso di prima, ribaciandola, rispose:
- Parsy! - Mikako si stizzì alzando gli occhi al cielo:
- E chi volevi che fosse se non quel chiacchierone!? - Ma il ragazzo era di nuovo a ricoprirla di baci. Gliene diede tanti e con così tanta gioia che lei alla fine si rilassò e si mise a sorridere a sua volta ricambiando pur di calmarlo.
- Sei contento davvero? - Chiese alla fine cercando di fare un dialogo serio visto che non erano ancora riusciti.
- E me lo chiedi? Un bambino nostro… Oddio, forse allora dopo tutto non esiste solo l’inferno ed il purgatorio ma anche il paradiso! - Era una delle teorie che aveva espresso alla ragazza in uno dei loro molti dialoghi.
Il paradiso non esisteva ma l’inferno ed il purgatorio sì.
Mikako si commosse sentendosi protagonista di tanta gioia e positività, nei mesi passati aveva lentamente fatto molti miglioramenti tanto da mettersi insieme, ma vederlo contento a quel modo era la prima volta anche per lei e smarrita si sentì quasi ubriaca. Pregò solo che fosse per sempre anche quello.
- Te l’avevo detto. In una vita eterna non ci saranno solo le cose brutte… vedi che è così? -
I due tornarono ad abbracciarsi suggellando il magico momento meraviglioso con un ulteriore bacio.
Un momento probabilmente unico.
Nonostante i brusii di stupore di tutti poiché non avevano molti di loro saputo quell’evento, soprattutto non avevano mai visto Johannes così contento, la nebbia cancellò ogni cosa e fu allora che gli occhi della Mikako del presente divennero lucidi.
Hitonari allora le strinse la mano ignorando ciò che sapevano di lei, ovvero che meno la si toccava e meglio era, se non era lei per prima a cercare dei contatti.
L’esperta di tattiche non lo mandò via ed anzi strinse la mano del ragazzo con bisogno. Quello fu tutto ciò che si concesse.
Dalla gioia di un momento alle tenebre di un altro.
La Mikako del passato aveva il pancione e camminava su e giù per il ponte tenendosi la schiena con una mano e il ventre gonfio con l’altra. Sembrava seccata e sbuffando faceva tentativi per calmarsi.
Quando Johannes la raggiunse era sorridente come l’avevano lasciato il frammento precedente, la cinse da dietro e le baciò il collo scostandole i capelli neri più lunghi.
- Allora, come va la mia piccola mamma? - Mikako alzò un sopracciglio scettica.
- Sono più grande di te, tesoro, e non di pochi anni! - Erano davvero molti, in effetti…
Il ragazzo sorrise divertito e tornò a stringerla mentre le loro mani si unirono sulla sua pancia, si capiva che era arrivata alla scadenza.
- Tutti i tuoi anni li porti egregiamente! - E nessuno l’aveva mai visto nemmeno scherzare oltre che ridere.
Mikako dunque si girò per ribattere qualcosa di ironico come suo solito ma al momento di parlare le uscì un lamento. Johannes apprensivo le prese il viso fra le mani e schizzando attento come un soldato disse con voce istericamente strozzata:
- E’ il momento? - Cosa che diceva ad ogni minimo lamento vago della ragazza. Mikako infatti sorrise a quel suo atteggiamento delizioso, ma non riuscì a reggere piegandosi in due.
- Credo di sì, questa volta. - Specie perché solitamente a quel punto lei diceva ‘piantala, a volte respiro anche!’ e non ‘sì, ci siamo’, lui sembrò andare totalmente nel pallone e tenendola per le braccia l’accompagnò giù, una volta sistemata a terra cominciò a gridare come un ossesso chiamando a raccolta capitano, vice, medico, mago, astrologo e lettore dei segni. Di questi arrivarono solo un paio, naturalmente e nel giro di un istante chi di dovere, leggasi Laramel assistito da Parsifal e Jyo, si adoperarono per lei.
Sembrava arrivato il momento ma soprattutto sembrava che lei non fosse più capace di muovere un muscolo per scendere in cabina. Ed enorme com’era chi osava trasportarla sulle spalle?
Decisero che lì sarebbe andato bene e mentre alcuni di loro lavoravano seriamente per lei e farla partorire, Akane cercava di calmare Johannes con l’unico risultato di gareggiare insieme per chi urlava di più.
L’isteria sembrò contagiosa e nonostante uno fosse il padre e fosse giustificato, l’altro che era un amico, una specie di figlio adottivo di Mikako, fu giudicato un tantino esagerato nella sua reazione allucinata.
Parsifal non era tanto meglio ma almeno nel cercare di essere utile a Laramel, pur parlando a macchinetta e velocissimo dicendo un sacco di cose sconnesse senza senso, qualcosa di buono lo faceva.
Giunse così come un pugnale in pieno stomaco a troncare qualsiasi agitazione, la voce grave di Laramel.
Un’imprecazione, niente di più, ma tanto bastò per fermare all’istante tutti i presenti, specie i due uomini che stavano per prendersi a pugni.
- Che c’è? - Chiesero in coro preoccupati.
Laramel con un sospiro drammatico li guardò senza smettere di trafficare, si  asciugò la fronte sudata, la sua espressione era spettrale, così non gliel’avevano mai vista, poi occhieggiarono Mikako stesa lì accanto. La sua non era meglio. Soffriva, ma non solo. Loro non erano medici, non ne capivano nulla, ma era chiaro come il sole che qualcosa non andava e non serviva sapere che Laramel quando curava non imprecava mai.
Jyo, il mago che l’aveva assistita, si unì al dottore nelle spiegazioni e sebbene il secondo fosse mortificato e non sapesse dove sbattere la testa, il primo era secco e brutale, incapace di dare una notizia simile in modo diverso.
Proprio infatti lui lo disse per fare in fretta, sapendo che di tempo per essere delicati non ce n’era.
- Questo moccioso non può nascere! Se viene fuori Mikako muore! -
Akane e Johannes in coro e sbalorditi lo guardarono come se scherzasse:
- Che diavolo dici? E perché mai? -
Jyo stava esaurendo la poca pazienza e gridando sbottò:
- Perché sì, fidatevi, non c’è tempo per le spiegazioni! -
- E cosa cazzo vuoi da noi? Sei tu il mago, porca troia! - Gridò più forte Akane con le vene del collo che pulsavano paurosamente.
- Non ho una bacchetta magica, non faccio miracoli! - Laramel continuava a combattere con Mikako ed il bambino, la ragazza si lamentava dolorosamente mentre il suo colorito era sempre più preoccupante. Si vedeva quanto male stesse.
Johannes si inginocchiò accanto a lei e le prese la mano stringendola, cominciò ad accarezzarla nell’agitazione e nel panico. Non sapeva cosa fare, non sapeva proprio cosa fare.
Akane cominciò invece a misurare a gran passi il ponte, ad imprecare e a gesticolare nel tentativo di avere un’idea. Un’idea che non esisteva.
- Che alternativa c’è? - Chiese alla fine.
- O Mikako o il bambino. Non possiamo salvare entrambi. -
Fu una sentenza di morte vera e propria e non solo, mentre Laramel già piangeva perché non poteva fare una cosa del genere, Jyo andava sempre più al lato pratico, non era uno molto leggero ma in occasione simili lo era ancor meno.
Parsifal continuava ad occuparsi di Mikako mentre Johannes se la stringeva andando come in un’altra dimensione, non sapeva cosa fare, cosa dire, come comportarsi. Era come se i momenti tremendi del campo di concentramento gli tornassero tutti in una volta. Era possibile vivere due inferni in una vita sola?
Perso sempre più in sé stesso, fu Akane a dirlo con un’amarezza tale che uccise tutti i presenti, sia quelli del passato che quelli del presente. Alcuni la ricordavano la scena, altri la vedevano per la prima volta.
Ma nessuno ne rimase indifferente.
- Non saremo noi a scegliere, allora, perché in questo momento il bambino è un nemico, per la nave. Sta uccidendo Mikako, un membro della ciurma che ha prestato giuramento. La nave la proteggerà, non permetterà che muoia. Di conseguenza farà fuori il bambino! -
E come lo disse se ne andò dall’altra parte del ponte non riuscendo più a stare lì e a trattenersi ancora.
Il suo urlo di frustrazione e rabbia raggiunse tutti, anche chi in quel momento del passato si era trovato in coperta.
Solo Johannes dopo aver vagamente sentito la sua frase era svanito. Svanito definitivamente.
Svanito per sempre, spezzato, annientato, annegato.
Svanito.
E nonostante fosse un membro della ciurma anch’egli e la nave proteggesse anche dalla follia, non fu in grado di ritrovare la sua anima rinchiusa in un angolo così nascosto e serrato di sé, da rendere impossibile il suo ritrovamento. Persino per il Geleone stesso.
Fu così, con l’urlo tremendamente furioso di Akane nelle orecchie e l’animo di Johannes che si ripiegava in sé indelebilmente, che tutti si fermarono e smisero di fare ciò che stavano facendo.
Combattendo.
Tutti smisero consapevoli che contro il Galeone non si poteva fare niente. Consapevoli anche, in una piccola parte di loro, che così li toglieva da una scelta atroce impossibile da reggere. Consapevoli che ormai era finita, in un modo o nell’altro.
Fu con i lamenti di Mikako che cessavano, che capirono che lei era stata salvata e che il bambino era morto.
E in quell’assoluto atroce silenzio mortale, i presenti si agghiacciarono, molti piansero di nuovo, molti se ne sconvolsero, molti fecero comunque qualcosa. Mikako non piangeva ma stringeva convulsamente la mano di Hitonari, sperando che questa volta a quel ricordo sarebbe sopravvissuta. Sperandolo ma non essendone più sicura.
Il volto ancora scolpito nel ghiaccio.
Il respiro di nuovo tagliato.
Quando ci fu l’ultimo frammento, nessuno fiatava se non per tirare su le proprie lacrime, toccati profondamente da quello che avevano appena visto.
Solo Akane e Parsifal a parlare, seri, rigidi e con un che di sconfitto addosso, nelle espressioni, nei respiri.
- Nemmeno Mikako riesce più a fare qualcosa per Johannes. -
- Nemmeno la nave, ci riesce… come può lei che è ancora a pezzi per quello che le è successo? Dannazione, ha perso un figlio ed in quel modo, per di più, quando stava per nascere! -
- Credi che tornerà mai, lui? -
- Johannes? -
Parsifal annuì e Akane girando lo sguardo verso l’orizzonte del mare, disse smarrito senza saperlo con sincerità disarmante:
- Chi diavolo lo può sapere? E’ ancora qua, è ancora un membro della ciurma, però ha rinchiuso il suo cuore e la sua anima così in profondità che nemmeno la nave, cazzo, dico LA NAVE, riesce a tirarglieli fuori! -
- Del resto quel povero ragazzo ne ha passate troppe. -
Akane si girò di nuovo verso di lui stizzito e seccato, come i suoi modi volevano:
- Dannazione, chi di noi non ne ha passate? Le conosci tutte, tu, perché ci sei dall’inizio! Lo sai cosa abbiamo passato tutti, sia qua che prima di arrivare qua! -
Parsifal gli cinse le spalle paterno sapendo a cosa si riferiva e con la sua calma che aveva una dolcezza unici, disse piano:
- Lo so, ma cambia la fragilità di una persona, cambia il carattere, cambia lo spessore delle nostre membra. C’è chi ha scudi spessi e chi invece ne ha di cristallo. È stato un miracolo anche solo il fatto che si fosse innamorato di Mikako e che con lei abbia passato quel momento felice. Il resto credo che per lui sia troppo. -
Akane alla fine si smontò volendo ribellarsi a tutto quello ma sapendo di non poter comunque fare nulla.
Si passò sconfitto e bruciante le mani sul viso sciupato, poi guardandolo frustrato, chiese:
- E cosa dobbiamo fare ora? Cosa POSSIAMO fare? -
Parsifal in quello sorrise come sapeva fare sempre, alla fine, sorprendendo tutti, persino la persona più amara ed avvelenata. E sempre con quel suo amore per la vita e per Dio, rispose con calma e certezza:
- Pregare. -
- Sì… vorrei che bastasse… - Mormorò sciogliendosi dal suo mezzo abbraccio ed entrando in coperta.
Parsifal rimasto solo, rispose a bassa voce ma perfettamente udibile per il silenzio mortale che si era creato:
- Basterà. Ed un giorno avremo le nostre risposte. Crederci è tutto ciò che ci è rimasto. - E niente glielo avrebbe tolto.
Niente.
Un fruscio lieve appena udibile e la nebbia si inghiottì anche quell’ultimo frammento di ricordo.