CAPITOLO IX:
LA MALEDIZIONE DEL DRAGO

/Running up that hill - Placebo/
In breve ne furono avvolti completamente.
Una nebbia fitta e bassa che divorava ogni cosa si imbattesse in lei, inglobando il mare stesso e l’orizzonte. L’aria umida e rarefatta penetrò i polmoni di tutti gli uomini paralizzati da un timore strisciante. Non era proprio paura, era una sensazione portata dalla nebbia stessa e l’incognita di ciò che avrebbero affrontato non era abbastanza grande per allarmarli.
Era come essere sotto un incantesimo e mentre nel silenzio la nave avanzava fra le acque calme ed immobili, sospinta da un leggero vento freddo, i brividi attraversarono ognuno coperti da una sorta di velo innaturale, un velo che fece loro perdere la consistenza del corpo.
Nel giro di qualche minuto persero la solidità fisica rendendosene conto nel toccare le pareti della nave e nel trapassarle da parte a parte.
Leggerezza.
Come anime volteggianti senza alcun peso.
Akane guardò di scatto Jyo davanti a sé con aria tetra e aggressiva e non ebbe bisogno di parlare che il mago si affrettò a rispondere alla muta domanda:
- Siamo fantasmi. - Nel momento in cui lo disse, veloce e laconico, tutti tremarono sgranando gli occhi, guardandosi fra di loro, per quanto possibile grazie alla nebbia, vedendosi effettivamente attraverso.
Un sussurrio crescente cominciò fra ipotesi inquietanti e timorose.
- Siamo morti? - Chiese il capitano andando subito al sodo per saperne quanto più poteva.
- No, credo sia una specie di distorsione spazio-temporale anomala, una distorsione che colpisce le persone che attraversano questo luogo. Suppongo che una volta superato, tutto tornerà come prima. - Poteva comunque solo intuire che così fosse, ma sulla distorsione sembrava piuttosto sicuro o non avrebbe perso tempo in inutili teorie balzane.
Akane gli si avvicinò con fare minaccioso, non ce l’aveva con lui voleva solo essere certo che non ci fosse davvero alcun pericolo per loro, gettare i suoi uomini nel panico era la cosa che più di tutte si sarebbe dovuto evitare!
- Ne sei certo? - Ringhiò.
Jyo incrociò le braccia al petto e con la certezza più assoluta e la contrarietà per essere stato messo in discussione -era alquanto permaloso-, disse:
- Sicurissimo. Basta lasciare che la nave superi il triangolo, non siamo stati trasportati in un altro luogo o in un altro tempo, piuttosto è il contrario, ovvero un altro tempo ci ha raggiunti, ma noi siamo sempre nel nostro presente, nel nostro mare. Ignoro il motivo dell’inconsistenza corporea, siamo dei fantasmi… - E per lui finì Mikako che pareva la prima ad aver capito di cosa si trattasse:
- …siamo spettatori. - Nel momento in cui lo disse tutti capirono che era giusto e la paura sottile e fine fu sbaragliata dalla curiosità.
- Spettatori di cosa? - Chiese Sike mentre non poteva domandarsi anche come mai proprio appena dopo il suo arrivo dovessero già verificarsi cose strane. Certamente ne era contenta visto quando era impaziente di conoscere quel mondo strano!
- Lo stiamo per scoprire. - Disse con voce fine e sussurrata in modo che nel silenzio tombale di quel posto tutti potessero sentirla ma anche in modo da non disturbare ‘nessun altro’. Chiunque ci fosse ora lì.
La ciurma mise istintivamente mano alle armi senza estrarle ma Jyo mormorò fermo e secco, senza però gridare:
- Quelle non serviranno a nulla. Siamo qua solo per guardare. -
Dopo di che, dei fruscii attirarono la loro attenzione e quando tutti si girarono, videro sul ponte della nave, in un angolo vuoto dove la nebbia si era diradata, un uomo che i più non avrebbero mai potuto dimenticare.
Un uomo che per molti era stato tutto e vedendolo Akane capì di cosa si trattava:
- E’ la memoria della nave… - A quelle parole capirono perfettamente cosa quello significasse.
L’uomo apparso sulla nave poco distante da loro, pareva solido e consistente, al contrario di loro.
Hitonari gli era di poco distante e con aria malinconica gli si avvicinò.
Era alto e massiccio, due ampie spalle larghe ed un fisico ben allenato, i capelli rasati corti, biondi, baffi ingialliti dal tabacco e barba trascurata su un viso dai lineamenti regolari, la bocca leggermente carnosa e gli occhi azzurri. Sommariamente un uomo affascinante la cui età doveva aggirarsi intorno ai quaranta anni, anche se essendo in forma ne dimostrava anche meno.
Vestiva con abiti comodi e appena trasandati, sui toni del blu e dell’azzurro. Alla cintura un fucile a canne mozze ed una spada. Solo quelle due armi, non gliene erano mai servite di più.
Era appoggiato al parapetto e rivolto al mare, fumava una sigaretta e teneva le braccia conserte, i muscoli tesi, batteva la punta del piede impaziente. Era visibilmente teso e contrariato.
Hitonari si avvicinò ulteriormente allungando una mano, lo sguardo cupo, ma come fece per toccarlo si sentì attraversare da qualcuno e questo lo fermò facendogli ricordare la situazione.
Lì, ora, era un fantasma e gli attori di quell’avventura non potevano vederli.
- Papi! - Chiamò una vocetta sottile e allegra, l’uomo si girò rivelando meglio il suo viso che in molti ricordavano perfettamente.
- Wolfgang… - Sussurrò Parsifal a Sike che non sapeva chi lui fosse. - Il precedente capitano. - La navigatrice annuì riconoscendo in esso molti dei tratti somatici dei due figli, capendo anche la strana reazione di Hitonari che ora era indietreggiato come se si fosse scottato.
Akane contrasse la mascella.
- Hito! Che c’è, amore? - Sentirlo così affettuoso era un evento ed in molti non l’avevano nemmeno mai visto in quelle vesti di padre dolce, visto che ricordavano che tipo fosse.
Sike si concentrò sul piccolo e notando i capelli biondissimi sparati in ogni direzione come dei raggi di sole ed il sorriso radioso, riconobbe il suo nuovo compagno di viaggio.
- Che cucciolo… - Sussurrò rapita da quel bambino che era davvero di una tenerezza incredibile.
- Hitonari da piccolo era qualcosa di fantastico… - Sussurrò ancora Parsifal d’accordo con lei sull’appellativo per il loro amico.
Videro il piccolo arrampicarsi sulle gambe del padre arrivandogli facilmente al petto, l’uomo ridendo lo strinse a sé rivelando a tutti il visetto tondo dai grandi occhi azzurri e la cosa lasciò interdetta la rossa che non capì come fosse possibile visto che attualmente erano dorati…
- Cosa c’è? - Chiese Wolfgang distendendo l’aria impensierita del suo viso. Qualcosa lo preoccupava ma era deciso a non mostrarlo al figlio che all’epoca pareva avere intorno ai cinque anni.
Con le manine piccole e tozze si prese alle orecchie del padre come fossero delle maniglie, così disse col suo solito entusiasmo:
- C’è un isola, papi! - Era molto contento di scendere a terra, aveva il pallino della scoperta e delle novità ed essendo un bambino era anche normale.
- Lo so, la sto guardando… - Il suo tono solitamente burbero, ora era gentile e amorevole. Si girò di nuovo verso il mare ad, evidentemente, guardare l’isola che solo loro potevano vedere.
- Vengo anche io? - Chiese il piccolo sapendo che non sempre poteva andare con loro. Dipendeva dalle isole in cui attraccavano. Wolfgang era a favore delle esperienze dirette sul campo che forgiavano la forza di ognuno, ma a volte preferiva il principio della prudenza. Naturalmente un principio che vinceva solo poche volte ed esclusivamente coi figli!
- No, tesoro. Questa è pericolosa. - Al visetto teneramente deluso del bambino, aggiunse con fermezza: - Starai qua con tuo fratello, dovete fare la guardia al nostro galeone. Pensi di esserne capace? - Lo chiese con un pizzico di provocazione che stimolò ampiamente l’orgoglio di Hitonari già smisurato all’ora.
Il giovane del presente che assisteva come tutti gli altri, riconobbe il momento ed anche se era piccolo e ricordava poco, si mostrò interessato a ciò che sarebbe successo. Magari vedendolo in quel modo sarebbe stato più chiaro e alcuni tasselli mancanti sarebbero tornati a posto.
- Certo! - Esclamò il bambino alzando le braccia in alto con i pugni chiusi, era di nuovo entusiasta di quella specie di missione, anche se avrebbe preferito esplorare l’isola col padre e gli altri uomini della ciurma.
- Perché devo stare qua anche io? - Una seconda voce parlò in tono seccato e Wolfgang si girò di nuovo verso di loro, al cospetto di un altro bambino sui dieci anni, la bocca carnosa era imbronciata, le braccia incrociate al petto ed i capelli biondo cenere tirati su a punta con qualche ciocca che sfuggiva scendendo sulla fronte ed intorno al visetto tondo. I lineamenti morbidi ricordavano lontanamente quelli di un certo attuale capitano.
Gli occhi grigi erano ostinatamente puntati in quelli azzurri a indulgenti del padre.
Sapeva che avrebbe fatto storie!
Fece scendere Hitonari che saltò giù con agilità e si rivolse all’altro figlio:
- Akane, devi prenderti cura di tuo fratello… - Sembrava uno di quei discorsi soliti che si facevano per convincere i bambini a fare qualcosa che non volevano, senza però usare le reali motivazioni.
- Le palle! - Esclamò allora il ragazzino esibendo un linguaggio poco consono ad uno della sua età. Con testardaggine continuò: - Voglio venire anche io! Hito può stare con qualcun altro! - La mania del comandare pareva averla sin da piccolo e Sike ridacchiò non aspettandosi niente di diverso da quel tipo!
Wolfgang allora si indurì e divenne serio, capendo che per convincerlo doveva come minimo essere sincero visto che non c’era verso di fregarlo:
- Akane, non so dove siamo finiti, siamo fuori rotta e questa sembra proprio una di quelle isole strane! Abbiamo bisogno di capire dove siamo e soprattutto di fare provviste, quindi non scenderemo tutti, non è un viaggio d’esplorazione, non c’è nessuna avventura! Voglio solo ripartire subito! - Da dire c’era che il suo intuito non aveva mai sbagliato. O quasi.
Il lungo discorso parve convincere, anche se poco, il figlio maggiore che con uno sbuffo comprese la situazione.
- Sono proprio le volte più interessanti! - Però anche se avrebbe obbedito, perché quando suo padre parlava in quel modo non si poteva fare altrimenti, non si sarebbe certo mostrato d’accordo.
L’uomo sorrise divertito spettinandogli i capelli a punta, facendogli cadere qualche ulteriore ciocca giù.
- Da piccolo eri più tontolone e meno rompipalle! Obbedivi a tutto quello che ti si diceva. Lì ti mettevo e lì stavi, non facevi nemmeno domande! Com’è che ora sei diventato così stressa cazzi? - Il fatto stesso che il padre parlasse in quel modo al figlio era singolare e faceva capire che tipo particolare fosse il vecchio capitano.
- Saranno state le volte in cui per insegnarmi a nuotare e a cavarmela fra i pericoli, mi buttavi in pieno oceano fra gli squali? - Rispose acido Akane ricordando alcuni momento shockanti della sua breve vita e mostrando la lingua insieme al dito medio. Il padre sghignazzò ricordando quei bei divertimenti e non rispose rimanendo a guardarlo mentre si issava il fratellino sulla schiena che si aggrappava come una scimmietta e salivano sull’albero maestro, nella zona di vedetta, nella speranza di riuscire a vedere qualcosa di interessante pur rimanendo sulla nave.
- Wolf! - Lo chiamò un’altra voce a tutti familiare. Uno dei pochi che lo chiamava col diminutivo e nemmeno con l’appellativo di ‘capitano’.
Un uomo di qualche anno più piccolo del primo, apparve nella zona priva di nebbia che pareva soggetta alla distorsione temporale. Aveva capelli biondi lunghi fino alle spalle e degli occhi azzurri quanto quelli dell’altro individuo. Lineamenti diversi a parte, era comunque facile scambiarli per fratelli pur non lo fossero. La fortuna erano i capelli cortissimi e rasati di Wolfgang… se li avesse mantenuti lunghi come da giovane, non li avrebbero probabilmente distinti.
- Parsy… - Disse.
- Siamo pronti per scendere. -
- Bene. Ho bisogno che Mika venga con noi, magari ci capisce qualcosa su dove siamo… per il resto può venire o rimanere chi vuole, basta che non siano tutti e che si dividano equamente. - Lasciando una certa libertà decisionale al resto della sua ciurma, il capitano si rivelava anche disposto ad andare loro incontro. Akane decideva tutto per filo e per segno, non lasciava niente a nessun altro, però chi lo conosceva bene poteva farlo ragionare.
In questo i due capitani differivano, infatti. Al più piccolo potevano fargli cambiare idea, in pochi eletti, al più grande assolutamente no. Quando diceva una cosa non si smuoveva nemmeno con l’espediente più intelligente del mondo.
Una testardaggine diversa eppure uguale…
Dopo di quello ci fu un leggero soffiare e l’angolo in cui si erano svolti i fatti fino a quel momento si ricoprì di nuovo della nebbia fitta che ricopriva il resto della nave. Gli uomini si guardarono intorno cercando di capire se il ricordo avesse un seguito e quando un fruscio fece loro alzare gli sguardi verso l’albero maestro sulla cui sommità c’era la postazione di vedetta, nel silenzio quasi tombale riuscirono a distinguere i due bambini di prima che insieme cercavano di scrutare l’isola che solo loro potevano vedere.
Si sentivano appena le loro voci da quell’altezza vertiginosa e si capiva che scherzavano allegramente per passare il tempo mentre facevano ipotesi su cosa potesse esserci in quel posto misterioso che aveva stranamente fatto preoccupare loro padre.
Passarono solo pochi secondi, non ci fu tempo per provare a capire i dialoghi precisi. Nella nebbia che potevano vedere solo gli spettatori-fantasmi, una figura si fece strada nel biancore fitto.
Una figura volante che inizialmente era piccola e che mano a mano che si avvicinava diveniva sempre più grande.
Sempre di più.
Fino a che l’ombra gigantesca del suo corpo non fece gridare il piccolo Hitonari che si aggrappò alla schiena del fratello che aveva subito sfoderato due pugnali dalla cintura, le armi concessegli dal genitore per fare pratica con le lame, convinto che non potesse fissarsi sin da piccolo con una definitiva e che prima di trovare la propria dovesse cambiarle tutte.
Quando la creatura uscì dalla nebbia e fu ben visibile, tutti i membri attuali della ciurma sussultarono indietreggiando istintivamente.
Quello era un drago.
Un enorme e maestoso drago dorato dagli occhi del medesimo colore, una rarità perfino nelle leggende di cui si narrava di quelle bestie dalla ferocia senza precedenti. Le zanne e gli artigli erano lunghi e affilati e le ali avevano un’apertura che superava tutta la lunghezza della nave, non certo una sciocchezza.
La creatura stava sospesa sul mare e su di loro e li fissava con le sue spaventose pupille sottili e verticali.
Nemmeno chi all’epoca c’era già, aveva assistito nei dettagli alla scena.
Quelli rimasti sul galeone erano arrivati troppo tardi, mentre gli unici che avevano vissuto la situazione in prima linea erano proprio i due fratellini.
- HITO, SCENDI SUBITO E VA A CHIAMARE GLI ALTRI! - Gridò Akane senza staccare gli occhi dalla bestia gigantesca che volava a qualche metro da lui facendo sussultare tutto il galeone. Il fiato rovente non doveva essere particolarmente profumato a giudicare dalla smorfia del ragazzino, ma non indietreggiò rimanendo rigorosamente davanti al piccolo che tremante cercava di riprendere possesso delle proprie gambe.
Non aveva mai visto una creatura simile ed in tutta onestà gli avevano detto che nemmeno esistevano.
Convinto di star sognando non riuscì a muoversi dalla paura, così Akane imprecando si girò e con un calcio volto non a fargli male, lo fece cadere giù dalla postazione.
Hitonari, trovandosi nel vuoto, agì d’istinto senza ragionare più e dimenticandosi per un momento di tutto quello che stava succedendo si aggrappò come una scimmia alla prima corda che trovò penzolante da uno degli altri alberi. Una volta afferrata, cominciò a muoversi agile come un animaletto da circo e vedendo che se la cavava, Akane sospirò tornando a girarsi verso la bestia.
Non aveva idea di come si affrontavano i draghi, non pensava nemmeno esistessero… si disse che doveva solo resistere fino a che non sarebbero arrivati gli altri, momentaneamente sotto coperta convinti che il capitano avesse esagerato con le sue brutte sensazioni.
Provò a vederlo come una specie di tigre feroce con le ali e si disse che magari affrontandolo come faceva con loro, le cose sarebbero potute andare meno tragicamente del previsto.
Non potendo fare altro che affidarsi al suo istinto, salì sul bordo del parapetto circolare in legno che delimitava la postazione sulla sommità dell’albero, quindi in equilibrio perfetto si avvicinò al muso dell’animale stringendo come un forsennato i pugnali di media lunghezza.
Non li usò, non fece alcuna mossa d’attacco, solo che da così vicino poté dare al drago una migliore visuale di sé e fargli sentire il proprio odore.
Doveva assolutamente domare sé stesso.
Se quella creatura non avesse sentito puzza di paura non l’avrebbe attaccato per primo.
Non doveva nemmeno sentire l’odore della minaccia.
Doveva sentire l’odore di un altro animale come lui, un animale che non attaccava per primo e che non aveva timore di niente.
Si ripeté mentalmente gli insegnamenti del padre mentre cercava di respirare e di non tremare come una foglia e si ricordò di quando l’aveva mollato in una foresta con una tigre alle calcagna, si disse che se ce l’aveva fatta in quella occasione, perché non ora?
Cominciò a domare il proprio fiato e lasciandosi catturare dagli enormi occhi suggestivi del drago, con sommo sollievo lo vide dopo un po’ cambiare soggetto.
La bestia gigantesca, realizzando che quel ragazzino non sarebbe stato un pericolo e che a quanto pareva non aveva niente che gli interessasse, spostò la sua attenzione oltre lui, in basso, e quando Akane notò uno strano scintillio rosso nell’oro delle sue iridi, capì che per qualche assurdo motivo doveva essere stato attratto da suo fratello.
Quando abbassò a sua volta lo sguardo lo vide ancora alle prese con la corda, era quasi giunto a terra quando la zampa dell’animale ancora a poca distanza da lui si allungò proprio verso Hitonari.
Gli artigli neri erano spaventosamente affilati e lunghi, l’avrebbero trapassato in un istante.
Fu un flash, suo fratello, il suo sangue e la sua fine.
Un flash che non avrebbe mai permesso di verificarsi davvero.
In quel momento Akane andò totalmente in tilt e mordendosi forte il labbro non ci pensò un secondo di più, gridando il nome del bambino saltò dal cornicione e si lasciò cadere sulla stessa zampa superiore che stava cercando di afferrare l’agile piccoletto che saettava in aria con la corda. Quando vi atterrò a cavalcioni sentì una specie di strappo muscolare atroce sulle cosce, la zona che era andata violentemente a contatto con la dura pelle del drago composta da scaglie massicce e dorate. Ignorò la fitta e nell’esatto momento in cui andò a contatto con il suo polso, affondò entrambi i pugnali pregando con disperazione di riuscire almeno a scalfirlo, il necessario per fermarlo e permettere ad Hitonari di scendere e scappare.
Non fu sicuro di esserci riuscito, ma il secondo dopo si trovò le mani vuote e deducendo che si erano infilzati anche troppo in profondità e che toglierglieli dalla carne d’acciaio sarebbe stato impossibile -e c’era da chiedersi come fosse riuscito ad infilzarlo- cercò il fratello per vedere se almeno ce l’aveva fatta.
Hitonari era appena sceso e stava gridando a squarciagola l’aiuto di qualcuno degli altri uomini, ma il resto fu tutto veloce.
Troppo, perfino per quelli che uscirono svelti al suo richiamo.
Ciò che videro fu Akane che cadeva giù sul ponte della nave e il suo fianco squarciato e sanguinante.
A quello seguirono urla e confusione e poterono solo notare un piccolo fulmine che si fiondava sul corpo apparentemente esamine del ragazzino. Un piccolo fulmine biondo che gridava e piangeva chiamando il nome del fratello, premendosi sopra fino a sporcarsi tutto di rosso.
Quando la zampa del drago si avvicinò di nuovo su di loro per finire evidentemente il lavoro, Hitonari capì che cosa voleva fare e alzandosi si mise istintivamente davanti ad Akane per impedirgli di farlo definitivamente a pezzi e mangiarselo. Perché era quello che facevano i draghi, nelle leggende che gli avevano raccontato. Ferivano, uccidevano, facevano a pezzi e poi divoravano le prede.
Credendo ora fermamente che tutte quelle storie fossero verità, alla luce dell’incubo che stava vivendo, giurò a sé stesso che non avrebbe mai permesso che suo fratello facesse quella fine orribile per colpa sua.
Tutto quello che pensò fu questo, fra le lacrime, la disperazione e la rabbia, ma non la paura, oh, no, non quella. Solo un’esplosione di sentimenti forti e devastanti che permisero a quel bambino basso di non muoversi di un millimetro e di rimanere lì con le braccia spalancate.
E urlava.
Urlava senza dire niente, senza minacciare, senza dare ordini, senza nemmeno un nome.
Urlava e basta, come a tirare fuori il proprio dolore per il sangue di Akane che ora gli macchiava la maglia, le mani e parte del viso.
Gli uomini accorsero ma fu tardi poiché in realtà la scena fu così istantanea da avere appena il tempo di pensare a cosa diavolo fosse quella sagoma gigantesca.
Quando capirono che si trattava di uno dei draghi d’oro leggendari e che aveva ferito probabilmente a morte Akane, il primogenito del capitano, egli aveva già afferrato Hitonari, il secondo.
Estrassero le armi fra i tremori di ciò che sarebbe potuto succedere, convinti che ora sarebbe toccato al piccolo e poi a loro stessi.
Eppure pronti ad essere ricoperti di chissà quanto altro sangue, il nulla li accolse.
Il nulla ed il silenzio dopo solo una folata caldissima di vento che fece loro chiudere gli occhi e coprirsi i volti con le braccia.
Quando tornarono a guardare, il drago e Hitonari erano spariti.
E Akane era lì, riverso sul ponte, sanguinante e immobile.
Di nuovo tempo per elaborare quanto successo non ci fu, uno di loro si buttò sul corpo del ragazzino mentre l’altro chiamava a gran voce Laramel.
Subito dopo apparve il Laramel di quell’epoca di poco diverso dall’attuale. Un giovane uomo vestito con abiti sempre sullo stesso genere, pieno di amuleti e pendagli di qualche cultura antica. I capelli sempre lo stesso turbine castano caldo che circondavano disordinatamente il viso gentile. Quando vide Akane in quelle condizioni si preoccupò, ma non perse tempo in un inutile panico.
Si inginocchiò accanto al corpo esamine e senza chiedere di cosa si era trattato, sospirò profondamente un paio di volte, chiuse gli occhi e quando li riaprì disse con una pacatezza quasi innaturale per un momento di tale gravità:
- Ce la farà. - Come era possibile crederlo davanti ad una scena simile?
Non sindacarono e rimasero a guardare il loro medico mentre strappava via del tutto la maglia del ragazzino e prendeva dalla sua enorme borsa a tracolla tutto il necessario per curargli il triplo squarcio raccapricciante, ma prima di darsi da fare con aghi, fili e bende, mise le sue mani sui lembi di pelle profondamente graffiata del fianco. Schiacciò e tornò a chiudere gli occhi; cosa fece, poi, a nessuno fu chiaro, come non lo era mai. Perché Laramel prima di curare fisicamente qualcuno faceva sempre così. Metteva le mani sulla ferita esteriore, se c’era, oppure nelle parti provate, si concentrava, stava un attimo fermo e poi si separava e proseguiva sul suo lavoro.
A cosa servisse nessuno lo sapeva, ma quando diceva che il paziente se la sarebbe cavata, era così.
Quando aprì gli occhi notarono chiaramente il flusso del sangue diminuire dalla lunga ferita tripla che apriva la sua carne. Gli artigli del drago ci erano andati giù pesanti nel togliersi l’avversario di dosso.
Ma ripulendo la ferita e con una velocità impressionante, sempre però senza il minimo allarme nei movimenti o nel volto rilassato e sereno, cominciò a chiudere e fare tutto quello che era del caso.
Quando finì, gli fasciò il fianco con delle bende e mise la mano sulla fronte del ragazzo sorridendo paterno, gli sistemò i capelli dalla fronte e gli asciugò il sudore, poi guardò gli uomini chini a guardare e disse con calma:
- Mettetelo nella sua stanza, ha bisogno di riposare. Quando si sveglierà starà bene. Ad eccezione del suo umore che sarà pessimo. - Non era una mancanza di tatto e nemmeno un voler sdrammatizzare un momento tragico. Era semplicemente la verità .
La nebbia tornò in un soffio di vento freddo a cancellare la scena a cui avevano appena assistito e nell’attesa del seguito, l’Akane del presente si toccò istintivamente il fianco dove la tripla cicatrice, sotto la maglia, c‘era ancora.
Sike lo guardò assorta chiedendosi quanto male dovesse essere stato ma non per la ferita, bensì per tutto il resto. Lei al suo posto sarebbe impazzita, indipendentemente da come poi si erano risolte le cose. Successivamente guardò Hitonari, poco distante da loro, che cupo come non l’aveva ancora visto sembrava cercasse di ricordare le scene appena viste senza successo.
Il fruscio successivo fece volare via altra nebbia e schiarì un angolo del ponte dove poco prima si era consumato il tutto.
Presenti erano un paio di uomini della ciurma, sagome indistinte seppure solide. Quelle più chiare e nitide erano Wolfgang, Parsifal e Mikako.
Il capitano sembrava fuori dalle grazie divine, come poche volte i presenti se lo ricordavano, mentre Mikako e Parsifal cercavano invano di calmarlo.
Mikako era anch’ella poco diversa dal presente. Sempre l’età indefinita, i capelli erano però più corti e pieni di incantevoli boccoli color pece. La posa dritta ed elegante, spiccava per più motivi in un posto simile eppure pareva sentirsi a suo agio.
- Laramel ha detto che se la caverà, sta dormendo ed è meglio così, piuttosto che sentirlo gridare furioso. - Poiché era ovvio che lo sarebbe stato quando avrebbe aperto gli occhi.
Ma Wolfgang camminava avanti e indietro come un forsennato caricando il suo fucile a canne mozze e prendendo con sé tutte le munizioni che poteva, la sua espressione era furibonda ed in lui si rispecchiava già la prossima reazione del figlio rimasto.
Parsifal disse:
- Vedrai che non gli ha fatto niente, lo troveremo e andrà tutto bene. - La sua fede ed il suo ottimismo mandarono ulteriormente in bestia il capitano che fulminando il suo vice con uno sguardo che se avesse posseduto poteri magici avrebbe ucciso all’istante, gridò senza il minimo contenimento:
- NON PUO’ ANDARE BENE! E’ STATO PRESO DA UN DRAGO E SE SIAMO FORTUNATI SE L’E’ DIVORATO INTERO E CI BASTERA’ SOLO APRIRGLI LA PANCIA E TIRARLO FUORI PRIMA CHE LO DIGERISCA, PORCA PUTTANA! NO CHE NON VA BENE! NON VA PERCHE’ NON ABBIAMO MAI AFFRONTATO DRAGHI E NON NE SAPPIAMO NIENTE SE NON QUELLO CHE C’E’ NELLE LEGGENDE! E NON SO NEMMENO DOVE CAZZO SIAMO! - Le urla fecero indietreggiare gli uomini intorno e Parsifal sospirò abbassando lo sguardo consapevole che la sfuriata sarebbe arrivata.
- Metti questa furia per vendicare tuo figlio, allora, perché così non serve a niente! - Disse tagliente Mikako con un gran sangue freddo e coraggio che tutti le invidiarono.
Wolfgang fulminò anche lei ma non rispose, consapevole che era la prima cosa saggia ed accettabile che gli avessero detto.
- FORZA! TUTTI A TERRA! VOGLIO CHE TROVATE QUEL DANNATO DRAGO E MIO FIGLIO, IN QUALUNQUE SITUAZIONE SIA! E CHE LA BESTIA VENGA UCCISA! APPENA LO SCOVATE CHIAMATEMI SUBITO! -
Ordinò poi con rabbia precedendo gli uomini nel scendere giù dal galeone.
La nebbia di nuovo tornò con una folata di vento fredda e successivamente un fruscio ad indicare un altro momento di quella volta.
Di nuovo loro stremati, stanchi, sudati, sporchi e con le mani vuote.
La ricerca era andata evidentemente male e c’era da chiedersi come mai il capitano, con ancora la ferocia in viso e nello sguardo terrorizzante, avesse permesso ai suoi uomini di tornare lì.
- Deve essere da qualche parte, dannazione! Deve! Quest’isola è distante da qualunque altra, ha una preda con sé, dove diavolo vuoi che sia andato, per consumarla? Sono tre giorni che lo cerchiamo dandoci il cambio, come cazzo è possibile non trovarne nemmeno una traccia? - Stava ringhiando Wolfgang passandosi l’avambraccio sul mento e ripulendosi dalle gocce di sudore che scendevano dal suo viso sciupato.
Si vedeva che per tutti quei tre giorni di ricerca non si era dato tregua e se tornava era solo per avere rapporto da tutti gli uomini che, come concordato, a quell’ora si riunivano sempre per fare il punto della situazione.
Dalle loro espressioni nessuna buona nuova, eppure non ebbero l’effettivo tempo per parlarne poiché prima di potersi confrontare e dire se avessero trovato qualcosa, dalla torre di vedetta, lo stesso luogo dove i due fratelli erano stati attaccati dal drago, l’uomo di guardia gridò a gran voce e concitato:
- HITONARI! C’E’ HITONARI! - Alle urla tutti si girarono a guardare lui e poi la direzione che indicava, corsero ad affacciarsi al parapetto della nave e guardarono giù, l’isola che solo loro potevano vedere.
Pochi istanti dopo il piccolo bambino era lì sul ponte con gli altri, Wolfgang inginocchiato davanti a lui a stringerlo forte a sé prima ancora di guardarlo bene e vedere come stava.
Magari avrebbe dovuto farlo prima, magari sarebbe bastata un’occhiata attenta per notare che qualcosa non andava, ma certamente gli occhi dorati dalle pupille sottili l’avevano viste, però l’idea di averlo ritrovato aveva fatto scacciare ogni altro pensiero fugace.
Pensiero che l’avrebbero pagato.
Fu fra le braccia del padre, che il piccolo bambino emise un ringhio basso e sinistro, un ringhio così poco umano e totalmente animale.
Wolfgang fece appena in tempo a staccarsi per vedere cosa fosse, magari un lamento per qualche ferita nascosta.
Quando le sue braccia lo lasciarono scattò istintivamente all’indietro per evitare i suoi artigli che come lame affilate fendettero l’aria e per poco non il ventre dell’uomo.
Il capitano rimase allibito credendo per un secondo di aver visto male ma così non fu.
Lo scrutò con attenzione maniacale e finalmente tornò a registrare i suoi occhi così poco suoi… così poco umani… non erano più azzurri e ridenti ma dorati e feroci e le pupille lunghe e sottili esattamente come quelle del drago.
I capelli erano spettinati e corti ma quasi bianchi, i denti che digrignava erano appuntiti e lunghi, così come le unghie delle mani simili ad artigli neri.
La pelle parve ricoperta di piccolissime squame tendente al dorato ed i vestiti sporchi così come erano quando l’avevano lasciato.
Sporchi del sangue di Akane.
Per il resto era perfettamente pulito ed intatto.
Wolfgang allungò cauto la mano verso di lui e quando lo toccò sentì la pelle dura ed inscalfibile come l’acciaio e trattenendo il fiato mormorò titubante, insicuro a quel punto che quello fosse addirittura suo figlio:
- Hitonari? -
Ma nessuna vocetta sottile e allegra rispose, solo un altro latrato basso e agghiacciante.
Tutti i presenti, sia del passato che del presente, trattenevano il fiato increduli e nessuno capiva cosa accadesse, se non chi l’aveva già vissuto.
Non un fiato. Non una parola. Non un movimento.
Come se il tempo venisse sospeso per poi essere lanciato ad una velocità folle giù in un precipizio ripido e altissimo a rotta di collo.
Il padre che non poteva credere che qualcuno avesse ridotto così il suo piccolo, risalì con la mano al viso per accarezzarlo, convinto che qualcosa dovesse succedere, che dovesse riconoscerlo, tornare in sé e dirgli cosa fosse successo, perché lui era suo figlio e se ora era lì vivo nient’altro poteva azzardarsi a toglierglielo.
Però nel momento in cui gli sfiorò la guancia il bambino che ormai aveva ben poco di Hitonari, si mosse veloce come un fulmine e prima ancora di dar tempo anche solo per pensare, ecco che il dito dell’uomo venne azzannato.
Azzannato, stretto fra le fauci simili ad una ghigliottina, girato fra i denti ed infine staccato.
Gli bastò uno strattone e la bocca del piccolo si riempì di sangue che cominciò a colargli sul mento, sul collo e sulla maglietta.
Sputò poi il pezzo di falange che gli aveva staccato e cominciò a sentirsi un rumore strano provenire dalla schiena della piccola creatura.
Tutto quel che uscì da Wolfgang fu un sibillino: - Merda! - che si stringeva il dito amputato dimostrando così una grande forza d‘animo davanti a tale dolore.
Il fiotto scendeva sul ponte macchiandolo di gocce rosse sempre più grandi, ma l’attenzione, nell’allarme per quel gesto impossibile eppure vero, fu tutto per il bambino sulla cui schiena si spiegarono due ali a lui proporzionate della stessa fattura di quelle di un drago che a loro volta ricordavano quelle dei pipistrelli.
Le membrane sottili che passavano da un osso lungo e sottile all’altro erano dorate e l’essere cominciò svelto e fulmineo a muoversi per la nave azzannando feroce ed inafferrabile chiunque incontrasse. I più impreparati caddero a terra con delle ferite gravi, fra gli altri però nessuno osava contrattaccare vedendo il piccolo con lo stesso viso di Hitonari. Eppure era terrificante.
Ruggiva come se fosse un piccolo drago nato da poco e la forza disumana gli permetteva di rompere le ossa come niente.
Non riconosceva nessuno, azzannava e artigliava schiantando chiunque gli capitasse ed alla fine fu l’ordine furente di Wolfgang a decidere per tutti. Quando gridò: - FERMATELO! - capirono che lasciarlo libero così sarebbe stata la morte di tutti.
Allora Mikako fu la più veloce ed estraendo cinque coltelli per mano, li lanciò come un lampo sulle ali del piccolo che lo incollarono alla parete della nave.
Il lamento fu un ruggito atroce e fece rabbrividire tutti ma finalmente era fermo.
Si dimenava come un matto e a quel punto fu evidente di cosa si trattava. Il primo a dirlo fu Parsifal esterrefatto:
- E’ posseduto… - Ma da cosa non avrebbe mai potuto dirlo, tanto era pazzesco.
Per lui lo fece Mikako che con più freddezza gli si avvicinò rimanendo a debita distanza e guardandolo fisso negli occhi dorati e feroci, disse:
- E’ posseduto dallo spirito del drago. - Lo disse laconica e tutti si gelarono mentre si raccoglievano cercando di riprendersi e tamponare le ferite.
Quelli più gravi erano riversi sul pavimento e agonizzavano con buchi, squarci o morsi profondi e venivano soccorsi subito alla buona, ma la verità era evidente. Non tutti ce l’avrebbero fatta.
Il tempo così si fermò dopo aver accelerato impazzito e Wolfgang scostò Laramel che cercava di sistemargli il dito tranciato che sanguinava copiosamente provocandogli un dolore atroce comunque non paragonabile a quello procurato dalla vista del figlio.
- Va da chi è più grave! - Esclamò dando ordine col capo a chi stava bene di aiutarlo.
I feriti erano molti ed il ponte della nave ora sembrava un campo di battaglia dove molte erano le macchie di sangue sparse.
Wolfgang si alzò barcollante e si avvicinò a Mikako e Parsifal, scrutò il proprio figlio di pochi anni e con gravità si chiese cosa potesse mai fare.
- Che rimedi ci sono? - Chiese, ma non ricevette risposta.
La verità era che nessuno aveva la minima idea di che cosa fare e come risolvere la situazione.
- Ci sarà un modo per toglierlo da lì! - Esclamò Parsifal convinto che comunque una soluzione ci fosse.
Hitonari continuò a strattonarsi e lo fece talmente violentemente che i coltelli di Mikako cominciarono a muoversi.
- Sarà meglio che troviamo subito una soluzione perché non reggeranno per molto… e per come è indiavolato è impossibile avvicinarsi per legarlo! -
Asserì con sangue freddo in una perfetta visione delle cose.
- Tanto non ci sarà una corda in grado di tenerlo… ha una forza pazzesca! - Rispose il capitano stringendosi la mano che gli doleva ma che passava in secondo piano rispetto al figlio.
- Per far fuori un drago un modo lo si può trovare, ma per liberare uno che è posseduto dal suo spirito non vedo proprio come si possa fare. -
Fece eco la ragazza stringendo altri coltelli in mano pronta a ripiazzarli.
- E’ inutile! - Sbottò netta una voce cupa dietro di loro.
Quando si girarono videro uscire da sottocoperta Akane in persona che era rimasto a dormire per tutti quei giorni, stremato per quello che gli era successo, una ferita molto più profonda del previsto che aveva costretto Laramel a dargli dei sonniferi per non fargli sentire il male.
Il ragazzino tutto scarmigliato era pallido e barcollante e si teneva il fianco, non indossava la maglietta ma solo i pantaloni che gli erano stati cambiati. Il torso nudo, quindi, mostrava le fasce bianche che lo circondavano strette.
- Va a dormire! - Sbraitò amaro Wolfgang che non voleva fosse di nuovo coinvolto in quella situazione.
Akane naturalmente non lo ascoltò e avvicinandosi con fatica fissò Hitonari dalla distanza di sicurezza in cui erano gli altri.
- Proposte? - Chiese Parsifal convinto che qualcosa in mente l’avesse, a giudicare dall’espressione risoluta.
- Sì! Lascia che si liberi e che mi affronti! Si è fatto possedere per proteggermi, voglio proprio vedere se è più forte l’amore di Hito per me o la ferocia di quel bastardo che lo possiede! -
Disse con chiarezza ed incisività. Gli occhi d’argento assottigliati, la bocca una linea fine incurvata verso il basso, l’aria di sfida.
- Stai provocando la morte! - Sussurrò Mikako guardandolo ma già sapendo che l’avrebbe fatto.
Fu lì allora che Akane in risposta si tolse la fasciatura scoprendo la ferita.
Laramel si lamentò mentre era alle prese con gli altri membri della ciurma messi male, ma non gli diede retta.
I tre graffi attraversavano tutto il fianco ed erano molto grossi, Laramel non aveva potuto cucire ma aveva messo degli accessori per tenergli vicini i lembi della carne squarciata in attesa che si rimarginasse il più in fretta possibile. Ora il processo era avviato e sanguinava poco, ma esponendolo così il colore tornò rosso vivo e la ferita si bagnò tornando fresca.
- Devi stare immobile e stare coperto, incosciente! Non guarirai mai! Così si riapre del tutto, si infetta… - Ma non lo ascoltò ancora e davanti a tutti gli altri quasi inebetiti a fissarlo, increduli che sfidasse davvero lo spirito di un drago solo perché stava dentro suo fratello, avanzò.
Quando gli fu ad un metro, l’essere dalla ferocia inaudita uscì di testa e con un latrato da brivido si staccò dalla parete, i coltelli volarono via e gli artigli si chiusero intorno alla gola di Akane che fu sbattuto a terra di schiena.
Hitonari gli salì sopra a cavalcioni e cominciò a schiacciare sulla giugulare come per strozzarlo.
Il primo gesto insolito.
- Perché cerca di strozzarlo e non lo trapassa direttamente? Nemmeno lo morde… - Osservò subito attenta Mikako immobile convinta che comunque nessuno dovesse far nulla.
La creatura emetteva un ringhio molto basso e la bava gli usciva dalla bocca coperta di sangue, lo stesso che ormai lo macchiava sulla maggior parte di sé.
Era impressionante vedere un bambino con una forza distruttrice simile ed in quelle condizioni.
I due distanti pochi centimetri si guardarono fissi negli occhi.
Uno terrificante e feroce, l’altro come continuasse a sfidarlo. Quasi che lo invitasse a farlo davvero.
Eppure doveva stare male, Akane, la ferita al fianco doveva farlo impazzire dal dolore e per di più l’altro lo stava strozzando… perché non chiedeva aiuto e non reagiva?
Non cercava nemmeno di tirarselo via di dosso o di parlare o di combatterlo.
Nel silenzio più totale si limitava a guardarlo provocante.
Qualcuno nel presente pensò che era pazzo sin d’allora ma nessuno osò dire niente, coi fiati sospesi e la paura irrazionale che tutto fosse andato male!
Nello schiacciarsi sopra di lui, il piccolo riaprì i tre squarci del fratello sotto di sé ed il sangue uscì di nuovo, l’odore lo distrasse e distogliendo lo sguardo dai suoi occhi, guardò in basso.
Si scostò ma senza staccargli gli artigli dal collo, continuava a stringere mentre fissava ciò che il drago gli aveva fatto prima.
Guardava come incuriosito, quasi che capisse di cosa si trattasse, o che addirittura ricordasse.
Sembrava proprio che stesse realizzando che cosa significava quella ferita…
Il tempo tornò a rallentare, si sospese, di nuovo nessun fiato, nessuno che si muoveva, nessuno che pensava… incatenati da quella scena anomala, sicuri che la svolta fosse quella.
Fu esattamente lì, in quel millesimo di secondo lungo un secolo, che la presa della creatura si allentò e lentamente lo lasciò andare.
Le ali, con un suono raccapricciante, si ritirarono nella schiena lasciando solo due curiose cicatrici sulle scapole, la pelle lentamente tornò rosea e liscia e mentre il piccolo si raggomitolava a terra accanto al fratello, le zanne e gli artigli tornavano normali.
Wolfgang si passò la mano sana sulla fronte allentando la tensione, risollevato dall’avere entrambi i suoi figli vivi, e la scarica di adrenalina che l‘aveva tenuto in piedi fino a quel momento lo abbandonò facendolo finire in ginocchio; Parsifal, invece, ringraziò il Cielo con un sospiro felice e Mikako si precipitò su entrambi per vedere gli esiti.
Akane sanguinava di nuovo ma la ferita non era grave come tre giorni prima, mentre Hitonari era del tutto sano, fisicamente, ma tremava e piangeva sotto shock.
Fu lei a prenderlo in braccio e nonostante fosse tutto sporco di sangue, il sangue dei suoi stessi compagni, se lo portò al petto e lo cullò cingendolo come fosse un neonato piccolo.
Il bambino si raggomitolò attaccandosi al suo collo e nascondendo il viso, piangeva ancora copiosamente e rumorosamente, ma non tremava più.
- Hito! - Chiamò esitante Akane. Il piccolo alzò il capo e sbucò dalla spalla della donna, come mostrò il suo viso tutti rimasero allibiti.
I suoi occhi erano normali tranne che per il colore dell’iride che era rimasta dorata.
Poi guardarono bene anche i capelli nettamente più chiari di prima, un colore che rasentava il bianco candido.
Mikako allora sussurrò continuando ad accarezzarlo:
- La pelle è liscia e normale ma certamente più dura di prima. - Come lo disse Wolfgang le si avvicinò portandosi dietro Laramel che finalmente era riuscito ad occuparsi del suo dito di cui rimaneva poco da fare se non chiuderlo e lasciare che si rimarginasse da solo. Gli sarebbe rimasta solo la prima falange.
Naturalmente soffriva ma riteneva che ancora ci fosse qualcosa di più importante che stare lì a piangersi addosso.
- Cosa vuoi dire? -
Mikako strinse le labbra con incertezza, poi azzardò la sua ipotesi:
- Penso che il drago l’abbia comunque maledetto. Non so se lo spirito se ne sia andato o se sia solo dentro di lui a riposare. Potrebbe riscatenarsi in ogni momento, a mio avviso. Inoltre penso che avrà comunque delle conseguenze… la pelle dura mi lascia perplessa… -
- Cosa vuoi dire!? - Tuonò impaziente e preoccupato il padre che non aveva tempo per immaginarlo da sé, come non l’aveva per coccolarsi per bene i figli!
- Non lo so, dobbiamo stare attenti! -
- Non importa, qualunque cosa gli succederà ci penserò io! - Grugnì Akane che si teneva il fianco rendendosi conto che per aver fatto l’eroe ora avrebbe di nuovo dovuto dormire per altri tre giorni!
Gli altri lo guardarono ma non dissero niente. Per quanto presuntuoso fosse stato, alla fine aveva avuto ragione. C’era dunque da credere che davvero sarebbe riuscito a stanare qualunque conseguenza di quella maledizione?
Non risposero ma dentro di loro ognuno gli diede chiaramente fiducia.
Dopo quei giorni se l’era ampiamente meritata vedendo in lui più che mai il futuro capitano.
- Ehi! - Chiamò sgarbato piegandosi in due dal dolore.
Hitonari tornò timidamente a guardarlo, era pieno di confusione e probabilmente non si ricordava niente se non che era successo qualcosa di terrorizzante. Il giovane del presente lo poteva confermare, non aveva memoria di quei tre giorni passati col drago e poi di quel massacro sul galeone.
- Mm? -
Il ragazzino, allora, alzò faticosamente la testa e appoggiò la fronte su quella del fratello. Lì rimasero per un attimo a guardarsi e a comunicare ad un livello profondo dove nessuno li poteva sentire. Infine il più grande disse fermo e deciso:
- Ci penso io a te! Fidati! -
Hitonari si sarebbe fidato per sempre.
Su quella scena la nebbia tornò e vi rimase più a lungo delle altre volte ad indicare che il momento del ricordo era finito. Si chiesero se ne sarebbero arrivati altri ma non si mossero, ancora scossi per ciò che avevano assistito. Alcuni rivissuta altri scoperta per la prima volta.
Al che la voce pacata e tranquilla di Parsifal, con la sua solita serenità che veniva da chiedersi da dove venisse, spiegò a Sike:
- Non è più successo in quel modo, però capita che perda la testa, vada in tilt e si arrabbi. Lì è come se assumesse tutt’altra personalità, diametralmente opposta alla sua. Diventa feroce e violento, ma non ha altre caratteristiche disumane da drago. Supponiamo che la maledizione del drago consista in questo, ma la sicurezza non ce l’avremo mai. -
Su queste parole Hitonari si incupì e sospirando pensieroso fu come richiamato da uno sguardo pungente e fisso.
Quando alzò gli occhi per cercarne la provenienza, trovò a qualche metro suo fratello che lo fissava con quella risolutezza di allora e nel loro silenzio tornarono a comunicarsi la stessa promessa dell’epoca.
Fu così che il sorriso e l’orgoglio tornarono nello sguardo del più piccolo.
Uno sguardo dorato capace di suggestionare chiunque incrociava.