CAPITOLO
IX:
LA
MALEDIZIONE DEL DRAGO
/Running
up that hill - Placebo/
In
breve ne furono avvolti completamente.
Una
nebbia fitta e bassa che divorava ogni cosa si imbattesse in lei,
inglobando il mare stesso e l’orizzonte. L’aria umida e rarefatta
penetrò i polmoni di tutti gli uomini paralizzati da un timore
strisciante. Non era proprio paura, era una sensazione portata dalla
nebbia stessa e l’incognita di ciò che avrebbero affrontato non era
abbastanza grande per allarmarli.
Era
come essere sotto un incantesimo e mentre nel silenzio la nave avanzava
fra le acque calme ed immobili, sospinta da un leggero vento freddo, i
brividi attraversarono ognuno coperti da una sorta di velo innaturale,
un velo che fece loro perdere la consistenza del corpo.
Nel
giro di qualche minuto persero la solidità fisica rendendosene conto
nel toccare le pareti della nave e nel trapassarle da parte a parte.
Leggerezza.
Come
anime volteggianti senza alcun peso.
Akane
guardò di scatto Jyo davanti a sé con aria tetra e aggressiva e non
ebbe bisogno di parlare che il mago si affrettò a rispondere alla muta
domanda:
-
Siamo fantasmi. - Nel momento in cui lo disse, veloce e laconico, tutti
tremarono sgranando gli occhi, guardandosi fra di loro, per quanto
possibile grazie alla nebbia, vedendosi effettivamente attraverso.
Un
sussurrio crescente cominciò fra ipotesi inquietanti e timorose.
-
Siamo morti? - Chiese il capitano andando subito al sodo per saperne
quanto più poteva.
-
No, credo sia una specie di distorsione spazio-temporale anomala, una
distorsione che colpisce le persone che attraversano questo luogo.
Suppongo che una volta superato, tutto tornerà come prima. - Poteva
comunque solo intuire che così fosse, ma sulla distorsione sembrava
piuttosto sicuro o non avrebbe perso tempo in inutili teorie balzane.
Akane
gli si avvicinò con fare minaccioso, non ce l’aveva con lui voleva solo
essere certo che non ci fosse davvero alcun pericolo per loro, gettare
i suoi uomini nel panico era la cosa che più di tutte si sarebbe dovuto
evitare!
-
Ne sei certo? - Ringhiò.
Jyo
incrociò le braccia al petto e con la certezza più assoluta e la
contrarietà per essere stato messo in discussione -era alquanto
permaloso-, disse:
-
Sicurissimo. Basta lasciare che la nave superi il triangolo, non siamo
stati trasportati in un altro luogo o in un altro tempo, piuttosto è il
contrario, ovvero un altro tempo ci ha raggiunti, ma noi siamo sempre
nel nostro presente, nel nostro mare. Ignoro il motivo
dell’inconsistenza corporea, siamo dei fantasmi… - E per lui finì
Mikako che pareva la prima ad aver capito di cosa si trattasse:
-
…siamo spettatori. - Nel momento in cui lo disse tutti capirono che era
giusto e la paura sottile e fine fu sbaragliata dalla curiosità.
-
Spettatori di cosa? - Chiese Sike mentre non poteva domandarsi anche
come mai proprio appena dopo il suo arrivo dovessero già verificarsi
cose strane. Certamente ne era contenta visto quando era impaziente di
conoscere quel mondo strano!
-
Lo stiamo per scoprire. - Disse con voce fine e sussurrata in modo che
nel silenzio tombale di quel posto tutti potessero sentirla ma anche in
modo da non disturbare ‘nessun altro’. Chiunque ci fosse ora lì.
La
ciurma mise istintivamente mano alle armi senza estrarle ma Jyo mormorò
fermo e secco, senza però gridare:
-
Quelle non serviranno a nulla. Siamo qua solo per guardare. -
Dopo
di che, dei fruscii attirarono la loro attenzione e quando tutti si
girarono, videro sul ponte della nave, in un angolo vuoto dove la
nebbia si era diradata, un uomo che i più non avrebbero mai potuto
dimenticare.
Un
uomo che per molti era stato tutto e vedendolo Akane capì di cosa si
trattava:
-
E’ la memoria della nave… - A quelle parole capirono perfettamente cosa
quello significasse.
L’uomo
apparso sulla nave poco distante da loro, pareva solido e consistente,
al contrario di loro.
Hitonari
gli era di poco distante e con aria malinconica gli si avvicinò.
Era
alto e massiccio, due ampie spalle larghe ed un fisico ben allenato, i
capelli rasati corti, biondi, baffi ingialliti dal tabacco e barba
trascurata su un viso dai lineamenti regolari, la bocca leggermente
carnosa e gli occhi azzurri. Sommariamente un uomo affascinante la cui
età doveva aggirarsi intorno ai quaranta anni, anche se essendo in
forma ne dimostrava anche meno.
Vestiva
con abiti comodi e appena trasandati, sui toni del blu e dell’azzurro.
Alla cintura un fucile a canne mozze ed una spada. Solo quelle due
armi, non gliene erano mai servite di più.
Era
appoggiato al parapetto e rivolto al mare, fumava una sigaretta e
teneva le braccia conserte, i muscoli tesi, batteva la punta del piede
impaziente. Era visibilmente teso e contrariato.
Hitonari
si avvicinò ulteriormente allungando una mano, lo sguardo cupo, ma come
fece per toccarlo si sentì attraversare da qualcuno e questo lo fermò
facendogli ricordare la situazione.
Lì,
ora, era un fantasma e gli attori di quell’avventura non potevano
vederli.
-
Papi! - Chiamò una vocetta sottile e allegra, l’uomo si girò rivelando
meglio il suo viso che in molti ricordavano perfettamente.
-
Wolfgang… - Sussurrò Parsifal a Sike che non sapeva chi lui fosse. - Il
precedente capitano. - La navigatrice annuì riconoscendo in esso molti
dei tratti somatici dei due figli, capendo anche la strana reazione di
Hitonari che ora era indietreggiato come se si fosse scottato.
Akane
contrasse la mascella.
-
Hito! Che c’è, amore? - Sentirlo così affettuoso era un evento ed in
molti non l’avevano nemmeno mai visto in quelle vesti di padre dolce,
visto che ricordavano che tipo fosse.
Sike
si concentrò sul piccolo e notando i capelli biondissimi sparati in
ogni direzione come dei raggi di sole ed il sorriso radioso, riconobbe
il suo nuovo compagno di viaggio.
-
Che cucciolo… - Sussurrò rapita da quel bambino che era davvero di una
tenerezza incredibile.
-
Hitonari da piccolo era qualcosa di fantastico… - Sussurrò ancora
Parsifal d’accordo con lei sull’appellativo per il loro amico.
Videro
il piccolo arrampicarsi sulle gambe del padre arrivandogli facilmente
al petto, l’uomo ridendo lo strinse a sé rivelando a tutti il visetto
tondo dai grandi occhi azzurri e la cosa lasciò interdetta la rossa che
non capì come fosse possibile visto che attualmente erano dorati…
-
Cosa c’è? - Chiese Wolfgang distendendo l’aria impensierita del suo
viso. Qualcosa lo preoccupava ma era deciso a non mostrarlo al figlio
che all’epoca pareva avere intorno ai cinque anni.
Con
le manine piccole e tozze si prese alle orecchie del padre come fossero
delle maniglie, così disse col suo solito entusiasmo:
-
C’è un isola, papi! - Era molto contento di scendere a terra, aveva il
pallino della scoperta e delle novità ed essendo un bambino era anche
normale.
-
Lo so, la sto guardando… - Il suo tono solitamente burbero, ora era
gentile e amorevole. Si girò di nuovo verso il mare ad, evidentemente,
guardare l’isola che solo loro potevano vedere.
-
Vengo anche io? - Chiese il piccolo sapendo che non sempre poteva
andare con loro. Dipendeva dalle isole in cui attraccavano. Wolfgang
era a favore delle esperienze dirette sul campo che forgiavano la forza
di ognuno, ma a volte preferiva il principio della prudenza.
Naturalmente un principio che vinceva solo poche volte ed
esclusivamente coi figli!
-
No, tesoro. Questa è pericolosa. - Al visetto teneramente deluso del
bambino, aggiunse con fermezza: - Starai qua con tuo fratello, dovete
fare la guardia al nostro galeone. Pensi di esserne capace? - Lo chiese
con un pizzico di provocazione che stimolò ampiamente l’orgoglio di
Hitonari già smisurato all’ora.
Il
giovane del presente che assisteva come tutti gli altri, riconobbe il
momento ed anche se era piccolo e ricordava poco, si mostrò interessato
a ciò che sarebbe successo. Magari vedendolo in quel modo sarebbe stato
più chiaro e alcuni tasselli mancanti sarebbero tornati a posto.
-
Certo! - Esclamò il bambino alzando le braccia in alto con i pugni
chiusi, era di nuovo entusiasta di quella specie di missione, anche se
avrebbe preferito esplorare l’isola col padre e gli altri uomini della
ciurma.
-
Perché devo stare qua anche io? - Una seconda voce parlò in tono
seccato e Wolfgang si girò di nuovo verso di loro, al cospetto di un
altro bambino sui dieci anni, la bocca carnosa era imbronciata, le
braccia incrociate al petto ed i capelli biondo cenere tirati su a
punta con qualche ciocca che sfuggiva scendendo sulla fronte ed intorno
al visetto tondo. I lineamenti morbidi ricordavano lontanamente quelli
di un certo attuale capitano.
Gli
occhi grigi erano ostinatamente puntati in quelli azzurri a indulgenti
del padre.
Sapeva
che avrebbe fatto storie!
Fece
scendere Hitonari che saltò giù con agilità e si rivolse all’altro
figlio:
-
Akane, devi prenderti cura di tuo fratello… - Sembrava uno di quei
discorsi soliti che si facevano per convincere i bambini a fare
qualcosa che non volevano, senza però usare le reali motivazioni.
-
Le palle! - Esclamò allora il ragazzino esibendo un linguaggio poco
consono ad uno della sua età. Con testardaggine continuò: - Voglio
venire anche io! Hito può stare con qualcun altro! - La mania del
comandare pareva averla sin da piccolo e Sike ridacchiò non
aspettandosi niente di diverso da quel tipo!
Wolfgang
allora si indurì e divenne serio, capendo che per convincerlo doveva
come minimo essere sincero visto che non c’era verso di fregarlo:
-
Akane, non so dove siamo finiti, siamo fuori rotta e questa sembra
proprio una di quelle isole strane! Abbiamo bisogno di capire dove
siamo e soprattutto di fare provviste, quindi non scenderemo tutti, non
è un viaggio d’esplorazione, non c’è nessuna avventura! Voglio solo
ripartire subito! - Da dire c’era che il suo intuito non aveva mai
sbagliato. O quasi.
Il
lungo discorso parve convincere, anche se poco, il figlio maggiore che
con uno sbuffo comprese la situazione.
-
Sono proprio le volte più interessanti! - Però anche se avrebbe
obbedito, perché quando suo padre parlava in quel modo non si poteva
fare altrimenti, non si sarebbe certo mostrato d’accordo.
L’uomo
sorrise divertito spettinandogli i capelli a punta, facendogli cadere
qualche ulteriore ciocca giù.
-
Da piccolo eri più tontolone e meno rompipalle! Obbedivi a tutto quello
che ti si diceva. Lì ti mettevo e lì stavi, non facevi nemmeno domande!
Com’è che ora sei diventato così stressa cazzi? - Il fatto stesso che
il padre parlasse in quel modo al figlio era singolare e faceva capire
che tipo particolare fosse il vecchio capitano.
-
Saranno state le volte in cui per insegnarmi a nuotare e a cavarmela
fra i pericoli, mi buttavi in pieno oceano fra gli squali? - Rispose
acido Akane ricordando alcuni momento shockanti della sua breve vita e
mostrando la lingua insieme al dito medio. Il padre sghignazzò
ricordando quei bei divertimenti e non rispose rimanendo a guardarlo
mentre si issava il fratellino sulla schiena che si aggrappava come una
scimmietta e salivano sull’albero maestro, nella zona di vedetta, nella
speranza di riuscire a vedere qualcosa di interessante pur rimanendo
sulla nave.
-
Wolf! - Lo chiamò un’altra voce a tutti familiare. Uno dei pochi che lo
chiamava col diminutivo e nemmeno con l’appellativo di ‘capitano’.
Un
uomo di qualche anno più piccolo del primo, apparve nella zona priva di
nebbia che pareva soggetta alla distorsione temporale. Aveva capelli
biondi lunghi fino alle spalle e degli occhi azzurri quanto quelli
dell’altro individuo. Lineamenti diversi a parte, era comunque facile
scambiarli per fratelli pur non lo fossero. La fortuna erano i capelli
cortissimi e rasati di Wolfgang… se li avesse mantenuti lunghi come da
giovane, non li avrebbero probabilmente distinti.
-
Parsy… - Disse.
-
Siamo pronti per scendere. -
-
Bene. Ho bisogno che Mika venga con noi, magari ci capisce qualcosa su
dove siamo… per il resto può venire o rimanere chi vuole, basta che non
siano tutti e che si dividano equamente. - Lasciando una certa libertà
decisionale al resto della sua ciurma, il capitano si rivelava anche
disposto ad andare loro incontro. Akane decideva tutto per filo e per
segno, non lasciava niente a nessun altro, però chi lo conosceva bene
poteva farlo ragionare.
In
questo i due capitani differivano, infatti. Al più piccolo potevano
fargli cambiare idea, in pochi eletti, al più grande assolutamente no.
Quando diceva una cosa non si smuoveva nemmeno con l’espediente più
intelligente del mondo.
Una
testardaggine diversa eppure uguale…
Dopo
di quello ci fu un leggero soffiare e l’angolo in cui si erano svolti i
fatti fino a quel momento si ricoprì di nuovo della nebbia fitta che
ricopriva il resto della nave. Gli uomini si guardarono intorno
cercando di capire se il ricordo avesse un seguito e quando un fruscio
fece loro alzare gli sguardi verso l’albero maestro sulla cui sommità
c’era la postazione di vedetta, nel silenzio quasi tombale riuscirono a
distinguere i due bambini di prima che insieme cercavano di scrutare
l’isola che solo loro potevano vedere.
Si
sentivano appena le loro voci da quell’altezza vertiginosa e si capiva
che scherzavano allegramente per passare il tempo mentre facevano
ipotesi su cosa potesse esserci in quel posto misterioso che aveva
stranamente fatto preoccupare loro padre.
Passarono
solo pochi secondi, non ci fu tempo per provare a capire i dialoghi
precisi. Nella nebbia che potevano vedere solo gli spettatori-fantasmi,
una figura si fece strada nel biancore fitto.
Una
figura volante che inizialmente era piccola e che mano a mano che si
avvicinava diveniva sempre più grande.
Sempre
di più.
Fino
a che l’ombra gigantesca del suo corpo non fece gridare il piccolo
Hitonari che si aggrappò alla schiena del fratello che aveva subito
sfoderato due pugnali dalla cintura, le armi concessegli dal genitore
per fare pratica con le lame, convinto che non potesse fissarsi sin da
piccolo con una definitiva e che prima di trovare la propria dovesse
cambiarle tutte.
Quando
la creatura uscì dalla nebbia e fu ben visibile, tutti i membri attuali
della ciurma sussultarono indietreggiando istintivamente.
Quello
era un drago.
Un
enorme e maestoso drago dorato dagli occhi del medesimo colore, una
rarità perfino nelle leggende di cui si narrava di quelle bestie dalla
ferocia senza precedenti. Le zanne e gli artigli erano lunghi e
affilati e le ali avevano un’apertura che superava tutta la lunghezza
della nave, non certo una sciocchezza.
La
creatura stava sospesa sul mare e su di loro e li fissava con le sue
spaventose pupille sottili e verticali.
Nemmeno
chi all’epoca c’era già, aveva assistito nei dettagli alla scena.
Quelli
rimasti sul galeone erano arrivati troppo tardi, mentre gli unici che
avevano vissuto la situazione in prima linea erano proprio i due
fratellini.
-
HITO, SCENDI SUBITO E VA A CHIAMARE GLI ALTRI! - Gridò Akane senza
staccare gli occhi dalla bestia gigantesca che volava a qualche metro
da lui facendo sussultare tutto il galeone. Il fiato rovente non doveva
essere particolarmente profumato a giudicare dalla smorfia del
ragazzino, ma non indietreggiò rimanendo rigorosamente davanti al
piccolo che tremante cercava di riprendere possesso delle proprie gambe.
Non
aveva mai visto una creatura simile ed in tutta onestà gli avevano
detto che nemmeno esistevano.
Convinto
di star sognando non riuscì a muoversi dalla paura, così Akane
imprecando si girò e con un calcio volto non a fargli male, lo fece
cadere giù dalla postazione.
Hitonari,
trovandosi nel vuoto, agì d’istinto senza ragionare più e
dimenticandosi per un momento di tutto quello che stava succedendo si
aggrappò come una scimmia alla prima corda che trovò penzolante da uno
degli altri alberi. Una volta afferrata, cominciò a muoversi agile come
un animaletto da circo e vedendo che se la cavava, Akane sospirò
tornando a girarsi verso la bestia.
Non
aveva idea di come si affrontavano i draghi, non pensava nemmeno
esistessero… si disse che doveva solo resistere fino a che non
sarebbero arrivati gli altri, momentaneamente sotto coperta convinti
che il capitano avesse esagerato con le sue brutte sensazioni.
Provò
a vederlo come una specie di tigre feroce con le ali e si disse che
magari affrontandolo come faceva con loro, le cose sarebbero potute
andare meno tragicamente del previsto.
Non
potendo fare altro che affidarsi al suo istinto, salì sul bordo del
parapetto circolare in legno che delimitava la postazione sulla sommità
dell’albero, quindi in equilibrio perfetto si avvicinò al muso
dell’animale stringendo come un forsennato i pugnali di media lunghezza.
Non
li usò, non fece alcuna mossa d’attacco, solo che da così vicino poté
dare al drago una migliore visuale di sé e fargli sentire il proprio
odore.
Doveva
assolutamente domare sé stesso.
Se
quella creatura non avesse sentito puzza di paura non l’avrebbe
attaccato per primo.
Non
doveva nemmeno sentire l’odore della minaccia.
Doveva
sentire l’odore di un altro animale come lui, un animale che non
attaccava per primo e che non aveva timore di niente.
Si
ripeté mentalmente gli insegnamenti del padre mentre cercava di
respirare e di non tremare come una foglia e si ricordò di quando
l’aveva mollato in una foresta con una tigre alle calcagna, si disse
che se ce l’aveva fatta in quella occasione, perché non ora?
Cominciò
a domare il proprio fiato e lasciandosi catturare dagli enormi occhi
suggestivi del drago, con sommo sollievo lo vide dopo un po’ cambiare
soggetto.
La
bestia gigantesca, realizzando che quel ragazzino non sarebbe stato un
pericolo e che a quanto pareva non aveva niente che gli interessasse,
spostò la sua attenzione oltre lui, in basso, e quando Akane notò uno
strano scintillio rosso nell’oro delle sue iridi, capì che per qualche
assurdo motivo doveva essere stato attratto da suo fratello.
Quando
abbassò a sua volta lo sguardo lo vide ancora alle prese con la corda,
era quasi giunto a terra quando la zampa dell’animale ancora a poca
distanza da lui si allungò proprio verso Hitonari.
Gli
artigli neri erano spaventosamente affilati e lunghi, l’avrebbero
trapassato in un istante.
Fu
un flash, suo fratello, il suo sangue e la sua fine.
Un
flash che non avrebbe mai permesso di verificarsi davvero.
In
quel momento Akane andò totalmente in tilt e mordendosi forte il labbro
non ci pensò un secondo di più, gridando il nome del bambino saltò dal
cornicione e si lasciò cadere sulla stessa zampa superiore che stava
cercando di afferrare l’agile piccoletto che saettava in aria con la
corda. Quando vi atterrò a cavalcioni sentì una specie di strappo
muscolare atroce sulle cosce, la zona che era andata violentemente a
contatto con la dura pelle del drago composta da scaglie massicce e
dorate. Ignorò la fitta e nell’esatto momento in cui andò a contatto
con il suo polso, affondò entrambi i pugnali pregando con disperazione
di riuscire almeno a scalfirlo, il necessario per fermarlo e permettere
ad Hitonari di scendere e scappare.
Non
fu sicuro di esserci riuscito, ma il secondo dopo si trovò le mani
vuote e deducendo che si erano infilzati anche troppo in profondità e
che toglierglieli dalla carne d’acciaio sarebbe stato impossibile -e
c’era da chiedersi come fosse riuscito ad infilzarlo- cercò il fratello
per vedere se almeno ce l’aveva fatta.
Hitonari
era appena sceso e stava gridando a squarciagola l’aiuto di qualcuno
degli altri uomini, ma il resto fu tutto veloce.
Troppo,
perfino per quelli che uscirono svelti al suo richiamo.
Ciò
che videro fu Akane che cadeva giù sul ponte della nave e il suo fianco
squarciato e sanguinante.
A
quello seguirono urla e confusione e poterono solo notare un piccolo
fulmine che si fiondava sul corpo apparentemente esamine del ragazzino.
Un piccolo fulmine biondo che gridava e piangeva chiamando il nome del
fratello, premendosi sopra fino a sporcarsi tutto di rosso.
Quando
la zampa del drago si avvicinò di nuovo su di loro per finire
evidentemente il lavoro, Hitonari capì che cosa voleva fare e alzandosi
si mise istintivamente davanti ad Akane per impedirgli di farlo
definitivamente a pezzi e mangiarselo. Perché era quello che facevano i
draghi, nelle leggende che gli avevano raccontato. Ferivano,
uccidevano, facevano a pezzi e poi divoravano le prede.
Credendo
ora fermamente che tutte quelle storie fossero verità, alla luce
dell’incubo che stava vivendo, giurò a sé stesso che non avrebbe mai
permesso che suo fratello facesse quella fine orribile per colpa sua.
Tutto
quello che pensò fu questo, fra le lacrime, la disperazione e la
rabbia, ma non la paura, oh, no, non quella. Solo un’esplosione di
sentimenti forti e devastanti che permisero a quel bambino basso di non
muoversi di un millimetro e di rimanere lì con le braccia spalancate.
E
urlava.
Urlava
senza dire niente, senza minacciare, senza dare ordini, senza nemmeno
un nome.
Urlava
e basta, come a tirare fuori il proprio dolore per il sangue di Akane
che ora gli macchiava la maglia, le mani e parte del viso.
Gli
uomini accorsero ma fu tardi poiché in realtà la scena fu così
istantanea da avere appena il tempo di pensare a cosa diavolo fosse
quella sagoma gigantesca.
Quando
capirono che si trattava di uno dei draghi d’oro leggendari e che aveva
ferito probabilmente a morte Akane, il primogenito del capitano, egli
aveva già afferrato Hitonari, il secondo.
Estrassero
le armi fra i tremori di ciò che sarebbe potuto succedere, convinti che
ora sarebbe toccato al piccolo e poi a loro stessi.
Eppure
pronti ad essere ricoperti di chissà quanto altro sangue, il nulla li
accolse.
Il
nulla ed il silenzio dopo solo una folata caldissima di vento che fece
loro chiudere gli occhi e coprirsi i volti con le braccia.
Quando
tornarono a guardare, il drago e Hitonari erano spariti.
E
Akane era lì, riverso sul ponte, sanguinante e immobile.
Di
nuovo tempo per elaborare quanto successo non ci fu, uno di loro si
buttò sul corpo del ragazzino mentre l’altro chiamava a gran voce
Laramel.
Subito
dopo apparve il Laramel di quell’epoca di poco diverso dall’attuale. Un
giovane uomo vestito con abiti sempre sullo stesso genere, pieno di
amuleti e pendagli di qualche cultura antica. I capelli sempre lo
stesso turbine castano caldo che circondavano disordinatamente il viso
gentile. Quando vide Akane in quelle condizioni si preoccupò, ma non
perse tempo in un inutile panico.
Si
inginocchiò accanto al corpo esamine e senza chiedere di cosa si era
trattato, sospirò profondamente un paio di volte, chiuse gli occhi e
quando li riaprì disse con una pacatezza quasi innaturale per un
momento di tale gravità:
-
Ce la farà. - Come era possibile crederlo davanti ad una scena simile?
Non
sindacarono e rimasero a guardare il loro medico mentre strappava via
del tutto la maglia del ragazzino e prendeva dalla sua enorme borsa a
tracolla tutto il necessario per curargli il triplo squarcio
raccapricciante, ma prima di darsi da fare con aghi, fili e bende, mise
le sue mani sui lembi di pelle profondamente graffiata del fianco.
Schiacciò e tornò a chiudere gli occhi; cosa fece, poi, a nessuno fu
chiaro, come non lo era mai. Perché Laramel prima di curare fisicamente
qualcuno faceva sempre così. Metteva le mani sulla ferita esteriore, se
c’era, oppure nelle parti provate, si concentrava, stava un attimo
fermo e poi si separava e proseguiva sul suo lavoro.
A
cosa servisse nessuno lo sapeva, ma quando diceva che il paziente se la
sarebbe cavata, era così.
Quando
aprì gli occhi notarono chiaramente il flusso del sangue diminuire
dalla lunga ferita tripla che apriva la sua carne. Gli artigli del
drago ci erano andati giù pesanti nel togliersi l’avversario di dosso.
Ma
ripulendo la ferita e con una velocità impressionante, sempre però
senza il minimo allarme nei movimenti o nel volto rilassato e sereno,
cominciò a chiudere e fare tutto quello che era del caso.
Quando
finì, gli fasciò il fianco con delle bende e mise la mano sulla fronte
del ragazzo sorridendo paterno, gli sistemò i capelli dalla fronte e
gli asciugò il sudore, poi guardò gli uomini chini a guardare e disse
con calma:
-
Mettetelo nella sua stanza, ha bisogno di riposare. Quando si sveglierà
starà bene. Ad eccezione del suo umore che sarà pessimo. - Non era una
mancanza di tatto e nemmeno un voler sdrammatizzare un momento tragico.
Era semplicemente la verità .
La
nebbia tornò in un soffio di vento freddo a cancellare la scena a cui
avevano appena assistito e nell’attesa del seguito, l’Akane del
presente si toccò istintivamente il fianco dove la tripla cicatrice,
sotto la maglia, c‘era ancora.
Sike
lo guardò assorta chiedendosi quanto male dovesse essere stato ma non
per la ferita, bensì per tutto il resto. Lei al suo posto sarebbe
impazzita, indipendentemente da come poi si erano risolte le cose.
Successivamente guardò Hitonari, poco distante da loro, che cupo come
non l’aveva ancora visto sembrava cercasse di ricordare le scene appena
viste senza successo.
Il
fruscio successivo fece volare via altra nebbia e schiarì un angolo del
ponte dove poco prima si era consumato il tutto.
Presenti
erano un paio di uomini della ciurma, sagome indistinte seppure solide.
Quelle più chiare e nitide erano Wolfgang, Parsifal e Mikako.
Il
capitano sembrava fuori dalle grazie divine, come poche volte i
presenti se lo ricordavano, mentre Mikako e Parsifal cercavano invano
di calmarlo.
Mikako
era anch’ella poco diversa dal presente. Sempre l’età indefinita, i
capelli erano però più corti e pieni di incantevoli boccoli color pece.
La posa dritta ed elegante, spiccava per più motivi in un posto simile
eppure pareva sentirsi a suo agio.
-
Laramel ha detto che se la caverà, sta dormendo ed è meglio così,
piuttosto che sentirlo gridare furioso. - Poiché era ovvio che lo
sarebbe stato quando avrebbe aperto gli occhi.
Ma
Wolfgang camminava avanti e indietro come un forsennato caricando il
suo fucile a canne mozze e prendendo con sé tutte le munizioni che
poteva, la sua espressione era furibonda ed in lui si rispecchiava già
la prossima reazione del figlio rimasto.
Parsifal
disse:
-
Vedrai che non gli ha fatto niente, lo troveremo e andrà tutto bene. -
La sua fede ed il suo ottimismo mandarono ulteriormente in bestia il
capitano che fulminando il suo vice con uno sguardo che se avesse
posseduto poteri magici avrebbe ucciso all’istante, gridò senza il
minimo contenimento:
-
NON PUO’ ANDARE BENE! E’ STATO PRESO DA UN DRAGO E SE SIAMO FORTUNATI
SE L’E’ DIVORATO INTERO E CI BASTERA’ SOLO APRIRGLI LA PANCIA E TIRARLO
FUORI PRIMA CHE LO DIGERISCA, PORCA PUTTANA! NO CHE NON VA BENE! NON VA
PERCHE’ NON ABBIAMO MAI AFFRONTATO DRAGHI E NON NE SAPPIAMO NIENTE SE
NON QUELLO CHE C’E’ NELLE LEGGENDE! E NON SO NEMMENO DOVE CAZZO SIAMO!
- Le urla fecero indietreggiare gli uomini intorno e Parsifal sospirò
abbassando lo sguardo consapevole che la sfuriata sarebbe arrivata.
-
Metti questa furia per vendicare tuo figlio, allora, perché così non
serve a niente! - Disse tagliente Mikako con un gran sangue freddo e
coraggio che tutti le invidiarono.
Wolfgang
fulminò anche lei ma non rispose, consapevole che era la prima cosa
saggia ed accettabile che gli avessero detto.
-
FORZA! TUTTI A TERRA! VOGLIO CHE TROVATE QUEL DANNATO DRAGO E MIO
FIGLIO, IN QUALUNQUE SITUAZIONE SIA! E CHE LA BESTIA VENGA UCCISA!
APPENA LO SCOVATE CHIAMATEMI SUBITO! -
Ordinò
poi con rabbia precedendo gli uomini nel scendere giù dal galeone.
La
nebbia di nuovo tornò con una folata di vento fredda e successivamente
un fruscio ad indicare un altro momento di quella volta.
Di
nuovo loro stremati, stanchi, sudati, sporchi e con le mani vuote.
La
ricerca era andata evidentemente male e c’era da chiedersi come mai il
capitano, con ancora la ferocia in viso e nello sguardo terrorizzante,
avesse permesso ai suoi uomini di tornare lì.
-
Deve essere da qualche parte, dannazione! Deve! Quest’isola è distante
da qualunque altra, ha una preda con sé, dove diavolo vuoi che sia
andato, per consumarla? Sono tre giorni che lo cerchiamo dandoci il
cambio, come cazzo è possibile non trovarne nemmeno una traccia? -
Stava ringhiando Wolfgang passandosi l’avambraccio sul mento e
ripulendosi dalle gocce di sudore che scendevano dal suo viso sciupato.
Si
vedeva che per tutti quei tre giorni di ricerca non si era dato tregua
e se tornava era solo per avere rapporto da tutti gli uomini che, come
concordato, a quell’ora si riunivano sempre per fare il punto della
situazione.
Dalle
loro espressioni nessuna buona nuova, eppure non ebbero l’effettivo
tempo per parlarne poiché prima di potersi confrontare e dire se
avessero trovato qualcosa, dalla torre di vedetta, lo stesso luogo dove
i due fratelli erano stati attaccati dal drago, l’uomo di guardia gridò
a gran voce e concitato:
-
HITONARI! C’E’ HITONARI! - Alle urla tutti si girarono a guardare lui e
poi la direzione che indicava, corsero ad affacciarsi al parapetto
della nave e guardarono giù, l’isola che solo loro potevano vedere.
Pochi
istanti dopo il piccolo bambino era lì sul ponte con gli altri,
Wolfgang inginocchiato davanti a lui a stringerlo forte a sé prima
ancora di guardarlo bene e vedere come stava.
Magari
avrebbe dovuto farlo prima, magari sarebbe bastata un’occhiata attenta
per notare che qualcosa non andava, ma certamente gli occhi dorati
dalle pupille sottili l’avevano viste, però l’idea di averlo ritrovato
aveva fatto scacciare ogni altro pensiero fugace.
Pensiero
che l’avrebbero pagato.
Fu
fra le braccia del padre, che il piccolo bambino emise un ringhio basso
e sinistro, un ringhio così poco umano e totalmente animale.
Wolfgang
fece appena in tempo a staccarsi per vedere cosa fosse, magari un
lamento per qualche ferita nascosta.
Quando
le sue braccia lo lasciarono scattò istintivamente all’indietro per
evitare i suoi artigli che come lame affilate fendettero l’aria e per
poco non il ventre dell’uomo.
Il
capitano rimase allibito credendo per un secondo di aver visto male ma
così non fu.
Lo
scrutò con attenzione maniacale e finalmente tornò a registrare i suoi
occhi così poco suoi… così poco umani… non erano più azzurri e ridenti
ma dorati e feroci e le pupille lunghe e sottili esattamente come
quelle del drago.
I
capelli erano spettinati e corti ma quasi bianchi, i denti che
digrignava erano appuntiti e lunghi, così come le unghie delle mani
simili ad artigli neri.
La
pelle parve ricoperta di piccolissime squame tendente al dorato ed i
vestiti sporchi così come erano quando l’avevano lasciato.
Sporchi
del sangue di Akane.
Per
il resto era perfettamente pulito ed intatto.
Wolfgang
allungò cauto la mano verso di lui e quando lo toccò sentì la pelle
dura ed inscalfibile come l’acciaio e trattenendo il fiato mormorò
titubante, insicuro a quel punto che quello fosse addirittura suo
figlio:
-
Hitonari? -
Ma
nessuna vocetta sottile e allegra rispose, solo un altro latrato basso
e agghiacciante.
Tutti
i presenti, sia del passato che del presente, trattenevano il fiato
increduli e nessuno capiva cosa accadesse, se non chi l’aveva già
vissuto.
Non
un fiato. Non una parola. Non un movimento.
Come
se il tempo venisse sospeso per poi essere lanciato ad una velocità
folle giù in un precipizio ripido e altissimo a rotta di collo.
Il
padre che non poteva credere che qualcuno avesse ridotto così il suo
piccolo, risalì con la mano al viso per accarezzarlo, convinto che
qualcosa dovesse succedere, che dovesse riconoscerlo, tornare in sé e
dirgli cosa fosse successo, perché lui era suo figlio e se ora era lì
vivo nient’altro poteva azzardarsi a toglierglielo.
Però
nel momento in cui gli sfiorò la guancia il bambino che ormai aveva ben
poco di Hitonari, si mosse veloce come un fulmine e prima ancora di dar
tempo anche solo per pensare, ecco che il dito dell’uomo venne
azzannato.
Azzannato,
stretto fra le fauci simili ad una ghigliottina, girato fra i denti ed
infine staccato.
Gli
bastò uno strattone e la bocca del piccolo si riempì di sangue che
cominciò a colargli sul mento, sul collo e sulla maglietta.
Sputò
poi il pezzo di falange che gli aveva staccato e cominciò a sentirsi un
rumore strano provenire dalla schiena della piccola creatura.
Tutto
quel che uscì da Wolfgang fu un sibillino: - Merda! - che si stringeva
il dito amputato dimostrando così una grande forza d‘animo davanti a
tale dolore.
Il
fiotto scendeva sul ponte macchiandolo di gocce rosse sempre più
grandi, ma l’attenzione, nell’allarme per quel gesto impossibile eppure
vero, fu tutto per il bambino sulla cui schiena si spiegarono due ali a
lui proporzionate della stessa fattura di quelle di un drago che a loro
volta ricordavano quelle dei pipistrelli.
Le
membrane sottili che passavano da un osso lungo e sottile all’altro
erano dorate e l’essere cominciò svelto e fulmineo a muoversi per la
nave azzannando feroce ed inafferrabile chiunque incontrasse. I più
impreparati caddero a terra con delle ferite gravi, fra gli altri però
nessuno osava contrattaccare vedendo il piccolo con lo stesso viso di
Hitonari. Eppure era terrificante.
Ruggiva
come se fosse un piccolo drago nato da poco e la forza disumana gli
permetteva di rompere le ossa come niente.
Non
riconosceva nessuno, azzannava e artigliava schiantando chiunque gli
capitasse ed alla fine fu l’ordine furente di Wolfgang a decidere per
tutti. Quando gridò: - FERMATELO! - capirono che lasciarlo libero così
sarebbe stata la morte di tutti.
Allora
Mikako fu la più veloce ed estraendo cinque coltelli per mano, li
lanciò come un lampo sulle ali del piccolo che lo incollarono alla
parete della nave.
Il
lamento fu un ruggito atroce e fece rabbrividire tutti ma finalmente
era fermo.
Si
dimenava come un matto e a quel punto fu evidente di cosa si trattava.
Il primo a dirlo fu Parsifal esterrefatto:
-
E’ posseduto… - Ma da cosa non avrebbe mai potuto dirlo, tanto era
pazzesco.
Per
lui lo fece Mikako che con più freddezza gli si avvicinò rimanendo a
debita distanza e guardandolo fisso negli occhi dorati e feroci, disse:
-
E’ posseduto dallo spirito del drago. - Lo disse laconica e tutti si
gelarono mentre si raccoglievano cercando di riprendersi e tamponare le
ferite.
Quelli
più gravi erano riversi sul pavimento e agonizzavano con buchi, squarci
o morsi profondi e venivano soccorsi subito alla buona, ma la verità
era evidente. Non tutti ce l’avrebbero fatta.
Il
tempo così si fermò dopo aver accelerato impazzito e Wolfgang scostò
Laramel che cercava di sistemargli il dito tranciato che sanguinava
copiosamente provocandogli un dolore atroce comunque non paragonabile a
quello procurato dalla vista del figlio.
-
Va da chi è più grave! - Esclamò dando ordine col capo a chi stava bene
di aiutarlo.
I
feriti erano molti ed il ponte della nave ora sembrava un campo di
battaglia dove molte erano le macchie di sangue sparse.
Wolfgang
si alzò barcollante e si avvicinò a Mikako e Parsifal, scrutò il
proprio figlio di pochi anni e con gravità si chiese cosa potesse mai
fare.
-
Che rimedi ci sono? - Chiese, ma non ricevette risposta.
La
verità era che nessuno aveva la minima idea di che cosa fare e come
risolvere la situazione.
-
Ci sarà un modo per toglierlo da lì! - Esclamò Parsifal convinto che
comunque una soluzione ci fosse.
Hitonari
continuò a strattonarsi e lo fece talmente violentemente che i coltelli
di Mikako cominciarono a muoversi.
-
Sarà meglio che troviamo subito una soluzione perché non reggeranno per
molto… e per come è indiavolato è impossibile avvicinarsi per legarlo!
-
Asserì
con sangue freddo in una perfetta visione delle cose.
-
Tanto non ci sarà una corda in grado di tenerlo… ha una forza pazzesca!
- Rispose il capitano stringendosi la mano che gli doleva ma che
passava in secondo piano rispetto al figlio.
-
Per far fuori un drago un modo lo si può trovare, ma per liberare uno
che è posseduto dal suo spirito non vedo proprio come si possa fare. -
Fece
eco la ragazza stringendo altri coltelli in mano pronta a ripiazzarli.
-
E’ inutile! - Sbottò netta una voce cupa dietro di loro.
Quando
si girarono videro uscire da sottocoperta Akane in persona che era
rimasto a dormire per tutti quei giorni, stremato per quello che gli
era successo, una ferita molto più profonda del previsto che aveva
costretto Laramel a dargli dei sonniferi per non fargli sentire il
male.
Il
ragazzino tutto scarmigliato era pallido e barcollante e si teneva il
fianco, non indossava la maglietta ma solo i pantaloni che gli erano
stati cambiati. Il torso nudo, quindi, mostrava le fasce bianche che lo
circondavano strette.
-
Va a dormire! - Sbraitò amaro Wolfgang che non voleva fosse di nuovo
coinvolto in quella situazione.
Akane
naturalmente non lo ascoltò e avvicinandosi con fatica fissò Hitonari
dalla distanza di sicurezza in cui erano gli altri.
-
Proposte? - Chiese Parsifal convinto che qualcosa in mente l’avesse, a
giudicare dall’espressione risoluta.
-
Sì! Lascia che si liberi e che mi affronti! Si è fatto possedere per
proteggermi, voglio proprio vedere se è più forte l’amore di Hito per
me o la ferocia di quel bastardo che lo possiede! -
Disse
con chiarezza ed incisività. Gli occhi d’argento assottigliati, la
bocca una linea fine incurvata verso il basso, l’aria di sfida.
-
Stai provocando la morte! - Sussurrò Mikako guardandolo ma già sapendo
che l’avrebbe fatto.
Fu
lì allora che Akane in risposta si tolse la fasciatura scoprendo la
ferita.
Laramel
si lamentò mentre era alle prese con gli altri membri della ciurma
messi male, ma non gli diede retta.
I
tre graffi attraversavano tutto il fianco ed erano molto grossi,
Laramel non aveva potuto cucire ma aveva messo degli accessori per
tenergli vicini i lembi della carne squarciata in attesa che si
rimarginasse il più in fretta possibile. Ora il processo era avviato e
sanguinava poco, ma esponendolo così il colore tornò rosso vivo e la
ferita si bagnò tornando fresca.
-
Devi stare immobile e stare coperto, incosciente! Non guarirai mai!
Così si riapre del tutto, si infetta… - Ma non lo ascoltò ancora e
davanti a tutti gli altri quasi inebetiti a fissarlo, increduli che
sfidasse davvero lo spirito di un drago solo perché stava dentro suo
fratello, avanzò.
Quando
gli fu ad un metro, l’essere dalla ferocia inaudita uscì di testa e con
un latrato da brivido si staccò dalla parete, i coltelli volarono via e
gli artigli si chiusero intorno alla gola di Akane che fu sbattuto a
terra di schiena.
Hitonari
gli salì sopra a cavalcioni e cominciò a schiacciare sulla giugulare
come per strozzarlo.
Il
primo gesto insolito.
-
Perché cerca di strozzarlo e non lo trapassa direttamente? Nemmeno lo
morde… - Osservò subito attenta Mikako immobile convinta che comunque
nessuno dovesse far nulla.
La
creatura emetteva un ringhio molto basso e la bava gli usciva dalla
bocca coperta di sangue, lo stesso che ormai lo macchiava sulla maggior
parte di sé.
Era
impressionante vedere un bambino con una forza distruttrice simile ed
in quelle condizioni.
I
due distanti pochi centimetri si guardarono fissi negli occhi.
Uno
terrificante e feroce, l’altro come continuasse a sfidarlo. Quasi che
lo invitasse a farlo davvero.
Eppure
doveva stare male, Akane, la ferita al fianco doveva farlo impazzire
dal dolore e per di più l’altro lo stava strozzando… perché non
chiedeva aiuto e non reagiva?
Non
cercava nemmeno di tirarselo via di dosso o di parlare o di combatterlo.
Nel
silenzio più totale si limitava a guardarlo provocante.
Qualcuno
nel presente pensò che era pazzo sin d’allora ma nessuno osò dire
niente, coi fiati sospesi e la paura irrazionale che tutto fosse andato
male!
Nello
schiacciarsi sopra di lui, il piccolo riaprì i tre squarci del fratello
sotto di sé ed il sangue uscì di nuovo, l’odore lo distrasse e
distogliendo lo sguardo dai suoi occhi, guardò in basso.
Si
scostò ma senza staccargli gli artigli dal collo, continuava a
stringere mentre fissava ciò che il drago gli aveva fatto prima.
Guardava
come incuriosito, quasi che capisse di cosa si trattasse, o che
addirittura ricordasse.
Sembrava
proprio che stesse realizzando che cosa significava quella ferita…
Il
tempo tornò a rallentare, si sospese, di nuovo nessun fiato, nessuno
che si muoveva, nessuno che pensava… incatenati da quella scena
anomala, sicuri che la svolta fosse quella.
Fu
esattamente lì, in quel millesimo di secondo lungo un secolo, che la
presa della creatura si allentò e lentamente lo lasciò andare.
Le
ali, con un suono raccapricciante, si ritirarono nella schiena
lasciando solo due curiose cicatrici sulle scapole, la pelle lentamente
tornò rosea e liscia e mentre il piccolo si raggomitolava a terra
accanto al fratello, le zanne e gli artigli tornavano normali.
Wolfgang
si passò la mano sana sulla fronte allentando la tensione, risollevato
dall’avere entrambi i suoi figli vivi, e la scarica di adrenalina che
l‘aveva tenuto in piedi fino a quel momento lo abbandonò facendolo
finire in ginocchio; Parsifal, invece, ringraziò il Cielo con un
sospiro felice e Mikako si precipitò su entrambi per vedere gli esiti.
Akane
sanguinava di nuovo ma la ferita non era grave come tre giorni prima,
mentre Hitonari era del tutto sano, fisicamente, ma tremava e piangeva
sotto shock.
Fu
lei a prenderlo in braccio e nonostante fosse tutto sporco di sangue,
il sangue dei suoi stessi compagni, se lo portò al petto e lo cullò
cingendolo come fosse un neonato piccolo.
Il
bambino si raggomitolò attaccandosi al suo collo e nascondendo il viso,
piangeva ancora copiosamente e rumorosamente, ma non tremava più.
-
Hito! - Chiamò esitante Akane. Il piccolo alzò il capo e sbucò dalla
spalla della donna, come mostrò il suo viso tutti rimasero allibiti.
I
suoi occhi erano normali tranne che per il colore dell’iride che era
rimasta dorata.
Poi
guardarono bene anche i capelli nettamente più chiari di prima, un
colore che rasentava il bianco candido.
Mikako
allora sussurrò continuando ad accarezzarlo:
-
La pelle è liscia e normale ma certamente più dura di prima. - Come lo
disse Wolfgang le si avvicinò portandosi dietro Laramel che finalmente
era riuscito ad occuparsi del suo dito di cui rimaneva poco da fare se
non chiuderlo e lasciare che si rimarginasse da solo. Gli sarebbe
rimasta solo la prima falange.
Naturalmente
soffriva ma riteneva che ancora ci fosse qualcosa di più importante che
stare lì a piangersi addosso.
-
Cosa vuoi dire? -
Mikako
strinse le labbra con incertezza, poi azzardò la sua ipotesi:
-
Penso che il drago l’abbia comunque maledetto. Non so se lo spirito se
ne sia andato o se sia solo dentro di lui a riposare. Potrebbe
riscatenarsi in ogni momento, a mio avviso. Inoltre penso che avrà
comunque delle conseguenze… la pelle dura mi lascia perplessa… -
-
Cosa vuoi dire!? - Tuonò impaziente e preoccupato il padre che non
aveva tempo per immaginarlo da sé, come non l’aveva per coccolarsi per
bene i figli!
-
Non lo so, dobbiamo stare attenti! -
-
Non importa, qualunque cosa gli succederà ci penserò io! - Grugnì Akane
che si teneva il fianco rendendosi conto che per aver fatto l’eroe ora
avrebbe di nuovo dovuto dormire per altri tre giorni!
Gli
altri lo guardarono ma non dissero niente. Per quanto presuntuoso fosse
stato, alla fine aveva avuto ragione. C’era dunque da credere che
davvero sarebbe riuscito a stanare qualunque conseguenza di quella
maledizione?
Non
risposero ma dentro di loro ognuno gli diede chiaramente fiducia.
Dopo
quei giorni se l’era ampiamente meritata vedendo in lui più che mai il
futuro capitano.
-
Ehi! - Chiamò sgarbato piegandosi in due dal dolore.
Hitonari
tornò timidamente a guardarlo, era pieno di confusione e probabilmente
non si ricordava niente se non che era successo qualcosa di
terrorizzante. Il giovane del presente lo poteva confermare, non aveva
memoria di quei tre giorni passati col drago e poi di quel massacro sul
galeone.
-
Mm? -
Il
ragazzino, allora, alzò faticosamente la testa e appoggiò la fronte su
quella del fratello. Lì rimasero per un attimo a guardarsi e a
comunicare ad un livello profondo dove nessuno li poteva sentire.
Infine il più grande disse fermo e deciso:
-
Ci penso io a te! Fidati! -
Hitonari
si sarebbe fidato per sempre.
Su
quella scena la nebbia tornò e vi rimase più a lungo delle altre volte
ad indicare che il momento del ricordo era finito. Si chiesero se ne
sarebbero arrivati altri ma non si mossero, ancora scossi per ciò che
avevano assistito. Alcuni rivissuta altri scoperta per la prima volta.
Al
che la voce pacata e tranquilla di Parsifal, con la sua solita serenità
che veniva da chiedersi da dove venisse, spiegò a Sike:
-
Non è più successo in quel modo, però capita che perda la testa, vada
in tilt e si arrabbi. Lì è come se assumesse tutt’altra personalità,
diametralmente opposta alla sua. Diventa feroce e violento, ma non ha
altre caratteristiche disumane da drago. Supponiamo che la maledizione
del drago consista in questo, ma la sicurezza non ce l’avremo mai. -
Su
queste parole Hitonari si incupì e sospirando pensieroso fu come
richiamato da uno sguardo pungente e fisso.
Quando
alzò gli occhi per cercarne la provenienza, trovò a qualche metro suo
fratello che lo fissava con quella risolutezza di allora e nel loro
silenzio tornarono a comunicarsi la stessa promessa dell’epoca.
Fu
così che il sorriso e l’orgoglio tornarono nello sguardo del più
piccolo.
Uno
sguardo dorato capace di suggestionare chiunque incrociava.