CAPITOLO VII:
MOTIVAZIONI
/Nobody’s
home - Avril Lavigne/
Le gocce cominciarono a cadere sul mare,
ma la furia del vento era ormai lontana, l’acqua stabilizzava la
temperatura e
le correnti fra cielo e terra scacciando le trombe d‘aria.
In poco tempo i ponti del galeone si
bagnarono così come le persone che c’erano sopra, tutte ferme a vedere
la scena
che si era consumata da poco davanti a loro.
All’andare via del capitano, seguito
poco dopo da Mikako, l’equipaggio si rimise in movimento, chi andò in
coperta a
curarsi le ferite accidentali, chi a stabilizzare vele e funi, chi a
riflettere
sulle proprie sorti in santa pace.
Vicino al timone ancora nelle mani
esperte di Sike che però non lo guidava più, anche se continuava a
tenere d’occhio
la direzione, c’era Parsifal e poco più in là, seduto sul cornicione in
legno,
Hitonari. Entrambi i loro capelli si appiattirono sulle loro teste in
poco
tempo, quelli rossi antigravitazionali di Sike mostrarono il corto
taglio
grazioso ed originale che le donava molto.
Gli occhi azzurri sempre attenti e
concentrati ora erano lontani da lì, non vedevano nessuno realmente
mentre la
mente le faceva ripercorrere tutte le parole di Akane donandole nuove
domande.
Doveva decidere della sua vita lì su due
piedi e non si trattava di un lavoro come un altro, bensì di qualcosa
di
davvero pesante. Come si poteva decidere se diventare immortali?
Maledetti, in
un certo senso… con vantaggi e svantaggi non trascurabili.
Gente prima di lei aveva preso quella
decisione e chissà se se ne erano mai pentiti… forse molte cose non
avrebbe
ancora potuto saperle ma almeno quello sì.
Si girò verso i due uomini lì accanto e
guardandoli uno ad uno, decise di chiederglielo con candore ma anche
schiettezza, com’era lei.
- Perché siete entrati qua? E quando
siete nati? -
Hitonari fu il primo a rispondere, per
lui era più facile. Godendo della pioggia fresca che gli cadeva addosso
appiccicandogli anche i vestiti addosso già di loro attillati, rispose
con la
sua consueta tranquillità ed una certa serenità negli occhi dorati, un
colore
così strano ed insolito…
- Io sono nato nel 1897, su questo
galeone. Mio padre è lo stesso di Akane, si chiamava Wolfgang ed era il
precedente capitano. Le nostre madri erano avventure di due porti
diversi in
anni diversi nei quali lui faceva tappa spesso, saputo che aspettavano
figli
suoi, le ha prese con se durante il tempo della gravidanza, dopo che
siamo
nati, ci hanno mollato a lui e se ne sono andate dalla sua vita. Io non
ho
avuto scelta. Per me è stato più facile. -
Coi ricordi ripercorse la sua infanzia,
luci ed ombre come ognuno di loro. Sike non si soffermò molto su di lui
poiché
come aveva effettivamente detto, non poteva essergli di molto aiuto per
sapere
come si faceva a scegliere.
Guardò così Parsifal accanto a sé, si
scrollò i capelli strafondi e si staccò dal corpo ben modellato la
camicia, poi
sospirando tornò indietro nel tempo a molti anni addietro. Increspò lo
sguardo
gentile e chiedendosi cosa potesse dire, si rispose che la verità era
sempre la
cosa migliore. Non sapeva nascondere nulla e del resto la sua domanda
era
chiara.
Con un certo dolore di fondo, nonostante
gli anni che ormai erano passati, tolse le catene a quello che ormai
era il suo
passato.
- Sono nato nel 1762 in Francia. Io ero
sposato, avevo una famiglia. Io e mia moglie eravamo entrambi nobili,
promessi
sposi. Ci siamo innamorati subito, era stranissimo per il nostro
ambiente. Però
cedendo alle nostre passioni, lei è rimasta incinta dopo che avevamo
deciso di
lasciarci e ribellarci alle nostre famiglie. Non aveva un carattere
facile,
lei, ed era intenzionata a farsi valere. Un’aristocratica rara, come ne
nascono
poche in quell’ambiente. Venuto a conoscenza della piccola vita che
nasceva in
lei, prima che creasse scandalo dicendo a tutti che avevamo già fatto
ciò che
non si poteva prima del matrimonio, volli prendermi le mie
responsabilità e
sposarla. Se si fosse saputo quel che avevamo fatto e che addirittura
ci
lasciavamo, per lei sarebbe stata la fine nonostante il suo titolo. La
convinsi
e la sposai, i primi anni fu dura, non andavamo d’accordo e lei era
troppo
battagliera, cosa davvero insolita per la sua famiglia d’appartenenza,
ma poi
con l’arrivo della piccola ci innamorammo e tutto cambiò. Dopo poco
nacque
anche la seconda, poi la terza. Diventammo una bella famiglia affiatata
e le
mie tre figlie erano unite, allegre e vivaci. Come tutti i bambini,
immagino.
Non le facevamo mancare niente, ci sembrava di toccare il cielo con un
dito. La
prima e la terza facevano a gara a chi ne combinava di più mentre la
seconda
era la più calma e coccolona.
Non abbiamo mai potuto vederle crescere,
svilupparsi, diventare delle donnine, sposarle e diventare nonni.
E mia moglie… bè, non ho mai potuto
invecchiare con lei. - Esitò. Chiuse le labbra e con occhi
tremendamente tristi
ed un dolore senza tempo che mai poteva affievolirsi, proseguì
guardando l‘orizzonte
non più tempestoso, il mare rimaneva agitato ma non ai livelli di prima
e la
pioggia cominciava a calare d‘intensità.
- Scoppiò la rivoluzione, in Francia.
Noi eravamo fra quei nobili contro cui il popolo si ribellò e… bè, non
penso
che sia così impossibile immaginare come andò. Non ebbero pietà di
nessuno,
eravamo nobili, in fondo. Avevamo terre. - Sospirò ancora, si passò le
mani sul
viso pallido e fra i capelli bagnati scrollandoseli dalla pioggia.
Quanto
difficile poteva essere raccontare tutto? Però se Sike doveva capire,
era
giusto che sapesse tutto. E lui non era capace di raccontare senza
scendere nei
dettagli… - Invasero la nostra abitazione, si impadronirono di tutto e
nonostante noi non li avessimo mai trattati male, i contadini che ci
attaccarono non capivano più niente, convinti che anche noi eravamo
come tutta
la massa e che contribuivamo alla loro rovina. Posso capire lo stato
terribile
in cui versavano ma io non posso giustificarli, anche se potevano aver
ragione
a ribellarsi. Dopo averci preso tutto, armi comprese, ed averci
imprigionato
nella nostra stessa casa, diedero fuoco a tutto con noi dentro. Ci
lasciarono
morire.
Come riuscii a salvarmi, io? Tutt’ora me
lo chiedo. Mi chiedo… come mai quello che per me sarà sempre un angelo,
mi salvò.
Perché riuscì a salvare solo me mentre ero privo di coscienza.
Costui era Wolfgang. -
Il silenzio fece presa sia in Sike che
ascoltava la storia per la prima volta trovandola toccante, drammatica
ed
affascinante, che in Hitonari che nonostante l’avesse ascoltata già
altre
volte, trovava sempre bello il momento in cui entrava in scena suo
padre. E
dopotutto aveva la fortuna di avere molti ricordi con lui, anche se ora
non c’era
più.
- Wolfgang al tempo reclutava gente per
il suo equipaggio. Aveva una nave speciale, diceva, ma che non poteva
governare
da solo. Le persone che potevano imbarcarsi dovevano essere
particolari.
Dovevano credere a tutto, essere pronti ad ogni evenienza ma
soprattutto non
aver niente da perdere, niente che li legasse. Dovevano desiderare la
libertà
ad ogni costo.
Non so perché mi salvò, però riuscì a
farlo solo con me, le altre mie donne, purtroppo, erano rimaste vittima
del
crollo infuocato.
Inizialmente non volevo vivere e lo
mandai via, però mentre mi lasciavo andare una voce in sogno mi disse
qualcosa
che mi sconvolse e mi fece capire.
‘Conta così poco la vita per te?’
Allora capii… io avevo sempre dato
importanza alla vita e non potevano essere state solo parole senza
senso. Fu
dura, per me, davvero, ma mi tirai su le maniche e cercai Wolfgang.
Da lì diventammo amici, io fui il suo
primo ufficiale. Mi spiegò che questa nave costruita da un pazzo era
speciale e
che donava la vita eterna. Al tempo non sapeva tutte le cose che
sappiamo oggi,
le più le abbiamo imparate sulla nostra pelle. -
Teoricamente il suo racconto era ormai
concluso anche se gli sarebbe piaciuto scendere ancor più nei dettagli
parlando
del dopo, ma se la sua domanda era sulla motivazione del suo
arruolamento, a
quel punto doveva essere tutto fin troppo chiaro.
- Ma chi era quella voce? - La curiosità
infinita di Sike non poteva certo avere fine e mille domande le
vorticarono
subito alla mente.
- Non ne ho idea, non la conoscevo. Mi
piace pensare che fosse la mia Guida… - Alzò gli occhi azzurri al cielo
meno
coperto di prima, non pioveva più, il vento era lieve e sospingeva la
nave con
calma placida.
- Credi in Dio… - Disse fra sé e sé
senza aggiungere nulla sull’argomento. Il suo rapporto col Signore non
era
certo pari a quello che evidentemente aveva Parsifal, però godeva di
una buona
salute ugualmente. Distraendosi da quel particolare, tornò su ciò che
gli
premeva selezionando una delle domande che le martellavano in testa: -
Ma
quindi ti sei arruolato perché Wolfgang ti aveva salvato la vita… - Che
più una
domanda era un’affermazione.
- Non solo, in effetti… -
- Cioè? - Colse la palla al balzo
accendendosi, speranzosa di trovare risposte più soddisfacenti. Il
fatto di
entrare nella ciurma perché il capitano ti salvava, per lei non era di
molto
aiuto…
- Mi interrogai sul mio senso della
vita. Era vero che ormai non avevo più legami nella terra e che volevo
lasciarmi alle spalle il tremendo dolore che avevo provato. Che senso
poteva
avere la vita, ora? Bè, Sike… io ero molto acculturato e adoravo
leggere. Se c’era
un argomento che mi aveva sempre affascinato era il Sacro Graal. -
- Il calice leggendario… - Mormorò a
fior di labbra affascinata dal termine stesso. Poi realizzò: - Ma cosa
c’entra
col senso della vita? -
L’uomo sorrise paterno, quindi paziente
spiegò:
- Oh, c’entra eccome… ci sono molte
teorie sul Graal, io me ne sono fatto una mia. Non penso che sia un
vero e
proprio calice speciale che dona chissà quale capacità speciale a chi
lo trova.
Gesù nell’ultima cena usò un calice come un altro e quando morì il suo
sangue
non fu raccolto proprio da nessuno… però io penso che il Sacro Graal
rappresenti un ideale. Il cercarlo per trovare un immenso tesoro e non
uno come
tanti, uno diverso, che svelerà il segreto della vita. Io credo che
rappresenti
un ideale. -
- La ricerca del segreto della vita… -
Lo sintetizzò Sike capendo ciò che diceva. Non ne sapeva abbastanza da
poter
dire se avesse ragione o torto, ma non aveva motivo di dubitarne.
Parsifal annuì sorridente con gli occhi
che gli brillavano pensando a quello che era diventata la sua ragione
di vita
appena dopo la disgrazia della sua famiglia.
- E’ complicato da spiegare ma grosso modo
è così. Quando avrò trovato una risposta che mi soddisfi, avrò trovato
il mio
Sacro Graal e sono certo che lo posso trovare solo affrontando tutto
ciò che
esiste a questo mondo. La risposta sta qua fuori, ma non solo. Nelle
epoche. -
Non gli chiese se l’avesse trovato, era
evidente che così non era. Si chiese come mai, però, se credeva in Dio
si
facesse di queste domande ma di sicuro era un problema fra lui ed il
suo credo…
che di certo era quello più forte rispetto a tutti gli altri.
- Ecco perché ti sei scelto questo nome.
- Esclamò rendendosene conto solo ora.
- Non era chiaro? - Sike fulminò
Hitonari mettendo da parte le proprie simpatie. Era bello e piacevole,
però a
volte sapeva essere seccante!
- Devi trovare una motivazione tua.
Tutti quelli che sono qua ne hanno una molto forte, tendenzialmente non
avevano
più nessuno a terra ma non solo. Ognuno ha qualcosa che cerca e che può
trovare
solo viaggiando nello spazio e nel tempo. Tu devi trovare il tuo
qualcosa… -
Le parole con cui concluse la riscossero
profondamente facendole capire che aveva ragione. Doveva trovare il suo
qualcosa… anche se non sapeva bene in cosa consistesse. Non aveva sogni
speciali che si potevano realizzare solo nel tempo e viaggiando
ovunque, però
sentendo la storia di quel galeone le era venuta una tremenda ed
immensa sete
di sapere.
Parsifal si eclissò silenzioso facendo
cenno ad Hitonari di fare altrettanto e lasciarla sola a riflettere;
quando
guardò l’orizzonte, una linea dritta che separava cielo e mare, i
pensieri turbinarono
in lei come i tornadi di prima.
Non aveva più nessuno che la legava ad
una casa. Sua madre era morta e suo padre era disperso da troppi anni
per
poterlo considerare ancora vivo. Era un marinaio, purtroppo era fin
troppo
facile che le navi affondassero senza che nessuno sapesse nulla.
Però una possibilità magari poteva
esserci.
Eppure imbarcarsi per cercare il padre
poteva essere sufficiente?
Il tempo per lei sarebbe passato e non
sarebbe mai invecchiata, per lo più non sarebbe potuta scendere a terra
a
lungo, per non parlare dell’amore extra ciurma… che senso aveva poter
amare
solo un membro della ciurma?
Vivere un’intera vita così non era una
passeggiata e loro lo facevano da tutto quel tempo. Parsifal
soprattutto.
Avrebbe voluto essere più impicciona e
chiederle perché dopo tutto quel tempo non desiderasse rifarsi una vita
sua,
come potesse andare avanti in quel modo strano e fuori dal comune,
affrontando
avventure pericolose, rischiando la vita così tanto, rifiutando i
legami,
quelli veri. Però sapeva che sarebbe stata fuori luogo e si era trattenuta.
Il punto era quello, lo realizzò
pensando a come secondo lei dovevano sentirsi gli altri della ciurma,
al dolore
e all’amarezza con cui Akane aveva raccontato tutto.
Dovevano avere l’opportunità di
scegliere.
Era giusto che qualcuno gliela desse.
Smettere con quella vita senza nessuna
implicazione o continuare.
Avevano capito che il galeone era
indistruttibile e che funzionava così, punto e basta, ma non era giusto
che
rinunciassero ad una vita normale.
Se lo chiese appoggiata al timone, con
gli occhi sempre dritti davanti a sé in quello che considerava lo
spettacolo più
bello della natura, il mare.
Era davvero disposta per il sapere e per
dare la possibilità a quella gente di liberarsi, a rinunciare ad una
vita
normale, a terra, con una famiglia comune?
Ed era davvero disposta a subire le
punizioni che potevano arrivare infrangendo qualche regola?
Sembrava una vita libera e piena di
opportunità, quella, ma dopotutto non lo era davvero. Non del tutto.
E lei per la voglia di sapere ed il
desiderio di aiutare quelle persone, poteva rischiare di perdere più di
quel
che non avesse pensato di possedere?
Si girò verso la nave, guardò la gente
indaffarata che si impegnava per qualcosa in cui evidentemente credeva,
li
ricordò poi preda del fenomeno marino di poco prima. Non li conosceva
ma sapeva
che erano brave persone. Ma cosa c’entravano con lei?
Forse che mettendo piede in quel posto
avesse sentito quel richiamo di cui aveva parlato Parsifal? Non proprio
una
voce che diceva qualcosa di specifico, ma una sorta di sesto senso, un
energia
che l’attirava lì, che l’assetava, che la incuriosiva.
Lei lì dentro poteva sapere tutto quello
che una persona normale si sognava di conoscere.
Valeva la pena.
Non sapeva come e perché, ma se lo
sentiva veramente, come un batticuore incessante che andava in
crescendo.
Ne valeva la pena.
E così decise.
Per sé stessa, magari anche per suo
padre, perché no. Ma non solo. Anche per trovare risposte ad ogni
domanda
possibile, per conoscere quella parte estranea di universo che aveva
sempre
ignorato, per sapere quanto quel mondo potesse essere anormale. Per
vedere se c’erano
dei confini, dopotutto.
E per loro.
Per potergli dare la scelta con la presunzione
di riuscire a trovare il segreto di quel galeone.
Per tutto questo, Sike decise di unirsi
alla ciurma.
La cabina delle donne era più piccola
rispetto a quella degli uomini dal momento che il numero era
sostanzialmente
differente.
Dopo aver istruito il giovane di turno
per continuare a portare la nave a destinazione, Sike si concesse di
riposare
su suggerimento del capitano. Era stata una giornata molto dura e un
sano sonno
sarebbe stato l’ideale visto che il giorno dopo avrebbe avuto luogo il
giuramento
e lei sarebbe entrata ufficialmente nella ciurma. Era curiosa di sapere
se
avrebbe sentito qualcosa di specifico, se qualcosa in lei fosse
cambiato
effettivamente, in cosa consisteva quel legame assoluto fra lei,
l’equipaggio e
il galeone…
La sua mente non riusciva a fermarsi,
sebbene il suo corpo fosse parecchio stanco, le sue connessioni
parevano
instancabili.
Tutte le domande che continuavano a
nascergli dentro, la voglia profonda di conoscere ogni singolo membro
della
ciurma e non solo con una formale stretta di mano, ma di sapere anche
tutte le
loro storie, i loro obiettivi, le loro motivazioni, la portava ad
allontanare
il sonno facendo leva sulla sua immaginazione.
Di sicuro tutti avevano subito lutti
pesanti…
Uscita dal bagno pulita e sistemata per
la notte, diede una seconda occhiata più attenta alla cabina.
C’erano un paio di letti, alcuni pieni,
altri vuoti. Erano proprio poche le donne in effetti… pensò a Mikako
con cui
aveva avuto un po’ più di confidenza, anche se non un grande inizio
come
rapporto visto quanto acida le fosse apparsa nei suoi confronti; si
chiese in
quale di quei letti fosse. Magari poteva puntare anche ad una sua
amicizia,
dopotutto il genere femminile era troppo in minoranza perché anche fra
di esso
si facessero le guerre.
Sedendosi in quello che sarebbe
diventato il suo letto, si stupì di quanto comodo fosse e si chiese se
gli
uomini non dormissero in scomodissime brande o magari addirittura in
amache!
Cercando di vedere i visi delle ragazze
che dormivano pacifiche, riconobbe quello di Mikako nella sagoma che le
dormiva
accanto e appena constatò che era lei, la vide muoversi ed aprire gli
occhi.
- Mi spiace, non volevo svegliarti… -
Disse istintivamente sincera a bassa voce. La vide soppesare nel sonno
il
proprio atteggiamento di risposta e quando la vide sorridere appena
dicendo: -
Non fa nulla… - senza nessuna supponenza nella voce, capì che
l’opinione che si
aveva di lei sulle prime era, evidentemente, errata. Come il più delle
volte,
del resto.
Certo era che non aveva digerito molto
il fatto di avere un’altra donna nella ciurma e questo non era
fraintendibile,
ma un sentimento molto chiaro e limpido.
Una prima donna, si disse. Tuttavia
anche le prime donne avevano qualcosa di positivo, da qualche parte.
Non erano di suo gradimento per partito
preso, quella specifica categoria, però era anche vero che doveva
sforzarsi di
conoscerla meglio e ricredersi. Sarebbe stata una delle sue compagne di
stanza
per… bè, probabilmente secoli!
La vide mettere una mano sotto la
guancia e tirare leggermente su la testa per guardarla meglio, si sentì
sotto
esame ma all’ombra della stanza non riusciva a capire che espressione
avesse.
- Che c’è? - Chiese allora con un’evidente
accusa nella voce: come osava fissarla senza dire nulla?
- Non riesci a dormire? - Era vero ma
non ci voleva un genio per capirlo. Però il tono basso con cui l’aveva
detto le
era parso meno pieno di sé, quindi cercò di non essere sgarbata:
- E’ chiaro… - Per lei questo era un
grande passo in avanti, anche se forse qualcuno l’ironia la poteva male
interpretare!
Mikako face un mezzo sorriso che però
non fu visto dalla ragazza ora stesa davanti a lei.
- E’ normale dopo tutto quello che hai
saputo oggi. - Non si sentì più giudicata ed il senso di calma la
invase
evitandole una stupida guerra fra donne per la supremazia territoriale!
- Da quanto sei sulla nave? - Glielo
chiese senza pensarci prima, se l’avesse fatto si sarebbe sentita
ancora tenuta
a distanza da quella ragazza senz’età, però il suo hobby maggiore era
proprio
quello di non riflettere prima di parlare, così fece quello che amava
tanto: si
impicciò dei fatti altrui!
Fu fortunata, evidentemente Mikako era
di luna buona, dopo aver parlato ad Akane.
- Ho preso servizio nel 1878. - Certo
non si sognò di dire più di quel che non avesse chiesto, però Sike
sentendosi
fortunata decise di testare ancora la sua buona stella, e continuò con
le
domande di pura curiosità, senza alcuna malizia dietro se non quella di
sapere
qualcosa in più su di lei.
- E quando sei nata? -
Mikako non ci vide nulla di male, sapeva
che prima o poi sarebbe arrivato quel momento, si stupì che fosse così
presto.
Evidentemente l’idea che aveva avuto di lei era vera.
Era una sveglia e precoce.
- Nel 1856. Avevo 22 anni quando sono salita
sulla nave di Wolfgang e Parsifal. -
La rossa fece un calcolo veloce, quindi
sghignazzando disse divertita:
- Mica male… abbiamo solo 134 anni di
differenza! - Colse la comicità anche la più grande che sorrise a sua
volta.
Non tutti la prendevano così bene, doveva ammetterlo. L’aveva stupita.
- Sei nata nel 1990... - Constatò
allora.
- Già… - Cadde un po’ di silenzio,
allora Sike si decise. Quello di sicuro sarebbe stato l’unico momento
in cui
chiederglielo e lei sapeva sempre cogliere l’attimo con gran
sfacciataggine.
- Come mai sei entrata nella ciurma? -
Mikako sapeva che quella domanda sarebbe
arrivata, se l’aspettava e la ragazza non l’aveva delusa.
Rimase un po’ in silenzio, poi provò l’irrefrenabile
istinto di fumare ma essendo che una delle regole era che non lo si
faceva
dentro al galeone, ci rinunciò seccata. Scacciò i propri bisogni a sua
detta
essenziali e mettendosi più comoda, con le mani incrociate dietro la
nuca dove
i capelli le si arricciavano maggiormente, guardò in alto senza vedere
nulla se
non un buio impenetrabile.
Ed in poco venne trasportata ad un
secolo prima.
- Mio padre era un samurai giapponese di
quelli autentici dell’epoca Meiji. Mia madre, invece, era figlia di un
commerciante portoghese, la sua famiglia viaggiava molto e una volta
capitata
in Giappone, incontrò mio padre e si sposarono. Dalla loro unione
nacqui io. -
Sike si visualizzò il suo viso nella mente, non aveva veri e propri
lineamenti
orientali ma alcuni particolari della sua persona li ricordavano in
effetti… il
corpo minuto, capelli ed occhi neri, lineamenti affusolati, aria
elegante…
probabilmente, però, aveva preso di più dalla madre. - Vivemmo felici
per molti
anni, ero molto legata a mio padre. Da lui ho appreso quanto più ho
potuto
sulla cultura dei samurai, mi insegnò il bushido e l’arte di maneggiare
le
lame. Essendo io una ragazza non potevo usare ufficialmente quel genere
di
armi, soprattutto la katana, ho imparato lo stesso. Lui era molto
bravo. Quelli
sono stati gli anni più belli. - Ci fu una piccola pausa, non mostrò
dolore e
nemmeno potendo vederla in viso, non lo si sarebbe notato. Però lo
provò. I bei
ricordi erano una lama a doppio taglio e quelle, suo padre gli aveva
insegnato,
erano le peggiori. Ma si fece forza e senza mostrare debolezza in
quello che
stava raccontando, proseguì cercando di non perdersi troppo in fronzoli
speculativi e di dire comunque ciò che serviva. - Nel 1877,
l’imperatore Meiji
proibì l’uso della spada facendo così estinguere lentamente tutti i
samurai.
Per tutti loro fu un duro colpo e c’è chi non resse. Era un disonore
troppo
grande non poter portare più la spada che rappresentava tutto, onore,
dignità,
verità e fede. Molti pur di non sopportare tale affronto, si uccisero
tramite
seppuku o harakiri. Mio padre si praticò il primo dei due. - Pausa. Un
impellente bisogno di fumare. Un sospiro. - Mia madre si lasciò
lentamente
morire e nel giro di poche settimane lo raggiunse. Poco dopo me ne
andai, non
ce la facevo più a stare lì, il Giappone mi faceva solo soffrire ed io
non
volevo avere niente a che fare con quel luogo. Andai in Portogallo, il
Paese di
mia madre, nella speranza di riuscire a ricominciare ma mi illusi. Non
sentii
mai mio nemmeno quel posto. Non trovavo alcun motivo per vivere, non mi
sentivo
appartenente a niente e a nessuno.
Mi stavo uccidendo sulla spiaggia,
quando Wolfgang mi fermò. Mi arrabbiai, non sapeva niente di me, come
osava
impedirlo? Che gliene importava?
Mi disse che cercava gente che non aveva
nulla da perdere e nulla da lasciare, che volesse viaggiare oltre ogni
confine
e segreto. Io non volevo, non capivo come quello potesse interessarmi.
Andare
per mare a fare cosa? Fu una cosa che poi mi disse, a farmi capire che
invece
dovevo unirmi a loro.
‘Sei sicura che in tutto il mondo e le
epoche non esista un posto che tu senta tuo?’
Fu così che entrai nel suo equipaggio,
per cercare il mio posto che, devo ammetterlo, ora è questo galeone. La
mia
famiglia è questa ciurma. -
Il silenzio tornò a calare, le sue
parole risuonavano quasi come una melodia malinconica, nella stanza
buia e
nella mente appesantita di Sike. Altre domande le vennero e alcune
avevano
trovato risposta. Trovare un luogo d’appartenenza era una grande
motivazione
per intraprendere un’avventura simile.
No, non si era sbagliata, constatò senza
dire più niente, lasciando che il sonno l’avvolgesse dolcemente. Molti
di loro
avevano una storia tremenda alle spalle.
E mentre scivolava nell’oblio che le donò
sollievo dopo martellanti domande e scelte difficili, si chiese se
dopotutto
era giusto cercare un modo per distruggere quello che per molti di loro
e forse
tutti, ormai era l’unica casa nella quale avrebbero potuto vivere.
Ma vivere per sempre senza mai fermarsi,
poteva davvero chiamarsi vita?
A questa domanda avrebbe risposto lei
stessa una volta intrapreso il suo, di viaggio, con quel galeone che
sapeva
essere meraviglioso per certi versi ed inquietante per altri.