CAPITOLO VII:
MOTIVAZIONI
 
/Nobody’s home - Avril Lavigne/
Le gocce cominciarono a cadere sul mare, ma la furia del vento era ormai lontana, l’acqua stabilizzava la temperatura e le correnti fra cielo e terra scacciando le trombe d‘aria.
In poco tempo i ponti del galeone si bagnarono così come le persone che c’erano sopra, tutte ferme a vedere la scena che si era consumata da poco davanti a loro.
All’andare via del capitano, seguito poco dopo da Mikako, l’equipaggio si rimise in movimento, chi andò in coperta a curarsi le ferite accidentali, chi a stabilizzare vele e funi, chi a riflettere sulle proprie sorti in santa pace.
Vicino al timone ancora nelle mani esperte di Sike che però non lo guidava più, anche se continuava a tenere d’occhio la direzione, c’era Parsifal e poco più in là, seduto sul cornicione in legno, Hitonari. Entrambi i loro capelli si appiattirono sulle loro teste in poco tempo, quelli rossi antigravitazionali di Sike mostrarono il corto taglio grazioso ed originale che le donava molto.
Gli occhi azzurri sempre attenti e concentrati ora erano lontani da lì, non vedevano nessuno realmente mentre la mente le faceva ripercorrere tutte le parole di Akane donandole nuove domande.
Doveva decidere della sua vita lì su due piedi e non si trattava di un lavoro come un altro, bensì di qualcosa di davvero pesante. Come si poteva decidere se diventare immortali? Maledetti, in un certo senso… con vantaggi e svantaggi non trascurabili.
Gente prima di lei aveva preso quella decisione e chissà se se ne erano mai pentiti… forse molte cose non avrebbe ancora potuto saperle ma almeno quello sì.
Si girò verso i due uomini lì accanto e guardandoli uno ad uno, decise di chiederglielo con candore ma anche schiettezza, com’era lei.
- Perché siete entrati qua? E quando siete nati? -
Hitonari fu il primo a rispondere, per lui era più facile. Godendo della pioggia fresca che gli cadeva addosso appiccicandogli anche i vestiti addosso già di loro attillati, rispose con la sua consueta tranquillità ed una certa serenità negli occhi dorati, un colore così strano ed insolito…
- Io sono nato nel 1897, su questo galeone. Mio padre è lo stesso di Akane, si chiamava Wolfgang ed era il precedente capitano. Le nostre madri erano avventure di due porti diversi in anni diversi nei quali lui faceva tappa spesso, saputo che aspettavano figli suoi, le ha prese con se durante il tempo della gravidanza, dopo che siamo nati, ci hanno mollato a lui e se ne sono andate dalla sua vita. Io non ho avuto scelta. Per me è stato più facile. -
Coi ricordi ripercorse la sua infanzia, luci ed ombre come ognuno di loro. Sike non si soffermò molto su di lui poiché come aveva effettivamente detto, non poteva essergli di molto aiuto per sapere come si faceva a scegliere.
Guardò così Parsifal accanto a sé, si scrollò i capelli strafondi e si staccò dal corpo ben modellato la camicia, poi sospirando tornò indietro nel tempo a molti anni addietro. Increspò lo sguardo gentile e chiedendosi cosa potesse dire, si rispose che la verità era sempre la cosa migliore. Non sapeva nascondere nulla e del resto la sua domanda era chiara.
Con un certo dolore di fondo, nonostante gli anni che ormai erano passati, tolse le catene a quello che ormai era il suo passato.
- Sono nato nel 1762 in Francia. Io ero sposato, avevo una famiglia. Io e mia moglie eravamo entrambi nobili, promessi sposi. Ci siamo innamorati subito, era stranissimo per il nostro ambiente. Però cedendo alle nostre passioni, lei è rimasta incinta dopo che avevamo deciso di lasciarci e ribellarci alle nostre famiglie. Non aveva un carattere facile, lei, ed era intenzionata a farsi valere. Un’aristocratica rara, come ne nascono poche in quell’ambiente. Venuto a conoscenza della piccola vita che nasceva in lei, prima che creasse scandalo dicendo a tutti che avevamo già fatto ciò che non si poteva prima del matrimonio, volli prendermi le mie responsabilità e sposarla. Se si fosse saputo quel che avevamo fatto e che addirittura ci lasciavamo, per lei sarebbe stata la fine nonostante il suo titolo. La convinsi e la sposai, i primi anni fu dura, non andavamo d’accordo e lei era troppo battagliera, cosa davvero insolita per la sua famiglia d’appartenenza, ma poi con l’arrivo della piccola ci innamorammo e tutto cambiò. Dopo poco nacque anche la seconda, poi la terza. Diventammo una bella famiglia affiatata e le mie tre figlie erano unite, allegre e vivaci. Come tutti i bambini, immagino. Non le facevamo mancare niente, ci sembrava di toccare il cielo con un dito. La prima e la terza facevano a gara a chi ne combinava di più mentre la seconda era la più calma e coccolona.
Non abbiamo mai potuto vederle crescere, svilupparsi, diventare delle donnine, sposarle e diventare nonni.
E mia moglie… bè, non ho mai potuto invecchiare con lei. - Esitò. Chiuse le labbra e con occhi tremendamente tristi ed un dolore senza tempo che mai poteva affievolirsi, proseguì guardando l‘orizzonte non più tempestoso, il mare rimaneva agitato ma non ai livelli di prima e la pioggia cominciava a calare d‘intensità.
- Scoppiò la rivoluzione, in Francia. Noi eravamo fra quei nobili contro cui il popolo si ribellò e… bè, non penso che sia così impossibile immaginare come andò. Non ebbero pietà di nessuno, eravamo nobili, in fondo. Avevamo terre. - Sospirò ancora, si passò le mani sul viso pallido e fra i capelli bagnati scrollandoseli dalla pioggia. Quanto difficile poteva essere raccontare tutto? Però se Sike doveva capire, era giusto che sapesse tutto. E lui non era capace di raccontare senza scendere nei dettagli… - Invasero la nostra abitazione, si impadronirono di tutto e nonostante noi non li avessimo mai trattati male, i contadini che ci attaccarono non capivano più niente, convinti che anche noi eravamo come tutta la massa e che contribuivamo alla loro rovina. Posso capire lo stato terribile in cui versavano ma io non posso giustificarli, anche se potevano aver ragione a ribellarsi. Dopo averci preso tutto, armi comprese, ed averci imprigionato nella nostra stessa casa, diedero fuoco a tutto con noi dentro. Ci lasciarono morire.
Come riuscii a salvarmi, io? Tutt’ora me lo chiedo. Mi chiedo… come mai quello che per me sarà sempre un angelo, mi salvò. Perché riuscì a salvare solo me mentre ero privo di coscienza.
Costui era Wolfgang. -
Il silenzio fece presa sia in Sike che ascoltava la storia per la prima volta trovandola toccante, drammatica ed affascinante, che in Hitonari che nonostante l’avesse ascoltata già altre volte, trovava sempre bello il momento in cui entrava in scena suo padre. E dopotutto aveva la fortuna di avere molti ricordi con lui, anche se ora non c’era più.
- Wolfgang al tempo reclutava gente per il suo equipaggio. Aveva una nave speciale, diceva, ma che non poteva governare da solo. Le persone che potevano imbarcarsi dovevano essere particolari. Dovevano credere a tutto, essere pronti ad ogni evenienza ma soprattutto non aver niente da perdere, niente che li legasse. Dovevano desiderare la libertà ad ogni costo.
Non so perché mi salvò, però riuscì a farlo solo con me, le altre mie donne, purtroppo, erano rimaste vittima del crollo infuocato.
Inizialmente non volevo vivere e lo mandai via, però mentre mi lasciavo andare una voce in sogno mi disse qualcosa che mi sconvolse e mi fece capire.
‘Conta così poco la vita per te?’
Allora capii… io avevo sempre dato importanza alla vita e non potevano essere state solo parole senza senso. Fu dura, per me, davvero, ma mi tirai su le maniche e cercai Wolfgang.
Da lì diventammo amici, io fui il suo primo ufficiale. Mi spiegò che questa nave costruita da un pazzo era speciale e che donava la vita eterna. Al tempo non sapeva tutte le cose che sappiamo oggi, le più le abbiamo imparate sulla nostra pelle. -
Teoricamente il suo racconto era ormai concluso anche se gli sarebbe piaciuto scendere ancor più nei dettagli parlando del dopo, ma se la sua domanda era sulla motivazione del suo arruolamento, a quel punto doveva essere tutto fin troppo chiaro.
- Ma chi era quella voce? - La curiosità infinita di Sike non poteva certo avere fine e mille domande le vorticarono subito alla mente.
- Non ne ho idea, non la conoscevo. Mi piace pensare che fosse la mia Guida… - Alzò gli occhi azzurri al cielo meno coperto di prima, non pioveva più, il vento era lieve e sospingeva la nave con calma placida.
- Credi in Dio… - Disse fra sé e sé senza aggiungere nulla sull’argomento. Il suo rapporto col Signore non era certo pari a quello che evidentemente aveva Parsifal, però godeva di una buona salute ugualmente. Distraendosi da quel particolare, tornò su ciò che gli premeva selezionando una delle domande che le martellavano in testa: - Ma quindi ti sei arruolato perché Wolfgang ti aveva salvato la vita… - Che più una domanda era un’affermazione.
- Non solo, in effetti… -
- Cioè? - Colse la palla al balzo accendendosi, speranzosa di trovare risposte più soddisfacenti. Il fatto di entrare nella ciurma perché il capitano ti salvava, per lei non era di molto aiuto…
- Mi interrogai sul mio senso della vita. Era vero che ormai non avevo più legami nella terra e che volevo lasciarmi alle spalle il tremendo dolore che avevo provato. Che senso poteva avere la vita, ora? Bè, Sike… io ero molto acculturato e adoravo leggere. Se c’era un argomento che mi aveva sempre affascinato era il Sacro Graal. -
- Il calice leggendario… - Mormorò a fior di labbra affascinata dal termine stesso. Poi realizzò: - Ma cosa c’entra col senso della vita? -
L’uomo sorrise paterno, quindi paziente spiegò:
- Oh, c’entra eccome… ci sono molte teorie sul Graal, io me ne sono fatto una mia. Non penso che sia un vero e proprio calice speciale che dona chissà quale capacità speciale a chi lo trova. Gesù nell’ultima cena usò un calice come un altro e quando morì il suo sangue non fu raccolto proprio da nessuno… però io penso che il Sacro Graal rappresenti un ideale. Il cercarlo per trovare un immenso tesoro e non uno come tanti, uno diverso, che svelerà il segreto della vita. Io credo che rappresenti un ideale. -
- La ricerca del segreto della vita… - Lo sintetizzò Sike capendo ciò che diceva. Non ne sapeva abbastanza da poter dire se avesse ragione o torto, ma non aveva motivo di dubitarne.
Parsifal annuì sorridente con gli occhi che gli brillavano pensando a quello che era diventata la sua ragione di vita appena dopo la disgrazia della sua famiglia.
- E’ complicato da spiegare ma grosso modo è così. Quando avrò trovato una risposta che mi soddisfi, avrò trovato il mio Sacro Graal e sono certo che lo posso trovare solo affrontando tutto ciò che esiste a questo mondo. La risposta sta qua fuori, ma non solo. Nelle epoche. -
Non gli chiese se l’avesse trovato, era evidente che così non era. Si chiese come mai, però, se credeva in Dio si facesse di queste domande ma di sicuro era un problema fra lui ed il suo credo… che di certo era quello più forte rispetto a tutti gli altri.
- Ecco perché ti sei scelto questo nome. - Esclamò rendendosene conto solo ora.
- Non era chiaro? - Sike fulminò Hitonari mettendo da parte le proprie simpatie. Era bello e piacevole, però a volte sapeva essere seccante!
- Devi trovare una motivazione tua. Tutti quelli che sono qua ne hanno una molto forte, tendenzialmente non avevano più nessuno a terra ma non solo. Ognuno ha qualcosa che cerca e che può trovare solo viaggiando nello spazio e nel tempo. Tu devi trovare il tuo qualcosa… -
Le parole con cui concluse la riscossero profondamente facendole capire che aveva ragione. Doveva trovare il suo qualcosa… anche se non sapeva bene in cosa consistesse. Non aveva sogni speciali che si potevano realizzare solo nel tempo e viaggiando ovunque, però sentendo la storia di quel galeone le era venuta una tremenda ed immensa sete di sapere.
Parsifal si eclissò silenzioso facendo cenno ad Hitonari di fare altrettanto e lasciarla sola a riflettere; quando guardò l’orizzonte, una linea dritta che separava cielo e mare, i pensieri turbinarono in lei come i tornadi di prima.
Non aveva più nessuno che la legava ad una casa. Sua madre era morta e suo padre era disperso da troppi anni per poterlo considerare ancora vivo. Era un marinaio, purtroppo era fin troppo facile che le navi affondassero senza che nessuno sapesse nulla.
Però una possibilità magari poteva esserci.
Eppure imbarcarsi per cercare il padre poteva essere sufficiente?
Il tempo per lei sarebbe passato e non sarebbe mai invecchiata, per lo più non sarebbe potuta scendere a terra a lungo, per non parlare dell’amore extra ciurma… che senso aveva poter amare solo un membro della ciurma?
Vivere un’intera vita così non era una passeggiata e loro lo facevano da tutto quel tempo. Parsifal soprattutto.
Avrebbe voluto essere più impicciona e chiederle perché dopo tutto quel tempo non desiderasse rifarsi una vita sua, come potesse andare avanti in quel modo strano e fuori dal comune, affrontando avventure pericolose, rischiando la vita così tanto, rifiutando i legami, quelli veri. Però sapeva che sarebbe stata fuori luogo e si era  trattenuta.
Il punto era quello, lo realizzò pensando a come secondo lei dovevano sentirsi gli altri della ciurma, al dolore e all’amarezza con cui Akane aveva raccontato tutto.
Dovevano avere l’opportunità di scegliere.
Era giusto che qualcuno gliela desse.
Smettere con quella vita senza nessuna implicazione o continuare.
Avevano capito che il galeone era indistruttibile e che funzionava così, punto e basta, ma non era giusto che rinunciassero ad una vita normale.
Se lo chiese appoggiata al timone, con gli occhi sempre dritti davanti a sé in quello che considerava lo spettacolo più bello della natura, il mare.
Era davvero disposta per il sapere e per dare la possibilità a quella gente di liberarsi, a rinunciare ad una vita normale, a terra, con una famiglia comune?
Ed era davvero disposta a subire le punizioni che potevano arrivare infrangendo qualche regola?
Sembrava una vita libera e piena di opportunità, quella, ma dopotutto non lo era davvero. Non del tutto.
E lei per la voglia di sapere ed il desiderio di aiutare quelle persone, poteva rischiare di perdere più di quel che non avesse pensato di possedere?
Si girò verso la nave, guardò la gente indaffarata che si impegnava per qualcosa in cui evidentemente credeva, li ricordò poi preda del fenomeno marino di poco prima. Non li conosceva ma sapeva che erano brave persone. Ma cosa c’entravano con lei?
Forse che mettendo piede in quel posto avesse sentito quel richiamo di cui aveva parlato Parsifal? Non proprio una voce che diceva qualcosa di specifico, ma una sorta di sesto senso, un energia che l’attirava lì, che l’assetava, che la incuriosiva.
Lei lì dentro poteva sapere tutto quello che una persona normale si sognava di conoscere.
Valeva la pena.
Non sapeva come e perché, ma se lo sentiva veramente, come un batticuore incessante che andava in crescendo.
Ne valeva la pena.
E così decise.
Per sé stessa, magari anche per suo padre, perché no. Ma non solo. Anche per trovare risposte ad ogni domanda possibile, per conoscere quella parte estranea di universo che aveva sempre ignorato, per sapere quanto quel mondo potesse essere anormale. Per vedere se c’erano dei confini, dopotutto.
E per loro.
Per potergli dare la scelta con la presunzione di riuscire a trovare il segreto di quel galeone.
Per tutto questo, Sike decise di unirsi alla ciurma.
 
 
La cabina delle donne era più piccola rispetto a quella degli uomini dal momento che il numero era sostanzialmente differente.
Dopo aver istruito il giovane di turno per continuare a portare la nave a destinazione, Sike si concesse di riposare su suggerimento del capitano. Era stata una giornata molto dura e un sano sonno sarebbe stato l’ideale visto che il giorno dopo avrebbe avuto luogo il giuramento e lei sarebbe entrata ufficialmente nella ciurma. Era curiosa di sapere se avrebbe sentito qualcosa di specifico, se qualcosa in lei fosse cambiato effettivamente, in cosa consisteva quel legame assoluto fra lei, l’equipaggio e il galeone…
La sua mente non riusciva a fermarsi, sebbene il suo corpo fosse parecchio stanco, le sue connessioni parevano instancabili.
Tutte le domande che continuavano a nascergli dentro, la voglia profonda di conoscere ogni singolo membro della ciurma e non solo con una formale stretta di mano, ma di sapere anche tutte le loro storie, i loro obiettivi, le loro motivazioni, la portava ad allontanare il sonno facendo leva sulla sua immaginazione.
Di sicuro tutti avevano subito lutti pesanti…
Uscita dal bagno pulita e sistemata per la notte, diede una seconda occhiata più attenta alla cabina.
C’erano un paio di letti, alcuni pieni, altri vuoti. Erano proprio poche le donne in effetti… pensò a Mikako con cui aveva avuto un po’ più di confidenza, anche se non un grande inizio come rapporto visto quanto acida le fosse apparsa nei suoi confronti; si chiese in quale di quei letti fosse. Magari poteva puntare anche ad una sua amicizia, dopotutto il genere femminile era troppo in minoranza perché anche fra di esso si facessero le guerre.
Sedendosi in quello che sarebbe diventato il suo letto, si stupì di quanto comodo fosse e si chiese se gli uomini non dormissero in scomodissime brande o magari addirittura in amache!
Cercando di vedere i visi delle ragazze che dormivano pacifiche, riconobbe quello di Mikako nella sagoma che le dormiva accanto e appena constatò che era lei, la vide muoversi ed aprire gli occhi.
- Mi spiace, non volevo svegliarti… - Disse istintivamente sincera a bassa voce. La vide soppesare nel sonno il proprio atteggiamento di risposta e quando la vide sorridere appena dicendo: - Non fa nulla… - senza nessuna supponenza nella voce, capì che l’opinione che si aveva di lei sulle prime era, evidentemente, errata. Come il più delle volte, del resto.
Certo era che non aveva digerito molto il fatto di avere un’altra donna nella ciurma e questo non era fraintendibile, ma un sentimento molto chiaro e limpido.
Una prima donna, si disse. Tuttavia anche le prime donne avevano qualcosa di positivo, da qualche parte.
Non erano di suo gradimento per partito preso, quella specifica categoria, però era anche vero che doveva sforzarsi di conoscerla meglio e ricredersi. Sarebbe stata una delle sue compagne di stanza per… bè, probabilmente secoli!
La vide mettere una mano sotto la guancia e tirare leggermente su la testa per guardarla meglio, si sentì sotto esame ma all’ombra della stanza non riusciva a capire che espressione avesse.
- Che c’è? - Chiese allora con un’evidente accusa nella voce: come osava fissarla senza dire nulla?
- Non riesci a dormire? - Era vero ma non ci voleva un genio per capirlo. Però il tono basso con cui l’aveva detto le era parso meno pieno di sé, quindi cercò di non essere sgarbata:
- E’ chiaro… - Per lei questo era un grande passo in avanti, anche se forse qualcuno l’ironia la poteva male interpretare!
Mikako face un mezzo sorriso che però non fu visto dalla ragazza ora stesa davanti a lei.
- E’ normale dopo tutto quello che hai saputo oggi. - Non si sentì più giudicata ed il senso di calma la invase evitandole una stupida guerra fra donne per la supremazia territoriale!
- Da quanto sei sulla nave? - Glielo chiese senza pensarci prima, se l’avesse fatto si sarebbe sentita ancora tenuta a distanza da quella ragazza senz’età, però il suo hobby maggiore era proprio quello di non riflettere prima di parlare, così fece quello che amava tanto: si impicciò dei fatti altrui!
Fu fortunata, evidentemente Mikako era di luna buona, dopo aver parlato ad Akane.
- Ho preso servizio nel 1878. - Certo non si sognò di dire più di quel che non avesse chiesto, però Sike sentendosi fortunata decise di testare ancora la sua buona stella, e continuò con le domande di pura curiosità, senza alcuna malizia dietro se non quella di sapere qualcosa in più su di lei.
- E quando sei nata? -
Mikako non ci vide nulla di male, sapeva che prima o poi sarebbe arrivato quel momento, si stupì che fosse così presto. Evidentemente l’idea che aveva avuto di lei era vera.
Era una sveglia e precoce.
- Nel 1856. Avevo 22 anni quando sono salita sulla nave di Wolfgang e Parsifal. -
La rossa fece un calcolo veloce, quindi sghignazzando disse divertita:
- Mica male… abbiamo solo 134 anni di differenza! - Colse la comicità anche la più grande che sorrise a sua volta. Non tutti la prendevano così bene, doveva ammetterlo. L’aveva stupita.
- Sei nata nel 1990... - Constatò allora.
- Già… - Cadde un po’ di silenzio, allora Sike si decise. Quello di sicuro sarebbe stato l’unico momento in cui chiederglielo e lei sapeva sempre cogliere l’attimo con gran sfacciataggine.
- Come mai sei entrata nella ciurma? -
Mikako sapeva che quella domanda sarebbe arrivata, se l’aspettava e la ragazza non l’aveva delusa.
Rimase un po’ in silenzio, poi provò l’irrefrenabile istinto di fumare ma essendo che una delle regole era che non lo si faceva dentro al galeone, ci rinunciò seccata. Scacciò i propri bisogni a sua detta essenziali e mettendosi più comoda, con le mani incrociate dietro la nuca dove i capelli le si arricciavano maggiormente, guardò in alto senza vedere nulla se non un buio impenetrabile.
Ed in poco venne trasportata ad un secolo prima.
- Mio padre era un samurai giapponese di quelli autentici dell’epoca Meiji. Mia madre, invece, era figlia di un commerciante portoghese, la sua famiglia viaggiava molto e una volta capitata in Giappone, incontrò mio padre e si sposarono. Dalla loro unione nacqui io. - Sike si visualizzò il suo viso nella mente, non aveva veri e propri lineamenti orientali ma alcuni particolari della sua persona li ricordavano in effetti… il corpo minuto, capelli ed occhi neri, lineamenti affusolati, aria elegante… probabilmente, però, aveva preso di più dalla madre. - Vivemmo felici per molti anni, ero molto legata a mio padre. Da lui ho appreso quanto più ho potuto sulla cultura dei samurai, mi insegnò il bushido e l’arte di maneggiare le lame. Essendo io una ragazza non potevo usare ufficialmente quel genere di armi, soprattutto la katana, ho imparato lo stesso. Lui era molto bravo. Quelli sono stati gli anni più belli. - Ci fu una piccola pausa, non mostrò dolore e nemmeno potendo vederla in viso, non lo si sarebbe notato. Però lo provò. I bei ricordi erano una lama a doppio taglio e quelle, suo padre gli aveva insegnato, erano le peggiori. Ma si fece forza e senza mostrare debolezza in quello che stava raccontando, proseguì cercando di non perdersi troppo in fronzoli speculativi e di dire comunque ciò che serviva. - Nel 1877, l’imperatore Meiji proibì l’uso della spada facendo così estinguere lentamente tutti i samurai. Per tutti loro fu un duro colpo e c’è chi non resse. Era un disonore troppo grande non poter portare più la spada che rappresentava tutto, onore, dignità, verità e fede. Molti pur di non sopportare tale affronto, si uccisero tramite seppuku o harakiri. Mio padre si praticò il primo dei due. - Pausa. Un impellente bisogno di fumare. Un sospiro. - Mia madre si lasciò lentamente morire e nel giro di poche settimane lo raggiunse. Poco dopo me ne andai, non ce la facevo più a stare lì, il Giappone mi faceva solo soffrire ed io non volevo avere niente a che fare con quel luogo. Andai in Portogallo, il Paese di mia madre, nella speranza di riuscire a ricominciare ma mi illusi. Non sentii mai mio nemmeno quel posto. Non trovavo alcun motivo per vivere, non mi sentivo appartenente a niente e a nessuno.
Mi stavo uccidendo sulla spiaggia, quando Wolfgang mi fermò. Mi arrabbiai, non sapeva niente di me, come osava impedirlo? Che gliene importava?
Mi disse che cercava gente che non aveva nulla da perdere e nulla da lasciare, che volesse viaggiare oltre ogni confine e segreto. Io non volevo, non capivo come quello potesse interessarmi. Andare per mare a fare cosa? Fu una cosa che poi mi disse, a farmi capire che invece dovevo unirmi a loro.
‘Sei sicura che in tutto il mondo e le epoche non esista un posto che tu senta tuo?’
Fu così che entrai nel suo equipaggio, per cercare il mio posto che, devo ammetterlo, ora è questo galeone. La mia famiglia è questa ciurma. -
Il silenzio tornò a calare, le sue parole risuonavano quasi come una melodia malinconica, nella stanza buia e nella mente appesantita di Sike. Altre domande le vennero e alcune avevano trovato risposta. Trovare un luogo d’appartenenza era una grande motivazione per intraprendere un’avventura simile.
No, non si era sbagliata, constatò senza dire più niente, lasciando che il sonno l’avvolgesse dolcemente. Molti di loro avevano una storia tremenda alle spalle.
E mentre scivolava nell’oblio che le donò sollievo dopo martellanti domande e scelte difficili, si chiese se dopotutto era giusto cercare un modo per distruggere quello che per molti di loro e forse tutti, ormai era l’unica casa nella quale avrebbero potuto vivere.
Ma vivere per sempre senza mai fermarsi, poteva davvero chiamarsi vita?
A questa domanda avrebbe risposto lei stessa una volta intrapreso il suo, di viaggio, con quel galeone che sapeva essere meraviglioso per certi versi ed inquietante per altri.