CAPITOLO NONO

L'amore non è quello che i poeti del cazzo vogliono farvi credere. L'amore ha i denti; i denti mordono; i morsi non guariscono mai. Nessuna parola, nessuna combinazione di parole, può chiudere le ferite d'amore. È tutto il contrario, questo è il bello. Se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro. 
-S.King-


Principalmente accadde perché era passata una settimana e loro si sentivano tranquilli. La prima paura di Sebastiano era stata quella che Michele lo capisse immediatamente, solo guardandoli in faccia. 
Quando così non era stato, si erano rilassati, convincendosi che bastasse non farsi vedere troppo vicini per non farsi sgamare. 
Quello che li rese imprudenti fu il fatto che Fabio aveva deciso di tornare al lavoro il giorno dopo, quindi il tempo che avrebbero potuto passare da soli lui e Sebastiano sarebbe diminuito drasticamente. Da un lato era sicuramente una cosa positiva per il lavoro di Sebastiano, visto che da quando stavano assieme era rallentato notevolmente, dall’altro sarebbe stato molto più difficile stare da soli senza dirlo a Michele. Anche perché ormai i punti erano stati tolti, i lividi erano spariti, i genitori di Fabio ormai sapevano tutto e la denuncia stava andando avanti. Le scuse di Fabio per restare a casa dei fratelli stavano diminuendo drasticamente. Le costole facevano ancora male e aveva ancora la fascia che le stringeva, però il medico lo aveva avvertito che sarebbe andata per le lunghe e in ogni caso non giustificavano la sua ulteriore permanenza lì. 
Stavano tirando via giorni con le unghie, lo sapevano entrambi. 
La cosa buffa era che non stavano facendo assolutamente nulla quando Michele li vide. Non stavano facendo sesso, non stavano nemmeno cominciando a farlo, non si stavano nemmeno baciando. 
Non fu quello a tradirli. 
Sapevano che Michele sarebbe rientrato a momenti, quindi si erano rivestiti ed erano tornati in salotto, avevano chiamato la pizzeria per farsi portare la cena e stavano guardando la televisione seduti sul divano. Poi Sebastiano sospirò, occhieggiando Fabio. Non si era più lamentato di quella situazione assurda, dell’indifferenza che dovevano fingere con Michele o delle attenzioni che dovevano avere quando uno dei due decideva di infilarsi nel letto dell’altro durante la notte. Era contento che avesse rispettato il suo volere ma al contempo sapeva che con la sua vigliaccheria stava facendo un torto a tutti, anche a Fabio.
Per questo si avvicinò ulteriormente a lui, appoggiando la testa sull’incavo del suo collo e strofinando il naso contro la sua pelle.
Fabio allungò una mano ad accarezzargli la testa, sorridendo.
-Che c’è?- chiese, piano.
Sebastiano scrollò le spalle, non aveva il diritto di lamentarsi di una situazione che aveva creato lui, quindi non disse nulla.
Fabio però parve capire.
-Riusciremo a trovare lo stesso il tempo per stare assieme, vedrai. Ora che Michele sta con Gin starà a casa meno anche lui, soprattutto adesso che ci sarò anche io ad aiutarlo al bar e lui quindi sarà meno stanco. Adesso Gin non ha più esami, per cui avranno più tempo per
stare assieme. E poi puoi uscire con noi qualche volta, no? I tuoi amici non si offendono se ti rubiamo un po’ ogni tanto- concluse, passandogli un braccio attorno alle spalle e stringendolo a sé. 
Quando Michele entrò in casa non lo sentirono perché Sebastiano era troppo occupato a ricordare il momento in cui Fabio aveva imparato a conoscerlo così bene, riuscendo a tirarlo fuori dai momenti in cui si incantava su pensieri tristi. Fabio invece era occupato a posare le labbra sui capelli di Sebastiano, baciandogli piano la testa mentre il compagno continuava a tenerla premuta contro il suo collo.
Non stavano facendo niente, ma era l’atmosfera che si respirava ad essere così intima da non lasciare dubbi sulla natura di quello che li legava.
-Ma cosa…- si lasciò sfuggire Michele, bloccandosi sulla soglia del soggiorno. Per lui era lampante, chiaro e preciso come uno schiaffo in pieno volto.
Suo fratello non si avvicinava mai così a nessuno che non fosse lui. Fabio non coccolava mai nessuno, lui non sopportava qualsiasi contatto superiore alle pacche sulle spalle. E poi il modo in cui Sebastiano nascondeva la testa sul collo di Fabio, il modo in cui quest’ultimo gli baciava i capelli, con devozione quasi, non lasciava davvero adito a dubbi.
I ragazzi si staccarono precipitosamente, dando ulteriore conferma a Michele delle sue ipotesi. Solo che ora guardando l’espressione di Sebastiano non poteva più chiamarle ipotesi.
-Da quanto tempo?- chiese con voce pericolosamente bassa. 
Vide Sebastiano sbiancare e si stupì di non provare nulla. 
-Non è come…- tentò di iniziare Sebastiano, ma fu subito interrotto dal fratello, che alzò una mano.
-Ti prego. Non prendermi per stupido. Per me potete fare quello che volete. Non siamo spostati, non mi hai tradito. Né tu né lui- disse, indicando Fabio col mento.
-Quindi non c’era bisogno di nascondermi nulla, e non c’è bisogno di negare adesso- concluse, con una voce fredda che stupì lui stesso per primo. 
-E ora devo vedermi con Gin, scusate.- 
Uscì dalla porta com’era entrato, in silenzio e velocemente. 
Quando fu uscito Fabio si azzardò a lanciare un occhiata al compagno.
-Non riesco a capire come l’ha presa- mormorò, senza tentare di avvicinarsi perché sapeva che in quel momento Sebastiano l’avrebbe mandato via. 
-Male- sospirò lui, abbassando la testa: -Se non urla e non tenta di capire vuol dire che l’ha presa davvero male.- 
Si alzò dal divano a sua volta, ignorando lo sguardo di Fabio che lo seguiva, preoccupato.
-Ho bisogno di stare solo- disse soltanto, uscendo dalla stanza sotto lo sguardo impotente e ferito di Fabio.
Era una situazione difficile e orrenda ed era lui che l’aveva creata. 
Non riusciva a fare a meno di pensarci. 

Sebastiano ancora non usciva di casa, se non lo stretto indispensabile. Stava chiuso nel seminterrato e continuava a scrivere frasi discutibilmente tragiche sulle pareti, ma Michele sapeva che era il suo modo per sfogare la paura che ancora aveva, quindi non diceva nulla. Però aveva ripreso a disegnare e questa Michele la riteneva una cosa decisamente positiva. Suo fratello con una matita in mano era invincibile; era seriamente convinto che per lui fungesse da bacchetta magica o una cosa del genere. 
Forse per questo aveva rischiato di perdersi per sempre, perché in seguito alla morte di sua madre non aveva più toccato una matita o un pennello. 
Quando tornò a casa era piuttosto tardi rispetto al solito. 
Trovò Sebastiano in cucina, che occhieggiava la porta ansioso, aspettandolo. Nel frattempo si stava muovendo frenetico, affancendandosi fra i fornelli e prendendo cose a caso nel frigo o negli stipetti. 
Aveva avuto una pessima giornata, era stanco, irritato e vagamente triste, però la vista di suo fratello così attivo lo sorprese. 
Di solito era così solo quando disegnava.
-Ma cosa fai?- chiese senza nemmeno salutare.
Sebastiano sussultò e si voltò subito, rischiarando il viso e scoccandogli un sorriso enorme. 
-Cucino- rispose con voce leggera, quasi non volesse darvi peso, o che ne desse Michele. 
-Com’è andata oggi? Hai una faccia orribile- chiese poi, guardandolo incuriosito.
-Si può sempre contare su di te per un po’ di sano conforto- ironizzò Michele, per poi scuotere la testa:
-E comunque non pensare di distrarmi. Cosa vorrebbe dire cucino? Tu odi cucinare! Potresti far scoppiare la casa o so io cosa! Vuoi che ci riduciamo a vivere sotto un ponte?- continuò, ignorando lo sguardo cupo di suo fratello.
-Piantala. Il fatto che tu non mi abbia mai visto non vuol dire che io non sia capace! Come pensi sopravvivessi a Venezia? D’aria?- borbottò, per poi accorgersi che suo fratello lo stava fregando, sviando la sua attenzione appositamente per non rispondere alla sua domanda. 
Sia mai che ci riuscisse, Michele non era mai stato capace di nascondere nulla a Sebastiano.
-E comunque- riprese, facendogli il verso :-Non sperare tu di distrarre me! Che succede?- chiese, il tono che si addolciva ponendo la domanda.
Per un attimo Michele rimase fermo a guardarlo, totalmente stupito. 
Fin dall’inizio aveva provato una vaga sensazione di risonanza, come se avesse dovuto afferrare qualcosa dal primo momento. 
Solo adesso capiva cosa.
Sebastiano era davvero preoccupato per lui, gli stava parlando come una volta, quando Michele era triste o aveva paura e lui lo consolava. Era una sensazione così distante nel tempo, era così difficile rapportarla al Sebastiano degli ultimi tempi, che per un momento davvero non seppe come comportarsi.
Poteva davvero fidarsi a lasciarsi andare? 
Sebastiano parve capire cosa si agitava nella sua testa, si avvicinò a lui, gli angoli delle labbra sollevati in un sorriso accennato.
-Non rientri mai così tardi, per questo stavo cucinando. Ingannavo il tempo. Ho pensato che rientrando saresti stato felice di non doverlo fare tu- disse.
Era preoccupato e aveva voluto fare qualcosa di carino per dimostrargli che un motivo per tornare l’aveva, che lui era lì e che poteva fidarsi. 
Di nuovo.
Quando lo capì a Michele si strinse un po’ il cuore e lo stupido litigio con Fabio venne spazzato via. Fu come se qualcuno avesse tagliato una fune tenuta troppo tesa, troppo a lungo. Le spalle si abbassarono di scatto e un respiro più profondo degli altri sfuggì dalle sue labbra.
Non era più solo adesso.
Non lo sarebbe stato mai più.
Aprì la bocca per rispondere e dovette schiarirsi la gola, la voce uscì un po’ roca:
-Ma niente. Fabio, sai il ragazzo che lavora con me, ha fatto una cazzata e io l’ho ripreso, solo che evidentemente non gli è piaciuto essere sgridato da me e mi ha ribadito il fatto che il capo è lui. Quando gli ho detto che non era affatto il capo ma solo il figlio dei capi, non ha gradito molto- 
Già mentre ne parlava gli sembrava che fosse una sciocchezza in paragone ai motivi per essere tristi che aveva solo un mese fa. 
-Immagino- rispose Sebastiano, anche se non sembrava molto partecipe della sua irritazione, quanto più… divertito?
-E che ha fatto?- chiese poi, con un luccichio negli occhi. No no, non gli era solo sembrato, era proprio divertito lo stronzo!
-Mi ha lanciato un bicchiere d’acqua addosso! Ma ti pare? Siamo in pieno Gennaio cavoli! Avrei potuto beccarmi una Broncopolmonite con principio di Pleurite!- proseguì Michele con un tono decisamente petulante.
A questo punto Sebastiano non riuscì a trattenere le risate.
-Cioè: ti ha lanciato davvero un bicchiere d’acqua addosso? E sei arrivato tardi per questo? Per asciugarti?- riuscì a dire fra le risate.
Michele lo guardò, un sopracciglio inarcato fino all’impossibile e una smorfia stizzita sul viso. 
- Sì e non ci trovo niente da ridere! Lo stronzo ha pure avuto il coraggio di puntarmi il dito contro e ridere sbraitando qualcosa sul fatto che avevo l’espressione più ridicola del mondo-
Sebastiano rise ancora più forte. Michele si irritò sempre di più.
Poi il fratello, a fatica, riuscì a smettere, anche se brevi singulti ancora gli scuotevano le spalle ogni tanto.
-Hai finito?- chiese Michele, tediato.
-Quasi- rispose l’altro, asciugandosi una lacrima sfuggita per il troppo ridere.
Poi la sua espressione mutò e Michele si fece attento. 
Era sempre attento quando aveva quell’espressione lì, perché sapeva che era importante quello che stava per dire.
-Scusa… però è bello che tu ti arrabbi così per questo. Voglio dire, è una stupidata e tu solo un mese fa non ti saresti nemmeno accorto di Fabio che faceva una cazzata al lavoro, eri troppo preso da… altro. Il fatto che ora tu ti sia incazzato così vuol dire che ne stiamo uscendo. Vuol dire che c’è spazio per altra rabbia, per altro dolore, per altra paura. Non importa che faccia male sul momento, stiamo riprendendo a vivere, forse è giusto che faccia male. Forse farsi male vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta perché prima era un dolore continuo, no? Non avremmo notato la differenza. Se una parola o un atteggiamento ti ferisce o ti indispone, vuol dire che prima non lo eri. Vuol dire che non vivi più in un dolore costante in cui una piccola sofferenza in più vuol dire soltanto aggiungerne altro e tu quasi non te accorgi, perché la differenza tra lo stare bene e stare male non te la ricordi più. Vuol dire che ora questa differenza la sai- 
Michele rimase fermo a guardarlo, incapace di trovare qualcosa da dire.
Sebastiano era preoccupato per lui, stava bene ed era preoccupato e gli parlava come una volta, era tornato l’unico capace di farlo uscire dalle sue paranoie e dai suoi momenti bui, era tornato il fratello per cui sarebbe morto. 
-Non me ne andrò più da nessuna parte. E anche se dovessi farlo, tornerò sempre- sussurrò Sebastiano, accarezzandogli delicatamente una guancia.
Michele lasciò andare un sospiro, appoggiando la testa alla sua mano. Erano le parole che avrebbe sempre voluto sentire, e anche se adesso non riusciva a crederci fino in fondo, sperava che prima o poi sarebbe riuscito a farlo. 
Ognuno aveva le proprie battaglie da affrontare, e non era mai stato facile per nessuno andare avanti. Ma se Sebastiano continuava semplicemente ad esserci, allora forse avrebbero vinto anche questa. 
E questo fu il giuramento che fecero i due fratelli. 

Era uno strano gioco al massacro quello che stavano giocando i due fratelli.
Facevano finta che non fosse successo nulla, comportandosi fra loro come al solito, o almeno tentando, mentre con Fabio avevano reazioni estremamente simili. 
Michele gli parlava con fredda cortesia, mostrandosi gentile e rispondendo alle sue battute come al solito, ma si rifiutava di parlare di qualsiasi argomento serio o più profondo dell’ultima partita del Milan. Questo comprendeva la denuncia di Fabio con le relative conseguenze, Ginevra, Sebastiano. Soprattutto Sebastiano.
Evitava ogni riferimento, non lo nominava nemmeno per sbaglio, e quando Fabio provava ad iniziare il discorso lui glissava, scappando altrove. In sostanza era una situazione decisamente insostenibile, anche perché Michele era il suo migliore amico e si stava comportando come un conoscente occasionale. 
Con Sebastiano andava anche peggio. 
Ora che aveva ripreso a lavorare praticamente non lo vedeva mai. Tornava a pranzo e lui era chiuso in camera, tornava la sera ed era la stessa cosa. Sembrava avesse messo le tende nel seminterrato. 
Sapeva che Sebastiano aveva tentato di parlare a Michele, li aveva sentiti una sera: o meglio, aveva sentito le urla di Sebastiano e il silenzio gelido di Michele. Con lui nessuno dei due parlava, quindi non sapeva niente. Però da quella volta Sebastiano aveva preso ad evitarlo con una costanza e un efficienza che aveva del sovrumano. 
E lui questa situazione non la sopportava per niente. Se i due fratelli avevano deciso di giocare al massacro potevano farlo da soli, lui non era il tipo che stava in silenzio ad aspettare che la situazione si calmasse; non sarebbe riuscito a sopportare un minuto di più il silenzio gelido che si respirava in quella casa.
Non aveva immaginato che potesse finire così, non aveva considerato l’ipotesi che il compagno potesse chiudersi in se stesso al punto da rifiutare persino di aprirgli la porta della camera. 
Aveva preso una dannata chiave e aveva sbarrato la porta, aveva del patologico una cosa del genere. 
Era tre giorni che questa situazione andava avanti e lui aveva già i nervi a pezzi. Non era abituato a non fare nulla, ma sembrava che fosse l’unica cosa che potesse fare. Quindi decise di reagire a modo suo, per tentare di sbloccare lui stesso quella situazione.
Stava cenando con Michele, in silenzio. Ogni tanto l’amico occhieggiava la porta per vedere se suo fratello si faceva vivo, e quando tutto taceva metteva su un espressione che era un concentrato di sollievo e delusione davvero difficile da districare. 
-Domani torno dai miei- 
Disse Fabio, la voce dura e lo sguardo ancora di più. Michele alzò lo sguardo, stupito.
-Non mi sembra un modo di fare corretto- disse solo, posando la forchetta.
Fabio a quel punto scoppiò. 
-Non mi frega un cazzo del modo giusto! Voi certamente non lo sapete visto il comportamento di merda che avete. Sei ancora il mio migliore amico o no?Non voglio rubarti il fratello, non voglio ammazzarlo, non voglio nemmeno farlo soffrire, Cazzo! Sembra che io abbia compiuto qualche omicidio orrendo invece di stare col ragazzo che amo. E ora quel coglione si comporta in questo modo assurdo e io non ce la faccio più, chiaro? Sto impazzendo, quindi me ne vado prima di uccidervi davvero. E ora andate tutte e due a ‘fanculo- concluse con gli occhi lucidi, le urla che avevano costellato il suo discorso erano scemate in un tono stanco; l’avevano logorato quei giorni, l’assenza di Sebastiano, la freddezza di Michele.
Si alzò dalla sedia e si avviò fuori dalla stanza.
- Sarete contenti adesso. Per quello che ve ne frega- mormorò.
Sebastiano doveva sicuramente averlo sentito urlare, ma non era intervenuto, non era salito, non aveva fatto nulla. 
Era ancora peggio che se l’avesse lasciato chiaramente. 
Non prese nulla di quello che aveva lasciato lì, non ce l’avrebbe fatta. Aprì la porta di casa sperando fino all’ultimo che uno dei due lo fermasse, ma non accadde. Michele stava fermo sulla soglia della cucina, e solo all’ultimo vide Sebastiano che lo guardava, in mezzo al salotto. Gli occhi sgranati come se solo alla vista del suo viso stanco ed esasperato, solo all’udire le sue urla, avesse capito quanto esattamente gli stesse facendo male. Solo ora che se ne stava andando. Alzò una mano, come per fermarlo, ma a quel punto Fabio non ce la faceva davvero più. Non aspettò, sbatté la porta dietro di sé e cominciò a camminare. Casa sua era abbastanza lontana ma una camminata di certo gli avrebbe fatto bene. Sentiva ancora le lacrime premere contro le ciglia ed era assurdo perché i due fratelli erano dei coglioni e non pensava ci fosse nulla di male nell’essersi innamorati. E invece aveva perso in un colpo solo sia il suo migliore amico che il fidanzato. 
Davvero perfetto.
Non aveva fatto nulla per fermarlo. Questa era l’immagine che gli premeva il cervello, così forte da minacciare di farlo esplodere. 
Sebastiano era lì e non aveva fatto nulla. 
Sapeva cosa avrebbe dovuto fare, sapeva che se l’avesse seguito, se l’avesse abbracciato, se glielo avesse chiesto, lui sarebbe rimasto. E invece non aveva fatto nulla e sapeva che sarebbe stata questa l’immagine che avrebbe portato via con sé. 
Sebastiano immobile in mezzo al salotto. 
Si sedette sul gradino di un negozio, il sole stava lasciando il posto alla sera e il crepuscolo allungava le sue ombre sulla città.
Non voleva davvero piangere ma quando si premette i pugni sugli occhi, per impedire alle lacrime di uscire, non poté fare a meno di pensare che lui ci aveva creduto davvero, che potesse funzionare. Aveva creduto in Sebastiano, aveva creduto di aver trovato finalmente un posto dove stare, la felicità. E invece si ritrovava con un pugno di mosche, con tanti ricordi che pungevano come spine e le lacrime che finalmente uscivano. 
Singhiozzò rannicchiato su sé stesso, sperando che Sebastiano arrivasse. 
Ma non fu lui a trovarlo. 
Una mano gentile si posò sulla sua spalla, discreta, quasi sapesse che non sopportava essere toccato, soprattutto quando si stava mostrando debole come in quel momento. 
-Hei- disse una voce sottile che riconobbe subito.
-Gin- esclamò stupito, alzando il viso rosso e bagnato.
-Michele mi ha chiamata non appena tu sei uscito. Io gli ho urlato di tutto e poi sono uscita a cercarti. Quei due sono davvero degli idioti, lo so- disse, e per la prima volta da tre giorni un sorriso si aprì sul viso di Fabio. 

La casa di Ginevra era elegante e discreta come lei. Piccola ma accogliente, le tonalità del blu facevano da padrone, dalle piastrelle della cucina al divano dove erano seduti. Lei gli aveva piazzato una birra ghiacciata in mano e ora che la stava sorseggiando sentiva che poteva quasi dire di stare meglio. 
-Coraggio- disse Ginevra, sorridendogli dolce -Sfogati. So che tenere tutto dentro per questi tre giorni ti avrà fatto impazzire.-
Fabio piegò gli angoli della bocca in un sorriso debole, Ginevra lo conosceva bene. Era una ragazza discreta ma attenta, non si immischiava mai in situazioni che non le competevano. 
Essere la ragazza di Michele, tuttavia, le dava il diritto di immischiarsi. Ma era un intrusione così delicata da non dare fastidio.
-Non so Gin. È tutto un casino. Michele mi tratta come se fossi un estraneo e Sese peggio. Non mi parla nemmeno, mi evita e lo so che ho un carattere del cazzo ma non riesco a stare in una situazione del genere. Non penso di meritarlo, non penso di aver fatto nulla di male.-
Sentì la ragazza sospirare e bevve un sorso di birra.
Sapeva che era in arrivo una paternale, ma da lei poteva accettarla. Anzi gli sembrava quasi di volerla, perché lui dentro quella situazione ci stava così male da aver perso tutta la sua già poca obbiettività. 
Il parere di Ginevra forse sarebbe stato decisivo.
-Penso che non ci siano colpe né meriti, in questa storia. Come nella maggior parte dei casi- esordì lei: - Michele è venuto da me immediatamente, non appena ha scoperto di voi due, e devo dire che non mi ha sorpresa per niente. Era chiaro a tutti che vi morivate dietro a vicenda- ridacchiò della faccia sorpresa del ragazzo - Andiamo, era davvero palese! Comunque era sconvolto e non sapeva cosa fare, sono stata io a dirgli di prendersi un po’ di tempo per metabolizzare la notizia.- si morse un labbro, assumendo un espressione triste. Fabio era pronto a scommettere sulla sua buona fede, solo che si stava infilando in una situazione più grande di lei, più grande di tutti loro.
-Mi dispiace che abbia seguito il mio consiglio in questo modo distorto. Non voleva finire per scoppiare e urlare contro voi due, stava cercando di trattenersi per accettare la cosa e ha finito per far male a tutti, se stesso per primo- 
Fabio la guardò, in silenzio. Non aveva mai pensato alla questione sotto quel punto di vista.
-Riguardo Sebastiano non so dirti molto, ma da quello che mi dice Michele, quando sta male tende a diventare egoista, a non considerare che anche gli altri soffrono e a chiudersi in se stesso. Un comportamento molto comune se ci pensi. Tutto il dolore è egoista. Penso che stesse così male e avesse così paura che non ha pensato a quanto ti stesse facendo soffrire.- 
Il ragazzo posò la birra, dopo averla finita con un lungo sorso. 
Era vero, Sebastiano era così. Si perdeva nella sua testa, soffriva, e non si rendeva conto che anche gli altri stavano male, non si rendeva conto di quanto stesse lentamente uccidendo chi gli stava vicino. Con Michele si era comportato così e aveva visto quanto il ragazzo era stato sul punto di spezzarsi per sempre. 
Ginevra continuò a parlare:
-Tu invece sei impulsivo e non pensi.- 
Rise dell’espressione corrucciata che aveva assunto il viso di Fabio, posandogli una mano sulla spalla per fargli segno di farla continuare.
-Se avessi pensato avresti capito che stavano cercando di affrontare la cosa a modo loro e che dovevi solo dargli tempo, perché Michele ti vuole bene, ti adora letteralmente e da quel che ho capito anche Sebastiano. Devono risolvere la cosa fra di loro e finché non l’avranno fatto non c’è nulla che tu possa fare. Andandotene così hai solo fatto precipitare le cose, costringendoli a parlare di una cosa che ancora non sono pronti ad affrontare- 
Fabio rimase in silenzio un lungo attimo, l’analisi della ragazza era precisa ed esauriente. Si vedeva che stava studiando psicologia. 
-Non so se incazzarmi o darti ragione- 
Lei sorrise, alzandosi dal divano per prendergli un’altra birra. Si era trasferita lì per studiare, i suoi genitori erano benestanti e le avevano comprato quell’appartamentino, per cui viveva da sola e sembrava in genere molto più matura di tutti loro. 
-Puoi anche fare entrambe le cose- rispose lei, porgendogli la birra già aperta. 
-E puoi dormire qui questa notte. So che odi far preoccupare i tuoi, e capitare a casa all’improvviso con quella faccia lì non è il massimo- 
Fabio la guardò, adorante. Peccato solo che fosse una donna.