Anche questo è amore

Bello l'eroe con gli occhi azzurri dritto sopra la nave,

ha più ferite che battaglie, e lui ce l'ha la chiave,
Ha crocefissi e falci in pugno e bla bla bla fratelli,
ed io ti ho sollevata figlia per vederlo meglio,
io che non parto e sto a guardarti
e che rimango sveglio. (Vecchioni)

La notte ha il profumo dolce ed intenso dei gelsomini che riempiono il nostro giardino e ricoprono il pergolato, l'aria sembra quasi accarezzarti e, lentamente, sento che sto scivolando nell'abbraccio del sonno.
Dentro fa troppo caldo e dormire qui, nel dondolo che papà ha comperato tanto tempo fa, ormai è diventata una necessità più che un'abitudine.
Le nostre due gatte si sono messe ai loro soliti posti, una a destra e l'altra a sinistra del dondolo, comodamente distese, mentre la candela alla citronella cerca di allontanare le zanzare.
I cani fanno buona guardia davanti al cancello e tutto tace.
Ed è in questo momento di estrema pace e serenità che mi torna alla mente la scena che ho visto prima di scendere giù, un'ora fa circa.
Le lacrime tornano ad affaccirasi e mi rendo conto che, fino a che io vivrò, non riuscirò mai a dimenticare quel momento.
Mai.
Non so perchè ma, mentre stavo passando davanti alla camera di mia sorella ho rallentato il passo fino a fermarmi, per infilare la testa e guardare quello che stava accadendo.
La cosa strana è che, senza ombra di dubbio, posso affermare che è la prima volta che io faccio una cosa del genere.
Mia sorella Katia ha sedici anni e a causa di una rarissima malattia ha smesso di crescere all'età di sette anni.
Katia, tra l'altro, ha gli arti atrofizzati, sia inferiori che superiori e non riesce ne a camminare ne ad occuparsi di se stessa, mentre il suo cervello funziona perfettamente e sa tutto quello che le sta accadendo.
Sa che non riuscirà ad arrivare ai vent'anni perchè il suo cuore è un muscolo, come tutti gli altri muscoli che non cresceranno più, e si sta atrofizzando lentamente.
Non ho mai voluto sapere i particolari, troppo sconvolta da quello che le stava accadendo.
Non so il nome della sua malattia ne il perchè le cure sono tutte inutili.
Non l'ho mai abbracciata perchè il pensiero di perderla mi è insostenibile.
Non ho voluto affezionarmi a lei per non morire dal dolore quando se ne sarebbe andata.
Per questo è stato davvero incredibile che io mi sia fermata davanti alla sua porta semiaperta e ci abbia infilato la testa per guardare dentro.
Forse quello che mi ha attirato li è stata la voce dolce di mio padre,che stava leggendo un libro.
Ho sempre evitato di farlo.
Di cambiarmi mentre loro erano li dentro.
Loro, mamma e papà.
Ho sempre cercato di non ascoltarli mentre parlavano con Katia e solo Dio sa quanto è stato difficile, quanto mi è costato.
E' stato come camminare su una lastra sottile di ghiaccio, convincendomi, nello stesso momento, di essere invece su del cemento armato.
Questa sera non ce l'ho fatta.
La voce di mio padre era così calma, così pacata che, lentamente, ha fatto rallentare i miei passi fino a fermarli, fino a farmi battere il cuore in quella maniera così assurda, così pericolosa.
Era seduto nella sua poltrona, accanto al letto di Katia, e aveva in mano un libro fantasy che, se non sbaglio, parlava di draghi, i preferiti di mia sorella: "Eragon".
\\Per essere una che non vuole avere niente a che fare con Katia sai molte cose su di lei\\
Una fitta improvvisa mi attraversò il cuore, tanto da farmi piegare in due.
Mi appoggiai a terra, restando nascosta dalla sicurezza della grande porta, mentre non mi perdevo una sola sillaba di quello che stavano dicendo.
La voce di mio padre continuava a parlare, creando echi preoccupanti nella mia mente:
- Sai tesoro, ricordo che qualche anno fa, giusto una ventina ...vedo che la cosa ti fa ridere – mia sorella fece udire la sua risata e io sentii che gli occhi si riempivano di lacrime ,
-dicevo, circa una ventina di anni fa io e tua sorella andavamo spesso a vedere le navi che partivano, al molo.
Lei adorava guardare le grandi navi o le piccole imbarcazioni che lasciavano il porto e prendevano il largo, con i loro sogni e le loro speranze e io le raccontavo delle mie avventure, quando solcavo anche io le onde con la mia nave.
Mi ascoltava, incantata e non voleva che mi fermassi.
Sarebbe stata ore ed ore ad ascoltarmi.-
La mente si affollò di ricordi che, ormai, non potevo più arginare.
Papà era un capitano di marina e, quando diventò padre, quando nacqui io lasciò il mare per noi, per poter "crescere" e vivere con la sua famiglia sempre, 12 mesi all'anno.
Io ascoltavo rapita i suoi racconti e non riuscivo a capacitarmi del perchè lui avesse lasciato il mare.
Ma come...era giovane, bello, nel cuore della sua vita e...lasciava tutto così, per la famiglia?
Era mio padre e lo adoravo ma, nello stesso momento, non riuscivo a comprenderlo.
Quanti suoi colleghi, pur diventando padri, restavano nella marina?
Allora non capivo e non posso dire che, crescendo, le cose cambiarono.
-Eh si, mentre io parlavo e raccontavo le mie avventure condite con un po' della solita cara esagerazione che ogni genitore mette nelle sue storie lei sognava ad occhi aperti e mi vedeva bello, un eroe con gli occhi azzurri dritto sopra la nave, con più ferite che battaglie...e non ridere, ti ho già detto che ho esagerato! L'unica ferita che mai mi sono fatto mentre navigavo è stata quando ho rotto il pollice...non ti dico come se no mi prendi in giro per un mese -
Katia continuava a ridere ancora con la sua voce un po' rauca.
Parlare, per lei, è una sofferenza vista la debolezza delle sue corde vocali ma le lacrime che mi inondavano il viso avevano atteso troppo tempo e, ormai, non riuscivo più a fermarle.
Arrivò, lancinante e veloce, un ricordo che rimaneva sopito, in me, ad una profondità tale da risultare quasi introvabile.
Quasi appunto.
Ero nella casa al mare della nonna, papà e mamma erano in ospedale con Katia ed io mi ero addormentata appoggiata alla finestra della mia camera, mentre stavo guardando il temporale che tanto mi affascinava.
Ho sempre amato i temporali, la forza devastante della natura non mi ha mai spaventata e anzi, aveva un potere molto rilassante su di me.
Papà diceva sempre che avevo il mare nel sangue e che ero nata per navigare, come lui e quella notte, mentre fuori la pioggia e i fulmini erano diventati le uniche forme di vita, sognai di partire anche io con lui.
Ero su un veliero antico e le vele spiegate fendevano la corrente volando quasi tra le onde.
Potevo sentire gli spruzzi sul viso e avevo le mani scorticate, mentre stavo tendendo, con tutte le mie forze, una fune per assicurarla bene.
Ridevo dalla gioia e sentivo la presenza calma e pacata di mio padre accanto a me mentre mi diceva cosa dovevo fare, i gesti sicuri e misurati, fermi e decisi.
Mi svegliò la nonna quando mi prese in braccio per portarmi a letto.
Disse che avevo la mano stretta a pugno così forte da risultare quasi impossibile aprire, la stessa mano che, nel sogno, aveva stretto la fune.
La voce di mia sorella mi riportò bruscamente al presente, togliendomi quel po' di fiato che ancora rimaneva nei polmoni:
-Papà...perchè Sammy non ha fatto il marinaio? Sarebbe diventata un grande capitano...-
Mi alzai in piedi cercando di recuperare una respirazione accettabile, mentre la sua domanda trovava echi distorti in me.
- Per colpa mia tesoro, soltanto per colpa mia...-
allora lasciai la sicurezza del mio nascondiglio per avvicinarlo, inginocchiandomi davanti alla poltrona dove era seduto.
Sentii lo sguardo dolce di Katia che mi guardava, per nulla stupita di vedermi li.
La prima volta che entravo nella sua camera.
- Non è vero papà, non è stata colpa tua, sono stata io che non ho avuto il coraggio di realizzare il mio sogno ...-
Lui cercò di fermarmi ma io glielo impedii e continuai decisa, anche se stavo piangendo come mai, davanti a lui, aveva fatto, nemmeno da bambina:
- Non riuscivo a capire perchè avevi sacrificato alla famiglia tutta la tua vita, credevo che navigare fosse il tuo sogno più grande e tu lo avevi tradito. Perchè mai dovevo essere io a realizzarlo? E se avessi fatto poi come te? E se anche io mi fossi arresa? E' stata colpa mia papà, la tua unica colpa è stata quella di amarmi troppo...- mi asciugò le lacrime con le dita impedendomi di continuare - Eri solo una bambina, non potevi capire, ero io l'adulto tra noi ...mi dispiace tesoro, non sono stato capace di proteggerti da te stessa -
Ritorno al presente mentre sento che il sonno sta prendendo, davvero questa volta, il sopravvento.
Sembrava una giornata come tutte le altre, una di quelle dove non accade nulla di nuovo.
Chi mai avrebbe potuto dire che, oggi, avrei sciolto, definitivamente, l'ultima catena che mi teneva ancorata al fondo del mare?
Adesso potrò togliere l'ancora, spiegare le vele e salpare via, verso nuove e meravigliose avventure.
Grazie anche a te, sorellina mia.

\\Francesco si avvicina lentamente al dondolo dove sua figlia si è appena addormentata e la guarda, serio, concentrato quasi.
Come a carpire anche gli ultimi segreti che la sua anima non è riuscita a dire.
Soltanto quando sarà madre potrà comprendere, fino in fondo,il perchè della sua scelta di lasciare il mare.
Forse adesso pensa di aver compreso ma, in fondo al suo cuore, una parte di se stessa rimarrà sempre con quella piccola ombra.
Lui lo sa, lo sa bene.
A lungo, quasi ogni notte, fece lo stesso identico sogno: Lui sulla sua nave, sulla plancia, mentre gli occhi si riempivano dell'azzurro del mare.
E ogni mattina si svegliava con il pianto in fondo alla gola.
Ma quel pianto veniva cancellato dalla gioia di veder crescere le sue figlie, di poter tornare a casa la sera e trovarle ancora alzate ad aspettarlo, cenare ascoltando i racconti sulle loro difficili e lunghe giornate, portarle al parco o a fare spese.
Quante volte l'ha sollevata in alto con le braccia per farle vedere bene le navi che partivano con il loro carico di eroi belli e alti con gli occhi azzurri, come era stato lui nei suoi sogni di bambina?
Quante volte con il cuore se n'è andato con loro?
Lui che invece non partiva, restava a guardarla e rimaneva sveglio a vegliare il suo sonno.
E la sua convinzione di aver preso la scelta giusta si radicò, in lui, quando nacque Katia.
Quella bambina che non sarebbe mai cresciuta e che aveva, più che mai, bisogno di tutti e due i suoi genitori, almeno fino a che sarebbe rimasta qui, con loro.
Si china sui talloni e le posa un bacio leggerissimo sulla fronte, per non svegliarla, come faceva quando era piccola.
Per poi voltarsi e tornare dentro, cercando di dormire a sua volta.
Ci sono tanti modi per essere degli eroi.
C'è chi parte per mari aperti, per combattere o per conquistare gente con crocefissi e falci in pugno e "bla bla bla fratelli" e c'è chi resta, per conquistare qui il suo posto nel mondo.
Quel posto messo così a dura prova, quel posto che vacilla come una fiamma sotto una folata d'aria improvvisa.
E chi mai può dire qual'è il vero eroe?
Quello che parte o quello che resta?
In fondo...anche questo è amore.
Questo è ,sopratutto, l' amore.

**Dedicato a Katia, piccolo angelo del cielo.