I
gessetti colorati
Venne
qualcuno nella mia vita, quando questa era tutta bianca e nera.
Venne
e portò con sé tanti gessetti colorati.
Non
solo la riempì con quei colori... ma mi insegnò
anche
ad usarli.
Che
cosa ne feci io di quei gessetti quando lui se ne andò?
Resto
con la foto in mano e questa domanda continua a girare nella mia
mente,
veloce,
tremendamente veloce.
Non
mi lascia il tempo di pensare ad una probabile risposta, non mi
lascia il
tempo
di tornare lucido e freddo.
Mi
assale, non mi dà tregua.
Con
un colpo secco della mano faccio cadere a terra la scatola con tutte
le sue
dannate
foto e mi alzo, andando davanti alla finestra.
Non
lo volevo tra i piedi.
Non
volevo nessuno attorno a me.
Non
è che ce l’avessi con lui in particolare.. a dire
il vero
era con tutto il mondo
che
ero incazzato.
Chiuso.
Ostinatamente
chiuso in me stesso.
Trincerato
nel mio mutismo, nel mio voluto isolamento.
A
scuola non guardavo nessuno, non parlavo con nessuno.
A
stento mi facevo interrogare, diciamo che non avevo
nessun’altra
scelta..
Ma
tutto finiva lì.
E
mi stava bene.
La
mia famiglia era esattamente come me.
Quindi
per me questo era l’unico modo possibile per vivere.
Bianco
o nero.
Al
limite il grigio.
Come
questa foto.
Eppure,
ogni volta che la guardo... vedo soltanto la luce che lo illumina.
E
tutti i suoi colori.
Tutti
quanti.
Nessuno
escluso.
Era
un giorno di Primavera quando arrivò.
Il
primo giorno di Primavera.
Nemmeno
a dirlo... non l’ho mai potuto sopportare, fin da piccolo.
A
sedici anni non è che ero tanto maturo e responsabile, ma
del
tutto convinto di
esserlo.
Questo
sì.
Però
non conosco nessuno che lo sia... nessuno a parte lui.
Nuovo
arrivo, nuovo compagno di classe addirittura.
Banco
vicino al mio.
Lo
odiai a prima vista.
Troppo
diverso da me.
Troppo
solare.
Troppo
sorridente.
Troppo
tutto.
Lui
lo capì subito che non lo potevo sopportare, del resto
quando
uno ti saluta con
una
testa voltata dall’altra parte hai poco da scegliere.
Che
cosa avrebbe fatto un qualsiasi ragazzo normale?
Mi
avrebbe reso pan per focaccia... vero?
Bene...
lui fece tutto l’opposto.
Iniziò
a tirare fuori i suoi gessetti colorati.
Uno
ad uno.
Ogni
giorno ne aveva uno diverso e fino a che non riusciva a sporcarmi le
mani e i
vestiti,
non si fermava.
Riuscì
a farmi ridere.
Quello
fu il gessetto dal colore giallo.
Portò
a scuola una rana quel giorno.
Era
il suo esperimento di scienze.
Dovevamo
portare un insetto che avevamo visto fin dall’inizio della
sua
evoluzione.
Lui
quella mattina memorabile portò a scuola... una rana.
Piccola
e... brutta.
Terribile.
Allo
stupore del professore rispose che... quella era l’ultima
evoluzione del suo
insetto....
che era finito nella pancia della rana.
Mi
ritrovai con le labbra inequivocabilmente alzate verso l’alto.
Il
mio primo, incredibile sorriso.
Il
colore giallo.
Ma
quando piansi fu ancora più incredibile.
La
prima volta che permettevo alle lacrime di lasciare la loro forzata
prigione.
Quello
fu il gessetto dal colore viola.
Non
la dimenticherò facilmente quella mattina.
Venne
una leggera scossa nella nostra città.
Il
quarto grado, nulla di grave ma... tutti ne approfittarono per
riversarsi nei
corridoi
e poi, come un fiume in piena, giù dalle scale fino alle
uscite.
Panico
e divertimento mescolati insieme...
Fummo
obbligati a lasciare le aule e l’ordine tanto sognato dai
professori andò a
farsi
benedire quasi subito.
Io
mi trovai travolto da tanti piedi e mani che spingevano, palpavano,
strappavano
per
poter passare per primi... e caddi giù dalle scale.
In
mezzo ad anfibi e scarpe da ginnastica.
Non
so come sentii il suo grido in mezzo a tanti... e non so nemmeno come
facevo
ad
essere sicuro che era lui che urlava il mio nome.
Eppure
non ebbi il minimo dubbio quando mi ritrovai al pronto soccorso con
la
scapola
rotta e due costole incrinate, che dovevo a lui la mia parziale
incolumità.
Perché
quelle mani che mi avevano afferrato in mezzo alla calca, erano le
sue.
Era
riuscito a portarmi fuori sulle sue spalle... peccato che appena
fuori, non si
sa
chi, l’aveva spinto a terra e aveva usato il suo braccio come
tappetino.
Forse
mi aveva salvato.... a costo del suo braccio.
La
prima volta che qualcuno faceva una cosa del genere per me.
Nemmeno
i miei avrebbero speso mezzo gesto per aiutarmi.
Ne
ero e ne sono tutt’ora sicuro.
Quello
fu il colore viola.
Andò
avanti così per tutti e tre gli anni che restò
con me.
Due
e mezzo per essere esatti.
Uno
ad uno mi insegnò ad usare i suoi accidenti di gessetti e
io,
lentamente,
imparavo
a parlare con lui.
A
sorridere per lui.
A
piangere in lui.
E
a vivere.
Ma
il suo capolavoro fu l’ultimo, quando mi insegnò
ad amare.
Il
gessetto dal colore rosso.
Guardo
ancora la foto che stringo tra le mani.
Io
ho la mia solita faccia arrabbiata... eppure... eppure
c’è
cura nei vestiti,
ricercatezza
nella pettinatura.
Cose
che non avevo mai fatto.
Non
ho un quarto di sorriso nemmeno per sbaglio, ma la sua gamba premuta
accanto
alla mia, mi stava immergendo nel suo mondo dorato.
In
quel giallo intenso e soffocante, striato di rosso scuro.
Quando
mi accorsi che mi aveva insegnato ad usare tutti i suoi colori?
Quando
mi ritrovai sotto casa sua a chiamarlo, in piena notte.
Perché
avevo trovato mia madre a letto con uno che non era mio padre.
Io
dovevo dormire quella notte, non mi ero mai svegliato in sedici anni,
nemmeno
una
volta.
E
mio padre doveva essere via per lavoro.
In
effetti papà era via per lavoro... ma io, per la prima
volta,
mi svegliai.
Influenza
credo... bruciavo per la febbre.
Scambiai
la camera di mia madre per il bagno, visto che erano vicine.
E
lì dentro li vidi.
Uscii
così come stavo, con lei che gridava il mio nome.
E
andai dall’unico che mi aveva cambiato fino al punto da farmi
reagire in quel
modo.
Mi
fece entrare e salii nella sua camera.
Passai
la notte senza riuscire a smettere di piangere, la camera
completamente
dipinta
da quel colore viola così intenso... così
violento...
così vivo e disperato.
Appoggiato
sul suo petto piansi tutte le lacrime che mai avevo pianto.
Consapevole
che, finalmente, in quelle ore angoscianti, il rosso aveva preso
definitivamente
il posto del bianco e del nero.
Il
rosso, rosso come l’amore che provavo per lui.
Il
viola, viola come il dolore che mi stava rigenerando.
Il
giallo, giallo come il sorriso che era riuscito a trovare in me.
Il
verde, verde come la speranza che non ero morto dentro.
Fino
a che provavo quei sentimenti io non ero morto.
E
l’azzurro... azzurro come i suoi occhi intensi su di me.
Occhi
che celavano un mistero per me insondabile.
Il
tramonto accende la stanza con il suo fuoco.
Mi
scuoto dalla mia posizione e torno sui miei passi.
Mi
chino e raccolgo le foto.
Tutte
foto sue.
Le
metto a posto, una ad una.
Si
sono fermate al nostro diploma.
Fino
a quando i suoi sono partiti per l’America.
Lui
era figlio di un militare di carriera.
Gli
avevano offerto il trasferimento per tre anni e lui aveva accettato.
Trascinando
con sé tutta la sua famiglia.
Sono
passati diciotto mesi... ne devono passare ancora diciotto.
Ho
contato anche le settimane e i giorni... ma questo non me lo fa
sentire più
vicino.
Quando
se ne andò, mi affidò i suoi gessetti, i suoi
amati
colori.
Con
il compito di usarli e di farli usare a tutti quelli che vivono in
bianco e nero,
come
facevo io quando lui mi aveva conosciuto.
Che
ne ho fatto io invece, di quei colori?
Li
ho chiusi in una scatola, insieme a tutte le sue foto, per non
soffrire più.
Per
non essere travolto da quel dolore che mi stava uccidendo.
Per
vigliaccheria ho messo tutto a tacere.
Per
viltà sì, per pigrizia anche.
Non
volevo più sporcarmi le mani, questa era la
verità.
Ancora
diciotto mesi.
Ci
scrivevamo via internet.
Ogni
sera, attraverso la posta elettronica, lo chiamavo e lui era
lì,
anche se là il
fuso
orario gli avrebbe fatto fare tutt’altra cosa.
Mi
aspettava e cercava di infondermi quell’amore per la vita che
mi
aveva lasciato
quando
se n’era andato.
Ma
a me non bastava più.
Dopo
sei mesi smisi di cercarlo.
Lo
volevo con me, disperatamente.
E
il tempo non passava mai.
Mi
stavo chiudendo di nuovo.
Mi
ero chiuso di nuovo.
Perché
allora oggi ho ripreso in mano quelle foto?
Perché
oggi mia madre se n’é andata via con
quell’altro.
E
si è portata via tutte le sue cose, comprese le nostre foto.
Mi
ha lasciato, sul tavolo, questa scatola:
E
io, tornando a casa dall’Università,
l’ho trovata.
E
il mio cuore si è fermato.
Per
tornare a battere più veloce.
Molto
più veloce di prima.
Vado
nella mia camera con le foto in mano, apro il PC e lo scanner.
Scannerizzo
la foto, la salvo nei documenti e... apro la posta elettronica.
Infine
gliela mando mentre le lacrime mi appannano gli occhi
come
quella sera, a casa sua.
Sul
suo petto.
Con
i suoi colori addosso.
La
mia casella di posta è piena delle sue mail mai aperte.
Ce
ne sono più di cento... e l’ultima è di
tre ore fa.
Non
si è arreso.
Non
si è mai arreso.
Ne
apro un pò a caso... parlano tutte di quello che gli succede
là, sono una
specie
di diario, condito con aneddoti divertenti e riflessioni serie.
Non
si è mai arreso.
Mai.
Nemmeno
un piccolo cedimento.
In
dodici mesi non ha ceduto nemmeno un giorno.
Mi
arriva subito la sua risposta.
E’
seduto davanti al suo PC anche lui, come me.
E
la risposta è una sola, grande, a caratteri cubitali:
SAPEVO
CHE SARESTI TORNATO.
Sono
passati altri diciotto mesi da quella famosa foto trovata sul
tavolo.... e da
quella
mail sconvolgente.
Sono
all’aeroporto e lui sta tornando a casa.
Non
sono successi miracoli grandiosi del tipo: Suo padre è
tornato
prima, io sono
andato
là.
Punto
primo, io non ho un cent da parte per il biglietto astronomico e mio
padre
non
me li dà perché è operaio e non ne ha.
Punto
secondo, lui studia come me e dipende dalla sua famiglia.
Non
poteva scegliere allora di restare qui da solo e non poteva nemmeno
venire
fino
qui... non glielo avrebbe mai permesso.
Ma
io ho imparato che non è necessario avere una persona in
carne
e ossa
davanti
a te... perché i suoi colori, se veri e vivi, sono dentro di
te e tu vivi
attraverso
quelli.
Vivi
con quelli... e cerchi di far vivere anche gli altri.
Per
diffonderli a tutti coloro che, com’ero io, vivono
nell’ombra
sfocata di una
foto
in bianco e nero.