\Non so che fine farà questa fic che mi sto accingendo a scrivere.
L'ho iniziata che già sto piangendo, sarà difficile portarla a termine ma ci
proverò, prometto che ci proverò.
Lo prometto a chi mi sta portando questa ispirazione, al protagonista che mi sta
facendo provare, intatte, tutte le emozioni che mi stanno investendo, come una
valanga.
Volevo scrivere una fic su Saint Seiya e non è detto che poi non lo farò.
Ma adesso è importante che io scriva questa.
Adesso, qui.
In questo momento.
Con queste emozioni intatte nel cuore.\
PS: cliccate il titolo della canzone qua sotto e aspettate un attimo, si aprirà l'mp3 per leggere e ascoltare insieme!

Tu mi salverai


\\Il tuo segreto è al sicuro stanotte?
e noi siamo fuori dalla visuale?
il nostro mondo andrà in rovina?
troveranno il nostro nascondiglio?
questo è il nostro ultimo abbraccio?
il mondo smetterà di crollare? \\
(Muse - Resistance)

25 Agosto 1962
Trovai la lettera quasi per caso, in un tardo pomeriggio di fine Agosto.
Stavo radunando le mie cose per vagliare quello che potevo tenere e quello che
non mi sarebbe servito più; alla fine del mese avrei dovuto lasciare la mia casa
per andare nel piccolo appartamento che avevo appena comperato e dovevo ancora
iniziare a sgombrare tutto.
Mia figlia, che sarebbe venuta ad abitare qui con la sua numerosa famiglia,
aveva detto che c'era tutto il tempo, di fare le cose con calma, ma questo
discorso non era molto conveniente con me.
Infatti era da Giugno che sapevo di dover lasciare questa casa, ma avevo fatto
passare quasi tre mesi prima di decidermi.
Certo, la tristezza che comportava il separarsi da casa mia e dalle mie cose
aveva influito notevolmente su questo mio "ritardo", eppure non era esatto usare
la parola "tristezza".
Non soltanto quella, almeno.
Insieme alla tristezza c'era anche del sollievo.
Sollievo per i ricordi dolorosi legati a questo luogo, ricordi di una vita
intera passata con colei che non c'era più.
Trent'anni erano tanti.
Trent'anni di ricordi, di risate, di dolore certo ma, sopratutto, di amore,
potevano lasciare un vuoto incolmabile nel cuore.
Erano passati cinque anni ormai da quando Angela era morta e la decisione di
lasciare questa casa alla mia unica figlia era un sollievo, alla fine.
Rigirai la lettera tra le mani, in silenzio, mentre i ricordi mi investirono con
la forza di un treno lanciato a folle velocità.
Mi sedetti con lo sguardo appannato dalle lacrime, mentre il viso scanzonato di
Davide occupò per intero la mia mente.
Era come se fosse qui, con me.
Con i suoi assurdi capelli arancioni.
Non rossi ma proprio arancioni, come le carote.
Le lentiggini sul viso e quei baffi che dovevano dimostrare che era un uomo
fatto e finito e che, invece, lo facevano sembrare quel che in effetti era: un
ragazzo di diciotto anni che voleva sembrare adulto.
Eppure per essere chiamato in guerra furono sufficienti.
Per andare a combattere bastavano, eccome se bastavano.

\\ Il 23 Maggio 1915 l'Italia entrò in guerra contro l'Austria ma noi eravamo
già stati chiamati e, anche se la paura era annidata dentro di noi, l'orgoglio
di far parte dell'esercito Italiano era molto più forte.
Almeno in me.
Davide ne avrebbe fatto a meno volentieri, invece.
Non per vigliaccheria ma perché si era appena innamorato e lasciare la sua amata
era per lui una sofferenza inaudita.
Anche se lei non lo sapeva ancora.
Incredibilmente quello sbruffone che parlava a raffica e non stava zitto un
momento non aveva il coraggio di dichiararsi ad una ragazza, così, quando venne
chiamato, lo convinsi che partire era la cosa giusta perché, quando sarebbe
tornato da vincitore, nemmeno lei avrebbe potuto resistergli.
Chiaramente non aveva molta scelta ma almeno sarebbe partito con una speranza
nel cuore.
Così, in tutti quei mesi di trincee scavate nel fango e nel gelo, nelle notti
eterne passate li dentro, avanzando metro su metro tra le pallottole e i lamenti
dei feriti, facevamo progetti insieme su cosa dire alla sua "futura" ragazza
quando sarebbe tornato, vittorioso.
I vestiti che avrebbe indossato e i regali che le avrebbe fatto.
Il suo volto smagrito dai patimenti che stavamo passando si illuminava e
sembrava ritrovare, intatta, la sua aria da "monello di strada" che lo aveva
caratterizzato fin dalla sua fanciullezza.
Io lo adoravo, chiaramente.
Era sempre stato il punto di riferimento in una famiglia difficile come la mia,
dove i miei genitori passavano le loro eterne giornate nei campi a spaccarsi la
schiena per riuscire ad avere il giusto per i loro quattro figli.
Io dividevo le mie giornate tra il lavoro nella ferramenta del vecchio Nino, il
cugino del papà, i campi e i miei fratelli più piccoli e Davide riusciva, ogni
volta, a farmi dimenticare lo squallore della mia vita, la miseria che sembrava
essere lì, in agguato, da un momento all'altro.
Le malattie che caratterizzavano le nostre infanzie e fanciullezze.
Non conoscevo ancora Angela e nessuna ragazza riusciva ad avere il mio sguardo
due volte di seguito.
Riversavo tutto il mio ardore in lui, uscivo solo con lui e pochissimi altri
amici che non potevano essere paragonati a Davide, nemmeno fra mille anni.
Chiaramente tutti fummo chiamati in quella guerra maledetta, come tutte le
guerre, ma ci perdemmo di vista quasi subito.
Soltanto noi due finimmo nello stesso reggimento, nella seconda armata Italiana
al comando del Generale Cadorna.
Giurai su Dio che lo avrei protetto e salvato ad ogni costo e, quando feci
questa promessa, ero in chiesa, il giorno prima di partire, insieme a lui.
Lui che invece non credeva affatto e che era li solo per farmi un favore.
Diceva che Dio, se mai fosse esistito, era troppo furbo per avere a che fare con
gli uomini, capaci di distruggere tutto quello che toccavano.
Io invece sorridevo delle sue parole e gli rispondevo che appunto perché Lui era
Dio ci conosceva bene e sapeva che, prima o poi, saremmo tornati a miti
consigli.
Quella mattina in chiesa, in attesa di confessarci prima della partenza, giurai
a Dio che avrei anteposto la vita di Davide alla mia, perché lui doveva
assolutamente salvarsi.
Davide non seppe mai di quel giuramento, altrimenti mi avrebbe picchiato senza
esitazioni, ma io ero serio e molto, molto convinto.
Per me l'amicizia veniva al primo posto e mai e poi mai mi sarei sognato di
venir meno al mio giuramento.
Ed invece fu lui che mi salvò la vita per primo.
Due volte addirittura.
Quel giorno il freddo intenso ci toglieva il respiro e ci faceva pensare di
essere finiti in un inferno di ghiaccio.
Mai e poi mai dimenticherò quel gelo che penetrava nelle ossa, ti intorpidiva e
ti addormentava lentamente, facendoti immaginare di essere immerso in un lago
gelato.
Dovevamo star lì, nei ghiacciai delle Alpi, vicini ai duemila metri di
altitudine, respirando a fatica e vedendo i nostri arti che, lentamente, si
congelavano.
Io avevo le dita del piede destro quasi congelate.
Non le sentivo più e questo era quasi un sollievo perché almeno quel dolore
tremendo era cessato.
Quando urlarono di muoverci e di uscire di lì per avanzare io non lo feci.
Ci provai chiaramente, ma non riuscii a muovermi, le estremità bluastre (come
vidi in seguito) non mi rispondevano più e caddi lì, nella terra gelata, a
faccia in giù.
Gli altri mi passarono accanto senza quasi vedermi, impegnati in quella gara di
sopravvivenza che ti rendeva cieco e sordo ad ogni altra cosa che non fosse te
stesso e la tua vita.
Quasi tutti gli altri.
Fuorché Davide che mi prese per le spalle, scuotendomi.
Quando vide che reclinai il capo senza nemmeno rispondergli capì che ero messo
male, troppo male per camminare ancora.
Così mi prese sulle sue magre spalle e, con una forza che non sapeva nemmeno lui
di possedere, mi portò in salvo.
Poi mi raccontò, io ero arso dalla febbre e non ricordavo gran che, che quando
lo videro portare uno grande due volte lui in quella maniera, altri nostri
compagni si fermarono e lo aiutarono e ammise che si commosse.
"Il bene è contagioso a volte", mi disse ed era contento di averlo scoperto.
Io più di lui chiaramente, e non solo perché mi aveva salvato la vita ma perché
si era aperta una breccia nel suo cuore.
E, in piena guerra, quella breccia era un vero e proprio miracolo.
E i miracoli si moltiplicarono a vista d'occhio attorno a noi perché, da quella
volta, riuscimmo a vedere tutto il bene che quella schifosa vita riusciva a
tirare fuori.
Ed era davvero molto.
Amicizie che nascevano, compagni che piangevano pensando alle loro donne, alle
famiglie, alla mamma.
Soldati grandi e grossi che parlavano della mamma come se fossero dei bambini e
i ricordi tenevano compagnia, scaldavano più del fuoco inesistente.
C'era Marco che raccontava di essere un grande calciatore e che, dopo la guerra,
sarebbe entrato in una grande squadra di sicuro, vincendo lo scudetto.
C'era Alessandro che aveva la mamma giovane e bellissima e mostrava la sua foto
con orgoglio, elencandoci tutti i dolci che sapeva fare con maestria.
E Bruno, capace di farci ridere fino alle lacrime raccontandoci i cataclismi che
suo fratello piccolo combinava, come quando diede fuoco alla cucina per
accendere il caminetto alle quattro di mattina, mentre tutti dormivano.
Soltanto dopo che mi salvò la vita, con il loro aiuto, mi resi conto che non
eravamo soli in quella schifosa guerra.
Non c'eravamo solo noi a patire la fame, il freddo, la paura.
Ed era incredibile come questa consapevolezza ci rendesse più leggeri, quasi
come se l'anima riuscisse a scaldarsi al fuoco di quell'amicizia nata dalla
disperazione.
E dalla follia.
Perché ad un certo punto io ci guardai dentro e quello che vidi mi affascinò
così tanto da volerla abbracciare.
E questa fu la seconda volta che Davide mi salvò.
L'inferno bianco passò ma non la nostra guerra.
Di trincea in trincea guadagnavamo metri su metri per poi perderli, insieme ai
nostri compagni che restavano su quelle terre bagnate dal nostro sangue.
Le battaglie si vincevano e si perdevano con la stessa facilità, mentre visi che
prima erano stati tuoi amici, come solo in quei luoghi di disperazione potevano
diventarlo, in un momento diventavano già parte del tuo passato.
Marco non sarebbe mai diventato un calciatore, non avrebbe mai vinto lo scudetto
e Alessandro non ci avrebbe più fatto sognare con i racconti dei dolci di sua
mamma.
O con la sua foto.
Quando sarebbe toccato a noi?
Che fine avrebbero fatto i nostri sogni?
E le nostre speranze?
Stavo andando alla deriva, il terrore che anche Davide potesse lasciarmi non mi
dava tregua.
Mi rendevo conto che quel giuramento fatto a Dio stava diventando inutile perché
non sarei mai riuscito a portarlo a termine.
Che cosa potevo fare io per salvarlo?
Potevo forse fermare le pallottole?
Potevo fermare le bombe?
Potevo far si che quegli imbecilli che ci comandavano fermassero la guerra?
No, nulla di tutto questo era nelle mie mani.
Io ero perfettamente inutile, pedina manovrata da qualcun'altro.
Povero essere umano che di umano non aveva più nulla.
E allora forse era meglio morire per primo, così evitavo quello stillicidio
continuo e, sopratutto, evitavo di vedere il mio migliore amico, l'altra parte
di me stesso, che moriva davanti a me.
E così cercai di fare, cieco oltre ogni dire, sull'orlo dell'abisso, pronto a
buttarmi sul fuoco nemico per cadere subito.
E non vedere più nulla.
Come riuscì a fermarmi Davide?
Come riuscì a leggermi dentro con quella facilità?
Ancora adesso me lo chiedevo, la domanda aveva la stessa identica risposta.
Sempre quella.
L'amicizia crede in te, anche quando tu non lo fai più.
Si gettò su di me, semplicemente.
Quella mattina, quando stavamo arretrando dopo la disfatta più grande di questa
assurda guerra, quella di Caporetto, dove avevamo perso quasi tutti i nostri
amici, io mi voltai e mi buttai in avanti.
Semplicemente.
Così, senza nemmeno averlo prima guardato, salutato, fatto un solo gesto che
poteva indicare la mia intenzione.
E lui scattò.
Con una prontezza di riflessi tale da stupire perfino se stesso, probabilmente.
Si gettò su di me gridando che se volevo morire allora prima dovevo ucciderlo e
di farlo subito.
Adesso.
Puntò il mio fucile sul suo petto gridando di premere il grilletto.
Perché non voleva restare in quella guerra di merda senza di me.
E più gridava più io tornavo in me, fino al punto d' abbracciarlo, piangendo
come un bambino.\\

Tornai al presente con fatica, la mente piena di quelle visioni, del nostro
abbraccio disperato e mi resi conto che stavo piangendo troppo e che le lacrime
bagnavano la lettera.
La lettera che scrissi quando tornai dal fronte, quando la guerra finì.
Perché anche quella guerra, la "grande guerra", come tutti la chiamavano, finì.
Come tutte le cose, anche le più importanti.
Finì e lasciò, dietro di sé, tutto il suo carico di disperazione e di morte.

\\Stavamo tornando indietro dal fronte ma nessuno di noi era felice.
Troppi compagni persi, troppo dolore vissuto.
Troppi ricordi che non ci avrebbero lasciato mai.
Io avevo tra le mani una catenina su cui c'era inciso un nome e una data.
Tutto quello che rimaneva di Davide.
Appena arrivai a casa il mio primo pensiero fu quello di dare sue notizie a sua
mamma.
Ma che parole c'erano per consolare una madre della morte del suo unico figlio?
Che parole?
Alla fine non era stata una pallottola a prenderlo, non era stato un
combattimento né un corpo a corpo.
Ma una malattia.
Il suo fisico non resse più e crollò di schianto.
La febbre lo divorò in tre giorni e le ultime ore le passò tra le mie braccia,
delirando e chiamandomi "mamma".
E io lo cullai come se fosse mio figlio, asciugandogli il sudore, abbracciandolo
stretto quando batteva i denti per la febbre, raccontandogli che stavamo per
tornare a casa, che la guerra stava per finire e che saremmo tornati a correre
insieme per le strade del nostro paese, che lui sarebbe uscito con la sua
ragazza, con quella ragazza che non avrebbe più potuto dirgli di no, adesso che
era diventato un eroe.
Quando lasciammo anche quella trincea lo portai con me per alcune ore prima di
rendermi conto che era morto.
Fu Bruno ad accorgersene.
Mi fermò, accarezzò il viso di quello che era diventato anche un suo amico e poi
tentò di prendermelo.
Alle mie grida disperate me lo tolse con la forza, abbracciandomi stretto fino a
che non mi restarono più forze.
"E' finita...è morto...Davide è morto...è finita"
continuò a ripetermi, fino a che io, senza più forze, mi lascai cadere per terra
accanto a lui.
Accanto a Davide.
Fino alla fine cercò di sostenermi, di darmi coraggio, forza, speranza e fede.
Quella fede che io credevo di avere in abbondanza e che, invece, in quella
guerra avevo perso.
Quella fede che lui non aveva e che, in quella guerra, aveva trovato.\\

Eccomi qui, a 64 anni non potevo dire di essere ancora così vecchio da aspettare
la morte con liberazione, eppure il peso dei ricordi mi faceva sentire l'età con
più pesantezza di quanto io l'abbia avuta effettivamente.
Aprii la lettera con paura quasi, temendo le parole che erano scritte in calce,
nero su bianco, e che io avevo vergato un mese dopo il mio ritorno a casa:
" Sono Daniele Patrassi, amico di suo figlio e con grande dolore che mi accingo
a darle notizie di Davide.
Mi rendo conto che non ci sono parole per descrivere quello che sto per dirle ma
è giusto che lei sappia.
E' giusto che sia io a parlarle di suo figlio, il mio più caro amico.
Che è morto da eroe, così come è vissuto.
Ha affrontato questa guerra con coraggio, senza mai abbassarsi a vigliaccherie
inutili, senza mai cedere alla paura e alla disperazione.
Mi ha salvato la vita due volte e, se qualcuno doveva morire, quello ero io.
E, mi creda signora, avrei preferito farlo mille volte piuttosto che essere qui,
sopravissuto ad un inferno, mentre sto scrivendo questa lettera senza di lui.
Davide avrebbe saputo trovare le parole meglio di me, ne sono certo.
Mi scusi se non so darle sollievo ma nemmeno io riesco ancora a trovarlo.
Mi manca da morire e le cicatrici che ho nel corpo sono nulla se confrontate con
quelle dell'anima.
E' stato un soldato incredibile, esempio per tutti e per sempre lo sarà.
Preghi per lui ma anche per me, affinché possa trovare quella pace che mi è
preclusa.
Con affetto e stima perenni
Daniele."
- Nonno...che c'è? Perchè piangi? Stai male?-
La voce dolce di mia nipote mi accarezzò l'anima e mi fece rendere conto che
stavo stringendo con troppa forza quella lettera ingiallita dal tempo, quella
lettera che non ebbi mai la forza di spedire.
Troppo consapevole che le parole non servivano a nulla per un dolore come quello
di sua madre.
Come quello di tutte le madri e le vedove di tutte le guerre del mondo e della
storia.
- No tesoro...è solo che...beh..ho trovato la lettera di un amico morto tanto
tempo fa e la tristezza ha fatto capolino un momento, un momento un po' lungo
forse...-
Cercai di sorridere mentre mi asciugavo con il fazzolettino bianco che lei mi
diede salendo sulle mie gambe.
I capelli biondi legati in due codini mi solleticarono la guancia, mentre il suo
calore riuscì a sciogliere il gelo dei ricordi:
- Nonno ma...il tuo amico era buono?-
Il ricordo del suo viso scanzonato apparve davanti ai miei occhi all'improvviso,
riempiendo tutta la mia mente, insieme alla sua voce mentre gridava di premere
il grilletto perché non voleva sopravvivermi:
- Sì tesoro, profondamente buono, mi salvò anche la vita, due volte -
- E allora lui è in Paradiso, tra le braccia di Gesù. Non devi piangere,
altrimenti anche lui è triste .-
All'improvviso le parole di un brano del Vangelo si aprirono nella mia mente,
chiare, precise, facendomi comprendere appieno il loro reale significato:
" Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio".
Chiusi gli occhi imitato dalla mia nipotina e dissi una preghiera a voce alta,
chiara e per nulla tremante:

-Padre nostro, che sei accanto a noi, dacci il pane quotidiano insieme alla
pace, affinché duri per sempre nei cuori delle persone di tutto il mondo. Nei
cuori di tutti gli uomini di buona volontà. E non permettere più che cadiamo
nella tentazione di risolvere i problemi con la forza, ma liberaci dal male che
risiede nel nostro cuore-e la voce dolce di Anna, mia nipote, rispose:
- Amen -