- CAPITOLO 3 -


Touma si risedette al suo posto, accorgendosi solo quando si ritrovò solo,
in quella stanza, dell'inconsulto gesto di cui si era macchiato: nascondere
quei fogli agli occhi di Shin che significato poteva avere?
La reazione così istintiva poteva essere dovuta solo ed esclusivamente a una
qualche inquietudine/paura/timidezza/vergogna ... e chissà cos'altro che l
aveva assalito.
Vergogna? Ah! Proprio un bel dire. Vergogna di cosa, per cosa ... o per chi?
Estrasse i fogli arrotolati dalla manica e dispiegò quello di Seiji – l
unico costellato di scritte – davanti ai propri occhi e lo guardò
intensamente per qualche minuto: scrittura minuta, senza tanti fronzoli, non
eccessivamente elegante ma nemmeno illeggibile. Chiara, esplicativa,
puntigliosa, ma di semplice fruibilità: così era Seiji, nella vita di tutti
giorni e Touma pensava, con una punta di divertimento, che per il ragazzo di
Sendai ritrovare tutte quelle caratteristiche nella spiegazione della sua
bestia nera poteva essere una strategia per allietare l'assimilazione di
concetti a lui ostici.
Touma rilesse le formule – c'era ancora una parte consistente da aggiungere
– e si ritrovò a sorridere tra sé: togliere quel muso lungo, ammorbidire le
reazioni irritate, far nascere un piccolo sorriso. Sarebbe bastato anche
solo quest'ultimo per risollevare lo spirito a Tenku, davvero.
E se il lavoro degli appunti avesse funzionato – come credeva – anche con
Shu, avrebbe nuovamente sentito la sua voce echeggiare divertita nella casa,
certi finti lamenti che si alzavano quando Shin lo bacchettava su qualcosa e
gli scoppi improvvisi di risate che risuonavano tra le pareti.
Ryo si sarebbe unito a lui, con quell'aria tutta sua di innocente gattino
che avrebbe passato i giorni seguenti l'esame a stiracchiarsi sul tappeto,
abbracciando e coccolando Byakuen (ottenendo coccole infinite a sua volta) e
a uscirsene con quelle esternazioni di affetto verso tutti con un fare tanto
candido quanto sincero.
E Shin? Shin avrebbe sorriso molto di più. E avrebbe rimproverato tutti
molto di più, pentendosi poi di reazioni esagerate – anche se, visti i
precedenti, Touma non poteva certo biasimare il ragazzo – beandosi delle
pace ritrovata. E li avrebbe viziati con pensieri e dolci, spinti a una vita
più sana, a orari più consoni.
Li avrebbe rimessi in riga, imprimendo ogni energia in parole, gesti e cuore
come sempre: era stanco, Touma ne era certo. Ma Shin non ammetteva mai le
proprie debolezze, con una testardaggine da fare invidia anche alle peggiori
fissazioni di Ryo.
Eppure Touma non sapeva come avrebbero fatto senza di lui. Lui che si
prendeva cura di loro.
Ma poteva forse immaginare una vita senza uno di loro? Senza il candido
calore e la passione di Ryo... senza la positività e l'energia esplosiva di
Shu... senza l'equilibrio e la forza del cuore di Seiji...
Senza loro quattro, Touma non sapeva come avrebbe fatto.
“E senza di me?” la domanda giunse spontanea. Giungeva e non era così
inaspettata... era così simile alla domanda di qualche ora prima che aveva
posto a Shin. Cosa donava lui a loro? Cosa lo rendeva 'indispensabile'?


***


Nel corridoio, Shin trovò Byakuen ad attenderlo; il felino lo fissava con
aria attenta... e torva avrebbe giurato Suiko.
“Qualcosa non va?”.
La tigre si posizionò davanti a lui, dando l'impressione che volesse
impedirgli di muoversi.
“Byakuen...”.
Il felino ruggì, severo e improvvisamente a Shin fu tutto chiaro.
“Ho capito... mi stai ordinando di non uscire?”.
Il muso della tigre si strofinò sulla sua gamba; il rimprovero si
trasformava in supplica. Shin ridacchiò, si inginocchiò e gli prese la testa
tra le mani:
“Ma perché siete tutti così apprensivi? E' solo neve!”.
Si rialzò e saltellò oltre il felino, prevenendo qualunque altro tentativo
di trattenerlo:
“Non preoccuparti, Byakuen, so badare a me stesso e tornerò prestissimo, non
ci sono Arago, Masho, Mukala o qualunque altro servo del male ad aspettarmi
là fuori”.
Lasciando aleggiare dietro di sé la sua limpida risata raggiunse l'ingresso,
si raccolse più che poté nel cappotto, avvolse intorno a sé la sciarpa,
indossò i suoi morbidissimi guanti azzurri e si immerse nel mondo esterno
dipinto di bianco.




Byakuen
La pazienza è una caratteristica che, generalmente, mi hanno sempre
attribuito: uno spirito guardiano non può essere altrimenti, direte voi. Ma
devo ammettere che in questi anni, questi cinque cuccioli hanno testato
anche la mia pazienza più intoccabile, quella che mai nessuno è riuscito a
sfiorare.
I cuccioli sanno essere gli esseri più teneri e gioviali, ma hanno dalla
loro la terribile caratteristica di agire prima di contare ogni conseguenza
delle azioni: quando si gettavano nella battaglia, quando azzardavano parole
o gesti nei confronti l'uno dell'altro e quando...
Quando, come ora, compiono gesti chiaramente sciocchi.
Le tormente di neve erano e rimangono qualcosa dalla quale rimanere lontani:
tutto il pelo di questo mondo non tiene lontano il gelo di questi giorni.
E poi, poi...
Ma perché mi stupisco?
Ko-Shin è sempre stato così, come gli altri cuccioli e lui, in particolare:
capace di darsi completamente in battaglia – anche se il suo cuore si nutre
di pace – e di occuparsi di loro come un genitore. E non è solo il cibo...
non è solo quando cerca di tenere la tana il più accogliente possibile...
Sono i piccoli pensieri – quelli che lui, lo so, chiama piccoli – quelli che
davvero contano.
Quando riprende Ko-Touma o Ko-Shu per qualche scherzo, quando accarezza
Ko-Ryo perché è troppo pensieroso o quando cerca di far sorridere Ko-Seiji.
Quando sorride, si arrabbia, piange, si arrabbia o sbuffa... ogni suo
sentimento tende infinitamente ai quattro cuccioli.
Ogni cosa che fa, è per loro, per noi.
Ciò che lo rende eccezionale, però, è che ogni cosa che nasce dalla sua
bocca, dalle sue mani, per lui rimane straordinariamente normale.


***


Il primo ad arrendersi all'autoimposta prigionia fu Ryo che, quando fuori
era già buio, quel precoce buio invernale che rende le giornate estremamente
corte ben prima dell'ora di cena, abbandonò la propria stanza e scese a
piano terra. L'unico ad andargli incontro fu Byakuen, impaziente di ricevere
dal suo cucciolo prediletto la razione di coccole che gli spettava.
“Mi dispiace Byakuen, ti sto trascurando molto, ma finirà questo dannato
periodo, te lo prometto e allora vedrai quante passeggiate immersi nella
natura ci faremo!”.
La zampa della tigre si sollevò ad accarezzarlo, in un gesto che significava
rassicurazione e Ryo le sorrise, poi si guardò intorno e notò il silenzio
tombale che regnava tra le mura.
“Dove sono tutti? Svaniti nel nulla?”.
Si diresse verso la cucina, convinto di trovarci Shin intento a preparare la
cena, ma rimase deluso; la stanza era deserta ed immersa nel buio,
perfettamente in ordine. Un vago senso di irrazionale inquietudine scese nel
suo animo, per quanto si rendesse conto dell'assurdità delle sue paure.
“Sono diventato così dipendente da loro?”.
Il ruggito un po' indisponente di Byakuen fu la risposta: la tigre
evidentemente non aveva dubbi e lo invitava ad accettare quei sentimenti per
il samurai del fuoco talmente estranei.
Il verbo 'dipendere' assumeva in effetti, per Ryo, connotati strani, del
tutto nuovi; lui, fin da bambino, era avvezzo a non dipendere da nessuno, a
cavarsela da solo, se si escludeva la presenza sempre più frequente di
Byakuen al suo fianco. E in effetti era sempre stato, come Byakuen, un
animale selvaggio che di boschi e montagne faceva la propria dimora, non
aveva mai realmente imparato a condividere né a conoscere il mondo degli
uomini, la cosiddetta civiltà, era sempre stato un solitario, senza nessun
altra preoccupazione se non quella di sopravvivere giorno per giorno.
La parola 'famiglia' poi...
Aveva un padre, certo, che gli voleva bene e che lui stesso amava ma era un
padre dall'animo bambino che non era mai stato in grado di prendersi cura di
un figlio, Ryo poteva quasi contare sulle dita di una mano le volte in cui
il genitore si era soffermato a casa più di pochi giorni da quando lui era
in fasce. Diciotto anni nel corso dei quali il padre si era rivelato poco
più di un ospite sporadico nella casa che in teoria apparteneva ad entrambi
e che, da quando Ryo si era trasferito a Tokyo, giaceva abbandonata tra i
monti di Yamanashi, in attesa che uno dei due proprietari tornasse, ogni
tanto, a controllare la situazione.
Aveva dovuto crescere in fretta Ryo, per imparare a prendersi cura di se
stesso ed aveva imparato a farlo, aveva imparato ad affrontare novità e
vicissitudini costituendo dentro di sé un invidiabile spirito d'adattamento
che lo rendeva, nonostante la sua poca dimestichezza con gli altri esseri
umani, amabile e gradevole facendo dimenticare i suoi modi a volte un po'
grezzi e poco civili.
Scoprirsi leader dei Samurai Troopers si era rivelato sconvolgente... lui,
il solitario, cucciolo di una tigre, spirito selvaggio e mai addomesticato,
si era visto le spalle gravate di un peso di cui a tratti non si era sentito
degno. Prendersi cura degli altri... quegli altri che erano i suoi compagni.
. aveva interiorizzato sul serio quel ruolo, estremizzandolo quasi,
inizialmente forse per un briciolo di orgoglio ma, ben presto, aveva
scoperto che l'orgoglio c'entrava poco e niente. Si sentiva responsabile dei
ragazzi, non per senso del dovere, ma perché li amava.
Era questo il dipendere? Questo avere una famiglia? Trovarsi invaso dal
terrore al solo pensiero di... di perderne un membro? Come perdere una madre
la seconda volta, come... perdere una parte di se stessi... per sempre...
Sbuffò, prendendosela con se stesso, ma neanche lottò contro la propria
ansia, non riusciva a sconfiggerla, non poteva fare a meno di preoccuparsi
per loro e per questo doveva assolutamente sapere dove si erano nascosti
tutti quanti, a costo di mettersi a strillare per la casa, a costo di
arrabbiarsi poi con loro perché... perché non dovevano sfuggire al suo
controllo, lui non doveva perderli di vista, adesso che vivevano tutti
insieme.
Come un barlume di luce tornò un briciolo di razionalità e si ritrovò
costernato a riflettere su se stesso:
“Ma... maledizione... sono un paranoico...”.
Lo sussurrò tra sé e sé, con il tono e l'espressione di chi aveva appena
messo a nudo una rivelazione sconvolgente; si portò una mano alla fronte,
chiuse gli occhi e ridacchiò. Tuttavia, nonostante avesse riacquistato un
frammento di logica, non mutò i propri propositi: doveva trovarli, sapere
dov'erano i ragazzi.
Non si preoccupava più di tanto di Seiji e Shu, probabilmente erano rimasti,
come lui, chiusi tutto il giorno nelle loro stanze a studiare. Ma Shin e
Touma?
La sua mente stabilì la connessione tra il nome dell'amico e la sala di
lettura e, chissà, forse Shin gli stava tenendo compagnia, forse aveva
deciso, finalmente, di rilassarsi un poco e di immergersi in uno dei suoi
libri. Anche Shin amava leggere come Touma, benché il suo approccio fosse
del tutto differente.
Almeno adesso aveva una meta; si mise letteralmente a correre verso la parte
più interna dell'abitazione, quella che dava sul retro, correva per la
fretta di vederli, certo, ma anche perché il suo naturale bisogno di
movimento necessitava di uno sfogo, l'immobilità forzata cui era sottoposto
da giorni non faceva assolutamente per lui.
Spalancò la porta dello studio senza bussare e vide Touma sobbalzare sulla
sedia, per poi voltarsi e fulminarlo con un'occhiataccia di rimprovero:
“D'accordo che hai dell'energia accumulata in sovrappiù, ma un minimo di
autocontrollo non guasterebbe”.
“Immaginavo fossi qui” ribatté Rekka, ignorando la battuta e guardandosi
intorno un po' nervosamente. Concluse la propria esplorazione con una
smorfia di disappunto.
“Shin non c'è?”.
“A meno che non sia diventato invisibile non mi sembra proprio”.
Ryo incrociò le braccia sul petto e gli rivolse una linguaccia da monello.
“E tu avresti diciotto anni?” ridacchiò Touma, ottenendo in risposta una
seconda linguaccia.
“Immagino sia superfluo chiederti se stavi studiando” lo interrogò poi Rekka

Tenku si strinse nelle spalle:
“Lo sai che non ne ho bisogno, perderei solo tempo”.
Ryo si morse la lingua per trattenere una rispostaccia. Perdita di tempo...
e loro tre sui libri passavano le giornate faticando quasi ad ogni riga e ad
ogni concetto...
Si controllò unicamente perché era consapevole di quanta innocenza Touma
avesse infuso nelle proprie parole: non si rendeva conto di quanto potessero
risultare irritanti, non era certo sua intenzione considerare loro degli
incapaci. Tuttavia avrebbe potuto usare il suo tanto decantato QI per
ragionare un po' di più anche sull'effetto che potevano avere le parole,
perché in quello, a volte, si mostrava più ingenuo e candido di un bambino.
Camminò fino alla finestra, le mani affondate nelle tasche, seguito da
Byakuen e si mise a contemplare gli sbuffi di neve che il vento trascinava
di qua e di là.
“Dov'è Shin?” chiese, ostentando una tranquillità che, in realtà, non
provava.
Touma aveva riportato la propria attenzione alle misteriose carte su cui
stava lavorando e rispose distrattamente e con naturalezza:
“E' uscito a fare provviste”.
Ryo sussultò, fece transitare lo sguardo, alternativamente, da Touma alla
tormenta di neve che infuriava oltre la vetrata.
“Come?!”.
Non riuscì a dominare l'inflessione acuta e distorta della propria voce. Il
capo di Touma si sollevò e i suoi occhi cobalto lo scrutarono, attenti:
“Che ho detto di strano?”.
“Touma! L'hai lasciato andare?!”.
Il samurai dell'aria sbatté più volte le palpebre, sopracciglia inarcate:
“Impedire qualcosa a Shin? Dovevo mettergli il guinzaglio? D'accordo, tu
forse lo faresti anche ma...”.
“Touma, evita di dire scemenze!”.
“Non ti alterare” fu il commento flemmatico di Tenku, accompagnato da una
scrollata di spalle.
Anziché dargli retta, l'ansia di Ryo crebbe parola dopo parola e la sua voce
si acutizzò ancor di più, mentre indicava fuori dalla finestra con un ampio
gesto del braccio:
“Lo vedi il tempo che c'è là fuori?! Potrebbe... potrebbe...”.
“Potrebbe cosa?”.
Tenku rifletté un istante, poi riprese, con una strizzata d'occhio:
“E' solo neve in fondo, è quello che ha detto, la neve è acqua sotto un
altra forma, è il suo elemento”.
“Non giustificare la tua incoscienza usando come alibi quel che lui ti ha
detto, dovevi fermarlo!”.
Un altro battito di ciglia, uno schiudersi delle labbra ed un loro
richiudersi rivelarono la perplessità e l'indecisione di Touma; superò ben
presto tuttavia l'incertezza e sentenziò, apparentemente calmissimo:
“Io dovevo fermarlo? Ryo... non stiamo parlando di un bambino ignaro del
mondo, ma di un nostro coetaneo, samurai come noi, sopravvissuto a stento ad
eventi drammatici e...”.
“Proprio per questo non dovete più correre rischi inutili!”.
Touma sobbalzò; una reazione simile non se la sarebbe aspettata.
“R... Ryo...”.
Rendendosi conto di quanto potesse apparire assurdo il suo comportamento,
Rekka abbassò il capo sul petto, i pugni stretti lungo i fianchi:
“Io... vi voglio al sicuro...”.
Il petto di Touma fu scosso da un sospiro, si alzò, avanzò verso il compagno
e gli posò una mano sulla spalla:
“Ryo-kun... siamo al sicuro... Shin è solo uscito a fare la spesa, sa badare
a se stesso, è l'organizzatore della casa e sa esattamente cosa fare”.
“In casa forse sì... ma fuori...”.
La stretta sulla spalla di Rekka si fece più pressante, mentre Touma si
portava l'altra mano alla fronte, ormai prossimo alla frustrazione:
“Anche fuori Ryo... anche fuori... tra poco sarà a casa... vedrai”.
Byakuen, che non aveva perso un frammento di quello scambio, rizzò
improvvisamente le orecchie e in pochi balzi uscì dalla stanza. Pochi attimi
dopo, una voce dolce si levò dall'altra parte della casa:
“Ciao Byakuen, hai visto? Ho fatto presto come ti avevo promesso!”.
Ryo sollevò il capo, si sottrasse alle attenzioni di Touma, lo oltrepassò e
spiccò una corsa sfrenata, rischiando per un attimo di scivolare, ma
riprendendo subito il controllo, come se niente fosse.
“SHIIIIIN!”.
Il più giovane dei Samurai Troopers, prima di muoversi a sua volta, si
massaggiò la nuca e scosse il capo, con un'esclamazione di disappunto.
“Se si porta un carattere simile fino alla vecchiaia stiamo freschi!”.
Quando li raggiunse, Ryo stava letteralmente sbottando contro Shin,
elaborando una ramanzina con i fiocchi e mettendo in fila parole che non
avevano né capo né coda pur nella loro pretesa di andare a comporre un
discorso sensato dal punto di vista della logica. Shin fissava il compagno
con la stessa espressione che poco prima aveva caratterizzato Touma, tra il
perplesso, lo sconcertato, l'incredulo. Poi interruppe il torrenziale
discorso di Rekka posandogli con decisione una mano sulla bocca, il cipiglio
serioso che, sul suo volto gentile e sempre un po' da bimbo, risultava buffo
più che convincente. E infatti Ryo non si fece convincere, prese il polso di
Shin tra le dita, cacciò via la mano dalla propria bocca e riprese ad
inveire; così Touma pensò bene di accorrere in aiuto di Suiko, strisciò fino
alle spalle di Ryo, gli circondò il collo con un braccio e, ignorando le sue
agguerrite proteste, gli trascinò il viso fino a soffocare la voce contro il
proprio petto.
Intanto si rivolse al Torrente, con un ghignetto divertito:
“Bentornato, Shin-chama”.
Suiko gli sorrise, si tolse cappotto e sciarpa, si sfilò i guanti, quindi
indicò le sporte della spesa posate a terra:
“Mi dai una mano a mettere a posto, To-chan?”.
Nel chinarsi per raccogliere i sacchetti, Tenku lasciò libero Ryo il quale,
anziché reagire, rimase immobile, imbarazzato, il volto basso, finché Shin
non lo costrinse a sollevarlo carezzandogli una guancia; Rekka rabbrividì.
“Sei gelato, Shin!”.
Il viso di Suiko assunse un'espressione dubbiosa, ma poi sorrise:
“Certo che sono gelato, sono uscito nella neve, fuori fa freddo, non morirò
per questo”.
“Però...”.
“Credo che tu ti stia stressando troppo con lo studio Ryo, sei teso. Cerca
di rilassarti adesso, mentre preparo la cena”.
Rekka rimase a guardarlo mentre seguiva Touma in cucina ma, proprio quando
giunse sulla soglia, il corpo di Suiko fu scosso da un lieve starnuto che
non mancò di allarmare immediatamente il samurai del fuoco.
“Ecco, lo sapevo, come minimo ti verrà il raffreddore”.
Shin si fermò, si lasciò andare ad un sospiro e si voltò verso di lui:
“Può darsi, se mi verrà il raffreddore me lo farò passare, sul serio Ryo,
fallo per me, controlla i tuoi nervi”.
“Non trattarmi come un malato di mente!”.
Un altro sospiro e Shin tornò sui suoi passi, accanto a Rekka, per
lasciargli un'altra carezza:
“Ti sto trattando come un caro amico che mi vuole bene e si preoccupa troppo
te ne sono grato, ma vorrei vederti allentare la tensione, la tua ansia si
è accentuata troppo negli ultimi mesi”.
Ryo chinò il capo, sfuggì a quegli occhi che erano in grado di sondare fino
in fondo l'anima delle persone e Ryo era troppo prevedibile, troppo limpido
per poter anche solo sperare di sfuggire alle capacità empatiche di Shin,
senza contare che il loro legame era diventato estremamente simbiotico, in
qualche modo loro due erano spiriti affini, propensi a preoccuparsi degli
altri tanto da dimenticare se stessi, questo l'aveva detto Touma una volta
nell'osservarli. Ryo non sapeva se una simile descrizione valeva per se
stesso, di sicuro Shin era così... e di sicuro, dopotutto, loro due si
comprendevano in maniera speciale, acqua e fuoco perfettamente amalgamati e
sempre pronti a completarsi reciprocamente, il fuoco a scaldare l'acqua
quando sentiva troppo freddo nel cuore, l'acqua a spegnere il fuoco quando
esso avvampava fino a perdere il dominio di sé.
Le parole vennero, senza controllo, senza preavviso quasi... e senza che
neanche lui avesse previsto quale sarebbe stata la loro direzione:
“Hai idea, amico mio, di come mi sono sentito quando... quando siete
scomparsi tutti uno ad uno, qualche mese fa? Cosa ha significato ascoltare i
vostri messaggi, pensando tra me che forse era l'ultima volta che potevo
udire le vostre voci? Il vuoto che avevo dentro... nel pensare che non c
eravate più, così, svaniti nel nulla, senza spiegazione alcuna, dopo aver
saputo che qualcuno aveva avuto la presunzione di raccontare la nostra
storia, di conoscerci ancor prima che nascessimo, come se fossimo unicamente
pezzi di carta o fantocci su un palcoscenico?”.
Shin trasalì:
“Ryo...”.
“Noi non siamo invenzioni di qualcun altro, siamo vivi, ci hanno usati per
farci credere chissà cosa, ma nessuno potrà mai realmente capire come il mio
cuore stesse andando in pezzi alla sola idea di potervi perdere, o di
sapervi sofferenti, nessuno potrà mai mettere in dubbio che il mio cuore
batte davvero, per ognuno di voi e che i vostri cuori battono come il mio,
perché siete straordinari esseri umani che meritano solo il meglio!”.
Rekka andava infervorandosi, mentre gli occhi di Suiko si sgranavano ad ogni
parola, le sue mani erano leggermente sollevate e tremavano, si rendeva
conto come lui stesso, troppo di frequente, fosse stato tormentato da simili
traumatici ricordi.
Poi il tono di Ryo si abbassò, nuovamente i suoi occhi vagavano dovunque nel
tentativo di non incontrare quelli di Shin:
“Non ho saputo proteggervi... ed era l'ennesima volta che capitava... prima
tu, Seiji e Shu... poi Seiji... poi di nuovo Seiji perché ha tentato di
proteggermi... e non ero con te, con Touma, con Shu, quando avete rischiato
la rottura, non ero con voi a gestire la situazione come un leader dovrebbe
fare... e poi Suzunagi... che...”.
“Ryo... per favore...” lo interruppe Shin, con tono supplichevole e tremulo.
Fece qualche passo verso di lui e si gettò tra le sue braccia, stringendolo
forte; Rekka ricambiò l'abbraccio, posando una mano tra i capelli di Shin ed
odiandosi ancora perché aveva risvegliato nel loro sensibile Suiko quei
ricordi terribili che, lo sapeva, lo facevano stare tanto male da causargli
attacchi di panico a volte. E se davvero voleva proteggerlo, avrebbe dovuto
evitare un simile cedimento. In quegli istanti, effettivamente, gli esami
erano l'ultimo dei suoi pensieri.
Nessuno dei due si era accorto che Touma si era affacciato sulla soglia
della cucina e li osservava, il corpo tremante e gli occhi lucidi.


***


Senza loro quattro, non sapeva come avrebbe fatto.
“E senza di me?” .
Cosa donava lui a loro? Cosa lo rendeva 'indispensabile'?
Non lo sapeva, punto. Forse non era indispensabile, forse no. Non lo sapeva
e, pensò in quel momento, forse non gli importava saperlo. Forse temeva la
risposta.
Eppure, ora come ora, non importava: si sentiva a casa e li amava, ecco
quanto. Ammetterlo con se stessi poteva non essere semplice, ma rischiava di
essere più difficile farlo con i propri amici. Shin aveva ragione a dire che
era uno sciocco a non aprirsi, ma pensava che comunque le cose andavano bene
anche così com'erano.
Si accontentava di voler loro bene, con tutto quello che aveva nel cuore.
Si accontentava di essere con loro e far quello che gli era possibile per
non essere un peso e, in qualche maniera, rendersi anzi piuttosto utile.
Si accontentava di quello e poteva anche non sapere se era indispensabile o
meno.
Perché, qualunque fosse stata la risposta, Touma avrebbe continuato ad
amarli alla stessa maniera.
Sulla soglia della cucina, guardò Shin e Ryo abbracciati e sentì le lacrime
che punzecchiavano prepotenti e le gambe che tremavano e la bocca... che
cercava di far sorridere e non ci riusciva.
Fu forse la sua presenza, forse una piccola spinta di Byakuen che lo
destabilizzò, ma a quel punto attrasse l'attenzione dei due compagni che
sobbalzarono al suo involontario singhiozzo e al movimento repentino che gli
fece quasi perdere l'equilibrio.
Quando Touma rialzò lo sguardo verso di loro, di riflesso e senza pensare,
non riuscì a cancellare le lacrime dal proprio sguardo e, ancora meno, l
espressione sofferente dal viso: si passò una mano sul volto e cercò di
dissimulare i propri sentimenti
“Tou...” il bisbiglio di Shin lo fece irrigidire, mentre sentiva i passi
veloci di Ryo avvicinarsi a lui.
“Touma...”.
E percepiva i propri passi allontanarsi da loro, non capiva né il perché, né
il come. Non riusciva in quel tormentato putiferio di pensieri a metterne
uno dietro l'altro, con logica. In quell'indietreggiare confuso, però,
giunse la chiara presenza di Byakuen con la sua bocca, a leccare la sua mano
e poi a tirarlo dolcemente verso la direzione opposta: cercò di resistere,
ma poi giunsero anche della mani ad attirarlo in un abbraccio e si ritrovò
quasi a capitombolare nelle braccia di qualcuno – Shin E Ryo – senza che
potesse avere altra scelta.
Cercò di districarsi da quelle braccia, eppure più tirava più la presa si
faceva forte e le sue lacrime, invece di ricacciarsi indietro, si facevano
più pressanti, quasi insopportabili: voleva scappare e voleva rimanere.
Voleva crogiolarsi in quell'abbraccio e ne era terrorizzato.
“Touma... non piangere...”.
La voce sottile di Shin era rassicurante, cullava e curava.
E dire che lo faceva ammattire... e poi lui era... così... semplicemente,
con lui...
“Touma, che succede?”.
La preoccupazione, la pena di Ryo.
Davvero riusciva a scatenare l'ansia in Ryo? Non era mal riposta?
“Scusaci se ti abbiamo provocato tutto questo...”.
“Davvero, non volevamo. Su, Touma... ti prego...”.
E vi erano due paia d'occhi, oltre la cortina di lacrime, che lo guardavano
intenti, preoccupati, tesi.
Che sguardi intensi... erano sguardi carichi... ma carichi di... cosa?
È amore, Touma-idiota, disse una vocina dentro di lui. Amore e
preoccupazione... perché li fai spaventare, così.
“S-scusatemi voi...” la schiena si irrigidì ancora, le carezze non si
fermarono e la vicinanza dei due non si disperse nel nulla. “Non so cosa mi
sia preso...”.
“Baka!”.
La voce squillante e decisa di Ryo lo mise sull'attenti, mentre la mano
abbronzata si infilava nella sua chioma scarmigliata e lo faceva ricadere
ancora in un abbraccio soffocante.
“Touma... basto io con il mio torrente di ansia ed emozioni a incasinarvi.
Non serve che tu tenga tutto dentro... sempre”.
“Ma... Ryo...”.
“Niente 'ma' e niente storie. E poi se non dici le cose ci fai preoccupare
cento volte di più...”.
L'abbraccio di Ryo gli si strinse ancora di più addosso, la mano di Shin gli
accarezzò una guancia e tanto bastò perché, finalmente, si lasciasse andare.
Non disse niente tra le lacrime, bastavano quelle a dire tutto.
Che era triste e felice assieme. Che li amava e, sì, si sentiva amato e
desiderato da loro.
Ed era questo che lo destabilizzava di più e lo faceva sentire come sulla
più pazza montagna russa del mondo, in balia dei sentimenti, della loro
intensità e velocità. Era come sentire il proprio cuore gonfiarsi tutto d'un
tratto per far entrare tutto quel sentimento e percepire che non vi era
davvero fine in tutto quello.
Che il suo cuore, la sua anima avrebbero continuato a gonfiarsi di esso e nulla
al mondo, davvero, sarebbe riuscito a ridurre ancora il suo kokoro a quel
piccolo essere così bisognoso d'amore.