Capitolo 2: Nel mirino


Tony sollevò la mano per aggiustare lo specchietto retrovisore e ne approfittò per osservare la strada dietro di lui. La sagoma nera ed elegante del centauro lo stava seguendo a distanza di sicurezza, qualche metro più dietro. Sospirò irritato: quella storia lo stava facendo uscire di senno! Anche senza fare ricerche sapeva già che nessun ufficio postale di Washington aveva assunto quell’uomo, ma aveva voluto provare lo stesso. Ancora non riusciva a capire chi mai avesse potuto fargli uno scherzo così cattivo! Ma soprattutto come quell’uomo fosse entrato in possesso di quel libro.
Lo conosceva, lo sapeva per istinto, ma ancora non era riuscito a focalizzare la sua faccia: per quanto si sforzasse di ricordare, era come se ogni volta che si trovava ad un passo dalla verità, sbattesse contro un muro di cemento armato che gli impediva di andare oltre, di riportare tutto a galla.
Per tacere di quella testa matta che sembrava essere scomparsa nel nulla: aveva perso il conto di quante volte avesse provato a chiamarla, ricevendo sempre la stessa risposta.
Ed alla fine era comparso dal nulla quel centauro. Completamente vestito di una tuta di pelle nera, con il casco e la moto da corsa dello stesso colore, sembrava appena uscito da un film di spionaggio! Aveva cercato di fermarlo, o almeno di avvicinarsi quel tanto che gli consentisse di scoprire qualche particolare utile per rintracciarlo nello schedario, ma ogni volta si allontanava da lui con un movimento liquido del suo bolide e spariva nel traffico cittadino come se non fosse mai esistito. Tony aveva la sensazione che potesse leggergli nel pensiero! Era come se conoscesse in anticipo le sue mosse ed agisse di conseguenza. Era frustrante ritrovarselo dietro come se fosse la sua ombra senza sapere né chi fosse né cosa volesse da lui. Si sentiva come se stesse per accadere qualcosa di pericoloso e l’unico a non sapere cosa fosse lui!
Avrebbe dovuto parlarne con Gibbs, lo sapeva, lui sarebbe di sicuro riuscito a trovare una spiegazione ed un modo per chiudere quella storia una volta per tutte, ma… non sapeva come spiegarsi! Cosa avrebbe dovuto dirgli? Sarebbe stato complicato spiegargli tutto e non era sicuro che il capo lo potesse capire… era un marine, infondo, capire certe cosa non faceva parte del suo DNA.
Sarebbe stato sgradevole essere giudicati e respinti proprio da lui.
Salutò con un sorriso le guardie nel gabbiotto ed entrò nel parcheggio dell’NCIS. Quell’espressione seria, troppo per i suoi standard, stonava sul suo viso sempre allegro: non poteva farci niente, già solo dover fingere un’allegria che non possedeva lo metteva a disagio, trovava sempre più difficile ridere e scherzare quando dentro sentiva solo un vuoto gelido, indossare la maschera del Tony infantile e burlone fino all’irritazione lo stava man mano soffocando.
Eppure non poteva fare altrimenti: gliel’aveva promesso, sarebbe stato forte ed avrebbe imparato ad andare avanti, e lui aveva tutta l’intenzione di mantenerla, quella promessa; era solo che stava diventando ogni giorno più difficile fingere.
Con un movimento fluido e sicuro parcheggiò l’auto, prese lo zainetto sul sedile del passeggero ed uscì dall’abitacolo. A passi veloci si diresse verso l’ingresso dell’edificio. La strana sensazione di essere osservato lo fulminò, rallentò i passi fino a fermarsi, ed iniziò a guardarsi intorno. L’area del parcheggio era deserta, ad eccezione delle guardie all’ingresso e delle macchine già parcheggiate, era solo, eppure quella sensazione non voleva abbandonarlo, era così intensa da fargli rizzare i capelli sulla nuca.
Poi lo vide, seduto tranquillamente a cavalcioni della sua moto, il volto coperto dal casco integrale, la visiera abbassata; aveva incrociato le braccia sul bordo del parabrezza, il busto sporto in avanti faceva intuire che era rilassato. Il tempo che Tony impiegò per sorprendersi ed impugnare la pistola, e già il motociclista misterioso era scomparso, dopo aver voltato la sua moto con una rumorosa sgommata.
Fissò a lungo il punto dov’era appostato, ormai vuoto, con la pistola spianata davanti a sé, chiedendosi cosa fosse accaduto realmente. Come aveva fatto a seguirlo fino all’interno del parcheggio di un edificio governativo? Per un istante ponderò l’idea di andare a chiedere spiegazioni alle guardie, ma poi l’accantonò scuotendo la testa: fare una cosa simile avrebbe scatenato una serie di domande a catena che avrebbero di certo sollevato un bel polverone, ed in quel momento non era ciò che desiderava per sé. Ripose la pistola nella fondina che portava alla cintura, quindi decise di andare a prendere un caffè prima di entrare in ufficio, al bar che si trovava nel piano terra.
La barista gli consegnò il bicchiere di caffè che aveva ordinato rivolgendogli un sorriso seducente e sfiorandogli volutamente le dita in un chiaro invito. Tony ricambiò il sorriso ed uscì dal bar ridacchiando divertito. Ogni volta era la stessa storia, pensò mentre attendeva l’arrivo dell’ascensore, la barista ci provava con lui ad ogni occasione. Era una donna molto bella e prosperosa, ma apparteneva alla categorie di quelle che chiedevano solo di essere abbordate. Una simile andava bene per divertirsi una notte ma niente di più, considerò entrando nell’abitacolo dell’ascensore, non era il suo tipo. Quel pensiero ne portò alla mente un altro che lo trapassò da parte a parte con tutto il carico di dolore e rimorsi che portava con sé. Annaspando alla ricerca dell’aria che gli era stata strappata dai polmoni, Tony si appoggiò contro la parete metallica dell’ascensore e chiuse gli occhi, lasciando che immagini impossibili da dimenticare defluissero nella sua mente, straziandolo e cullandolo. Rivide i suoi luminosi occhi verde veleno che lo osservavano discretamente, illuminandosi come fuochi quando erano insieme; rivide le sue labbra piene e rosse, dal sapore invitante e seducente; per un istante avvertì il tocco fugace delle sue dita affusolate sulla pelle. Si sentì sommergere da quelle sensazioni, come se le stesse vivendo dal vero e non le avesse evocate dai suoi ricordi.
Il trillo che L’avvertì che l’ascensore era arrivato al piano desiderato lo strappò ai suoi pensieri, e Tony ne fu estremamente grato. Riaprì gli occhi mentre le ante metalliche si aprivano con un morbido sbuffo. Si concesse un altro istante per riprendere la padronanza di se stesso, quindi, dopo aver inspirato ed espirato un paio di volte, entrò in ufficio. Puntò dritto alla sua scrivania sperando che Ziva quella mattina lo lasciasse in pace. Inutilmente, ovvio.
- Caspita che occhiaie! Nottata in bianco, eh?!- gli chiese, infatti, lei con un sorriso malizioso.
Tony crollò sulla sedia sospirando rassegnato: odiava quando Ziva si metteva ad indagare su di lui, quando lo fissava con quello sguardo penetrante che lo sfidava a mentire. La fissò decidendo come dovesse rispondere: se fosse rimasto sul vago avrebbe scatenato la curiosità morbosa di Ziva, che lo avrebbe tallonato sottoponendolo costantemente ad un vero e proprio terzo grado finché non le avrebbe confessato quello che desiderava sentire. Di solito era divertente vederla affannarsi attorno a lui mentre cercava di leggere sul suo volto i particolari scabrosi delle sue nottate, ma quella volta non aveva alcuna voglia di avere qualcuno a ficcanasare nella sua vita. Meglio depistarla.
- Che vuoi, c’è chi può e chi non può!- sospirò teatralmente spostando uno sguardo divertito e carico di sottintesi verso il pivello.
Sentendosi chiamare in causa, McGee sospirò pesantemente senza spostare lo sguardo dallo schermo del computer su cui stava lavorando: ormai era abituato ad essere il protagonista, assolutamente coatto, degli scherzi e delle prese in giro di DiNozzo. Alla sua reazione, Tony cominciò a ridacchiare: comportarsi come il solito idiota, a volte, poteva avere i suoi vantaggi.
Gibbs, seduto alla sua scrivania, ringhiò infastidito sentendo quella risata assolutamente falsa. Da quando, due settimane prima, Tony aveva ricevuto quel pacchetto misterioso, era cambiato. Un cambiamento sottile, interno, ma che ad un’indagine più accurata risultava assolutamente visibile. Apparentemente niente era cambiato, continuava a fare il buffone come al solito, eppure era tutto stonato, altisonante, falso. I suoi occhi azzurri si erano scuriti, i suoi lineamenti erano diventati tesi, spesso lo aveva sorpreso a rincorrere chissà quali pensieri, rinchiuso in una serietà dolorosa del tutto aliena alla sua natura allegra. In qualche modo era diventato anche impenetrabile. Gibbs aveva l’impressione che Tony si fosse rinchiuso in profondità all’interno di se stesso, in un luogo in cui non voleva essere raggiunto da nessuno, nemmeno da lui; aveva la spiacevole sensazione che quella mostrata dal ragazzo negli ultimi giorni fosse solo un’allegria di facciata, un qualcosa per tenerli impegnati, per impedire loro di intuire la verità che c’era dietro.
E questo irritava enormemente Gibbs: lui pretendeva sempre la massima onestà dai suoi sottoposti, in qualsiasi caso, per qualunque problema. Era il loro capo, certo, ma desiderava che i suoi subordinati parlassero prima con lui prima di prendere qualsiasi altra decisione. Non ammetteva che agissero da soli, mentendogli e combinando chissà quali disastri. Erano una squadra, una famiglia, e come tale dovevano comportarsi!
Eppure lui stesso aveva mentito, ignorato la sua squadra, agito alle spalle di tutti per poi ritrovarsi in serio pericolo di vita; aveva nascosto a tutti parti importanti della sua vita passata, che non sarebbero mai venute fuori se non fosse stato strettamene necessario…
… come poteva lui, proprio lui, risentirsi del comportamento di DiNozzo?
Lo sguardo d’acciaio di Gibbs si indurì ancora più del normale: nonostante tutte le sue considerazioni voleva che Tony gli raccontasse cosa stesse accadendo, anzi lo pretendeva!
Perché lui aveva notato il motociclista nero che seguiva il suo primo agente come un’ombra, pedinandolo con metodica cocciutaggine, scivolandogli sempre via dalle mani appena Tony tentava di bloccarlo. E quella storia gli piaceva ancora meno di tutto il resto. Aveva la netta sensazione che l’altro si fosse cacciato in uno dei soliti guai, quelli dai quali riusciva a salvarlo all’ultimo momento e non sempre illeso. Tony era un maestro in questo tipo di specialità: se non finiva nei guai da solo, ci pensavano i guai a precipitarsi da lui. Per questo aveva preso l’abitudine di tenerlo costantemente sotto stretta, anche se discreta, sorveglianza; aveva sposato la convinzione che era meglio questo supplizio che dannarsi l’anima a cercarlo chissà dove, con il timore di ritrovarlo morto.
Per un attimo non gli parve un’idea così malvagia trascinare DiNozzo in sala interrogatori e costringerlo a confessare tutto, sapeva che l’altro non avrebbe mai resistito ai suoi metodi…
Il suono del telefono lo riportò ai suoi doveri di agente federale. Con un gesto secco si alzò in piedi, aggirò la sua scrivania e si diresse verso l’ascensore.
- DiNozzo! Con me!- ordinò di sfuggita passando davanti la scrivania dell’agente.
Con quella prontezza di spirito che aveva dovuto imparare a sviluppare per sopravvivere al suo capo, Tony raccolse in pochi secondi le sue cose e si precipitò verso l’ascensore, entrando nell’abitacolo appena prima che le porte si chiudessero. Non fece domande limitandosi a restare in silenzio: quando Gibbs aveva sul volto quell’espressione di gelida furia, da assassino, non era consigliabile aprire bocca e disturbarlo, sempre che si tenesse alla propri vita, ovviamente…
Uscirono nel parcheggio, diretti all’auto di Gibbs, e l’uomo appostato sul tetto ghignò compiaciuto quando la figura di Tony entrò nel mirino. Con tranquillità lo seguì di alcuni passi, riflettendo che così era sin troppo facile: DiNozzo sarebbe morto ancora prima di capire cosa gli fosse accaduto, si perdeva tutto il gusto della caccia così…
Spostò l’indice sul grilletto ed il sorriso sul suo volto si ampliò.