Capitolo 3: Kaye


L’uomo sorrise divertito osservando DiNozzo attraverso il mirino. Era ancora più facile di come se lo era immaginato, quasi deludente.
Sperò vivamente che l’altro agente fosse più inventivo nel dargli la caccia, dopo.
Premette appena l’indice sul grilletto e poi si fermò, consentendo al suo bersaglio di fare ancora alcuni passi: era così eccitante quella situazione, quel momento di stallo tra la vita e la morte; si sentiva un po’ come Dio nel giocare con la vita del suo bersaglio, poter decidere se premere il grilletto ed ucciderlo all’istante, oppure concedergli ancora qualche istante di vita…
… Gli sarebbe piaciuto protrarre quel momento all’infinito!
Per un attimo si concesse di spostare il mirino sull’uomo che camminava accanto a DiNozzo: si, quell’aria feroce ed inarrestabile prometteva di dargli molto divertimento! Forse più di quanto gliene avesse dato DiNozzo quando gli aveva dato la caccia anni prima…
Era davvero un peccato dover eliminare un avversario interessante come DiNozzo…
Riportò il mirino su Tony ed ogni traccia di divertimento sparì dal suo volto: era ora di chiudere i conti una volta per tutte!
Riportò il dito sul grilletto e sparò.
Il proiettile fendette l’aria silenzioso, letale e preciso, puntando sulla nuca dell’agente che camminava ignaro di quanto la morte gli fosse vicina in quel momento.
Gibbs era nervoso, sentiva odore di pericolo nell’aria, era come una corrente elettrica che faceva vibrare l’aria. Il suo proverbiale sesto senso stava urlando che qualcosa non andava, che c’era qualcosa che li minacciava. Si fermò qualche passo dietro a Tony e, più per istinto che per vera e propria consapevolezza, sollevò la testa per guardarsi intorno e notò qualcosa che brillava riflettendo la luce del sole da uno dei tetti degli edifici costruiti attorno all’NCIS.
Alla sua mente bastò un istante per capire cosa fosse.
- Tony!- lo chiamò allarmato.
L’agente, che aveva continuato a proseguire senza rendersi conto che l’altro si era bloccato, si fermò di colpo e si girò verso il capo, perplesso per il tono che aveva usato.
Il proiettile gli sfrecciò a pochi centimetri dalla testa prima di infrangersi sull’asfalto dietro di lui. Una fitta di dolore che gli fece digrignare i denti e la sensazione di umido calore che gli stava scivolando viscosa sul viso gli fecero capire che qualcuno gli stava sparando addosso.
L’uomo sul tetto soffocò una violenta imprecazione tra i denti quando vide la vendetta sfumargli da davanti gli occhi. Sparò immediatamente una seconda ed una terza volta, consapevole che ormai non avrebbe più potuto uccidere DiNozzo. Ma sperava almeno di ferirlo un po’ più profondamente di quel graffietto sulla tempia…
Tony stava per estrarre la pistola quando una massa calda si premette contro di lui spingendolo contro l’asfalto del parcheggio, gli altri due proiettili li raggiunsero subito dopo: il primo colpì il casco sbalzandolo, il secondo si piantò nella cosa che lo aveva costretto a terra strappandole un piccolo lamento.
- DiNozzo! Tutto bene?- la voce del capo alle spalle era il suono migliore che potesse raggiungerlo in quel momento.
Sorrise contento mentre, puntandosi sui gomiti, si alzava quel tanto che gli bastasse per guardarsi intorno. Gibbs era inginocchiato accanto a lui, la pistola stretta nella mano destra, un’espressione di furibonda preoccupazione negli occhi a gratificarlo.
- Tutto bene capo!- lo rassicurò cercando di nascondere la soddisfazione: il capo non avrebbe gradito.
Gibbs emise un grugnito indistinto e si tirò in piedi per chiamare la squadra medica ed i tecnici.
Sul tetto l’uomo mandò giù un’altra imprecazione, prima di ricordarsi che non poteva permettersi di perdere altro tempo li. Velocemente, con gesti sicuri, smontò il fucile e lo ripose nella sacca da palestra nera che aveva lasciato sul pavimento accanto a sé, raccolse i tre bossoli e, con un panno, ripulì la ringhiera dalle proprie impronte; quindi si calcò bene il berretto sulla testa e si rimise in piedi, concedendosi un attimo per stirare gli arti intorpiditi dalla lunga immobilità, quindi uscì dalla terrazza richiudendosi la porta metallica alle spalle.
Tony nel frattempo spostò lo sguardo, curioso di scoprire cosa gli avesse salvato la vita. La prima cosa che vide fu un corpo minuto e snello steso di traverso sul suo, avvolto in una tuta da motociclista completamente nera, deglutì a vuoto riconoscendo il centauro che lo aveva pedinato fino a quella stessa mattina. Risalì con lo sguardo, scoprendo una massa di capelli lunghi e neri che si muovevano appena nel vento di quella mattina di marzo. Finalmente avrebbe potuto vederlo in faccia.
Dopo un lungo gemito infastidito il centauro si spostò a fatica fino a mettersi inginocchio tra le sue gambe e sollevò la testa.
- Stai bene Tony?- gli chiese quindi con un sorriso tranquillo, come se non avesse notato lo stupore dell’altro.
Pian piano, mentre riconosceva in quello davanti a lui il volto dell’amica, nell’agente allo stupore si andò a sostituire una sottile sensazione di rabbia: l’aveva cercata per due settimane senza mai ottenere una risposta, immaginando che le fosse accaduto chissà cosa e lei… lei…
Lei gli sorrideva tranquilla come se non fossero appena scampati ad una sparatoria?
- Kaye! Che accidenti ci fai qui?- le chiese in un ringhio.
- Indovina!- rispose lei con un sorriso allegro, anche se i suoi occhi erano un paio di freddi specchi neri.
- Smettila di giocare con me e spiegami che accidenti sta succedendo!- sbottò irritato lanciandole uno sguardo duro.
- Possiamo rimandare?- chiese lei con un sorriso tirato indicandosi il braccio sinistro.
Solo in quel momento Tony notò che si teneva la spalla con l’altra mano e che una chiazza cremisi si stava allargando sulla tuta inzuppandone la stoffa. Nel tentativo di difenderlo, mentre lo trascinava a terra con sé, era stata ferita dal proiettile destinato a lui. Sospirò scontento: avrebbe preferito che Kaye gli dicesse tutto e subito, per evitare che potesse inventarsi qualche bugia credibile e nascondergli così la verità, ma stava perdendo troppo sangue: non poteva aspettare ancora o sarebbe morta dissanguata.
Con un movimento veloce si rimise in piedi e la sollevò tra le braccia, dirigendosi poi da Duchy.
Gibbs diede le ultime istruzioni agli agenti intervenuti per poi seguire quei due che sembravano essersi completamente dimenticati di lui. Quella faccenda gli piaceva sempre meno! Il guaio in cui si era cacciato quella volta DiNozzo doveva essere davvero enorme per costringere un cecchino a sparargli mentre si trovava in un edificio governativo, circondato da agenti federali pronti a stanarlo.
Mentre li affiancava giurò a se stesso che sarebbe venuto a capo di quella storia a qualunque costo per la sua sanità mentale. E poi avrebbe fatto un certo discorso che rimandava sempre con DiNozzo...
- Tony mettimi giù: so ancora camminare!- provò a protestare la ragazza.
- Sta’ zitta!- la redarguì duramente senza voltarsi a guardarla.
La ragazza sussultò sorpresa per quel tono: era raro vedere Tony così furibondo, l’unica altra volta in cui lo aveva visto in quello stato era stata quando avevano assassinato Chris… Sospirò e poggiò la testa contro la sua spalla. Il suo amico quel giorno avrebbe subito un duro colpo, probabilmente le sue ferite avrebbero ripreso a sanguinare più dolorosamente che mai… mai come in quel momento si sentì totalmente inadatta a quell’incarico: come gli avrebbe potuto dare una spiegazione?
- Ecco fatto mia cara.- esclamò Duchy soddisfatto mentre chiudeva la fasciatura.
Kaye era seduta su uno dei lettini metallici dell’obitorio, con le gambe penzoloni ed a torso nudo, mentre Duchy le medicava accuratamente la ferita; Tony e Gibbs erano appoggiati contro il muro, le braccia conserte sul petto ed un’espressione severa in volto.
- La ringrazio molto dottore e mi dispiace di averla disturbata.- rispose lei con un sorriso riconoscente.
- Figurati! È piacevole ogni tanto avere a che fare con pazienti vivi. Di solito i miei ospiti non sono molto propensi al dialogo, ma in compenso ascoltano tutti i miei racconti senza lamentarsi.- e le strizzò scherzosamente l’occhio.
- Capisco!- ridacchiò lei rimettendosi la maglia.
Tony storse le labbra davanti a quello scambio di battute, impaziente di avere le sue risposte.
- Se avere finito, potrei sapere come mai sono finito nel mirino di un fucile Kaye?- chiese sgarbatamente.
Il sorriso sul volto della ragazza scomparve all’istante sostituito da un’espressione stranamente preoccupata. Gibbs si chiese cosa potesse essere così grave da preoccuparla in quel modo.
- Non ti accontenteresti di sapere che c’è qualcuno che vuole ucciderti e che il tenente mi ha mandato qui a proteggerti?- chiese speranzosa.
- No!- .
A quella risposta decisa e dura, Kaye abbassò la testa sconfitta: aveva sempre cercato di difendere Tony da se stesso e da tutti i guai in cui si cacciava…
… come avrebbe potuto difenderlo da quello?
Stava per infliggergli un ferita molto più dolorosa di centomila pugnalate e non aveva niente per preparalo.
Tony rimase al suo posto in attesa, lo sguardo irremovibile fisso su di lei.
Sospirò e si preparò alla rivelazione.
- Jason Acklens è stato rilasciato tre mesi fa.- .
Inizialmente Tony rimase a fissarla stupito come se non avesse afferrato il senso di quelle, poi, pian piano, ognuna di esse andò ad incastrarsi perfettamente nella sua testa, svelandogli il significato di quella frase e tutto il resto del mondo sfumò fino a lasciare solo il ruggito della rabbia dentro la sua testa. Se fosse stato colpito da un fulmine avrebbe provato meno dolore.