RACCOGLIENDO UNA BAMBOLA ROTTA

Capitolo IV



Era strano che non avessero ancora sferrato nemmeno un attacco decisivo, ma che fino a quel momento le avessero mandato contro solo dei perfetti idioti che rispediva sistematicamente al mittente senza il minimo sforzo, ed aveva deciso di andare a dare un’occhiata di persona al loro covo. Non sapeva dove fosse, ma era pronta a scommettere che nella zona più malfamata di Central avrebbe trovato qualcuno che le avrebbe dato l’esatta ubicazione: era bastato, infatti, fare le domanda giuste nei posti giusti ed aveva ottenuto l’indirizzo. All’inizio al solo nominare gli “Adepti di Kamlon” anche gli assassini più incalliti scappavano balbettando le scusa più assurde, ma poi aveva trovato un tipo piuttosto loquace che le aveva confessato più di quello che avrebbe voluto sapere appena si era ritrovato il suo pugnale puntato alla gola. Ed ora era li come un’ombra tra le ombre, in piena notte, in un vicolo davanti quella splendida villa a tre piani circondata da un lussureggiante giardino pieno di piante esotiche: però, si trattava bene il proprietario! E se non ricordava male quella era una delle residenze del vice ministro della difesa… quindi Kamlon ricercava fedeli altolocati a quanto pareva! Fremette al pensiero di quanti pezzi grossi avrebbe trovato ad inginocchiarsi davanti quel dio. Si guardò intorno alla ricerca di eventuali nottambuli ancora in giro, poi scattò verso il muro di recinzione della villa scavalcandolo con un solo balzò. Atterrò nel giardino quasi fosse senza peso, il rumore dei suoi piedi che toccavano terra attutito dallo strato d’erba. Controllò che le guardie fossero al loro posto appoggiate ai fucili a sonnecchiare. Sorrise: quello era un lusso che uno Speciale non poteva permettersi, ma in quel momento andava tutto a suo vantaggio… Impalpabile ed invisibile come un’ombra scivolò lungo il muro di cinta della villa: il suo informatore aveva detto che a nord-ovest dell’ingresso principale c’era una botola coperta da foglie secche tramite la quale si accedeva ad una stanza sotterranea, scavata parecchi metri sotto terra per non creare troppi sospetti con i loro rumorosi rituali. Mosse un po’ di foglie con un piede cercando di non fare troppo rumore e trovò una lastra di metallo con attaccato un anello che fungeva da maniglia. Tirò sperando che i cardini fossero oliati a dovere, altrimenti la sua missione era destinata a fallire ancora prima di iniziare; ma la lamiera si sollevò docilmente, sfilandosi dal terreno, come se fosse usata quotidianamente. Prese una torcia dal marsupio che portava allacciato attorno alla vita e la puntò verso il vano buio: nella tenue luce dorata davanti ai suoi occhi si disegnò una scala con gli scalini piccoli scavati nella pietra grigia e ricoperti di muschio, che si snodava verso il basso come le spire di un enorme serpente. Iniziò a scendere lentamente, facendo attenzione a non scivolare né a fare rumore. Alla fine di quella discesa si ritrovò in un antro circolare buio e decorato con arcate scolpite nella roccia, alla sua destra si apriva un corridoio di cui non riusciva ad individuare la lunghezza a causa delle tenebre che lo permeavano. Avanzò scivolando contro il muro, agile e silenziosa come un gatto, schermando la luce della torcia con una mano, in quel buio aveva la stessa potenza di un faro ed estrasse il pugnale per ogni evenienze. Lo stridio della lama contro il fodero apparve alle sue orecchie come un rumore insopportabile in quel silenzio e per un attimo ebbe il terrore di aver richiamato tutte le guardie di quel posto, ma vedendo che non accadeva nulla decise di avanzare prima di essere scoperta li, immobile ed indecisa sul da farsi. Alla fine si trovò sulla soglia di una stanza ampia quanto tutto il perimetro della villa in superficie, dal soffitto a volta a botte talmente alto da perdersi allo sguardo e sorretto da un peristilio colonnato, una vasta vasca in marmo azzurro occupava quasi tutto il pavimento, il resto era lastricato in marmo bianco e rivestito di cerchi alchemici che riusciva a distinguere a stento; sulla parete di fondo, dall’altro lato della stanza, spiccava violentemente un’enorme statua in onice che raffigurava un drago dalle dimensioni spropositate ritto sulle zampe posteriori, quelle anteriori distese davanti al petto con gli artigli sguainati, la testa dominata dalle fauci aperte sulle zanne snudate in un ghigno minaccioso: Kamlon sicuramente! Il drago in alchimia rappresentava un essere primigenio che convogliava in sé e rappresentava le forze della natura e quindi racchiudeva in sé il bene come il male, e proprio a questo aspetto più propriamente mistico esoterico che si rivolgevano gli “Adepti di Kamlon”. Da quello che aveva letto sui libri proibiti della Biblioteca Centrale alcuni alchimisti avevano messo la propria arte al servizio di questo dio della notte e del male che avrebbe promesso loro la pietra filosofale in cambio di anime da divorare. Fino a quel momento avevano lasciato perdere quella setta bollando le loro credenza come ingenue superstizioni; ma ora che molta gente era iniziata a morire nel nome di Kamlon, avevano deciso che era ora di cancellarli dalla faccia della terra. Sarebbe bastato comunicare l’indirizzo ai suoi superiori per togliersi quei fanatici dai piedi, ma sentiva che non era il momento, che quella sala era solo la punta di un gigantesco iceberg che avrebbe scatenato un terremoto politico ed istituzionale solo a grattarne la superficie. Si avvicinò alla piscina e si inginocchiò sul bordo, odorò l’aria ricavandone solo un leggero sentore dolciastro che non sapeva ricondurre a nessun odore in particolare, poi immerse la mano nel liquido che risultò freddo e viscoso al tatto, la ritirò di scatto in un moto di ribrezzo ed illuminò le dita con la torcia: alla luce risultarono rivestite di un sottile strato rossastro e lucido che scendeva gelatinoso verso il polso. Sangue! Quei pazzi avevano riempito una vasca di sangue! Ma che razza di rituali si praticavano in quel posto?! A strapparla dal labirinto di ipotesi che stava iniziando ad intessere furono nella sua mente, fu il rimbombo di alcuni passi che si stavano dirigendo verso la sala. Sentendosi scoperta, si guardò intorno freneticamente alla ricerca di un rifugio, ma sembrava che tutta la sala fosse priva di nicchie o roba simile. Istintivamente alzò lo sguardo, ormai senza speranza di salvarsi, e vide un buco che ad una decina di metri da terra squarciava la parete e che ad occhio e croce faceva proprio al caso suo. Veloce come un rettile nero strisciò sul muro infilandosi velocemente nel foro che a stento riusciva a contenere il suo corpo piegato. In quel momento maledisse la propria altezza sperando al contempo che nessuno di quelli che stavano entrando nella sala alzasse il viso nella sua direzione, visto che tutta la sua figura era compressa appena pochi centimetri oltre il bordo interno. Nel buio della stanza avvertì più di un passo entrare in quell’ambiente e si sentì in trappola. Qualcuno in basso accese degli enormi bracieri di bronzo che subito illuminarono l’ambiente a giorno spandendo al contempo un aroma dolciastro, simile al miele. Serrò le palpebre accecata dalla luce improvvisa dopo tutto quel buio. Appena riuscì a riaprirli vide che la sala ora era piena di persone coperte da mantelli neri. Da quella distanza non poteva vedere i volti sotto i cappucci, ma era pronta a scommettere una mano che erano tutti personaggi in vista dello Stato! Quando furono arrivati anche gli ultimi ritardatari, gli incappucciati si disposero in più file ordinate davanti alla statua di Kamlon e si inginocchiarono recitando una lenta litania in una lingua che le ricordava quella degli Ishibariti. Al termine della preghiera collettiva un individuo in prima fila si sollevò in piedi, fece alcuni passi in avanti per distaccarsi dagli altri fedeli, e si volse verso di loro alzando le braccia aperte verso l’esterno con i palmi delle mani rivolti verso l’alto in segno di supplica. La sua voce riecheggiò tra gli archi e raggiunse la volta profonda e calma, come il mare un istante prima dello scatenarsi della tempesta.
- Benvenuti fratelli e sorelle mie alla celebrazione della Vigilia. Come ricorderete tutti esattamente un anno ed un giorno fa il dio Kamlon si è mostrato a noi e ci promise che il giorno della sua Epifania avrebbe donato a noi Eletti la pietra filosofale in cambio dell’animo di quattro Eretici, quattro alchimisti cioè, il cui potere richiama i quattro elementi naturali alla base della nascita di ogni cosa vivente e non. Ora il giorno si avvicina, presto stringeremo tra le mani il potere sulla materia senza vincoli né restrizioni, il Potere Supremo con cui purificheremo la nostra amata Terra dalla presenza degli Eretici e dei Figli del Nulla. Saremo solo noi, Figli del Sommo Kamlon, a regnare sul mondo, creando una società perfetta su cui veglierà il nostro dio, quale imperatore e guida nostra. Immaginate come sarà, fratelli e sorelle, godere della visione del Dio Drago ogni giorno per tutta l’eternità! Ma per effettuare il Sacrificio Elementale occorrono tutte e quattro le anime. Che i Cacciatori ci informino sugli esiti della caccia!- concluse tirandosi indietro.
Il suo posto fu occupato da quattro figure vestite grossomodo come gli Speciali, ma senza la maschera e con un solo pugnale legato ad una cintura lungo la vita. Una di loro fece un passo avanti: era vestita come le altre tre figure, ma al posto del pugnale portava una scimitarra e la cintura era bordata di fregi sanguigni, al collo portava una catenina di argento od oro bianco con appeso un qualche ciondolo di cui non riusciva a distinguere la forma. Dava l’impressione di essere il capo di qual quartetto.
- Sommo Sacerdote le pongo gli omaggi miei e delle mie sorelle. Noi Cacciatori abbiamo eseguito l’ordine di Kamlon con somma gioia, catturando l’Alchimista delle Correnti, l’Alchimista delle Rocce e l’Alchimista delle Acque Profonde. Manca solo l’Alchimista di Fuoco.- concluse inchinando leggermente la testa in avanti.
- Perché manca l’anima dell’Alchimista di Fuoco?- chiese il Sommo Sacerdote irritato.
- È stata messa una Guardia per garantire la sua incolumità. È molto potente e capace, non ci ha mai permesso di avvicinarci troppo al nostro obbiettivo. Abbiamo scoperto che è uno Speciale!- .
Quelle parole suscitarono un mormorio confuso e preoccupato tra i Figli di Kamlon. Un sorriso divertito incurvò le sue labbra: a quanto pareva ci aveva visto giusto! Qualcuno li aveva informati che c’era uno Speciale a fare la guardia a Mustang e li sotto parevano non aver gradito troppo l’informazione. Comunque la situazione era preoccupante: cos’altro sapevano di lei e della missione che stava svolgendo li a Central? E chi era il basista? Avrebbe dovuto indagare e scoprire tutto prima che fosse stato troppo tardi, e doveva anche aumentare la protezione a Mustang! I suoi pensieri furono interrotti dal Sommo Sacerdote.
- Questo non ci voleva! Uno Speciale non è un nemico semplice da eliminare… Ma dobbiamo quantomeno riuscire a separarla dal suo protetto il tempo necessario per sottrarle l’alchimista di fuoco e portarlo qui per il rito!- .
Una dei Cacciatori si fece avanti e si inginocchiò davanti al Sommo Sacerdote.
- Vostra Eminenza la prego di affidare a me il compito di neutralizzare lo Speciale e di portarle il Fuoco. Conosco bene la Guardia ed ho già in mente un piano!- .
Stranamente trovò familiare quella voce femminile…
- Accordato! Hai tempo fino alla vigilia dell’Epifania per condurlo qui!- .
- La ringrazio! Non la deluderò!- la donna si rialzò e tornò al suo posto.
Dopo un gesto del Sommo Sacerdote le quattro figure tornarono a mischiarsi con il resto degli adepti, poi ritornò a parlare.
- Che si dia inizio ai festeggiamenti della Vigilia!- esclamò.
Da qualche parte che non riusciva a vedere, due uomini trascinarono una giovane donna in catene che si dimenava nel disperato tentativo di liberarsi, ed invocava un aiuto che non avrebbe mai avuto. La donna fu legata a dei ganci che pendevano dalle zampe anteriori della statua mentre i piedi sfioravano il sangue all’interno della piscina. La paura la invase ancora più ferocemente ed iniziò a dibattersi ed ad urlare ancora più disperatamente. Per un attimo si chiese se non fosse stato il caso di uscire dal suo nascondiglio e provare a liberarla, ma conosceva già la risposta: lei era da sola e loro erano un centinaio, non sarebbe mai riuscita ad uscire viva da quel sotterraneo e non poteva permettersi di lasciare Mustang da solo! Le dispiaceva ma non riusciva ad anteporre il bene di quella sconosciuta a quello della persona che amava: era stata addestrata a ragionare lucidamente, valutando ogni possibilità di riuscita e lei, in quel momento, non ne aveva nessuna! Vide che il Sommo Sacerdote si era avvicinato alla ragazza incatenata con due pugnali in mano, e, dopo aver recitato una formula di rito, con uno scatto fulmineo le conficcò i pugnali in verticale ai lati del collo. A quella scena serrò la mascella fino a farsi sanguinare le gengive, mentre il rimorso la lacerava. Un altro grido straziante richiamò la sua attenzione e vide un altro pugnale piantato fino all’elsa nel petto all’altezza del cuore. La vide spegnersi velocemente per la perdita di sangue, ma sempre troppo lentamente, la voce ridotta ad un pallido sussurro tra le sue labbra sbiancate; vide il corpo adagiarsi lentamente nella piscina di sangue appena sorretto dalle catene. Quello che ne seguì fu una catena sconnessa di scene allucinanti che la scossero fin nel profondo nonostante tutto quello che aveva visto fin dalla prima volta che aveva indossato quella divisa. Con l’aria che le mancava ed una morsa gelida che le stringeva il cuore attese che fossero andati tutti via per scappare da quel luogo. Quando riuscì a tornare in superficie era quasi l’alba e si riempì i polmoni di quell’aria gelida per schiarirsi il cervello: ora voleva solo arrivare il più velocemente possibile all’albero di fronte la villa di Mustang ed accertarsi delle sue condizioni. Ranja la riconobbe all’instate e le si gettò addosso festante: aveva temuto per la sua vita quella notte! Sorrise a quel pensiero e la coccolò finché non si fu calmata. Si voltò verso la finestra della stanza dove dormiva Roy e notò che aveva lasciato i vetri aperti nonostante il freddo di quella mattina di fine febbraio. Scosse la testa: sapeva che era un errore, ma saltò dalla punta del ramo e si ritrovò sul tetto della villa, per poi scivolare sullo stretto cornicione che correva sotto le finestre del secondo piano. Si accucciò contro il davanzale esterno e fissò la stoffa pesante delle tende bianche ondeggiare contro il venticello gelido della mattina. Per qualche istante rimase immobile con la mano sollevata verso la stoffa: da un lato aveva un disperato bisogno di vedere Roy ed accertarsi che fosse vivo dopo essere stata costretta ad osservare quello che gli sarebbe accaduto se non fosse stata in grado di proteggerlo, ma allo stesso tempo sapeva che non avrebbe retto a scoprirlo in compagnia di un’altra donna. Ignorando i suoi dilemmi interiori, la sua mano si aggrappò alle tende e le scostò rivelando la figura del colonnello da sola sotto le coperte, ripiegata su se stessa per il freddo che si era impossessato della stanza. Sapeva che stava per commettere la sua più grande sciocchezza, ma scivolò nella stanza fino al letto e si accucciò accanto a lui per osservarlo: aveva il viso delicato disteso in un’espressione tranquilla e serena, e le labbra appena dischiuse come nel volto di un bimbo… Qualcosa si spezzò definitivamente dentro di lei: aveva resistito per anni combattendo contro quel sentimento che era troppo patetico e riduttivo chiamare amore che provava per quel colonnello, ma quella mattina c’era qualcosa di stonato e sbagliato, non riusciva a risollevare le sue barriere ed a ricacciare indietro quella voglia opprimente che aveva di lui… non doveva farlo e lo sapeva, ma allo stesso tempo non riuscì a trattenersi: era stanca di quel rigido autocontrollo che si imponeva costantemente, era stanca di guardarlo da lontano, era stanca di reprimere i suoi sentimenti e di essere sempre perfetta e ligia al dovere! Con le dita tremanti si tolse la maschera bianca e si liberò del passamontagna, fissò per un attimo ancora l’uomo che dormiva ignaro davanti a lei ed si chiese cosa stesse facendo, ma fu solo un attimo, poi l’unica cosa che riuscì a fare fu di chinarsi su di lui…
Quella mattina Mustang si svegliò con un sapore diverso sulle labbra ed il ricordo di un paio di occhi blu cupi e disperati, con strane venature ambrate, mentre gli echi di un dolce e caldo «Ti amo!» gli riempivano piacevolmente l’anima. E stranamente la finestra era chiusa nonostante ricordasse chiaramente di averla lasciata aperta perché il suo angelo custode quella notte non c’era…