SORGON IL DOMINATORE
Capitolo 3
Allanon
scendeva l’ampio scalone diretto alla biblioteca, lentamente,
in
maniera quasi solenne, come una sorta di immersione in quel luogo
carico di ricordi che era diventato casa sua dopo la morte di
Bremen.
Bremen. L’uomo che gli aveva teso la mano nel baratro in
cui era caduto, che lo aveva tirato fuori e gli aveva fornito una
nuova strada, un nuovo scopo per cui vivere e morire. Lo aveva reso
il difensore delle Quattro Terre. Prima di morire Bremen lo aveva
incaricato di vigilare su quel mondo giovane e fragile, costantemente
preda delle ambizione di essere potenti e deviati, che vedevano come
massima aspirazione delle loro vite, quella di dominare quelle terre.
Poco prima di venire portato via dall’ombra di Galaphile al
Perno
dell’Ade, Bremen gli aveva rivelato che la minaccia del
Signore
degli Inganni non era stata completamente estinta, che Jerle Shannara
nel momento decisivo aveva dubitato sull’effettivo potere
della sua
spada e questo aveva offerto una via di scampo al suo avversario;
ferito ed indebolito Brona era scappato lasciando dietro di se solo
uno sbuffo di fumo nero, i Messaggeri del Teschio erano scomparsi
come nebbia al sole ed aveva perso il totale controllo su gnomi e
troll che formavano il grosso del suo sterminato esercito. Ora Brona
era tornato a rintanarsi al nord, a leccarsi le ferite ed a
recuperare le forze, avrebbero avuto ancora qualche anno di pace
prima del suo ritorno. Era questo quello che aveva pensato prima di
abbandonarsi al Sonno del Druido, un sonno magico che consentiva di
ringiovanire e quindi di vivere più a lungo di tutte le
altre
creature viventi; ma anche quell’espediente non sarebbe
servito a
tenere la morte lontana per sempre, a lungo andare non avrebbe
più
fatto effetto, togliendo anche gli effetti collaterali che portava su
un organismo creato per vivere una vita breve. Allanon non si
aspettava di certo di venire svegliato dopo appena cent’anni
da suo
padre. Bremen gli aveva inviato dei sogni premonitori per mostrargli
il pericolo che stavano per correre le Quattro Terre, incubi
terrificanti in cui aveva visto quel mondo messo a ferro e fuoco
dall’esercito di Sorgon e la razza umana usata come bestiame
dagli
Incubi. Della dolcezza delle foreste rigogliosi che contendevano
terreno alle alte montagne dall’aspetto arcigno, delle
pianure che
si aprivano a perdita d’occhio e della fertile campagna ricca
di
frutti non restava niente, solo un immenso arido deserto. Sorgon, a
differenza di Brona, non voleva solo dominare le Quattro Terre,
voleva distruggerle, umiliarle, cancellarle, per poi riplasmarle
secondo il suo volere. Voleva creare un nuovo mondo per sé e
per i suoi sudditi, secondo i suoi voleri. Quando si era risvegliato
era corso al Perno dell’Ade ed aveva evocato
l’ombra di suo padre
per chiedere spiegazioni. Bremen aveva proiettato nella sua mente
immagini per spiegargli che tutto quello che aveva visto stava per
accadere, che avevano poco tempo, che doveva trovare il Labirinto di
Specchi e prendere lo Scrigno di Diamante Viola in cui imprigionare
Sorgon fino alla fine dei tempi, che l’unica persona che
avrebbe
potuto aiutarlo nell’impresa era una ragazzina spaventata che
si
nascondeva dalle Streleheim per sfuggire a se stessa ed al suo
potere, un potere immenso e pericoloso che aveva imparato a dominare
solo in parte e che le faceva tanta paura. Cho Black era molto
più
potente di quello che suo padre gli aveva detto, era così
potente da scorgere le trappole che aveva piazzato alla base della
rupe ed eluderle e da riuscire a salire fin su la rocca; Allanon era
certo che se avesse insistito un po’ di più Cho
sarebbe
stata in grado anche di penetrare all’interno di Paranor. Suo
padre
gli aveva predetto che un giorno avrebbe trovato un successore che
possedeva una magia potentissima con cui avrebbe protetto le Quattro
Terre dal male, che quel successore fosse proprio Cho Black? Era
già
arrivato per lui il momento di scegliere la persona che gli sarebbe
succeduta come Druido ed avrebbe difeso con e come lui le Quattro
Terre?
Eppure sentiva che sarebbe rimasto solo ancora a
lungo…
Intanto era arrivato davanti la porta di spesso legno
chiaro della biblioteca. Non aveva senso cercare di osservare al di
la del ventaglio di possibilità che era stato aperto davanti
a
lui, non era concesso agli esseri umani di guardare il futuro, poteva
solo aspettare e vedere cosa sarebbe successo. Lui aveva un compito
da portare a termine, solo a questo doveva pensare, tutto il resto
sarebbe stato rivelato al momento debito. Sollevò la pallida
mano adunca ed abbassò la maniglia di ottone. La porta si
aprì
docilmente ruotando sui cardini senza cigolare, come se fosse usata
quotidianamente. Il forte odore di chiuso ed umido gli
penetrò
le narici, infiltrandosi fin dentro i polmoni. Era a casa. Quel
luogo, più che Paranor stesso, Allanon riconosceva come casa
sua, era in quella stanza dall’alto soffitto a volta a vela
sorretto da finte colonne, con le pareti coperte completamente da
scaffali di legno pieni di tomi polverosi, che aveva trascorso la
parte migliore della sua giovinezza. Se chiudeva gli occhi poteva
ancora sentire la voce di Bremen mentre gli spiegava qualche regola
alla base della magia. Quasi poteva rivedersi, un ragazzo magro e
dinoccolato, seduto ad uno dei tavoli, curvo su uno dei tomi delle
Storie dei Druidi, mentre suo padre sedeva poco distante da lui e lo
osservava con sguardo dolce, la vecchiaia e la morte che reclamavano
i diritti che avevano su di lui, in un’intima atmosfera
familiare.
Sentì un moto di commozione risalirgli la gola e si
affrettò
a scacciarlo, indirizzando la sua attenzione al motivo per cui era
sceso fin li, per i ricordi ci sarebbe stato sempre tempo, dopo, una
volta finito tutto. Si diresse verso una parete e la sfiorò
con il palmo della mano destra aperta, mentre pronunciava a fior di
labbra una formula magica, ed il muro si dissolse come se fosse stato
costituito da nebbia. Davanti ad Allanon apparve la stanza che
conteneva gli scaffali delle Storie, abilmente occultate da Bremen,
con l’aiuto di Khale Rese, suo vecchio e fedele amico, e
custode
della biblioteca dei Druidi, per impedire che il Signore degli
Inganni potesse impossessarsene una volta conquistata Paranor ed
eliminati tutti i Druidi, che erano rimasti sordi ai suoi
avvertimenti. Allanon ricordava ancora il profondo dolore che aveva
inumidito gli occhi del vecchio mago quando gli aveva raccontato
quella che considerava la sconfitta peggiore della sua vita,
perché
non era riuscito a convincere degli innocenti, si considerava ancora
responsabile della loro morte, anche se era stato rifiutato e
scacciato da loro, anche se era stata solo una loro scelta. Il Druido
mosse un passo in avanti ed entrò in
quell’ambiente umido e
buio, impregnato dell’odore di carta vecchia, dove era
conservata
la storia dell’umanità dal primo Consiglio dei
Druidi
indetto dall’elfo Galaphile, incantesimi, invocazioni ed
esorcismi,
i pochi esperimenti della vecchia scienza che erano riusciti a
salvare dall’oblio portato dalle Grandi Guerre che avevano
sconvolto il vecchio mondo, tutto il sapere che i Druidi avevano
raccolto e tramandato nel loro periodo di attività, e che,
dopo il tradimento di Brona, avevano occultato per paura che la magia
potesse corrompere un altro di loro. Si avvicinò alla
libreria
e prese il primo volume che gli capitò a portata di mano,
stava per estrarlo, quando una particolare vibrazione
dell’aria gli
fece correre un brivido lungo la colonna vertebrale, avvertendolo che
c’era qualcosa di poco amichevole in agguato. Un ghigno
increspò
le labbra di Allanon mentre estraeva il pesante tomo e lo portava ad
uno dei tavoli della biblioteca dove si sedette ed iniziò a
leggere come se nulla, tendendo, in realtà, una maglia di
magia in tutto il castello, un sistema d’allarme che avrebbe
sondato ogni angolo di Paranor svelando eventuali intrusi. Era molto
lenta come magia, ci avrebbe impiegato molto per coprire
completamente quel labirinto di scale e corridoi e stanze, ma era
comunque quella che ritenne il più sicuro. Il tempo scorreva
lento e viscoso mentre il Druido passava da un volume delle Storie
all’altro, nascosti nel buio continuavano pazientemente a
spiarlo,
come se attendessero un segnale, sentiva i loro respiri ansanti
vibrare debolmente da qualche parte nel buio. Alla fine comprese
quello che volevano: stavano aspettando che scoprisse
l’ubicazione
del Labirinto di Specchi! E questo svelava anche la loro
identità:
erano Incubi al servizio di Sorgon! Il loro signore li aveva inviati
li per poter impossessarsi dell’unico oggetto che avrebbe
potuto
rappresentare per lui un pericolo e quindi scongiurare la sua
sconfitta una volta e per sempre. Allanon imprecò tra i
denti
mentre si rendeva conto della trappola in cui si era messo
volontariamente: era circondato da Incubi, esseri demoniaci quasi
invulnerabili, non era nemmeno sicuro che il suo fuoco magico potesse
qualcosa contro di loro. L’unico modo per sbloccare quella
situazione di stallo era far capire loro che aveva terminato la sua
ricerca. Con un tonfo sordo chiuse il libro che aveva letto solo per
metà ed un sorriso vittorioso si riusciva ad intravedere
sotto
la peluria dalla barba. Rimise il tomo al suo posto ed uscì
dalla stanza ripristinando la magia protettiva: qualsiasi cosa
sarebbe accaduto nessuno, ad eccezione di lui e dei suoi successori,
avrebbe dovuto mettere le mani su tutto quel sapere che nelle mani
sbagliate avrebbe portato solo morte e distruzione. Quando si volse
si ritrovò circondato da ripugnanti esseri gibbosi e
contorti,
alcuni ricoperti da una peluria irta e stopposa, altri da scaglie che
rilucevano sinistramente nella debole luce delle torce, tutti con gli
occhi animanti da una luce perfida e malata, che gli ringhiavano
mentre snudavano artigli e zanne. Volevano ucciderlo lentamente e tra
atroci torture. Erano i primi Incubi che Allanon incontrava e poteva
affermare che erano molto meno inquietanti i Messaggeri del Teschio
che aveva visto da ragazzo. Quelli erano i primi nemici che
affrontava da solo, erano un po’ come un test di prova in cui
avrebbe dovuto mettere in pratica tutto quello che suo padre gli
aveva insegnato. Per un istante provò il forte desiderio di
averlo ancora al suo fianco, di poter avvertire ancora una volta la
sua presenza rassicurante accanto a sé… Gli occhi
dolci e
severi di suo padre gli si affacciarono alla mente come se avesse
ascoltato il suo richiamo e gli rammentarono quanto si fosse
sacrificato per apprendere l’arte druidica e il
perché lo
avesse fatto, gli comunicarono, come ogni volta, che si fidava
ciecamente di lui e delle sue capacità, per questo lo aveva
scelto come suo successore. Allanon sorrise. Un essere piccolo e
ricurvo, simile ad una grossa rana porpora, con un paio di balzi gli
fu davanti, dondolò per qualche secondo gli occhi grigi per
poi porli sul Druido che continuava a fissare impassibile gli esseri
davanti a sé.
- Umano, dicci dove è conservato lo
Scrigno di Diamante Viola se vuoi una morte rapida ed indolore.-
aveva gracchiato l’Incubo distorcendo la bocca in una smorfia
arrogante.
Allanon a quelle parole abbassò lo sguardo verso
quella creatura, che indietreggiò spaventata di fronte la
gelida furia che li animava. Quegli occhi neri erano inquietanti
schegge di vetro nero che sembravano poter perforare l’anima
di chi
osservavano fino a piantarsi nel suo cuore e farlo a brandelli. Per
tutta risposta il Druido sollevò le mani tenendole a coppa,
con i palmi verso l’alto, al cui interno, dopo un guizzo,
iniziò
a bruciare il fuoco magico. La fiamma blu brillava intensa,
sfrigolando in decine di scintille arancione. Allanon unì le
mani davanti al suo viso per qualche istante, quando le
allontanò
per riportarle ai lati del suo corpo, erano unite da un sottile arco
di fuoco che vorticava e scintillava minaccioso. Il filo si tese fino
a spezzarsi, esplodendo in una fiammata che investì la prima
fila di Incubi. Vedendo la fine che avevano fatto i loro compagni gli
altri Incubi ruggirono furiosamente, raspando con gli artigli sulla
pietra lasciando profondi solchi, schioccando le fauci irte di zanne
affilate ed acuminate. Una nuova fiammata blu sfavillò tra
le
mani del Druido. Davanti quella luce azzurrina gli Incubi divennero
ancora più nervosi ed agitati, iniziarono ad avanzare verso
di
lui a piccoli passi, osservando guardinghi i movimenti delle sue
mani. Temevano il fuoco magico ora che avevano visto alcuni di loro
consumati da esso. Poi un Incubo a quattro zampe, una creatura a
metà
tra un lupo ed un essere umano, caricò sulle zampe
posteriori
e si slanciò su Allanon, questi si scansò appena
prima
dell’impatto e l’essere atterrò contro
il muro, per un
istante rimase attaccato alla parete verticale, sospeso a tra
metà
tra pavimento e soffitto, poi si diede un’altra spinta e si
scagliò
nuovamente contro il Druido, che sotto il suo peso cadde a terra.
Allanon picchiò violentemente la schiena contro il pavimento
di marmo e sibilò tra i denti per il dolore, ma non poteva
distrarsi: le pesanti zampe dell’Incubo lo inchiodavano
contro il
pavimento senza possibilità di movimento, mentre cercava di
tenere lontane quelle fauci dalla sua gola stringendogli le mani sul
collo. Allanon stava usando tutta la sua forza ma quella del demone
su di lui era disumana, incontenibili, talmente potente da poterlo
piegare, e le sue braccia stavano cedendo velocemente, tanto che
all’improvviso si ritrovò il muso
dell’Incubo a pochi
centimetri dal suo volto, tanto che una luce vittoriosa
brillò
nei suoi occhi. Raccogliendo le sue forze, Allanon lo spinse
violentemente lontano da sé, fino a riuscire a mettersi
semiseduto, quindi con un ringhio sordo fece esplodere dalle sue mani
aggrappate alla pelliccia una fiammata blu che in pochi istanti
divorò l’Incubo. Ansante il Druido si rimise in
piedi,
poggiandosi pesantemente contro il muro: la magia lo stava logorando,
doveva chiudere quello scontro il più velocemente possibile,
altrimenti non gli sarebbe rimasta energia sufficiente per svolgere
l’incarico che gli aveva affidato suo padre.
Digrignò i
denti cercando di soffocare quel senso di furia ed impazienza che lo
stava divorando: doveva rimanere lucido e razionale se non voleva
soccombere. Stava per passare all’attacco quando la sua magia
iniziò a vibrare violentemente, avvertendolo che
c’erano
altri intrusi a Paranor e che si erano concentrati tutti in uno dei
corridoi della zona settentrionali. Fu solo allora che si
ricordò
di Cho Black e della sua richiesta di visitare Paranor. Quella
sciocca mocciosa, sibilò tra i denti furibondo e
preoccupato.
Ora chiudere al più presto quella faccenda era diventato una
necessità. Allanon chiuse gli occhi e si
concentrò,
evocando dalle profondità del suo potere altro fuoco magico,
più potente di quello che aveva usato fino a quel momento.
La
sentì ribollire furiosamente sul fondo della sua anima e
risalire velocemente verso l’esterno, un’ondata
impossibile da
arginare, che voleva solo esplodere all’esterno e spazzare
via
tutto quello che gli si opponeva. Riaprì gli occhi di
scatto,
tendendo con un rapido gesto le mani davanti a sé e dai
palmi
sprizzò un velo di polvere blu che a contatto con
l’aria
si
incendiò dando fuoco agli Incubi. Fiamme blu cupo che
bruciavano crepitando sinistramente, riflettendosi negli occhi neri
del Druido, incupiti dalla stanchezza. Allanon si appoggiò
solo un attimo con la schiena contro il muro per riprendere fiato,
quella che aveva usato era uno dei modi più efficaci di
usare
il fuoco magico, ma allo stesso tempo era quello più
sfinente,
gli ci sarebbe voluto tempo per riprendersi completamente da quello
scontro magico. Riaprì gli occhi staccandosi lentamente
dalla
parete: non era quello il momento delle elucubrazioni mentali,
c’era
una mocciosa da trovare e salvare. Lanciò
un’ultima occhiata
ai mucchi di cenere fumante che erano stati i suoi avversari e poi si
slanciò in avanti, ordinando ai suoi muscoli di farlo
correre
più velocemente che potevano. Seguendo la maglia di magia
che
aveva intessuto all’interno del castello seppe esattamente
dove Cho
Black si trovava. Allanon sfrecciava per i corridoi tagliando
all’interno delle stanze, scavalcando gli immensi scaloni,
coprendo
in pochi istanti scorciatoie quasi dimenticate, pregando di fare in
tempo. Sentiva le forze venirgli meno, si sentiva prosciugare man
mano, ed a denti stretti pregava suo padre di concedergli di arrivare
in tempo. Cho Black era l’unica persona in tutte le Quattro
Terre
che avrebbe potuto affrontare e portare a termine quella missione, se
fosse morta tutto sarebbe terminato ancora prima di iniziare e non
poteva permetterselo. Si maledì per averle permesso di
andarsene in giro per il castello senza prima essersi accertato che
non ci fossero pericoli… ma chi poteva pensare che gli
Incubi si
erano infiltrati all’interno di Paranor e lo stavano
aspettando
tendendogli una trappola quasi mortale? Una vibrazione più
forte dell’altra nella magia lo avvertì che stava
accadendo
qualcosa di terribile: per la prima volta dopo tanto tempo, Allanon
provò nuovamente la paura di perdere qualcuno. E non capiva
perché, Cho Black era solo uno strumento, un mezzo per
raggiungere il suo scopo, non doveva affezionarsi a lei, non quando
conosceva il destino che l’attendeva. Per questo si impose di
correre ancora più velocemente, ignorando il dolore alle
gambe
ed i polmoni che bruciavano, spingendosi sempre più in
avanti.
Quando giunse al corridoio indicatogli dalla magia, si
ritrovò
inchiodato al pavimento dallo stupore: Bremen lo aveva messo in
guardia dal potere della ragazza, ma mai avrebbe creduto che potesse
essere così pericoloso. Sconvolto osservò Cho
Black in
piedi al centro del corridoio, in un lago formato dal suo stesso
sangue, orrendi occhi di un nero cupo, spento, oleoso scattavano da
un lato all’altro cercando freneticamente i suoi avversari,
valutandone la forza, avvolta da una sconvolgente aura magica che
aveva preso le sembianze di un paio di enormi mani che si libravano
dalla sua schiena e si protendevano minacciosamente avanti, con gli
artigli tesi, pronti a ghermire le sue prede. La sua confusione
aumentò quando vide quelle mani chiudersi sugli Incubi,
insinuandosi nelle loro teste, facendoli fremente ed arcuare in
spasmi di un lacerante dolore inimmaginabile. Che terribile potere,
si ritrovò a pensare quando li vide cadere senza vita uno
dopo
l’altro. Un potere simile non poteva, non doveva esistere al
mondo!
Era una forza inimmaginabile, contro cui niente sarebbe stato
efficace, un potere selvaggio ed indomabile che non poteva essere
controllato, solo scatenato. Quando Cho volse i suoi neri occhi
inferociti verso l’Incubo che aveva assunto le sue sembianze,
Allanon immaginò cosa sarebbe potuto accadere se quella
ragazzina avesse perso il controllo del suo potere e la magia avrebbe
preso il sopravvento: sarebbe iniziata l’era più
oscura che
quel mondo aveva conosciuto, un’era di terrore dove la morte
avrebbe banchettato allegramente con le vite che Cho avrebbe
strappato con il suo potere, fino a che la terra non sarebbe
diventata un immenso deserto privo di qualsiasi forma di vita. E per
la prima volta si chiese anche se avesse fatto la cosa giusta a
trascinarla fuori dalle Streleheim…
Poi tutto come era iniziato
così era terminato, la magia aveva abbandonato
improvvisamente
Cho, non più capace di sostenerla, e l’aveva
lasciata a
terra come un burattino dai fili tagliati, svuotata di tutto. Allanon
sospirò sollevato: sarebbe stato difficile anche per lui
avere
ragione di quella ragazzina in preda alla sua furia omicida, ridotto
in quelle condizioni! Vide il falso se stesso avvicinarsi a lei
snudando lunghi artigli e ghignando vittorioso, assaporando
già
la vita che avrebbe reciso a momenti. Quando vide quegli artigli
affilati come falci fendere l’aria con l’intento di
decapitarla,
Allanon si fece avanti bloccando il polso dell’altro in una
presa
salda. Quando l’Incubo si volse per vedere chi aveva osato
intromettersi, sentì il sangue sciogliersi nelle vene: non
riusciva a credere di avere davanti il Druido! Nessun essere umano
avrebbe mai potuto sopravvivere ad un Branco Nero, nemmeno un Druido,
come ci era riuscito?
Sorrise divertito mentre si liberava dalla
stretta dell’altro: evidentemente li avevano sottovalutati
entrambi! Allanon si frappose tra Cho e l’essere demoniaco
che
aveva preso il suo aspetto, pronto ad un nuovo scontro, ma,
improvvisamente, le mura di Paranor cominciarono a tremare dalle
fondamenta, come se un gigante sepolto sotto di esso si fosse
ridestato all’improvviso scrollandosi il sonno di dosso. Il
Druido
impiegò pochi istanti per capire cosa stesse succedendo: la
magia liberata da Cho era stata così potente da aver destato
gli Antichi Poteri che Bremen aveva posto a difesa al castello
cent’anni prima, un potere magico davanti al quale era
fuggito
anche il potente Signore degli Inganni quando aveva preso il
castello. Dovevano scappare da li al più presto, se non
volevano incorrere in un brutto destino. Anche l’Incubo
dovette
avere un sentore di quello stava accadendo perché si
inchinò
scherzosamente prima di sparire in uno sbuffo di fumo, lasciandoli
con un poco amichevole “Ci rivedremo!”. Allora il
Druido, seppur
sorpreso da quella fuga, rivolse la sua attenzione alla ragazza
ancora inginocchiata alle sue spalle, le braccia abbandonate contro
il corpo finito e la pozza formata dal suo sangue si allargava sempre
più. Qualcosa dentro di lui vibrò quando
incrociò
i suoi occhi spenti e pallidi, di un colore indistinto, malato, come
se avessero dimenticato il loro colore verde scuro. Allanon fu
riscosso dalla sua magia che lo avvertiva che il pericolo si faceva
sempre più vicino. L’uomo si avvicinò a
Cho e la
sollevò per un braccio, nella speranza che riuscisse a
restare
in piedi, ma le gambe le cedettero di colpo facendola cadere
pesantemente in avanti; grazie a quel colpo le ferite avevano preso a
sanguinare maggiormente. Allanon osservò quel corpo
disarticolato che penzolava dal suo braccio: c’era una sola
cosa da
fare se non volevano morire entrambi! Con un gesto veloce la
sollevò
tra le braccia, stringendola contro di sé, stupendosi per un
attimo di quanto fosse leggera, iniziando a correre la sua folle
corsa per uscire dal castello.