SORGON IL DOMINATORE
Capitolo 4
A
Cho Black sembrava di galleggiare nel nulla. Come se un denso,
riposante strato di tenebra accogliesse le sue membra stremate.
Sentiva che sarebbe potuta rimanere per sempre il quel posto. Era
tutto quello che aveva, ora lo capiva benissimo, sempre desiderato:
un posto in cui riposarsi, un luogo in cui fermarsi e sentirsi libera
e rilassata, un territorio dove poter dimenticare tutte le lacrime
che aveva versato, tutto il dolore che gli aveva spremuto il cuore,
tutto il rimorso per quello che aveva fatto e la paura per quello che
avrebbe potuto fare. Desiderò che nessuno la venisse a
cercare, che la lasciassero li dimenticandosi di lei…
Eppure
dentro di sé era consapevole che quella pace non sarebbe mai
durata in eterno. Glielo sussurrava quella leggera sensazione di mani
che la sfioravano e di una voce familiare che la chiamava. Ma lei non
voleva svegliarsi, voleva solo lasciarsi andare sempre di
più,
amalgamarsi con quel buio fino a scomparire in esso.
Ricordava
benissimo quello che aveva fatto, aveva di nuovo perso il controllo e
fatto appello a quel potere, un potere malvagio capace solo di
portare morte e distruzione, su cui lei non aveva mai avuto il minimo
controllo; ogni volta le sembrava che la magia si animasse di vita
propria e prendesse il sopravvento, imprigionandola e relegandola in
qualche angolo della sua mente e prendendo il controllo del suo
corpo. Ed ogni volta quel giogo che le veniva imposto dalla magia
diventava sempre più pesante e difficile da togliere, e
l’intorpidimento che ne seguiva sempre più denso e
sfinente.
Ogni volta diventava sempre meno in grado di riemergere dalla sua
coscienza e riprendere il controllo su se stessa, e questo la
spaventava al punto di preferire la morte piuttosto che venire
dominata dalla magia, diventare un suo giocattolo. Aveva sempre
odiato quella faccia della sua magia, fin dal giorno in cui aveva
scoperto di possederla. Ricordava ogni colore e profumo, ogni
sfumatura di quel giorno: era un sonnacchioso pomeriggio di fine
maggio del suo settimo anno d’età, la terra
cominciava già
a surriscaldarsi dei raggi del giugno che si avvicinava ed il vento
profumava dei fiori appena sbocciati e dei frutti che stavano
maturando sugli alberi. Faceva molto caldo e Cho aveva pensato di
nuotare un po’, conosceva quel punto del fiume come le sue
tasche,
come anche quella regione, che poteva accaderle di male?
Risalì
il Mermidon per un tratto, fino a trovarsi quasi sotto le cime dei
Denti del Drago, quindi si spogliò e si immerse nelle acque
piacevolmente tiepide del fiume. Si rilassò a lungo,
nuotando
e cercando di sciogliere i muscoli tesi delle spalle, ma quando
uscì
dall’acqua trovò uno Sharp ad attenderla. Gli
Sharp erano
grossi felini, più grossi, agili e potenti dei lupi, con il
manto ramato ed arabescato di nero, artigli simili ad affilate falci
e fauci piene di acuminate zanne; si diceva che fossero nati dalla
magia che aveva scatenato il Signore degli Inganni cent’anni
prima,
e che aveva modificato fatalmente gli animali da cui avevano avuto
origine. L’animale evidentemente aveva sentito il suo odore
mentre
era a caccia nei dintorni ed aveva deciso di non perdere
l’occasione
di banchettare con la tenera carne di un cucciolo umano. Si era
posizionato con la sua spropositata mole fra lei e gli abiti che
aveva lasciato sul prato, puntandosi sulle zampe anteriori, snudando
le zanne e arricciando la pelle attorno al muso, iniziando a muoversi
in circolo per cercare un varco nelle sue difese ed attaccarla per
finirla. La piccola Cho era terrorizzata, si muoveva seguendo le
mosse della belva, ma dentro di sé il terrore dilagava
sconvolgendola al punto da farle dimenticare tutti gli insegnamenti
che aveva ricevuto dal vecchio Baruk. Non era più in grado
di
pensare lucidamente né sapeva cosa fare per sopravvivere,
sapeva solo seguire i suoi movimenti per non farsi sorprendere. Ad un
tratto, con uno scatto improvviso ed imprevedibile, lo Sharp si
slanciò verso di lei, facendola ricadere pesantemente a
terra,
di schiena. Cho si sentì soffocare sotto la pesante mole
dell’animale che premeva sul suo esile corpo e la pelle delle
spalle e dell’addome strapparsi sotto la pressione degli
artigli,
provò a divincolarsi, a spingerlo via, ma
l’animale era
troppo forte e pesante per la sua debole forza di bambina. Ed anche
quella volta aveva sentito la paura crescere dentro di lei come
l’onda della mare, gonfiarsi fino a sommergerla; ed era stato
a
quel punto che aveva avvertito qualcosa di diverso dentro di
sé,
come se il terrore avesse aperto e spalancato una porta dentro di
sé
di cui fino a quel momento aveva ignorato l’esistenza, e da
quella
porta era scaturita una forza sconosciuta, simile alla corrente
impetuosa di un fiume in piena, che aveva irrobustito il suo corpo e
moltiplicato la sua forza. Poi si era sentita rivoltare come un
calzino e quella forza misteriosa aveva preso il sopravvento su di
lei, guidando i suoi movimenti, fuoriuscendo dal suo corpo come un
paio di mani trasparenti ed uccidendo quello Sharp con una sola
carezza. Aveva visto tutto quello che aveva fatto come se fosse stata
imprigionata dietro un velo di nebbia, poteva assistere, ma non
poteva né parlare né muoversi, il suo corpo era
totalmente fuori controllo e solo la paura per quello che aveva fatto
aveva potuto liberarla e ridarle il controllo del suo corpo. Con uno
spasmo violento era ritornata padrona del suo corpo sfinito e
dolorante, scombussolato per quanto accaduto, ma ancora eccitato
dalle sensazioni appena provate. Non ricordava nemmeno più
quanto tempo era rimasta ferma al suo posto a piangere per la
paura…
Allora, come a Paranor, aveva provato una forte sensazione di potere,
si era sentita onnipotente, sapeva che poteva fare qualsiasi cosa con
quel potere e niente avrebbe potuto ostacolarla, avrebbe potuto
persino fare suo quel mondo piccolo e traballante… un
ubriacante
languore che la seduceva lentamente, inesorabilmente, ogni volta
più
difficile da contrastare… una sensazione di euforia
crescente che
la liberava progressivamente di ogni limite e freno…
In quei
momenti era lei la morte!
Non voleva mai più provare niente
del genere, lei non era fatta per quelle sensazioni di dominio e per
questo voleva solo scivolare nel nulla ed annullarsi, sparire per
sempre…
Attraverso le palpebre chiuse Cho vide quel mare nero
schiarire e sfumare, aprì gli occhi e lo vide assumere man
mano tonalità di grigio sempre più chiare, fino a
diventare una flebile nebbiolina argentea, sotto il cui brillio si
intravedevano i contorni appena accennati di case. Quando il
paesaggio che la circondava divenne netto e reale, nonostante un
debole velo di quella nebbia che continuava a persistere,
sentì
qualcosa dentro di lei pulsare riconoscendo il luogo in cui si
trovava. Le case di mattoni e legno attaccate le une sulle altre nel
circolo delle mura, la strada in terra battuta umida e ricoperta da
chiazze sparse di muschio, l’odore di acqua che impregnava i
polmoni, il cielo grigio che prometteva pioggia, l’immensa
mole
nera contro il cielo dei Monti di Runne alle spalle, il ruggire del
fiume gonfio d’acqua in lontananza come sottofondo…
… era a
Varfleet! Era a casa!
Rimase immobile a lungo a fissare incredula
quello che la circondava, non riuscendo a capire se fosse la
realtà
o uno splendido sogno… Quanto, quanto aveva desiderato
ritornare a
casa, rivedere la sua famiglia, respirare di nuovo l’aria
pura ed
umida di quelle zone… Un’unica lacrima solitaria
le scivolò
fuori dall’occhio destro ed iniziò la sua rapida
corsa
disegnando con una scia di cristallo la sua guancia… In quel
momento decise che non le importava sapere cosa le fosse veramente
accaduto, voleva solo godere quell’attimo fino in
fondo…
Con
il cuore che le pulsava impazzito nel petto, Cho iniziò ad
avanzare a piccoli passi timidi, guardandosi intorno, gioendo nel
riconoscere quei luoghi familiari. Non riconoscendo una nota stonata
in quello che stava vedendo. Solo dopo molto tempo, quando giunse
nella piazza del mercato, si rese conto del profondo, innaturale
silenzio che impregnava quella città. Si fermò
improvvisamente, ricordando il vociare delle donne, le urla dei
venditori, i pianti e le risate dei bambini, tutti i rumori che ne
facevano una città viva, attiva; in quel momento Varfleet
sembrava un città morta: cos’era accaduto?
Dov’era tutta
la gente? Rifiutava di credere che fosse stata sterminata, non aveva
sentito alcuna notizia in questo senso. Un brivido che le scorse
lungo la spina dorsale la avvertì di un pericolo che si
stava
avvicinando sempre più velocemente. All’istante
portò
le mani alla cintura, nel punto in cui portava i lunghi coltelli,
trovando invece i foderi vuoti. Imprecò tra i denti
maledicendosi. Da un viottolo che passava tra due case al margine
della piazza comparve una figura avvolta in un mantello verde scuro,
che rimase in piedi, allo sbocco ad osservarla. Cho fece altrettanto,
notando che indossava abiti da cacciatore grigi come i suoi, comodi
stivali di camoscio al ginocchio in cui erano infilati degli stiletti
come quelli che portava lei, ed anche il mantello era come il suo,
chiuso dalla stessa spilla a forma di aquila dalle ali spiegate che
le aveva regalato il vecchio Baruk quand’era piccola. Si
strofinò
gli occhi scuotendo la testa, possibile che fosse il suo riflesso
sulla nebbia? Ma la figura continuava a restare immobile, nello
stesso punto, quasi come se la stesse studiando. Cho si sentiva a
disagio in quella situazione: non sapeva chi era né cosa
aspettarsi dall’altro e questo la innervosiva molto, come non
le
piaceva sentirsi sotto quello sguardo indagatore che percepiva da
sotto il cappuccio. Per di più era la prima volta dopo tanti
anni che si ritrovava senza i suoi fedeli coltelli e questo la faceva
sentire nuda e vulnerabile. Vedere la figura che avanzava di un passo
verso di lei la distolse dai suoi pensieri, portandola a concentrarsi
solo su di essa che continuava ad avvicinarsi, un’immagine
onirica,
appena sfumata, che sembrava apparire e scomparire nel velo di nebbia
che la circondava. La persona misteriosa si fermò a pochi
passi da lei, ancora coperta dal mantello, ancora in silenzio, ancora
studiandola immobile. Poi la sua voce la sorprese
all’improvviso,
femminile, bassa, densa e roca, così simile alla sua.
- Non
devi temermi, non voglio farti del male, ma solo parlarti: è
da tanto tempo che desidero farlo.- un tono divertito e tranquillo
aveva colorato quella voce.
Cho non abbassò la guardia, le
era sempre stato insegnato a non fidarsi degli altri: la fiducia era
un bene troppo prezioso per poterlo concedere ciecamente a
chicchessia, questo le aveva ripetuto fino alla nausea il vecchio
Baruk, e per questo rimase immobile, aspettando la mossa successiva
dell’altra persona, cercando di prevederla leggendo le
variazione
nel respiro e nel tipo di movimenti che eseguiva. Nel complesso era
un tipo controllato, forse fin troppo, dava l’idea di essere
finto…
- Chi sei? Cosa vuoi da me?- chiese dopo un altro lungo
silenzio.
Sentì provenire uno sbuffo divertito da sotto il
cappuccio che ancora inghiottiva il volto dell’altra.
- Ancora
non hai capito chi sono?- chiese di rimando usando un tono sarcastico
e retorico.
Cho aggrottò le sopracciglia, cercando di
scrutare nel buio che circondava quel volto per scorgerne un
particolare familiare, qualsiasi cosa che potesse farle capire chi
aveva davanti. La risata dell’altra risuonò chiara
e limpida
ed un brivido le scorse lungo la schiena quando si rese conto che
quella risata era così simile alla sua, neanche sua sorella
aveva un tono di voce così affine al suo…
… Un’idea
fece capolino nella sua testa, ma era così assurda che la
respinse subito.
- Io sono te!- quella voce tranquilla annunciò
quella verità scandendo le parole una ad una per non
permettere che fossero confuse e fraintese, mentre le mani facevano
cadere indietro il cappuccio, svelando sotto di esso il suo volto.
Lo
stupore la sommerse lasciandola stordita. Le sembrava di essere
davanti uno specchio, erano identiche! Non riusciva a credere di non
essere davanti al suo riflesso in uno specchio, ma davanti ad una
persona vera e reale come lei, era troppo assurdo! Ad una seconda
occhiata, appena più calma e razionale, notò un
particolare che le gelò il sangue nelle vene, ancora
più
sconvolgente della situazione che stava vivendo: quella ragazza era
identica a lei in ogni più piccolo particolare ad eccezione
degli occhi, le iridi con cui la stava guardando erano di un nero
pece profondo, freddo e vuoto, oleoso e denso, privo di qualsiasi
scintilla di vita… La stessa tonalità di nero che
assumevano
i suoi occhi quando usava la parte sbagliata del suo potere…
-
Che… che significa…?- riuscì a
chiedere forzando le parole
in gola e pronunciandole a fatica.
- Esattamente quello che ho
detto: io sono te! – rispose l’altra con un sorriso
cordiale ma
privo di qualsiasi calore, così freddo da farla rabbrividire
–
O meglio: io sono l’altra parte di te, quella più
vera e
potente… capisci ora?- quegli occhi neri le scivolarono
addosso
come due schegge di ghiaccio.
Cho scuoteva la testa in
un’infantile negazione di quello che aveva davanti,
indietreggiando
di alcuni passi, rifiutando quella verità troppo scioccante
per chiunque; semplicemente non poteva esistere una cosa simile!
Tremava in tutto il corpo mentre il suo cervello si stava sforzando
di trovare una via di fuga da quella follia.
- Non scapperai
proprio adesso, vero?! Il caro vecchio Baruk sarebbe davvero molto,
molto deluso di te, lo sai?!- il sorriso sulle sue labbra divenne un
ghigno derisorio.
Il suo doppio spostò lo sguardo verso il
cielo per un istante, e Cho si sentì come se delle catene
invisibile l’avessero liberata di colpo: era bastato il suo
solo
sguardo per incatenarla a sé, come un potentissimo
incantesimo. Deglutì cercando di forzare il nodo che le
aveva
serrato la gola, chiuse gli occhi e inspirò lentamente,
riempiendosi i polmoni ed il cervello di quell’aria fredda
che
aveva il potere di sciogliere qualsiasi dubbio: doveva recuperare se
stessa, ricacciare indietro la paura per quella situazione insolita e
ritrovare la sua proverbiale freddezza e calma, per ragionare
lucidamente e trovare un spiegazione logica a tutta quella
follia…
Quando risollevò le palpebre le sue iridi erano
cambiate, erano decise e brillanti, a dimostrazione che era ritornata
padrona di se stessa e della situazione.
- Chi sei?- chiese questa
volta calma e sicura, ma la paura della risposta continuava,
nonostante tutto, ad aleggiare nei recessi della sua anima.
L’altra
riportò le sue iridi su di lei e sorrise divertita e
compiaciuta per il nuovo stato d’animo che percepiva in lei.
-
Te l’ho già detto: io sono te!- rispose paziente.
- Non è
possibile una cosa simile! Io sono io, non ci può essere
un’altra me stessa al mondo!- ribatté Cho
categorica.
La
sua sosia sbuffò come se avesse davanti una bambina cocciuta
che non voleva capire le verità più ovvie.
- Te lo
spiegherò più semplicemente: io sono quella parte
di te
che è nata quando hai usato per la prima volta la parte
distruttiva della tua magia, io impersono i tuoi desideri
più
nascosti, quelli che ti neghi continuamente per sciocco perbenismo,
per seguire gli insegnamenti di un vecchio sentimentale, io sono
quella che vorresti essere, che potresti essere se solo volessi, e
che rifiuti di essere… Io sono la vera ed autentica Cho
Black!-
.
Quelle parole ebbero il potere di gelare sul posto Cho: la magia
poteva veramente fare una cosa simile? Non riusciva a credere che la
sua magia, seppure quella parte sbagliata e malvagia, avesse creato
qualcosa dentro di lei, un essere animato e senziente che poteva fare
le sue scelte ed agire come voleva a dispetto suo. Un lampo
attraverso il suo cervello con la potenza di un fulmine, rischiarando
un’idea ancora più terribile della precedente: era
forse lei
la presenza che avvertiva prendere il suo posto ogni volta che usava
quel potere maledetto? Una presenza simile ad un sussurro che
l’avvolgeva nelle sue spire, incantandola ed intorpidendo la
sua
mente… Una presenza indistinta ed indefinita, più
un’idea
astratta che concreta…
Il sorriso sul volto del suo doppio si
ampliò, diventando più inquietante e ferino:
aveva
intuito in qualche modo che stava arrivando alla verità.
-
Che cosa vuoi da me?- chiese Cho appena riuscì a ritrovare
la
forza per parlare.
- Il tuo corpo. – rispose con una semplicità
disarmante, come se stesse esprimendo un’ovvia
verità – Io
voglio mettere in ginocchio questo mondo ed ho il potere per farlo,
purtroppo mi manca un corpo tangibile, con cui muovermi a
piacimento…
è per questo che voglio il tuo corpo! Sono stanca di restare
dietro le quinte ad osservare quanto stupidamente sprechi
l’enorme
potere che ti è stato concesso, voglio poter agire in prima
persona, liberamente, fare tutto quello che più mi
piace…-
.
- E tu credi che io te lo permetta?- ribatté Cho Black
sfoggiando un coraggio che non possedeva.
In quel momento si
sentiva come sul ciglio di un burrone, ad ogni istante poteva cadere
e perdersi per sempre, oppure mantenersi in piedi e continuare a
lottare per la sua salvezza.
- Mi dispiace ammetterlo ma per ora
non sono abbastanza forte da poter avere ragione di te, la
personalità primaria del corpo; ma io sono un tipo paziente
e
prima o poi sarai costretta ad usare ancora ed ancora ed ancora quel
potere che odi tanto ed allora io sarò pronta per
affrontarti
e sconfiggerti. Ancora non ti sei chiesta perché ti sono
apparsa proprio ora e non anni fa?- ed il suo si trasformò
in
un sorriso saputo, crudele.
Cho Black ebbe paura del significato
che intuì nascondere sotto quel discorso. Il suo doppio
prese
il suo silenzio per un invito a continuare la sua spiegazione, e lei
lo fece con un piacere perverso.
- Ogni volta che usi la tua magia
io divento più forte, mi nutro di
quell’eccezionale energia
che sprigioni ogni volta che ti trovi in sua balia e divento sempre
più forte. Anche quando ti intrufoli nella mente degli altri
riesco a rubare un po’ di energia, ma è sempre
insufficiente
rispetto a quando usi il tuo vero potere. – quella
verità
piombò su Cho con la forza di un fulmine, lasciandola
sconvolta, senza respiro né parole – Per questo mi
sono
mostrata a te ora, prima non avevo l’energia necessaria per
farlo,
e neanche ora ad essere completamente sincera, ma sono stata aiutata
dalle ferite che hanno indebolito ed infettato il tuo corpo.- .
Si
interruppe gustandosi l’effetto delle sue parole
sull’altra,
trovandola sconvolta, sfinita, vacillante, sul punto
d’infrangersi…
…
aveva instillato il primo dubbio dentro di lei, un tarlo che
l’avrebbe corrosa e tormentata incessantemente, portandola al
punto
di rottura, e quando sarebbe arrivato quel momento si sarebbe
abbandonata volentieri alle sue braccia pur di non soffrire
più.
Ora
doveva darle l’ultima stoccata.
- Unisciti a noi, Cho, non ha
senso seguire quel patetico Druido in una guerra che praticamente
abbiamo già vinto.- .
- Noi?- chiese curiosa abboccando
all’esca lanciata dall’altra, che sorrise
soddisfatta.
- A
noi, si! Al nostro sovrano Sorgon ed ai suoi Incubi!- e si
fermò
lasciando che quell’ultima verità si insinuasse
dentro di
lei.
- Ti sei alleata con Sorgon? – chiese senza più
fiato – Ma come…?- .
- Come ho fatto, vuoi dire?! Ricordi
quell’uomo che quand’eravamo ancora a Varfleet ti
chiese di
entrare al suo servizio? Era un emissario di Sorgon inviato per
reclutarti, ma tu scioccamente rifiutasti l’offerta e
scappasti da
quel vecchio idiota. Ma lui aveva comunque percepito la mia presenza
dentro di te, esattamente come un embrione nel ventre della
madre,è
entrato in contatto con me, ed io sono entrata al suo servizio come
tutti gli altri hanno fatto prima di me. Noi non siamo il male,
volgiamo solo ridare un volto nuovo a questo mondo devastato, gli
uomini sono un cancro che presto o tardi si distruggerà
portandosi via questo meraviglioso pianeta. Già innumerivoli
volte è scampato alla distruzione a causa degli uomini. Ti
assicuro che gli Incubi non sono gli esseri abominevoli che ti ha
descritto quel Druido, sono solo creature spaventate, deformate e
perse dalla magia con cui tanto si sono divertiti a giocare i Druidi.
– Si fermò in una pausa ad effetto, trovando Cho
sconvolta,
ancora incapace di comprendere appieno la verità che si
nascondeva dietro le sue parole – Dimenticavo che il Druido
non ti
ha spiegato l’origine degli Incubi. Sono umani piccola Cho,
semplici esseri umani! – rivelò con un sorriso
trionfante
per quell’ultimo tiro andato a segno – A Paranor
hai ucciso
decine di esseri umani solo perché il Druido ti ha detto che
sono esseri infernali; sei anche tu un essere malvagio, mi dispiace!-
.
A Cho mancarono le forze di botto, crollò a terra
premendosi le mani sulle orecchie per evitare di ascoltare quelle
parole, urlandole con tutto il fiato che aveva in corpo di smetterla,
di lasciarla in pace…
… non voleva sentire più niente!
Voleva solo essere lasciata in pace…
L’altra Cho ormai aveva
esaurito tutte le sue forze, perdendo la padronanza
sull’incantesimo
che aveva tessuto, ed attorno a Cho la falsa Varfleet aveva iniziato
a vorticare, le case risucchiate nel turbine si allungavano come se
qualcuno le stesse tirando per sradicarle, i colori si mischiavano
diventando un unico indistinto colore. Su tutto regnava la risata
dell’altra se stessa che stava svanendo come se fosse stata
fatta
di polvere rossa che veniva dispersa da una potente folata di
vento.
Cho Black serrò gli occhi per scacciare tutto il
resto, non voleva vedere né sentire altro, mentre le parole
del suo doppio le scivolavano lentamente sottopelle, radicandosi
nella sua anima ed iniziando ad avvelenarla.
La città
attorno a lei si era dissolta ed ora era ritornata
nell’accogliente
buio della sua mente, mentre qualcuno invocava il suo nome con
insistente dolcezza, richiamandola indietro.
Cho Black riaprì
gli occhi all’improvviso, dimenandosi violentemente,
scattando a
sedere a mezzo busto, ancora urlando, ignorando il dolore delle
ferite appena ricucite e bendate ed il sangue che aveva ripreso a
scorrere inumidendole la pelle. Si sentiva intontita e stremata,
aveva la gola arsa dalla sete, e brividi gelidi le serpeggiavano
sotto la pelle arroventata dalla febbre. Nella mente e davanti agli
occhi ancora le immagini di quanto aveva appena vissuto.
Subito
mani ferme e gentili le si serrarono sulle spalle e le braccia,
forzandola a distendersi nuovamente. Come una belva in trappola Cho
si volse ritrovandosi circondata da gnomi vestiti di tonache bianche,
i loro volti ed occhi gialli la fissavano tranquilli e severi, mentre
la sospingevano verso il giaciglio. La sua mente stremata non
riusciva a capire come fosse finita nella mani degli Gnomi e questo
la spaventò enormemente, ricominciò a scalciare
ed
urlare, invocando invano il nome di Allanon, mentre attorno a lei
stavano cercando di immobilizzarla. La ragazza avvertì il
bordo di un calice posarsi sulle sua labbra secche ed una sostanza
che odorava di erba medica scivolarle in gola, mentre il dolce del
miele ne stemperava il sapore amaro, ingannandola.
Subito sentì
venirle meno le forze ed il mondo scivolò via dai suoi sensi
riportandola nel buio…