Capitolo
5
La
coscienza di Cho riemerse lentamente dal limbo nero in cui aveva
riposato fino a quel momento. La prima che avvertì fu un
morbido tepore che le scaldava la pelle del volto e delle braccia, da
sotto le palpebre riusciva a vedere un brillante chiarore. Si sentiva
sfinita, confusa e dolorante; sentiva la mente impastata e un sapore
amaro impregnarle la bocca. Cho rimase immobile a lungo a godersi
quella dolce immobilità, senza pensare o provare nulla, come
se avesse la mente ed il cuore svuotati; semplicemente si sentiva bene,
come se quella luce avesse avuto il potere di disperdere,
momentaneamente, le tenebre che le avviluppavano il cuore.
Perché ricordava fin troppo bene la fuga dagli Incubi a
Paranor e l’incontro con il suo doppio da qualche parte
all’interno della sua testa. A quel pensiero
un’ondata di dolore la sommerse, mozzandole il fiato in gola,
e, per riflesso, serrò la mascella fino a sentire il sapore
ferroso del sangue in bocca. Il sonno non aveva cancellato i suoi
ricordi, li aveva solo tenuti a bada fino al suo risveglio, non le
aveva permesso di dimenticare: dentro di lei la paura,
l’angoscia e la disperazione erano più che
tangibili. Le parole del suo doppio le martellavano nella testa e nel
cuore, diventando come tanti aghi che la pungolavano senza sosta, in un
dolore continuo. No, non poteva credere che quelle creature contorte e
disarticolate che aveva spazzato via nella rocca dei Druidi fossero
uomini! Non poteva reggere una simile responsabilità,
sarebbe stato molto più facile credere che le parole del suo
doppio erano menzogne per farla crollare e condurla alla pazzia. Eppure
quella voce melliflua identica alla sua non la smetteva di sussurrarle
da qualche parte nelle profondità della sua mente, che un
fondo di verità doveva pur esserci! Infondo Allanon non le
aveva spiegato nulla, le aveva solo ordinato di armarsi e partire, ma
non le aveva svelato alcuna verità… Se la magia
aveva avuto il potere di creare un’entità autonoma
e senziente dentro di lei, perché non poteva degenerare un
corpo umano fino a farlo diventare l’essenza stessa del male?
Cho
spalancò gli occhi di scatto, la risposta a quella domanda
era una verità troppo pericolosa per lei in quel momento ed
aveva preferito sfuggirle. La luce del sole ferì i suoi
occhi ormai abituati al buio e fu costretta a richiuderli infastidita.
Dopo qualche secondo batté le palpebre per poter affrontare
la doccia di luce dorata che pioveva dalla finestra sotto cui era posto
il suo letto, il cielo ad di là del vetro era di un azzurro
così limpido da accecare, su cui riposavano qua e la nuvole
candide e sfilacciate. Era una splendida giornata, una di quelle in cui
avrebbe corso in tutte le Streleheim, libera come il vento che tiepido
che giocava con le tende bianche, sollevandole appena e lasciandole
ricadere. Le mancava la sua Foresta! Avrebbe voluto tornare indietro e
rifiutare l’incarico di Allanon, continuare a vivere la sua
vita semplice e ripetitiva, senza minacce né
paure…
Ed
invece eccola li, distesa in un letto chissà dove, dopo
essere sfuggita per miracolo alla morte ed al suo potere. Qualcosa
dentro di lei era cambiata irrimediabilmente, qualcosa che nemmeno
quanto accaduto a Varfleet aveva potuto intaccare e che, invece, in
pochi giorni era avvizzita fino a morire, senza più la
speranza di rifiorire.
Socchiuse
gli occhi cercando di rilassarsi e di calmare la sua mente in
subbuglio, era ancora troppo stanca e quelle sensazioni sembravano
avere il potere di prosciugare quelle poche energie che era riuscita ad
accumulare con il riposo. Quando riuscì quantomeno ad
imporsi di non pensare a cose sgradevoli in quel momento, nella mente
di Cho balenarono le immagini di facce ed occhi gialli, di piccole e
tozze mani dello stesso colore che si aggrappavano alle sue spalle ed
alle braccia per costringerla a sdraiarsi di nuovo… facce di
Gnomi!
Fu
in quel momento che ricordò del suo brusco risveglio e del
liquido amaro che le avevano fatto bere e che l’aveva fatta
scivolare in un pesante sonno senza sogni. Come aveva fatto a finire in
mano agli Gnomi? Di certo gli Incubi avrebbero dovuta ucciderla senza
pietà invece di consegnarla a quel popolo primitivo e
superstizioso; probabile che, come durante l’attacco del
Signore degli Inganni cent’anni prima, si fossero schierati
con l’essere più potente per paura di venire
spazzati via? Eppure non le sembrava di essere una
prigioniera… sollevò le braccia trovandole
effettivamente prive di ceppi e catene, stessa cosa per le caviglie; le
avevano pulito e curato le ferite che aveva riportato nello scontro e
dato qualcosa che la aiutasse a riprendere le forze… non era
così che si trattavano i prigionieri!
Spinta
dalla curiosità di scoprire dove fosse e cosa le fosse
accaduto, Cho, lottando contro la debolezza ed il dolore,
riuscì a mettersi seduta sulla sponda del letto, e
scoprì di indossare solo un camicione bianco. Si
guardò intorno: si trovava in una capanna di mattoni e
legno, con una sola stanza che conteneva il letto su cui era distesa
con accanto un comodino su cui era poggiata una brocca con un catino, e
più dentro l’ambiente c’era un tavolo
rettangolare con accostate un paio di sedie di paglia e su cui erano
poggiati, ordinatamente, i suoi pugnali e coltelli, non c’era
traccia dei suoi vecchi vestiti da cacciatrice. Cho sorrise sollevata
di non averle perse durante lo scontro, era particolarmente affezionata
alle sue armi, rappresentava tutto quello che le rimaneva della sua
vita a Varfleet. Cautamente si sollevò sul letto, sentendo
subito le gambe deboli e tremanti, ed appoggiandosi a tutto quello che
incontrava riuscì a raggiungere la porta.
L’aprì e si trovò davanti le strade
accuratamente pulite e mantenute di un piccolo villaggio, su cui si
affacciavano ordinatamente piccole case a due piani costruite con legno
e pietre squadrate e perfettamente incastrate l’una con
l’altra. Sforzando ancora di più il suo fisico,
costrinse le sue gambe ad avanzare ancora, la breccia che crepitava
sotto i suoi piedi tagliandole la carne. Sentiva i polmoni
così pesanti da non riuscire a pompare sufficiente aria, il
villaggio iniziò ad ondeggiare e sfumare davanti i suoi
occhi, e le gambe le cedettero di colpo. Sarebbe caduta pesantemente al
suolo se due braccia non l’avessero sorretta. Cho si
ritrovò premuta contro un torace ampio e forte, dai contorni
stranamente familiari, sollevò lentamente la testa, fino a
trovarsi ad incrociare il volto severo di Allanon.
-
Perché non sei rimasta buona a letto se non ti reggi in
piedi?- la rimproverò aspramente mentre cercava di
rimetterla in piedi.
Cosa
ci faceva Allanon davanti a lei? Era veramente riuscito a sfuggire alla
trappola che gli avevano teso gli Incubi nella biblioteca di Paranor?
Incredula, ignorando il rimprovero del Druido, staccò una
mano che stringeva la stoffa della tunica nera e la sollevò
fino a che le punte delle sue dita non toccarono il volto arcigno
dell’uomo. Attraverso la pelle sentì il suo calore
e la morbida consistenza delle sue guance: era vivo davvero! Il
sollievo che l’attraversò fu così
doloro da farle salire le lacrime agli occhi, ed avrebbe veramente
pianto se solo avesse ricordato come si faceva. Sorrise riportando la
mano ad appoggiarsi sul braccio che ancora la sosteneva per i fianchi.
-
D… dove siamo?- la sua voce era un flebile sussurro, incerta
come la stabilità delle sue gambe.
-
Dove vuoi che siamo? A Storlok!- rispose con il suo solito tono burbero.
-
A Storlok?- chiese stupita.
-
Certo! Eri ferita così gravemente che sei stata ad un passo
dalla morte, gli Gnomi hanno impiegato sei ore per rattopparti a
dovere, ma hai perso ugualmente molto sangue e sei stata quattro giorni
in coma.- .
Il
vecchio Baruk le aveva parlato spesso di Storlok e dei suoi abitanti:
era un gruppo di Gnomi che avevano rifiutato ogni forma di violenza,
avevano lasciato le rispettive tribù ed avevano fondato quel
villaggio dove curavano chiunque ne avesse bisogno, a prescindere dalla
propria origine. Erano i veri benefattori delle Quattro Terre, nemmeno
i Druidi potevano avere un simile vanto!
-
Riesci a rimetterti in piedi?- la voce di Allanon la strappò
ai suoi pensieri.
Cho
batté un attimo le palpebre, come se dovesse assimilare e
percepire le sue parole, prima di annuire. Puntandosi sugli avambracci
dell’uomo si fece forza per rimettersi dritta, cercando di
raddrizzare anche le gambe che sembravano non voler rispondere ai suoi
comandi.
-
Devo parlarti di quello che ho scoperto a Paranor, ce la fai a venire
nel refettorio?- chiese appena la vide in un equilibrio un
po’ più stabile.
-
Dammi solo qualche minuto per togliermi questa cosa di dosso.-
annuì Cho.
Aveva
scioccamente sperato di non dover più sentir parlare di
quella missione, di non dover più essere costretta ad usare
la sua magia, ed invece…
Scosse
la testa dandosi della stupida: Allanon non avrebbe mai rinunciato alla
sua ricerca né avrebbe acconsentito a lasciarla andare, ma
era anche lei stessa a non voler tornare indietro in quel momento:
aveva ricevuto una pesante sveglia che l’aveva costretta a
rendersi conto che non stavano giocando, ma aveva anche aperto anche
molti interrogativi ai quali era decisa a dare una risposta, primo fra
tutti la verità sull’origine degli Incubi; e poi
voleva anche scoprire se c’era qualcosa che Allanon o
chiunque altro nelle Quattro Terre potesse fare per aiutarla a
liberarsi del suo doppio. Rientrò nella sua baracca e
notò delle cose che prima non c’erano: degli abiti
da cercatore sul tavolino accanto alle sue armi, ed un vassoio
contenente un po’ di pane e formaggio, ed un boccale di birra
sul letto. Cho si sedette sul letto scoprendo improvvisamente di avere
una gran fame; man mano che mangiava sembrava che le forze le
tornassero. Quando ebbe finito indossò i comodi abiti ed
assicurò i foderi con i suoi due pugnali al cinturone, prese
un profondo respiro d’incoraggiamento, ed uscì.
Camminava lentamente prendendo ampie boccate d’aria, era
ancora molto debole e la vista ogni tanto le si offuscava, ma almeno
non si sentiva più le gambe tremare così tanto da
costringerla a cadere.
Il
refettorio era una costruzione a pianta rettangolari, con i muri in
mattoni rivestiti di intonaco bianco e zoccolo in pietrame squadrato
grossolanamente, il tetto a spiovente era costituito da grossi travi di
legno ricoperti da paglia secca. Cho si fermò un attimo
sotto il pergolato che ombreggiava l’ingresso
dell’edificio, ancora tormentata da quegli occhi nero pece
che le lampeggiavano ad intervalli irregolari nella mente in una muta
miccia e dalla voglia di scappare da tutto quello; ma gli insegnamenti
del vecchio Baruk erano troppo ben radicati dentro di lei per farle
sopportare un simile atto di vigliaccheria. Inspirò
profondamente, abbassò la maniglia spingendo il battente
della porta ed entrò nel refettorio.
L’ambiente
appariva più grande rispetto all’esterno, era
percorso longitudinalmente da quattro lunghi tavoli rettangolari ai
quali erano affiancate da un lato e dall’altro degli scranni
altrettanto lunghi; fece un passo all’interno guardandosi
intorno ed i tacchi dei suoi stivali batterono sul terreno duro del
cocciopesto, le travi del soffitto invece erano a vista, incastrate
perfettamente l’una all’altra in un delicato
equilibrio. Allanon era seduto al tavolo più appartato
infondo alla sala, Cho notò sorpresa che non era solo,
dall’altra parte erano seduti un giovane elfo dai capelli
colore del grano maturo ed una corporatura stranamente imponente per
uno della sua razza; ed un nano dall’aspetto duro e severo,
dava l’idea di essere sopravvissuto a mille battaglie e di
aver vissuto altrettante vite. A passi misurati li raggiunse e si
sedette accanto al Druido, guardando sempre gli sconosciuti.
-
Per prima cosa facciamo le presentazioni – esordì
il Druido – Lui è Graham Wood, uno dei migliori
guerrieri di cui disponga la Nazione dei Nani.- .
Cho
scrutò a lungo negli occhi nocciola del Nano simili a
schegge di vetro sotto cui si agitavano sentimenti e pulsioni che non
riusciva a capire, ma che dovevano essere insopportabili. Lo
salutò con un piccolo cenno della testa, evitando inutili e
vuoti formalismi. E che il nano ricambiò con gesto simile,
ma secco.
-
Lui invece è Mael Shannara, attuale capitano della Guardia
Elfa.- ed il Druido la fissò con un’espressione
quasi divertita, attendendo la sua reazione.
-
Shannara?- chiese con un piccolo stiramento di labbra, deludendolo un
po’.
-
Sono il pronipote del più famoso Jerle.- rispose
l’elfo con un sorriso dolce.
Cho
lo scrutò a lungo, cercando nemmeno sapeva bene lei cosa,
prima di presentarsi a sua volta. Dalle loro espressioni curiose
capì che Allanon doveva avergli spiegato almeno
l’essenziale su di lei.
-
Li ho mandati a chiamare io mentre eri in stato
d’incoscienza, per farci aiutare nella nostra ricerca.
– spiegò il Druido a Cho – Consultando
le Storie dei Druidi ho scoperto che il popolo fatato aveva costruito
lo Scrigno come una sorta di prigione per i membri della loro
comunità che avevano smarrito il cammino e che, quindi,
erano un pericolo per il resto della comunità; quando si
resero conto che la razza umana stava prendendo il sopravvento,
nascosero lo Scrigno per impedire che cadesse nelle mani sbagliate, ed
ancora oggi si trova nel suo nascondiglio. – si
fermò per scrutare uno ad uno i presenti – Lo
Scrigno di Diamante Viola è custodito nell’Oasi
dell’Illusione.- .
Ci
fu un momento di silenzio perplesso, Mael e Graham si guardarono
cercando l’uno risposte nello sguardo dell’altro.
-
Non ho mai sentito parlare di quest’oasi… dove si
trova?- chiese l’elfo.
-
È proprio questo il punto, le Storie non forniscono
un’ubicazione precisa, dicono solo che si trova oltre i
territori meridionali, al centro esatto di quello che dalla descrizione
sembra un deserto. Il punto è che in quella regione ci sono
molti deserti vasti e letali, e non possiamo certo setacciarli uno ad
uno!- rispose il Druido scuotendo la testa.
-
Prova a chiedere al vecchio Baruk.- propose Cho durante una nuova pausa
silenziosa.
Allanon
si volse verso di lei, piantando i suoi occhi incandescenti nei suoi.
-
Chi sarebbe questo Baruk?- chiese cercando di nascondere la nota di
impazienza che minacciava di colorargli la voce.
-
È l’uomo che mi addestrato, prima che lasciassi
Varfleet; e molto saggio e conosce molte cose che la maggior parte
delle persone ignorano. Non so se potrà dirti con esattezza
dove si trovi quest’oasi, ma sono più che sicura
che potrà indicarti la strada giusta.- .
Il
Druido non poté fare a meno di notare che aveva parlato solo
di lui, che non aveva incluso anche se stessa; qualcosa dietro quegli
occhi verdi era cambiata e non gli piaceva non sapere a cosa fosse
dovuto.
-
Allora andremo da questo Baruk sperando che possa dirci qualcosa di
utile.- sospirò l’uomo passando uno sguardo
interrogativo sugli altri due componenti della squadra.
-
Per me va bene!- rispose con un altro sorriso Mael.
-
Da qualche parte dobbiamo pur iniziare…- grugnì
Graham.
-
Solo una cosa – intervenne di nuovo Cho – Io a
Varfleet non posso entrare, dovrete farlo voi.- e distolse lo sguardo
da loro.
-
E perché?- chiese il Nano con tono sospettoso.
Cho
riportò lentamente lo sguardo sul Nano, uno sguardo
impenetrabile, in cui poteva leggere che non avrebbe mai fatto
concessioni né a lui né a nessun altro dei
presenti.
Allanon
intervenne per evitare il peggio: quei due erano entrambi spiriti
forti, abituati ad imporsi su se stessi e gli altri, e sarebbe stata
dura costringerli a convivere civilmente durante tutta la
spedizione…
-
Se Cho starà bene, partiremo dopodomani prima
dell’alba. – decretò il Druido
– Ci sono domande?- .
-
Si, io!- rispose Cho dopo una piccola pausa di silenzio.
Il
Druido si volse verso di lei, invitandola a parlare con lo sguardo.
-
Qual è la vera natura degli Incubi?- chiese con un lampo di
sfida negli occhi.
Sapeva
che chiedere quello ad Allanon era equivalente ad un suicidio, ma non
aveva potuto esimersi dal farlo. Sperava che il Druido si lasciasse
sfuggire una briciola di verità che potesse alleviare il suo
dolore, perché il dubbio era atroce, la stava corrodendo
dall’interno, e forse era proprio quello che voleva il suo
doppio…
-
Perché mi fai una simile domanda?- chiese l’uomo
sospettoso.
-
La loro origine è umana, vero?!- insistette consapevole di
camminare su un terreno pericoloso.
Un
lampo passò sul volto teso di Allanon, mentre i suoi occhi
neri si facevano sempre più impenetrabili; nel complesso
l’espressione sul suo volto era raggelante!
-
Chi ti ha detto una cosa simile?- chiese con furia malcelata nella voce.
Ad
Allanon non piaceva che le cose sfuggissero al suo controllo! Prima di
lasciare il suo rifugio al Perno dell’Ade aveva pianificato
attentamente ogni cosa, scegliendo accuratamente cosa potesse dire e
cosa no, e quella era decisamente una delle cose che quella ragazzina
non avrebbe conoscere. La conoscenza era un potere illimitato, ma
poteva anche essere devastante per chi
l’apprendeva… per questo la dispensava a piccole
dosi.
-
Non è questo il momento per rispondere alla tua domanda, ti
spiegherò l’origine degli Incubi a tempo debito!-
rispose e senza darle tempo di ribattere si allontanò da
loro con un ampio svolazzo del suo nero mantello.
Cho
rimase a lungo a fissare la porta dalla quale era uscito Allanon. Anche
se non aveva parlato in qualche modo aveva risposto alla sua domanda:
c’era qualcosa di imbarazzante dietro la nascita degli
Incubi, e probabilmente, da come aveva reagito, erano veramente esseri
umani… A quel pensiero strinse la mani a pugno
così forte da trapassarsi i palmi con le unghie: era una
prospettiva agghiacciate quella! Aveva già sperimentato
quanto insopportabile fosse il peso di aver tolto la vita ad una
persona, quello l’avrebbe uccisa…