Capitolo
6
La
pioggia scrosciava pacata dalle grosse nubi grigie che coprivano il
villaggio da un orizzonte all’altro, squarciate ad intervalli
irregolari da lampi che le tagliavano illuminando per un attimo
tutt’attorno, mentre in lontananza si udiva il minaccioso
brontolio dei tuoni. Nonostante fosse metà mattina, la luce
era bassa e cupa, quasi crepuscolare, mentre un leggero velo di nebbia
si iniziava a sfumare i contorni delle case e degli alberi;
l’aria era impregnata dell’odore di legno ed erba
umida. A tratti un vento gelido e penetrante spazzava il villaggio,
facendo piegare pericolosamente in avanti gli alberi e sollevando
piccoli vortici di umide foglie gialle. L’autunno era infine
giunto a reclamare quello che gli spettava.
Cho
stava seduta sulla sponda del laghetto che si trovava ai margini di
Storlok, a gambe incrociate e mani abbandonate il grembo,
apparentemente inconsapevole della temporale che la stava
infradiciando. Osservava apaticamente le acque appena increspate del
ritmico tamburellio della pioggia, come se non le stesse guardando
davvero, ignorando i vestiti umidi ed il fango che le si attaccavano
addosso rubandole calore: era come se in quel momento non fosse
realmente li.
Un
lampo illuminò la campagna a giorno, seguito dal rimbombo di
un tuono così forte che fece tremare il terreno sotto di
lei; come se questo l’avesse destata, Cho sollevò
lentamente il viso verso il cielo, i capelli fradici incollati ai lati
del viso e del collo, a formare intricati arabeschi neri, in uno strano
contrasto con il colore abbronzato della sua pelle, socchiudendo le
palpebre e lasciando che le gocce le scorressero sulla pelle come
affilate lame ghiacciate.
Si
sentiva sbattuta e persa esattamente come quelle foglie si salice
cadute sulla superficie del laghetto che venivano sballottate da un
lato all’altro dalla furia del vento…
…
Si sentiva come se stesse cadendo a corpo libero in una voragine
immensa e buia ed attendesse soltanto di arrivare alla fine…
Una
sensazione di soffocamento le stringeva la gola, strappandole tutta
l’aria dai polmoni; le vertigini la colpivano
all’improvviso accompagnate da un violento senso di nausea,
che la sommergevano piegandola in due e le rivoltandole lo stomaco con
contrazioni dolorose.
Per
la prima volta nella sua vita si sentiva persa e confusa, non riusciva
a risollevare le sue difese, a scacciare i cattivi pensieri per
concentrarsi solo su quello che l’attendeva da quel momento
in poi; le sembrava di essere attraversata dalle scariche di corrente
dei fulmini, di essere percorsa da una sottile ansia, come se fosse in
attesa di qualcosa che sarebbe dovuta accadere da un momento
all’altro…
Che
mi sta succedendo? Non poté fare a meno di chiedersi,
scoprendo quanto fosse cambiata, in peggio, da quando aveva lasciato le
foreste di Streleheim. Era come se fosse ritornata la bambina spaurita
che sei anni prima aveva abbandonato Varfleet…
Quella
mattina era uscita dal suo alloggio molto presto e, ignorando la
debolezza che sentiva ancora piegarle le gambe e le nubi che
minacciavano piogge, aveva iniziato a vagabondare per le strade del
villaggio in cerca di un luogo in cui stare sola e pensare un
po’. E poi, per caso, si era imbattuta in quel laghetto, la
cui superficie liscia ed immobile sembrava un enorme specchio di
metallo incassato nel terreno, un solo, vecchio e saldo salice tendeva
il suo tronco arcuato verso le sue acque, mentre i lunghi rami pendenti
ne sfioravano appena le acque. Le era bastato avvicinarsi a quel luogo
e poggiare il palmo di una mano su quel tronco per capire che quel
luogo l’aveva invocata da quando aveva messo piede al
villaggio.
Per
questo si era seduta sull’erba fredda ed umida, e si era
messa in paziente attesa di quella calma che sempre la colmava quando
si trovava in luoghi mistici come quello; una calma che in quel momento
tardava ad arrivare. Di solito le bastava abbandonarsi alla natura per
poter ritrovare se stessa, perché dubbi e paure svaporassero
da dentro di lei come nebbia al sole…
…
Eppure quella volta i pensieri sembravano davvero troppi e tenaci,
sembravano aver messo salde radici dentro di lei e si rifiutavano di
abbandonarla…
Quella
volta sembrava che quel legame che riusciva sempre a creare tra
sé e la natura non servisse a nulla…
Si
era spesso chiesta da dove venisse quella strana sensazione di poter
far parte del mondo naturale, era un qualcosa che aveva sempre provato,
a volte era così tangibile da convincerla che era
nient’altro che la rosa avviticchiata al muro che stava
guardando, altre volte era solo un debole sussurro, una labile voce
dentro di lei simile all’eco di passato lontano…
…
come una canzone, una melodia dolce ed intensa che le vibrava
sottopelle, allargandosi in modo ritmico e regolare a tutto il corpo,
sprofondando in ogni recesso della sua mente e della sua anima,
sprofondandola in un torpore ipnotico e viscoso…
Non
sapeva nemmeno come funzionasse per la verità, era come un
qualcosa che si accendeva dentro di lei senza alcun preavviso
né controllo; all’inizio l’aveva
spaventata, come per ogni altro aspetto del suo potere magico, ma col
tempo aveva imparato a conviverci ed a trovarla decisamente piacevole,
come sensazione.
Aveva
provato a chiedere consiglio al vecchio Baruk una volta, ma anche lui
non aveva saputo darle una vera e propria spiegazione,
l’aveva ascoltata a lungo, attentamente, descrivere in modo
confuso tutto quello che provava in quei momenti di intontimento ed
abbandono totali, prima di ipotizzare una possibile influenza di quella
parte del suo sangue che ancora derivava dalle fate. Infondo anche se
erano passate troppe generazioni, la magia del mondo fatato influenzava
ancora gli eredi della famiglia Black con la magia, perché
non poteva incidere su di loro anche in altri modi?
Una
raffica gelida la investì violentemente alle spalle
increspando la sua pelle umida in decine di brividi. Cho
riaprì gli occhi ed abbassò lentamente il volto
fissando i rami del salice dondolare violentemente e le foglie sbattere
l’una contro l’altra producendo un piacevole suono
secco e vuoto.
Un’abitante
del mondo fatato ed un essere umano.
Come
era potuta avvenire un’unione simile?
Le
avevano sempre raccontato che le fate non si mescolavano con gli esseri
umani, erano creature superiori dedite solo alla cura della natura,
legate esclusivamente alla propria natura puramente magica che li aveva
messi su un piano più elevato rispetto a quello umano, quasi
immateriale…
…
Gli esseri umani appartenevano ad una razza inferiore nella loro natura
tangibile che non permetteva loro di elevarsi al di sopra della propria
condizione, erano i responsabili delle catastrofi che avevano causato
gli sconvolgimenti di quel mondo e che erano arrivati a modificarne
addirittura la geografia…
Appartenevano
a due mondi diversi ed incompatibili tra loro, per questo le era sempre
sembrata un’unione impossibile!
Se
non ci fosse stata la prova tangibile ed inconfutabile dei suoi poteri,
avrebbe creduto che fosse solo una leggenda, niente più di
una delle favole che la mamma le raccontava prima di andare a
dormire…
…
Invece il sangue fatato era una realtà, una terribile
eredità che ogni Black doveva affrontare, accettare e
sopportare senza potersi ribellare.
Se
ora si trovava in quella situazione lo doveva alla scelta dei suoi
antenati, pensò con un moto di rabbia immotivata; il suo
potere terribile ed innocente insieme, il peso che ora portava sulle
spalle e la minaccia sempre presente del suo doppio… doveva
tutto a loro!
Chinò
la testa in avanti, come in un inconscio atto di resa, lasciando che la
pioggia le bagnasse la nuca e scivolasse lungo la sua schiena, sperando
quasi che quei brividi potessero scuoterla in qualche modo dallo stato
depressivo in cui era piombata.
Troppe
domande senza risposta si affollavano attorno a lei, assediandola,
soffocandola con la loro impalpabile, onnipresente presenza. La paura
stava lentamente prendendo possesso di lei, confondendola sempre di
più, impedendole di ragionare razionalmente.
Si
sentiva come se si trovasse in piedi sull’orlo sdrucciolevole
di un profondo abisso e non ci fosse nessuno che potesse aiutarla a
salvarsi.
Si
sentiva spaventata ed infinitamente sola.
Tutto
il mondo spiegato davanti a lei, in tutta la sua vastità e
pericolosità, e nessuno al suo fianco che potesse indicarle
la via per percorrerlo indenne.
Il
morbido ripetersi dei rumori di quell’acquazzone fu
interrotto da un altro rumore diverso, per nulla intonato agli altri:
era come il fruscio di una veste appesantita
dall’umidità.
A
Cho bastò chiudere gli occhi per capire chi fosse il
disturbatore delle sue riflessioni.
-
Ti prenderai un malanno se continuerai a restare sotto la pioggia.-
l’avvertì, infatti, la voce secca e disinteressata
di Allanon.
La
ragazza riaprì gli occhi tenendoli sempre puntati nel grigio
cupo delle acque dello stagno. Come faceva a comparire sempre nei
momenti in cui stava peggio? Era un caso oppure possedeva un vero sesto
senso che lo portava nel posto giusto al momento giusto?
Preferì non rispondere a quella domanda, il solo pensare che
avesse una simile qualità l’irritava! La vedeva
come una violazione della sua intimità, una limitazione ai
suoi diritti di stare da sola con se stessa, di sentirsi
male…
Vedendo
che la ragazza continuava a restare in silenzio osservando qualcosa di
indefinito davanti a sé, il Druido sospirò di
fronte alla sua cocciutaggine, per poi spostarsi accanto a lei e
sedersi sull’erba opportunamente avvolto nel suo mantello.
Osservò
il volto di Cho di sottecchi e scoprì nei suoi lineamenti
tirati e pallidi un tormento straziante che minacciava di farla
annegare nella disperazione; non era rimasto quasi nulla della
ragazzina ferita ma serena che si nascondeva nelle Streleheim.
Davanti
quegli occhi verdi cupi e persi, i suoi sospetti che fosse accaduto
qualcosa di grave a Paranor prima del suo arrivo si acuirono fino a
diventare delle certezze. Durante lo scontro con gli Incubi era
accaduto qualcosa che aveva mutato qualcosa dentro di lei, qualcosa che
la stava corrodendo dall’interno lentamente ed
inesorabilmente.
E
poi quella domanda che gli aveva fatto il giorno prima sulla vera
natura degli Incubi…
…
ancora non era riuscito a trovare una spiegazione logica al come lo
avesse saputo, era un segreto che i Druidi avevano celato gelosamente
per secoli e che persino a lui era stato svelato da un riluttante
Bremen poco prima che lasciasse il Perno dell’Ade…
Dal
modo in cui aveva posto la domanda sembrava che Cho sapesse solo che
originariamente erano esseri umani e questo poteva essere un male: le
mezze verità erano ancora più dannose delle
verità più sconvolgenti apprese per intero!
Gli
mancava un tassello del mosaico per capire appieno cosa le stesse
accadendo e lui, in quel momento, capì di odiare il non
poter far nulla per lei, odiava vederla in quello stato!
Avrebbe
potuto chiederle cosa le stesse accadendo, ma sapeva già che
non avrebbe ottenuto alcuna risposta, quella mocciosa era
così ostinata che era sicuro che avrebbe cercato di
risolvere tutto da sola, rifiutandosi di chiedere aiuto anche quando si
sarebbe trovata impossibilitata a procedere…
-
Allanon – la voce di Cho lo raggiunse attutita dallo
scrosciare della pioggia e dall’ululato del vento, dopo un
lungo, pesante silenzio – La mia magia è
malvagia?- gli chiese con una nota di esitazione a velarle la voce.
Il
Druido osservò a lungo il suo profilo teso ed inquieto,
ostinatamente tenuto fermo davanti a sé, cercando di
comprendere cosa si nascondesse in realtà dietro quella
domanda: sapeva che era uno dei nodi fondamentali che la stavano
torturando, per questo non avrebbe mai osato sperare di arrivarci
così presto, era stato più propenso a credere che
avesse deciso di dare da sola una spiegazione a quella domanda, anche
se avesse dovuto pagarne il prezzo in lacrime e sangue. Allanon
spostò lo sguardo verso il laghetto, voleva concedersi
qualche momento per ponderare accuratamente le parole con cui
risponderle; perché lui aveva visto cos’era capace
di fare quando dava ascolto alla metà sbagliata del suo
potere, cosa potesse diventare quando cadeva preda di quella furia
gelida ed implacabile. Un brivido gli serpeggiò lungo la
schiena al ricordo di quegli occhi neri gelidi ed oleosi, annuncio di
una morte imminente e per nulla pietosa; occhi di demone!
-
La magia non è mai buona o cattiva, è solo se
stessa!- rispose alla fine, con un lungo sospiro, scandendo bene le
parole.
-
Questa non è una risposta!- protestò debolmente
Cho.
-
È l’unica che posso darti.- rispose lui con calma
tornando a voltarsi verso di lei.
Il
Druido vide Cho chiudere gli occhi, come se volesse allontanarsi da
tutto e tutti, trovare un angolo di pace dalla tempesta che la stava
straziando dentro e fuori, per potersi permettere di riflettere con
tranquillità. L’intensità della pioggia
diminuì non riuscendo più a stemperare il soffio
gelido e rabbioso del vento che in quel momento aveva ricominciato a
soffiare; il velo di nebbia continuava a sollevarsi in banchi sempre
più grossi e spessi, dando l’idea di enormi
batuffoli di cotone che si stavano sfilacciando nella campagna
circostante.
Cho
risollevò le palpebre e riportò lo sguardo sul
Druido, svelando il verde dei suoi occhi che poteva rivaleggiare con
quello puro dell’erba, al cui interno vorticavano
dolorosamente in tortuosi arabeschi luminosi, lampi dalla malia quasi
ipnotica.
-
Mi stai dicendo che la natura della magia è data
dall’uso che se ne fa?- chiese in un basso mormorio che lo
raggiunse a fatica.
Allanon
non riuscì a riconoscere il tono di voce che aveva usato:
c’era sicuramente ansia, ed anche speranza, ma gli altri
sentimenti che l’avevano tinta a spesse pennellate
cos’erano?
-
Esatto! La magia è un’energia che nasce e si
sviluppa dalle forze naturali, se ne può attingere un
po’ alla volta e con grande attenzione, perché
è altamente instabile e si rigenera con lentezza; depredare
la terra di quest’energia provocherebbe danni quasi
irreparabili, porterebbe ad un’alterazione del delicato
equilibrio che regola questo mondo. Per questo motivo se si usa la
magia in rispetto delle sue leggi allora può essere definita
buona; se invece se ne fa l’uso contrario, sovvertendo
qualsiasi legge e controllo, questa è una magia malvagia. Ma
allo stato naturale la magia non ha alcun carattere, è solo
se stessa, un concentrato di energia che può essere plasmato
in migliaia di modi differenti, ma sempre con cautela perché
l’uso della magia comporta sempre un prezzo da pagare.- .
-
… Già…- rispose Cho con un piccolo
sorriso ironico sulle labbra.
Al
Druido diede l’impressione di sapere esattamente cosa volesse
dire con quelle parole…
…
che stesse già pagando il suo prezzo?
Una
raffica di vento li colpì di fronte, facendogli scivolare il
cappuccio del mantello dalla testa e sollevando ed ingarbugliando i
lunghi capelli neri di Cho, che rimase impassibile, come se quelle
invisibile dita gelide non le scivolassero lungo la pelle strappandole
brividi e calore; quando il vento si allontanò da loro
continuando la sua corsa più lontano, la pioggia
cessò quasi completamente di cadere, lasciando che poche
gocce continuassero a scendere su di loro aritmicamente. Le nuvole
cominciarono a diradarsi perdendo il loro colore grigio cupo,
permettendo così alla luce di filtrare più
carica, facendo scintillare di deboli riflessi argentei le gocce di
pioggia intrappolate sulle foglie e tra i fili d’erba.
Sotto
lo sguardo indefinibile di Allanon, Cho si rimise in piedi vacillando
un po’, intorpidita dalla posizione tenuta a lungo e dal
freddo che si era impossessato dei suoi arti. Riportò lo
sguardo sul Druido ancora seduto sull’erba ed un pallido
sorriso le stirò le labbra, illuminando appena il suo
sguardo; un sorriso così diverso da quello entusiasta, da
bambina che aveva appena ricevuto il regalo che desiderava da tanto
tempo, che gli aveva rivolto a Paranor…
-
Grazie!- mormorò senza distogliere lo sguardo dal suo.
Uno
sguardo privo di imbarazzo, che parlava più di un discorso
intero, carico di significati e sottintesi, uno sguardo con cui cercava
di raccontargli tutto quello che stava provando e niente in particolare.
Mentre
si allontanava ad Allanon sembrò che le sue spalle fossero
innaturalmente curvate in avanti, come se stesse sopportando un peso
così gravoso da non riuscire a sorreggerlo completamente.
Controllò
per l’ultima volta il contenuto della sua sacca quindi
tirò il laccio e lo chiuse con un solido nodo.
Lasciò la sacca sul letto e si volse per prendere il
cinturone che legò in vita sopra la camicia scura da
cacciatore; agganciò i due foderi di cuoio duro alla cintura
ed impugnò uno alla volta i suoi due coltelli, si
assicurò che le lunghe lame fossero sufficientemente
affilate passandoci il polpastrello del pollice su, quindi li
infilò nei foderi. Infilò un altro paio di
pugnali negli stivali alti fino al ginocchio, quindi afferrò
il mantello e, passandoselo attorno alle spalle con un ampio volteggio,
se lo chiuse sul collo con la solida spilla a forma di aquila, che
brillò debolmente quando fu colpita dalla luce perlacea di
quella debole alba. Osservò il suo riflesso nello specchio
dell’armadio di fronte al letto: era sempre la stessa, era
sempre lei, eppure ad un’occhiata più attenta si
potevano notare sottili ma innegabili differenze, soprattutto nello
sguardo ora più cupo e meno sereno; era cambiata, un
cambiamento più profondo e meno visibile, ma che
l’aveva inevitabilmente cambiata. Quante volte ancora sarebbe
mutata prima della fine di quella storia? Sospirò
chiedendosi se alla fine sarebbe riuscita a riconoscere ancora il suo
riflesso…
Si
guardò un’ultima volta intorno per assicurarsi che
ogni cosa fosse in ordine e che avesse preso tutto, sollevò
il cappuccio sulla testa fin quasi a coprire il viso ed uscì
da quell’alloggio che l’aveva ospitata fino a quel
minuto prima; si richiuse la porta alle spalle senza fare rumore,
mentre il cuore le martellava nel petto impaurito da quello che
l’attendeva al di fuori di essa.
La
ghiaia umida che ricopriva la via scricchiolava sotto i suoi passi,
sulla sua testa il cielo era ancora coperto da pesanti nuvole grigie,
ma sembravano non minacciare pioggia, almeno per il momento.
I
suoi compagni di viaggio l’attendevano già
all’ingresso di Storlok, per un istante si chiese cosa
provassero nell’iniziare quel viaggio che sembrava solo un
incosciente salto nel vuoto.
-
Alla buon’ora! Cos’è, non riuscivi a
svegliarti stamattina?!- chiese sarcastico Graham appena
avvertì il suo arrivo.
-
Sono arrivata perfettamente puntuale, né un minuto in
più né uno in meno!- rispose lei con una leggera
sfumatura d’irritazione nella voce, senza distogliere lo
sguardo da quello del Nano.
Immobili
l’uno di fronte all’altro, i loro occhi
fiammeggianti e fieri piantati in quelli dell’altro,
affrontandosi e provocandosi in una sfida su chi avrebbe ceduto per
primo all’altro; nessuno dei due aveva accettato
completamente la presenza dell’altro, per motivi diversi ma
ugualmente tenaci, ed entrambi erano più che disposti a
sfruttare qualsiasi occasione per ribadirlo.
-
Su, su: non iniziate già di prima mattina!- si intromise
Mael, con il suo solito sorriso dolce e rassicurante.
Cho
distolse lo sguardo da quello dell’altro sbuffando
sonoramente; Graham incrociò le braccia nodose al petto
borbottando animatamente.
Allanon
sospirò vedendoli, chiedendosi per l’ennesima
volta se avesse fatto la cosa giusta a metterli nello stesso gruppo; di
sicuro c’era che lui e l’elfo avrebbero avuto un
gran daffare a tenerli a bada.
-
Se avete finito con i vostri battibecchi…-
esclamò ironicamente il Druido indicando la strada che si
snodava davanti a loro che avrebbero dovuto percorrere.
Lanciandosi
di sottecchi sguardi rabbiosi, incolpandosi a vicenda di quel
rimprovero, i due si aggiustarono la sacca in spalla e si incamminarono
precedendo gli altri.
Cho
non si voltò mai, continuò a tenere lo sguardo
fisso in avanti: i dubbi e le paure non erano spariti, anzi,
continuavano a restare ben presenti e radicati dentro di lei, ma aveva
promesso a se stessa che avrebbe dato una risposto ad ognuno di quei
quesiti che le stavano marcendo dentro.