Capitolo 7
La
luce ambrata del tramonto illanguidiva i contorni del paesaggio dando a
tutto un aspetto onirico. Un soffice strato di nuvole violacee copriva
il cielo, tagliato da lame di luce insanguinata. Il sole, ridotto ad
una chiazza sanguigna al di la delle Montagne di Runne, allungava le
ombre di alberi e cespugli, mentre la pianura ondeggiava dorata sotto
la spinta del freddo vento serale. Ad oriente stavano già
brillando nel cielo indaco le prime stelle.
Cho,
seduta davanti al fuoco che scoppiettava allegro nel circolo di pietre,
osservava quel panorama così dolorosamente familiare. Era
nata in quelle regioni e tutte le sere della sua infanzia avevano
goduto di una simile bellezza. In tutti gli anni dell’esilio
che si era autoimposta non aveva mai dimenticato quanta bellezza
struggente potesse esserci in un tramonto autunnale, quanta nostalgia
avesse dell’oro e dell’ambra che coloravano la
pianura in quel periodo dell’anno.
Eppure
provava anche una fastidiosa sensazione di disagio, che contribuiva a
peggiorare il suo umore già tetro. Avevano marciato per una
settimana intera, rallentati ed intralciati dalle sue condizioni
fisiche ancora non proprio ottimali, che costringevano gli altri a
frequenti soste. Non era mai stata veramente malata e quella sensazione
di debilitazione la irritava, soprattutto se ad essa si aggiungeva lo
sguardo di Graham, uno sguardo sdegnoso in cui poteva leggere tutta la
sua disapprovazione: il Nano credeva fermamente che le donne non erano
affatto tagliate per quella vita, per affrontare lunghe marce e
pericoli costanti, ed il suo comportamento glielo stava solo
confermando. Per questo Cho, colpita nell’orgoglio, aveva
iniziato ad ignorare caparbiamente la spossatezza, a costringersi ad
andare avanti anche quando sentiva le gambe piegarsi sfinite sotto il
suo peso e la vista annebbiarsi in un vortice ovattato che confondeva
tutti i colori.
Cho
sospirò riportando l’attenzione su ciò
che la circondava in quel momento: Allanon era seduto con la schiena
contro una roccia al limitare estremo dell’accampamento, la
testa china e nascosta dall’ombra del mantello, le mani
intrecciate e nascoste dentro le ampie maniche; il Nano era seduto
dall’altra parte del fuoco, quasi di fronte a lei, ed era
intento ad affilare con una cote le lame della sua micidiale alabarda.
Mael
si era allontanato più di una mezz’ora prima alla
ricerca di altra legna per il fuoco, la ragazza sospettava che si
volesse semplicemente allontanare dalla pesante atmosfera che gravava
su di loro. Man mano che si avvicinavano alla loro meta, il suo umore
era divenuto sempre più suscettibile e, per conseguenza,
anche quello di tutti gli altri. Spostò lo sguardo ad
occidente, sull’inaccessibile muraglia rocciosa delle
Montagne di Runne, come se già potesse scorgere al di la di
esse le possenti mura turrite di Varfleet. Il giorno successivo
sarebbero giunti davanti le porte della città. A quel
pensiero un crampo di paura le contorse le viscere. Chiuse gli occhi
come per sottrarsi a quella vista, ma, come se evocati dai suoi stessi
pensieri, i ricordi ruppero l’argine dietro cui li aveva
rinchiusi per tanti anni e si riversarono nella sua mente travolgendo
ogni cosa, strappandole il respiro.
Risentì
nelle orecchie i sussurri accusatori di chi parlava alle sue spalle, il
battere metallico delle catene sulle pietre, il fruscio della corda
prima legata e poi strappata, il violento rimbombo delle urla, il
serrato scalpiccio degli stivali che correvano
sull’acciottolato, il ritmo scoordinato del suo respiro, il
cupo vorticare del sangue dentro le sue vene, il lugubre lamento di
coloro che avevano assistito…
Rivide
quegli occhi grigi guardarla con paura e disprezzo, quelle mani
indesiderate spingerla contro il legno ed immobilizzarla, rivide il
fuoco liberarsi violento e vorace sotto i suoi occhi…
Una
mano gentile si poggiò sulla sua spalla e Cho riemerse dai
suoi pensieri con un singulto spezzato, spaventata portò
istantaneamente la mano all’impugnatura del pugnale, e solo
in un secondo momento riuscì a districare nella nebbia che
le velava lo sguardo, il volto gentile e preoccupato di Mael. Gli occhi
dell’elfo scrutarono attentamente il suo viso contratto e
teso, la pelle imperlata di sudore gelido. Qualcosa
nell’espressione di Cho lo convinse a non fare domande. Le
sorrise e le porse la rosa che teneva stretta tra le dita.
-
Il sorriso ti dona di più.- le disse mentre le labbra gli si
schiudevano nel sorriso più dolce che avesse mai visto e che
la trapassò da parte a parte come una stilettata.
Cho
osservò i suoi occhi color miele, sentendo uno strano,
doloroso calore colarle nel petto, stringere il suo cuore in una morsa
bollente che le fece rallentare il respiro. Un imbarazzante pizzicore
ai lati degli occhi le ricordò che era tantissimo tempo che
non riceveva più una gentilezza disinteressata…
Spostò
lo sguardo imbarazzato sulla rosa, osservandone i petali bianchi come
la neve screziati di venature sanguigne. Non ricordava nemmeno
più quando era stata l’ultima volta che qualcuno
aveva avuto un pensiero per lei, qualcuno che le aveva sorriso
gentilmente dandole qualcosa. Forse era stato il vecchio Baruk quando
le aveva forgiato per lei i pugnali che ancora portava alla cintola.
Passò la punta delle dita sulla vellutata consistenza dei
petali, il più leggermente possibile, come se temesse di
poterli rompere.
-
Grazie.- un sussurro imbarazzato troppo difficile da pronunciare.
Sotto
lo sguardo dolce e contento di Mael, depose delicatamente la rosa in
una scatola di latta che teneva costantemente nella sua sacca e che
conteneva i pochi ninnoli che era riuscita a portare con sé
nella sua fuga. Quindi Cho riportò lo sguardo sulle fiamme
che danzavano elegantemente davanti al suo sguardo.
Della
sua vita a Varfleet ricordava soprattutto il profondo, gelido silenzio
che l’avvolgeva. Per le sue capacità magiche,
ovunque andasse era guardata sospetto, era temuta per quello che
immaginavano avrebbe potuto fare loro con i suoi poteri. Da piccola
soffriva per questo isolamento incomprensibile, sputando in faccia a
chiunque la guardasse con disprezzo tutto il suo odio e dolore; spesso,
dopo aver scoperto la duplice natura del suo potere, si era immaginata
a scagliarlo contro tutte le persone che le avevano fatto del male,
pentendosene appena dopo: in quel modo avrebbe solo avvalorato le loro
ipotesi sulla sua pericolosità.
Non
capiva perché ce l’avessero tanto con lei che non
aveva mai fatto del male a nessuno.
Il
vecchio Baruk aveva provato a spiegarle che la loro era solo paura.
Cento anni prima la magia era stata la causa scatenante di miserie e
devastazioni che avevano portato le Quattro Terre sull’orlo
della distruzione. Il Signore degli Inganni, nella sua marcia di
conquista verso le terre degli Elfi, aveva attraversato, con il suo
sterminato esercito, quelle terre. Varfleet non aveva potuto nulla
contro l’avanzata di Gnomi, Troll e creature demoniache: era
stata razziata e rasa al suola, i suoi abitanti massacrati ed ogni cosa
era stata data alle fiamme. Il ricordo di quella devastazione era
rimasto nella mente dei pochi superstiti che erano riusciti a mettersi
in salvo oltre le mura e lo avevano tramandato ai loro discendenti. Per
questo gli abitanti di Varfleet temevano la magia. Era una paura
ancestrale, profondamente radicata dentro di loro, acuita dalla
superstizione. L’unica colpa di Cho era quella di essere nata
con quella terribile eredità. Un marchio indelebile che
l’avrebbe accompagnata fino alla morte, che
l’avrebbe resa un elemento di disturbo tra la sua gente, una
pericolosa creatura indesiderata.
Era
cresciuta con una fame disperata di qualcosa dentro di sé.
Voleva che gli altri riconoscessero il suo valore e
l’accettassero nella loro comunità, ma ogni volta
che tentava falliva miseramente.
Più
urlava forte per reclamare la loro attenzione più loro
voltavano la testa dall’altro lato, ignorandola, ingigantendo
a dismisura il silenzio ed il gelo che la circondava.
Poi
la paura che i suoi concittadini provavano per lei raggiunse il suo
acme, esplodendo violenta ed inarrestabile, tramutandosi in cieco
terrore e lei aveva dovuto abbandonare Varfleet per salvare la propria
vita. Aveva abbandonato tutto e tutti, e si era nascosta come una lepre
braccata dai cacciatori nelle foreste di Streleheim. Sola ed impaurita
aveva dovuto mettere a frutto tutte le conoscenze che gli aveva
trasmesso il vecchio Baruk, quasi avesse previsto che prima o poi
sarebbe accaduto qualcosa di simile, ed imparare a badare a se stessa,
a sconfiggere lo sconforto e la nostalgia, a vivere solo di se stessa
dimenticandosi di tutto il resto del mondo. Ed ora eccola di nuovo li,
a pochi passi dalla sua città natale, da quegli uomini che
sicuramente la stavano ancora cercando dopo tanti anni.
Era
solo un’incosciente, come soleva dirle ridendo il suo maestro.
-
Parlami di questo Baruk.- la voce secca ed incolore di Allanon ruppe il
silenzio.
Cho
sollevò la testa di scatto battendo alcune volte le
palpebre, come se fosse appena emersa da un sogno. Spostò i
suoi occhi verdi sulla figura avvolta dalla penombra del Druido, i cui
occhi la scrutavano dall’ombra del cappuccio scintillando
nella luce del fuoco. Anche Mael e Graham si volsero a guardarlo.
Increspando
le labbra in una smorfia dubbiosa, la ragazza allontanò a
fatica lo sguardo da quello dell’uomo, come se fosse stato
impigliato in spesse catene, per poi spostarlo davanti a sé,
sulle fiamme che scoppiettavano allegramente. Rimase per un lungo
istante in silenzio, come per raccogliere le idee: stranamente si
ritrovò incapace di fornire dettagli sull’uomo che
l’aveva addestrata per tanti anni.
-
Il vecchio Baruk non mi ha mai parlato di sé, mi ha sempre
detto che non era così importante, che l’unica
cosa che conta davvero è il futuro. – parlava
lentamente, scandendo bene le parole e fissando le lingue di fuoco che
danzavano sinuose nell’aria della sera, come se avesse potuto
trovare in esse tutte le risposte – E’ sempre stato
al mio fianco, fin da bambina, non ricordo un solo giorno in tutta la
mia vita a Varfleet che non lo abbia avuto accanto. È
comparso una notte di pioggia quando è nata mia sorella, la
mamma era morta nel darla alla luce e non avevamo altri parenti; mio
padre era partito per una battuta di caccia qualche mese prima e non
l’ho mai più rivisto. Mi ha detto di essere un
vecchio amico di mio nonno e che era li per aiutarci, doveva saldare un
vecchio debito con lui. Così ha iniziato ad insegnarmi tutto
quello che sapeva ed ad allenarmi con i coltelli ed i pugnali. Facendo
tutto quello che era in suo potere per proteggerci. – si
perse in un’altre lunga pausa di silenzio.
Poi
lentamente Cho sollevò la mano destra e la portò
al fianco, impugnando il lungo coltello ed estraendolo dal fodero. Lo
portò davanti a sé, lasciando che il fuoco
strappasse bagliori insanguinati dal piatto della lama ben lucidata ed
affilata.
-
Questi coltelli li ha forgiati lui per me, ha detto che mi sarebbero
stati utili al momento opportuno.- mormorò appena udibile.
I
penetranti occhi neri del Druido studiarono a lungo il suo volto teso e
lo sguardo malinconico, illuminati dalla luce del fuoco.
-
Posso vederne uno?- chiese poi allungando una mano, che emerse dal buio
come gli artigli di una belva feroce.
Cho
fissò quella mano diffidente: non le piaceva separarsi dai
suoi coltelli, come non le piaceva che fosse qualcun altro ad
impugnarli, era come se quelle lame fossero diventate
un’estensione del suo corpo, come se fossero diventati parte
integranti di lei. Passò uno sguardo veloce da quella mano
ancora protesa verso di lei all’arma che stringeva tra le
dita. Quindi impugnò la lama per la punta e tese il suo
coltello al Druido. Appena quelle dita si strinsero sull’elsa
allontanando la lama da lei, un ruggito furioso esplose nella sua
testa, improvviso e violento, facendola allontanare di scatto.
Guardò sconvolta e spaurita il Druido, che la stava
esaminando di rimando con un’espressione accigliata.
-
Tutto bene Cho?- le chiese la voce gentile dell’elfo seduto
al suo fianco.
La
ragazza si volse verso di lui, il volto pallido e sudato, lo sguardo
quasi febbricitante.
-
Si… si… non preoccuparti: va tutto bene!- rispose
con un pallido sorriso per nulla convincente.
Il
Nano, continuando a passare la cote sul filo della propria alabarda,
borbottò qualcosa di indistinto contro
l’inaffidabilità delle donne.
Cho
si raggomitolò su se stessa incassando la testa tra le
spalle in un inconscio gesto di difesa, nella speranza che la luce
delle fiamme spazzasse via le tenebre che sentiva dilagare dentro di
sé, mentre cercava di arginare l’inquietudine che
le stava impregnando il petto. Aveva riconosciuto quella voce, ad
urlare era stata l’altra Cho, come la chiamava lei, e non
doveva aver gradito che il Druido impugnasse il coltello. Se ne chiese
il motivo. Da quando le si era rivelata stranamente riusciva a sentirla
dentro di sé con molta chiarezza, come una presenza al
margine della sua anima, un sussurro ai confini della sua mente.
Istintivamente sapeva che si trovava li, dentro di lei, che osservava
tutto quello che faceva e che rideva di lei. Si chiese quanto ancora
sarebbe durato quell’avanzare in equilibrio precario sulla
lama di un rasoio, per quanto ancora sarebbe riuscita a tenerla a bada.
Una cosa l’aveva decisa: avrebbe usato il suo potere solo in
caso di estrema necessità, non poteva permettersi di
fornirle altra energia, di diventare sempre più forte. Aveva
paura. Si sentiva sempre più sull’orlo di un
abisso che avrebbe potuto inghiottirla da un momento
all’altro. Si sentiva persa e sola, incapace di fare
qualsiasi cosa.
Intanto
l’attenzione di Allanon era completamente concentrata sul
coltello che teneva fra le mani: era un’arma semplicemente
perfetta! La lama era perfettamente temprata e bilanciata, era leggera
e facile da brandire, l’elsa era sagomata in modo da essere
facilmente impugnata dal palmo sottile di una donna. I suoi occhi neri
scintillarono mentre passava il pollice sul filo, come per saggiarne
l’affilatezza.
-
Abbine molta cura!- disse a Cho con uno strano tono mentre le
restituiva l’arma.
Cho
annuì osservando il druido perplessa: perché le
aveva detto una cosa simile? Osservò ancora una volta i
bagliori ambrati che danzavano sulla lama, quindi la ripose con cura
nel fodero di cuoio, sorridendo sicura allo scatto secco e familiare
della chiusura.
Il
cielo dell’alba era limpido e di un azzurro chiarissimo,
l’aria fredda e secca. Varfleet emergeva dalla nebbia morbida
ed opalescente che si innalzava dal terreno come una serie di cuspidi e
torri.
Allanon
li aveva svegliati poco dopo mezzanotte, pretendendo che arrivassero
alla città prima che le porte venissero aperte: Sorgon ed i
suoi scherani erano sulle loro tracce, avevano poco tempo ancora per
scoprire l’esatta collocazione dell’Oasi e
recuperare lo Scrigno. Così a marce forzate, avvolti dal
buio di quella notte senza luna, con il freddo e
l’umidità che penetravano fin dentro le ossa,
avevano coperto l’ultimo tratto che li separava dalla meta.
Ed
orano erano li, nascosti nella boscaglia umida di rugiada e nebbia, in
attesa che venisse suonato il corno e che venissero aperte le porte.
Dopo
tanti anni di lontananza Cho si ritrovava nuovamente a casa.
Riassaporò ogni particolare familiare di quel paesaggio,
ogni suono ed odore. Riuscì quasi a percepire il momento
esatto in cui la luce di quel pallido sole sorto da poco, aveva
iniziato a disperdere la nebbia. Poco alla volta le mura sorsero la
mare fumoso che le avvolgeva, rivelandosi alla vista in tutta la loro
imponenza.
Una
dolorosa nostalgia iniziò a pulsare nel cuore di Cho.
Desiderava ripercorrere quella piana erbosa, che tante volte aveva
attraversato da bambina a piedi nudi, fino a trovarsi sotto le mura.
Desiderava varcare la grande porta di bronzo ed entrare nel dedalo
intricato di quelle case sorte disordinatamente dopo la distruzione
operata dal Signore degli Inganni. Desiderava riempirsi i polmoni di
quel mare di odori familiari e sfuggenti, pungenti e caratteristici di
Varfleet. Desiderava percorrere quel piccolo vicolo che conduceva
all’officina del vecchio Baruk e riabbracciare lui e sua
sorella.
Desiderava
l’impossibile.
Con
un sospiro pesante rientrò nel folto della boscaglia, quasi
a nascondersi, e poggiò la schiena contro il tronco di un
albero.
-
Tra poco potremo entrare!- annunciò la voce autoritaria del
Druido.
Graham
e Mael annuirono all’unisono assicurando le armi nei foderi.
-
Io non verrò con voi!- la voce di Cho provenne decisa, bassa
e cupa da oltre il fogliame.
Allanon
si girò verso di lei ed i suoi occhi neri lampeggiarono
pericolosamente.
-
Tu verrai con noi! – il tono con cui
pronunciò quelle parole non ammetteva repliche –
Entrerai in città con noi e ci guiderai da questo Baruk!- .
Cho
in qualche modo riuscì a sostenere lo sguardo infuriato del
Druido, uno sguardo che sembrava volerle strappare la pelle di dosso e
perforarle l’anima.
-
Non posso entrare a Varfleet! – ripeté scuotendo
la testa – Il perché lo capirai una volta dentro
la città!- .
Allanon
fece in tempo a vedere un lampo di disperazione illuminare quegli occhi
verdi, prima che Cho abbassasse lo sguardo ed iniziasse a rovistare
nella sua tasca.
-
Il vecchio Baruk vive nel quartiere degli artigiani, costruito
all’altro capo della città, proprio sotto le mura
orientali. È un fabbro e la sua officina si trova sulla
sponda del fiume che hanno incanalato in città per servire
il quartiere. Appena entrate prendete la prima svolta a destra e
proseguite dritti, sotto la porta orientale svoltate a nord, dopo poco
entrerete nel quartiere degli artigiani. Il vecchio Baruk è
un uomo diffidente, difficile da trattare, quindi mostragli questo e
digli che sei con me. Solo allora ti crederà!- e gli tese un
qualcosa di luminoso che teneva nel palmo.
Il
Druido allungò la mano dalle dita adunche e prese
l’oggetto che gli veniva porto: poteva essere solo il
capolavoro di un mastro gioielliere, tanto era perfetto! La collana in
oro bianco dalla maglia sottilissima riluceva come raggi di luna,
sostenendo un ciondolo dello stesso materiale a forma di orchidea dalla
bellezza straordinaria. Osservandolo il Druido si accigliò.
-
Lo ha fatto il vecchio Baruk per il mio compleanno. In tutte le Quattro
Terre non ne esiste un altro simile. Per questo capirà che
te l’ho dato io e si fiderà di te.-
spiegò Cho.
-
Se non si può proprio fare altrimenti…-
sospirò Allanon infilando il ciondolo nelle pieghe del
mantello.
-
Grazie! Vi aspetterò qui!- sorrise davvero riconoscente la
ragazza.
-
Donne! Non ci si può mai fidare di loro: creano
più problemi di un intero esercito di Gnomi!-
borbottò Graham scuotendo la testa disgustato.
Cho
stava per ribattere a tono, quando Mael si frappose tra loro.
-
Allanon io vorrei restare qui con lei.- propose con il solito tono
gentile.
-
E per quale motivo?- chiese tra i denti serrati il Druido.
Il
Nano borbottò qualcosa di incomprensibile mentre si
allontanava verso lo sbocco della boscaglia.
-
Gli Incubi saranno sulle nostre tracce, l’hai detto tu
stesso, quindi per la nostra incolumità è
necessario attirare il meno possibile l’attenzione degli
altri. Credi che un elfo passerebbe inosservato li dentro? È
raro che il popolo abbandoni le terre occidentali e scenda a sud,
attireremmo sicuramente l’attenzione di tutti ed è
proprio quello che dovremmo evitare.- .
Davanti
la logica dell’elfo, Allanon dovette dare a malincuore il suo
assenso: il successo della loro missione dipendeva dal grado di
invisibilità con il quale riuscivano a rivestirsi.
Un
suono alto e lamentoso squarciò il silenzio in cui era
immersa la boscaglia e la valle: il corno annunciava
l’apertura delle mura.
Con
un ultimo sguardo di avvertimento il Druido ed il Nano si congedarono,
dirigendosi verso l’immensa porta urbica. Cho li
seguì con lo sguardo finché non si mescolarono
con la massa di artigiani, contadini ed allevatori venuti a vendere le
loro mercanzie in città. La nostalgia e la rabbia si
acuirono in lei che poté soltanto dare le spalle al luogo in
cui era nata, la patria che le era stata strappata per ignoranza e
paura, costringendola ad una precaria vita da vagabonda.
Sogni…
…Non
erano altro che stupidi sogni, i suoi…
…
e tali sarebbero rimasti!