Oltrepassare
la porta urbica di Varfleet procurò ad Allanon un brivido
lungo il collo. Era la prima volta in un secolo che ritornava nella sua
città natale, ed una sottile, insistente malinconia gli
invase lo stomaco. Nella sua mente sfrecciarono i ricordi di quel
giorno di tanti anni prima in cui la città venne distrutta
per capriccio dall’esercito del Signore degli Inganni. Rivide
i suoi genitori venire dilaniati dai demoni, scomparire in un lampo di
sangue rosso. Sentì nuovamente il sapore della polvere e
della cenere impastargli la bocca, l’odore di carne bruciata
nelle narici. Le urla terrorizzate e colme di dolore dei suoi
concittadini riecheggiarono strazianti nelle sue orecchie e nel suo
cuore, addolorandolo. Credeva che dopo cent’anni quei ricordi
si fossero offuscati, invece stava ritrovando ogni suono, ogni odore,
ogni sentimento pulsare vivo dentro di lui. Si guardò
attorno incuriosito constatando che non era cambiato niente dalla sua
infanzia. L’unico elemento estraneo ai suoi ricordi era
l’imponente cerchia delle mura che ora cingeva la
città, segnando un confine netto tra la parte interna ed il
mondo interno, segno della paura degli abitanti di un nuovo attacco.
Tutto il resto era rimasto immutato. Le case in pietre squadrate
incastrate l’una con l’altra che si innalzavano su
uno zoccolo di pietrisco e malta, ed il tetto di grossi tronchi di
legno, che si ammassavano confusamente sulle strette vie in terra
battuta e ghiaia che tagliavano irregolarmente il perimetro urbano.
- Allanon guarda qui!- la voce di Graham lo distolse dai suoi pensieri.
Il Druido si volse lentamente, trovando il Nano fermo a pochi passi da
lui, in piedi avanti un pannello di legno scuro su cui erano affissi
gli avvisi cittadini. Si avvicinò e seguì lo
sguardo del compagno di viaggio. Su un foglio di pergamena ingiallito e
logoro, si scorgeva un ritratto a carboncino di una Cho bambina. Non
era cambiata molto dalla ragazza introversa che conosceva, lo vedeva
dagli occhi che cercavano di nascondere un profondo dolore dietro uno
sguardo impenetrabile, che sembrava più adulta della sua
età. Fece scorrere lo sguardo sul foglio e, tra le lettere
sbiadite vergate con tratto rapido ed elegante, scoprì che
era un avviso di taglia per omicidio. Corrugò la fronte non
riuscendo a far coincidere l’immagine della ragazza che
conosceva con quella di un’assassina. Eppure lui stesso aveva
visto la creatura oscura ed incontrollabile in cui si trasformava
quando era in preda alla parte malvagia del suo potere, aveva visto con
i suoi occhi la facilità con cui poteva uccidere. Una
bambina spaventata avrebbe potuto perdere facilmente il controllo su di
un potere così vasto e sconosciuto.
- Che ne pensi?- chiese il Nano.
- Andiamo. Il vecchio Baruk potrà darci le risposte che
cerchiamo!- e senza accertarsi che l’altro lo stesse
effettivamente seguendo, imboccò uno dei vicoli.
Camminarono a lungo seguendo le indicazioni di Cho, attraversando
quartieri tutti uguali che ripiegavano su se stessi in
prossimità delle mura. Varfleet era una città
relativamente nuova, non ancora immessa nei grandi traffici
commerciali, soffocata dal controllo della più grande e
potente città di Tyrsis. Si intuiva dal livellamento delle
risorse economiche su tutti gli abitanti: ancora non era emersa una
potente classe elitaria che avrebbe preso il controllo della
città. Ma Varfleet sarebbe diventata davvero una grande
città lontana com’era dalla rotta commerciale del
Mermidon o con la sua posizione nascosta alla base delle montagne di
Runne?
Il quartiere degli artigiani era caotico ed affollato, l’aria
era satura di odori vari e contrastanti sui quali dominava quello della
legna bruciata, da ogni parte provenivano urla ed il battere del maglio
sul ferro. Seguirono le indicazione fornite loro da Cho e raggiunsero
una modesta casetta a due piani in legno addossata alle mura orientali.
Fermi davanti la recinzione di paletti di legno, notarono che tutto il
pianoterra era adibito ad officina. Allanon aprì il cancello
d’ingresso e si diresse deciso verso l’entrata.
L’ambiente era surriscaldato dalle alte temperature raggiunte
del divampare delle fiamme nella fornace, saturo di fumo, un uomo
piuttosto anziano, con indosso solo un paio di pantaloni sdruciti ed un
grembiule di cuoio conciato, era in piedi davanti ad cuneo, teneva
fermo con delle tenaglie un pezzo di ferro incandescente sul quale
batteva ad intervalli regolari con il martello. Sempre tenendolo per le
tenaglie immerse l’oggetto metallico nell’acqua
fredda, facendola sfrigolare ed evaporare. Approfittando di quel
momento di pausa, il Druido entrò nell’officina,
mentre Graham si tenne in disparte, intuendo che quella era una
trattativa che doveva portare avanti da solo.
- Sei tu colui che chiamano Baruk?- domandò a voce alta
sfrattando tutta l’autorità che gli era propria.
Il fabbro si volse verso di lui, scrutandolo con circospezione. I
muscoli delle braccia e del collo si gonfiarono automaticamente,
mettendo in mostra tutta la potenza acquisita da lunghi anni di quel
lavoro. Era pronto a difendersi da qualsiasi minaccia.
- Dipende da chi lo chiede!- rispose togliendo quella che ora capirono
essere la lama di una spada dall’acqua.
- Mi chiamo Allanon e sono qui per avere delle risposte.- .
L’uomo sollevò ancora una volta gli occhi neri su
di lui, palesemente sorpreso nell’udire quel nome. Una strana
corrente scaturì da quel lungo scambio di sguardi, ed ognuno
imparò qualcosa sull’altro.
- Come puoi vedere sono un fabbro, le risposte non fanno parte del mio
mestiere. Per quelle vai da un maestro.- e prese a picchiare con il
martello il nuovo pezzo di metallo incandescente che aveva appena tolto
dal fuoco.
- Mi era stato detto che solo tu potevi darmi le risposte che cerco.-
insistette il Druido.
Il vecchio Baruk rise di gusto sentendo quelle parole.
- Davvero? E chi ti avrebbe detto questo?- .
- Cho Black.- rispose semplicemente Allanon.
Il fabbro si volse di scatto verso di lui, pronto a cacciarlo a pedate
dalla sua officina, ma ogni traccia di rabbia sfumò quando
vide quello che l’altro teneva nel palmo della mano che
teneva tesa verso di lui. Avrebbe riconosciuto quel ciondolo tra mille
altri. Abbandonò il suo lavoro e si avvicinò al
Druido, con una mano tremante prese il pendete tra le dita,
osservandolo attentamente, come se temesse che fosse tutto un sogno
destinato a dissolversi da un momento all’altro.
- Dov’è?- chiese con la voce spezzata
dall’emozione.
- Nel bosco ai margini della città, non è voluta
entrare.- spiegò sbrigativamente.
- Come mai Cho si trova con te?- chiese con una punta di sospetto nella
voce.
- C’è una cosa che devo fare e solo Cho Black
può aiutarmi.- Allanon non era tipo da rivelare i suoi
segreti a chicchessia.
- Cosa vuoi sapere Druido?- sospirò Baruk.
Allanon trasalì appena: come faceva a sapere chi era in
realtà? I Druidi era scomparsi da un secolo, il loro ricordo
era rimasto, ma quasi nessuno ormai sapeva che uno di loro era
sopravvissuto e continuava a difendere le Quattro Terre…
Quell’uomo non era ciò che sembrava, comprese
all’improvviso, come un lampo che aveva illuminato il buio
della sua mente.
- Sto cercando l’Oasi dell’Illusione e Cho mi ha
detto che tu potresti dirmi dove si trova.- .
Un lampo attraversò gli occhi neri del fabbro, un misto di
sorpresa e paura che incuriosì molto il Druido. Il vecchio
Baruk fece per aprire la bocca e rispondere quando uno scalpiccio
rapido ruppe il pesante silenzio in cui erano piombati attraendo la
loro attenzione. Sulla porta, dopo pochi istanti, comparve una ragazza
con lunghi capelli biondi legati in due trecce, occhi castani dal
taglio allungato e pelle candida che indossava una tuta da lavoro
logora e sporca. Allarmata passò uno sguardo dal fabbro ai
due stranieri.
- Sta’ tranquilla Tamyra è tutto a posto, sono
clienti.- le disse con un sorriso gentile.
- Ho sentito discutere…- insistette osservando sospettosa il
Druido.
Baruk tentennò un istante, indeciso se fosse la cosa giusta
da fare, ma, infondo, Tamyra aveva tutto il diritto di sapere.
- Cho è tornata.- le rivelò in un basso sussurro,
come se nessun altro dovesse scoprirlo.
La ragazza sgranò gli occhi e socchiuse le labbra, mentre
meraviglia e stupore si miscelavano sul suo volto.
- Sul serio?- chiese incredula, gli occhi già umidi di
felicità.
L’uomo annuì con la testa.
- È arrivata con queste persone ed ora è fuori
dalla città.- le spiegò.
- Voglio vederla!- esclamò guardando intensamente Allanon.
- Non si può e lo sai Tamyra!- sospirò
stancamente Baruk.
- Non mi interessa nulla: Cho è mia sorella ed io voglio
vederla!- strillò pestando il piede a terra, sfidando i
presenti a contraddirla.
Baruk si guardò attorno allarmato, temendo che qualcuno di
quelli che affollavano la via avesse potuto sentirla. Solo quando fu
sicuro che nessuno stesse guardando sospettosamente la sua officina
tornò a rivolgersi a Tamyra: le mise le mani sulle spalle e
si chinò fino a poterla guardare negli occhi.
- Cerca di capire, piccola. Anche se sono passati tanti anni Cho
è ancora ricercata dai gendarmi, se solo sospettassero che
si trova nei dintorni verrebbero a prenderla e
l’arresterebbero. È questo che vuoi? –
attese il cenno di diniego della ragazza – Allora per favore
accontentati di sapere che sta bene.- quasi la implorò a
denti stretti.
Tamyra annuì con un gesto brusco della testa, mordendosi il
labbro per trattenere i singhiozzi e scappando subito dopo per non
mostrare le lacrime che avevano iniziato a rigare le guance. Il vecchio
Baruk scosse la testa sospirando tristemente: la capiva, comprendeva il
suo desiderio di rivedere Cho perché lo stava provando anche
lui, ma sapeva che non si poteva, era troppo pericoloso per tutti.
Un’espressione strana animava gli occhi del Druido in quel
momento: Cho Black aveva una sorella…
… aveva avvertito qualcosa di strano quando i suoi occhi
castani avevano fissato i propri, aveva provato la sensazione che fosse
diversa da Cho, e non solo nel fisico…
- Posso farti una domanda fabbro?- la voce baritonale di Graham lo
strappò ai suoi pensieri.
- Dipende da cosa vuoi sapere.- rispose l’uomo ritornando
sulla difensiva.
- Voglio sapere se è vero l’avviso di taglia che
abbiamo letto entrando in città!- spiegò spiccio
il Nano.
Senza rispondere il vecchio Baruk impugnò nuovamente il
martello e, dando loro le spalle, ricominciò a battere il
metallo.
- Si, Cho ha ucciso alcune persone, è per questo che ha
dovuto lasciare Varfleet!- rispose quando ormai nessuno credeva che
avrebbe più parlato.
- Ho ucciso dieci persone sei anni fa, per questo non posso entrare a
Varfleet.- spiegò la voce incolore di Cho mentre rimestava
nelle ceneri con un ramo per riattizzare il fuoco.
Mael sgranò gli occhi, rifiutandosi di credere a quello che
aveva appena ascoltato. Quella ragazza timida e ferita non poteva
essere un’assassina, era una cosa ridicola, inconcepibile.
Quando le aveva chiesto il motivo del suo ferreo rifiuto ad entrare in
città, mai si sarebbe aspettato di dover udire una simile
confessione. Aveva creduto che Cho si sarebbe rifiutata di rispondere,
che si sarebbe rinchiusa in un ostinato silenzio…
… ma non era preparato a quello!
- Non è possibile…- sussurrò
più a se stesso che alla ragazza.
Un sorriso amaro schiuse le labbra della ragazza mentre continuava a
fissare il fuoco.
- Quando tutti pensano che sei un mostro anche tu alla fine ti convinci
di esserlo e fai la stupidaggine che conferma tutti i loro sospetti.
Tutti a Varfleet credevano che fossi uno dei demoni del Signore degli
Inganni a causa dei miei poteri, vedevano solo quelli, non riuscivano a
scorgere me sotto di essi. All’inizio
bisbigliavano alle mie spalle e cambiavano strada quando mi
incrociavano, ma, con il passare del tempo, divennero più
espliciti e violenti. Un giorno il figlio del capo villaggio, che era
scomparso da alcune settimane, venne ritrovato trucidato: tutti
pensarono che ero stata io e, quando, con un atto di forza,
perquisirono la mia stanza, trovarono il suo coltellino nascosto nella
paglia del mio letto. Venni incatenata e condannata a morte senza un
processo, senza indagare, solo perché ero io!
Era il pretesto che cercavano per eliminare una volta per tutte un
problema. Venni trascinata di peso in strada, verso la piazza centrale,
e durante il tragitto fui bersagliata continuamente da pietre. Avevo
paura, una paura folle che non mi faceva ragionare e che raggiunse il
suo apice quando, dopo avermi legata ad un palo, appiccarono il fuoco
alle fascine che avevano gettato ai miei piedi. La paura divenne
terrore e persi il controllo, abbandonandomi alla parte oscura del mio
potere.- .
Cho si fermò un attimo per riprendere fiato e dare tempo a
Mael di assorbire ed elaborare ciò che gli stava svelando.
Forse all’interno della città il vecchio Baruk
stava facendo la stessa cosa con Allanon e Graham. Per la prima volta
sollevò lo sguardo su di lui, incrociando gli occhi color
miele dell’elfo con i suoi di un verde opaco e spento, ancora
animati da una scintilla di quel panico che aveva provato quel giorno.
- Tu non mi hai mai vista in quello stato, ma perdo completamente il
controllo, non riconosco gli amici dai nemici, e quando riesco a
ritornare i me non ricordo nulla di quello che ho fatto. Quando ripresi
conoscenza di me stessa, mi ritrovai libera dalle corde ed
inginocchiata nel centro della piazza, attorniata dai cadaveri
dilaniati di quanti ero riuscita a raggiungere con la mia magia. Per le
strade c’era il caos. Gente che scappava urlando terrorizzata
da me. Per un istante ammetto che provai una certa soddisfazione, mi
sentii come vendicata di tutte le angherie che ero stata costretta a
subire a causa loro. Ma quando compresi cosa avevo
fatto, quante vite avevo spezzato in un istante… mi sentii
indegna di vivere. Avevo tradito tutti gli insegnamenti del vecchio
Baruk, dimostrando loro che ero davvero il mostro che credevano fossi.
Completamente terrorizzata rimasi immobile senza sapere cosa fare. Il
vecchio Baruk arrivò all’improvviso, mente
già echeggiava nel silenzio il passo cadenzato dei gendarmi
che venivano ad arrestarmi. Sollevandomi di peso mi rimise in piedi e
mi trascinò via, come se fossi una bambola di pezza.
Corremmo a lungo per vicoletti bui, cercando di nasconderci allo
sguardo degli abitanti di Varfleet. Poi, non so come, mi ritrovai in
questo stesso boschetto. Il vecchio Baruk mi mise la mia sacca sulla
spalle e, consegnandomi i pugnali, mi disse che dovevo andare via, che
da quel momento in poi avrei dovuto sopravvivere da sola. Non mi sono
mai sentita così sola come in quel momento.- .
Cho riportò lo sguardo sulla danza sinuosa delle lingue di
fuoco, contro il buio della sera incipiente. Si sentiva svuotata, come
se raccontare la sua storia a Mael le avesse portato via tutto. E si
sentiva stanca, tanto, troppo stanca…
… cosa sarebbe successo se in quel momento sarebbe entrata
in città e si sarebbe consegnata ai gendarmi? Sarebbe solo
stata la fine di ogni dolore…
Dopo un lungo istante di pesante ed imbarazzato di silenzio, Mael le si
avvicinò con un movimento sinuoso e rapidamente, prima che
potesse opporre qualsiasi resistenza, l’abbracciò.
Cho si irrigidì immediatamente e provò a
divincolarsi imbarazzata, per nulla abituata al contatto fisico,
perché, neanche prima dei lunghi anni di isolamento nelle
foreste delle Streleheim, c’erano stati abbracci per lei.
- Non è stata colpa tua. – le sussurrò
all’orecchio dolce ed accorato – Tu non hai alcuna
colpa. Eri solo una bambina spaventata, nient’altro.- e la
strinse ancora di più contro di sé, facendole
poggiare la testa sulla sua spalla.
E quella voce calda e melodiosa riuscì a sciogliere ogni sua
resistenza, e Mael sorrise nel sentire il suo corpo rilassarsi contro
il proprio. Cho chiuse gli occhi, artigliandogli la casacca,
lasciandosi cullare da quelle braccia forti e delicate, e da quel lieve
odore fruttato che le solleticava il naso.
Era incredibile, ma sembrava che la dolcezza ed il calore di Mael
potessero risanare le sue ferite, si sentiva come se tra quelle braccia
potesse rinascere.
Una risata sarcastica e minacciosa risuonò nel fondo della
sua mente, in risposta al suo pensiero.