Capitolo IX: Inseguimento
Inginocchiato
sull’asfalto, Kurama fissava inebetito il punto in cui era scomparsa
Makoto. Nemmeno se gliel’avessero detto, avrebbe immaginato che fosse
proprio lei a nascondersi sotto la maschera di Agarwaen. L’immagine
dell’espressione gelida e feroce che si era dipinta sulla sua faccia
mentre uccideva quello youkai si ripropose con sadica precisione nella
sua mente. Chiuse di scatto gli occhi, così tanto da farsi male, come
se in questo modo potesse scacciarla dalla sua testa.
Makoto non era mai stata così. Era sempre stata una ragazza chiusa e
problematica, ma mai era stata cattiva. Dopo la scomparsa del fratello
era diventata ancora più ombrosa e scostante, irascibile a volte, ma
non si era mai dimostrata feroce. Kurama aveva pensato che fosse
normale essere arrabbiati con il mondo quando accadeva una cosa simile
e aveva cercato di starle accanto il più possibile, di placare il suo
animo in tempesta. Aveva fatto il possibile, ma a quanto sembrava non
era stato sufficiente. Quando Kurama era tornato dal Makai dopo il
torneo, la situazione era, se possibile, peggiorata ulteriormente.
L’aggressività di Makoto sembrava essersi accresciuta, come anche il
nervosismo che riusciva a leggere sotto i suoi gesti e le sue parole.
Strinse le mani a pugno, grattando con le unghie sull’asfalto. Era
stato uno stupido cieco, i segni c’erano tutti e lui non li aveva
visti, non li aveva voluti vedere.
Se solo non fosse stato così concentrato sui suoi problemi, forse
avrebbe potuto aiutare Makoto, tenderle una mano ed evitare che
sprofondasse così negli abissi neri della furia.
Riportò alla mente lo sguardo dell’amica quand’era stata smascherata.
Le sue iridi rosse, appena maculate da schegge d’ossidiana, erano
affilate e gelide come la lama di un pugnale. A prima vista sembravano
ferme come laghi d’inverno, ma sotto lo strato di ghiaccio era riuscito
a scorgere il furioso ribollire di un dolore e un odio inestinguibili.
Cosa era accaduto a Makoto?
Per averla ridotta in un simile stato doveva essere stato qualcosa di
terribile, che aveva l’aveva svuotata di qualsiasi sentimento che non
fosse il rancore e la sofferenza, e che l’aveva portata a diventare
Agarwaen. E Kurama non poté evitare di sentirsi profondamente colpevole.
Una mano ferma e gentile si strinse appena sulla sua spalla, cercando
di riscuoterlo dallo stato in cui era caduto. Sapeva che continuare a
sprofondare nella disperazione non avrebbe aiutato né lui né Makoto, ma
non riusciva a riscuotersi. Gli sembrava di aver perso tutte le forze.
Yusuke sospirò impaziente e poi si accovacciò davanti a lui. Mise due
dita piegate sotto il mento dell’amico e gli sollevò il viso verso il
suo, i suoi occhi neri si piantarono determinati in quelli verdi e
abbattuti dell’altro.
- Kurama lo so che fa male, ma questo non è il momento di lasciarsi
andare. Possiamo ancora aiutarla, cercare di riportarla indietro. Ma
per farlo abbiamo bisogno della tua collaborazione.- gli disse con un
tono calmo e sicuro.
Il ragazzo dai capelli rossi sorrise sorpreso a quelle parole. Yusuke
possedeva la stessa delicatezza di un caterpillar in piena azione e la
maggior parte delle volte non comprendeva la situazione in cui si
trovava, almeno fino a quando non ci sbatteva contro. Ma c’erano delle
rare occasioni in cui tirava fuori una delicatezza insospettabile in
una persona come lui, sapeva dire parole che arrivavano dritti
all’anima di chi l’ascoltava. Era quello il suo potere più grande.
Quell’innocenza e quella dolcezza che teneva accuratamente nascosti
dentro di sé, come se se ne vergognasse, che cambiava le persone e le
portava a credere ciecamente in lui. Era stato così per lui e per Hiei,
e chissà quanti ancora avevano subito il suo fascino.
Kurama si rimise in piedi e con i palmi delle mani pulì la polvere dai
pantaloni che indossava. Chiuse le palpebre e nel buio della sua mente
si delineò la figura di Makoto come la conosceva lui. Il fisico sottile
fasciato dall’uniforme scolastica, i lunghi capelli sciolti sulle
spalle che catturavano e riflettevano la luce in tenui bagliori rossi,
gli occhi nocciola un po’ spauriti dietro il vetro delle lenti degli
occhiali e quel suo sorriso che aveva sempre una sfumatura malinconica.
Era quella la ragazza che conosceva, quella per cui avrebbe combattuto
e che avrebbe ritrovata a qualsiasi costo. Avrebbe scavato sotto la
scorza di Agarwaen e avrebbe riportato alla luce la ragazzina un po’
triste con cui era cresciuto.
- Per prima cosa dobbiamo capire quali siano i suoi piani ora che è
stata scoperta.- disse guardando Yusuke con uno sguardo deciso.
Il moro piegò le labbra in quel suo sorriso schietto e un po’ arrogante
che lo caratterizzava, felice che l’amico avesse compreso e si fosse
deciso a proseguire la missione che era stata assegnata loro. Perché,
anche se avevano scoperto che Agarwaen era l’amica d’infanzia di
Kurama, non cambiava nulla: avrebbero dovuto arrestarla e condurla al
cospetto di Koenma. Forse soltanto in quel momento avrebbero potuto
fare qualcosa per aiutarla, perorare la sua causa davanti al principe e
sperare così di riuscire a mitigare la sua condanna.
- E come pensi di fare?- intervenne Hiei, che aveva osservato tutta la
scena in silenzio, appoggiato con la schiena contro il tronco di uno
degli alberi e con le braccia incrociate al petto.
Era una domanda semplice quella, eppure Kurama non aveva una risposta
da dargli. Fissò l’amico sentendo la disperazione di prima ricominciare
a strisciare dentro di lui, minare alla base le sue certezze. Di nuovo
gli sembrava che Makoto stesse scivolando via dalle sue dita, come
granelli di sabbia trascinati via dal vento. Strinse i denti forte,
fino a sentire un leggero dolore pungergli i nervi. Doveva pensare,
doveva costringere il suo tanto decantato cervello a trovare una
soluzione.
Che cosa avrebbe fatto Makoto ora che era stata costretta con le spalle
al muro, scoperta e impossibilitata a lasciare il Makai, braccata da
tutti coloro che erano ormai a conoscenza della sua identità? Tenebra!
Quel nome deflagrò nella sua mente, con lo stesso minaccioso fragore di
un tuono. Makoto voleva ucciderlo e quindi avrebbe cercato di chiudere
i conti con lui prima che potesse essere arrestata da qualche squadra
speciale del Reikai. Poi, all’improvviso gli tornò in mente un
particolare che fino a quel momento avevano ignorato.
- Dove hai incontrato Makoto?- domandò a Hiei, mentre aspettativa e
ansia serpeggiavano nelle sue vene come corrente elettrica.
Lo youkai del fuoco aveva combattuto contro di lei prima ancora che lui
e Yusuke potessero contattarlo e spiegargli la missione che Koenma
aveva affidato loro. Non aveva mai detto dove e perché aveva incontrato
per la prima volta Makoto. E quello poteva essere un indizio
importantissimo, che avrebbe potuto indirizzarli sulla strada giusta
per ritrovarla e riportarla indietro.
Hiei corrugò le sopracciglia e piegò le labbra in una smorfia
infastidita. Non gli piaceva sprecare tutto quel tempo in inutili
chiacchiere, avrebbero dovuto mettersi subito all’inseguimento
dell’assassina.
- Accanto alla Fortezza Mobile di Mukuro, perché?- rispose con un tono
profondamente scocciato.
Kurama schiuse la bocca in un’espressione sorpresa: come avevano potuto
essere così sprovveduti? Se solo si fossero ricordati prima di quel
particolare, avrebbero potuto raggiungere Makoto molto prima,
precederla e magari fermarla prima che fosse troppo tardi.
- A che stai pensando Kurama?- gli chiese Yusuke, impaziente.
- Makoto ha chiesto aiuto a Mukuro. Lei conosce i suoi piani. – si
fermò un attimo, prendendo un respiro profondo e ritrovando con esso un
po’ della sua calma – Dobbiamo parlare con lei.- concluse deciso.
Yusuke lo fissò un attimo e Kurama poteva già leggere l’eccitazione per
quella nuova sfida illuminare il nero dei suoi occhi.
- Ok, andiamo da Mukuro. – annuì convinto – Hiei facci strada.- ordinò
poi all’amico ancora fermo nella stessa posizione.
Lo youkai del fuoco li scrutò entrambi, con quelle sue iridi rosse che
sembravano scavare dentro l’anima delle persone, alla ricerca di
qualcosa che poteva vedere solo lui e quando la trovò sbuffò
contrariato, dando così il suo implicito assenso.
Mentre correvano a perdifiato sull’arida landa del Makai, Kurama
sentiva il cuore martellargli cupo nel petto. Soltanto quando Yomi
aveva minacciato di uccidere sua madre, aveva provato un’angoscia
simile. Aveva paura per Makoto, temeva di non riuscire ad aiutarla e di
perderla per sempre. Deglutì a vuoto a quel pensiero. Erano cresciuti
insieme, non ricordava nemmeno un giorno della sua vita in cui lei non
era stata al suo fianco, la sentiva un po’ come la sua sorellina.
Sapeva che se fosse morta, avrebbe lasciato un vuoto enorme nella sua
vita, che nessun altro sarebbe stato in grado di colmare. E se pensava
a cosa si accingeva a fare, quell’eventualità gli sembrava sempre più
reale.
Strizzò le palpebre sentendo le lacrime pizzicare ai lati degli occhi.
Makoto voleva uccidere Tenebra. Tutto ciò che era diventata e che aveva
fatto, era stato solo in nome della sua vendetta. Makoto si era immersa
volontariamente nel sangue e nella morte, aveva esplorato gli abissi
più profondi della follia e si era trasformata in un mostro solo per
raggiungere il suo obbiettivo. Strinse i pugni fino a conficcarsi le
unghie nei palmi, al pensiero di quante persone avesse ucciso per la
sete di rivalsa. Makoto era stata usata dai Signori della Guerra per
dei maledetti esperimenti, nemmeno riusciva a immaginare come si fosse
sentita, quanto dolore avesse provato. Però, se si fermava a riflettere
su quanto la sua amica aveva subito, non riusciva a biasimare il suo
desiderio di vendetta. Lui al suo posto avrebbe fatto lo stesso.
Ripensò alle parole dello Sharodd, al modo in cui aveva rivelato loro
delle motivazioni che spingevano Agarwaen a uccidere, e scoprì che
qualcosa in tutta quella storia non tornava. Il vecchio veggente aveva
detto loro che gli esperimenti dei Signori della Guerra usavano cavie
youkai, allora perché avevano operato anche su Makoto? Da quello che ne
sapeva lui, la sua amica era una ningen. Quel pensiero gli causò un
blackout mentale. Una ningen che si muoveva e lottava come uno youkai.
Ricordava bene la velocità e la potenza che aveva mostrato in quelle
volte in cui l’avevano incontrata come Agarwaen. Nessun ningen avrebbe
potuto fare altrettanto. Perfino Kuwabara, che era l’unico essere umano
del loro gruppo, aveva delle capacità spiccatamente superiori a quelle
di un comune essere umano grazie all’allenamento della maestra Genkai,
ma non aveva niente a che vedere con le capacità che aveva mostrato
Makoto. Mentre combatteva, lei sembrava davvero uno
youkai.
Kurama rallentò la sua corsa fino a fermarsi, mentre un pensiero
terrificante prendeva lentamente forma nella sua testa. Casa avevano
fatto alla sua Makoto? Quanto aveva sofferto senza che lui ne sapesse
nulla?
Hiei si rese conto che l’amico non li stava più seguendo e si fermò
bruscamente, rischiando quasi di essere investito da Yusuke, che
correva subito dietro di lui.
- Ehi Kurama, che ti prende?- urlò per farsi sentire e attirare la sua
attenzione.
Il demone volpe sollevò lo sguardo su di loro e il verde disperato dei
suoi occhi sembrò trapassarli da parte a parte. Camminando piano,
Kurama raggiunse i suoi compagni di squadra.
- Che succede?- gli chiese Yusuke appena fu vicino.
- Hanno trasformato Makoto in uno youkai.- rispose accorato, ancora
incredulo di fronte a quanto stava scoprendo.
- Che stai dicendo, Kurama? Dai, è impossibile una simile!- rispose il
moro, ridacchiando nervoso.
Il ragazzo scosse la testa forte, muovendo i lunghi capelli rossi
attorno alla testa, scacciando così le parole dell’amico. Anche lui
avrebbe tanto voluto essersi sbagliato, ma le sue riflessioni non
conducevano a nessun’altra conclusione.
- Makoto è sempre stata una ningen, di questo sono assolutamente
sicuro. Eppure quando l’abbiamo affrontata era in tutto e per tutto uno
youkai. – disse guardando Yusuke dritto negli occhi – Secondo me gli
esperimenti a cui l’hanno sottoposta hanno mutato la struttura
molecolare del suo corpo, trasformandola in uno youkai.- spiegò
sperando che la sua voce risultasse abbastanza ferma.
Kurama vide un’ombra di dolore farsi spazio sul volto dell’amico e
colmare i suoi occhi neri, rendendoli più scuri di una notte senza luna
né stelle. Hiei, che fino a quel momento si era tenuto in disparte,
avanzò fino ad affiancarsi a loro.
- E come sarebbero riusciti a fare una cosa simile?- domandò scettico.
Aveva sperimentato di persona quale fosse il vero potere di Agarwaen e
se davvero era possibile una cosa simile, lui voleva sapere come fare.
Nonostante il Makai fosse stato pacificato, lui era ancora alla ricerca
di un modo per aumentare la sua forza, per poter battere Mukuro e tutti
coloro che avrebbero osato sfidarlo al prossimo torneo e diventare così
il re del Makai. Se grazie a quegli esperimenti, una ningen era
riuscita a impossessarsi di un potere astrale tale da sembrare
illimitato, si chiedeva quali effetti avrebbero avuto su uno youkai nel
pieno della sua potenza come lui.
- Questo non lo so, ma non c’è altra spiegazione.- asserì
cocciutamente, fissando i suoi compagni di squadra dritto negli occhi.
Yusuke, con le braccia incrociate al petto, rimuginò per qualche
istante sulle parole dell’amico.
- Questo non ci aiuta, Kurama. Sono solo supposizioni che solo la tua
amica può confermare o no. Abbiamo poco tempo per ritrovarla e dobbiamo
correre da Mukuro.- disse con un tono serio che rare volte gli aveva
sentito usare.
Il demone volpe guardò Yusuke, stupendosi ancora una volta di quella
sensibilità che stava mostrando in quella situazione. Non che fosse un
bruto senza intelletto, ma era un ragazzo dai modi spicci, che
preferiva arrivare subito al sodo e che adorava risolvere le questioni
con una sana scazzottata. I ragionamenti li lasciava a persone più
riflessive di lui. E gli sorrise vivamente grato di quell’appoggio che
gli stava dando in un momento critico come quello.
- Andiamo.- disse più a se stesso che agli altri, riprendendo a correre.
Doveva concentrarsi solo sull’obbiettivo di ritrovare Makoto e fermarla
a qualsiasi costo. Sfidare Tenebra equivaleva a una condanna a morte e
lui non poteva permettersi di perderla. La madre di Makoto aveva già
sofferto troppo per la perdita del figlio maschio e lui non poteva
permettere che morisse anche lei. Lo doveva a se stesso e a quella
donna dal sorriso triste che fin da bambino considerava come una zia.
Doveva ancora capire a fondo cosa avrebbe comportato davvero riportare
indietro Makoto, quali rischi avrebbero corso e cosa le sarebbe
accaduto una volta che l’avessero condotta davanti a Koenma, ma per il
momento la cosa più importante era ritrovarla e salvarla da Tenebra.
“Aspettami Makoto! Aspettami e non morire… sto arrivando!”