Attrazione fatale


Giorno 1


Colby posò l’ultimo scatolone a terra e si rimise dritto con un verso dolorante. Quel trasloco si stava trasformando in un vero incubo e se pensava che doveva ancora mettere a posto la maggior parte delle sue cose, si sentiva male. Appoggiò le mani sui reni e arcuò la schiena all’indietro, subito i muscoli gli risposero con una sensazione di doloroso calore. Espirò forte e, con le mani sui fianchi, guardò la stanza semivuota in cui gli scatoloni erano ammonticchiati alla rinfusa. Era un marine e aveva dovuto imparare l’ordine, i suoi istruttori durante l’addestramento gliel’avevano inculcato così a fondo che ormai era diventato parte della sua natura.
Era un marine e aveva deciso di lasciare l’esercito per diventare un piedipiatti. Un sorriso sarcastico gli schiuse le labbra al pensiero di cosa avrebbe potuto dire suo padre se fosse stato ancora vivo. Era entrato nei marine perché lo voleva, non solo perché lui lo aveva preteso. Colby era nato in una famiglia di militari, cresciuto con il mito dell’uniforme, fin dall’infanzia tutti si aspettavano che sarebbe entrato nell’esercito e non avrebbe fatto alcuna differenza se Colby avesse voluto per sé un futuro diverso dalle armi e dai campi di battaglia: era stato tutto già deciso.
A diciotto anni, appena aveva conseguito il diploma, si era arruolato. All’inizio aveva creduto che quella sarebbe stata la sua vita, che avrebbe indossato la divisa dei marine fino alla pensione. Ma poi era scoppiata la guerra in Afganistan e aveva scoperto che non era come aveva sempre immaginato, non c’era niente di eroico in quello che faceva. Spogliato dai fronzoli dei racconti di suo padre e di suo nonno, aveva visto la vera faccia di quel lavoro e non gli era piaciuta. In Afganistan c’era soltanto sabbia, caldo, sudore e odore di morte ovunque. L’incidente da cui era stato salvato per puro miracolo aveva soltanto accelerato gli eventi. Era stato congedato con onore due settimane prima e aveva fatto in fretta le valigie per raggiungere Los Angeles, anche se la data sul suo foglio d’ordine indicava che doveva presentarsi al suo nuovo capo solo la settimana successiva. Ma voleva prendersi tutto il tempo necessario per sistemarsi e per familiarizzare con la città, magari riuscire anche a rilassarsi un po’ prima di buttarsi nella mischia del nuovo lavoro.
Controllò l’ora sull’orologio da polso e vide che mancavano alcuni minuti alle diciannove. Aveva lavorato tutto il giorno e ora aveva una fame da lupo. Gli operai non erano ancora arrivati per allacciare il gas e per quella sera avrebbe dovuto arrangiarsi e mangiare qualcosa fuori. Ma non voleva accontentarsi delle schifezze che servivano nei fastfood o nelle tavole calde. Voleva mangiare bene per una volta. Prese il portatile e, usando una chiavetta si connesse a internet e cercò un luogo tranquillo e senza troppe pretese.
Quando lo ebbe trovato, chiuse il computer, prese giacca e chiavi della macchina, e uscì di casa. Il locale che aveva scelto si trovava in centro e, poiché non conosceva la città, gli ci volle un po’ per raggiungerlo, ma quando entrò si disse che ne era valsa la pena. Si guardò intorno: la sala era in penombra, piena di tavolini con tovaglie bianche e vasi di fiori, a cui erano sedute alcune coppie di fidanzati.
Quella sera non voleva stare in mezzo alla gente, quindi si sedette su uno sgabello al bancone. Fece la sua ordinazione e si mise in attesa, battendo impazientemente la punta delle dita sul ripiano. Non gli piaceva restare fermo senza fare niente, gli sembrava di sprecare tempo e lì non c’era nemmeno un televisore dove poter seguire i notiziari.
- Mi scusi, potrebbe passarmi la saliera, per favore?- gli chiese una voce fuori campo.
Colby, che era soprapensiero, si guardò un attimo intorno, prima di notare un piccolo contenitore di metallo accanto al braccio sinistro che teneva appoggiato sul bancone. Lo prese e si girò per porgerlo alla persona che gliel’aveva chiesto, ma quando lo vide qualcosa dentro di lui scattò. Era un uomo sulla trentina che indossava negligentemente un completo classico marrone, era pallido e magro, i capelli erano ricci e si aggrovigliavano in maniera confusa attorno alla testa. Era nient’altro che uno dei nerd che si divertita a tormentare con gli amici della sua squadra di football al liceo, ma c’era qualcosa di peculiare nell’irregolarità del suo volto, nel nero dei suoi occhi e nel modo in cui piegava le labbra per sorridere.
- Grazie.- gli disse il nuovo arrivato prendendo la saliera dalle sue mani e sedendosi sullo sgabello accanto al suo.
- Non c’è di che.- rispose Colby, perplesso per quella sensazione che aveva appena avuto.
- Lei non è di Los Angeles, vero?- gli chiese l’altro mentre salava la bistecca che aveva nel piatto.
Colby piegò le labbra in una smorfia infastidita: quello era il modo più classico con cui gli impiccioni cercavano di attaccare discorso e lui detestava chi cercava di mettere il naso nei suoi affari. Però quando si girò a guardare l’altro vide che la sua non era curiosità, ma la semplice constatazione di un dato di fatto. Lo lesse nel nero di quegli occhi che lo stavano guardando timorosi di aver detto qualcosa di troppo. E quello sguardo gli mosse qualcosa dentro, che lo spinse inspiegabilmente a rispondere.
- Da cosa lo ha capito?- domandò l’agente.
Forse l’altro aveva voluto solo essere gentile quando gli aveva posto quella domanda, lui era appena arrivato in città e conoscere qualcuno lo avrebbe aiutato ad integrarsi. Il suo interlocutore sorrise ancora di più e una scintilla di divertimento sfrigolò nei suoi occhi. E si ritrovò a pensare che era davvero bella quell’espressione sul suo volto.
- Il suo accento è del nord se non mi sbaglio.- gli rispose e a Colby sembrò che avesse la stessa espressione furbetta di un bambino che spiega ai suoi genitori lo scherzo che ha appena fatto loro.
- Sono del Wisconsin.- precisò il poliziotto.
Si girò sullo sgabello in modo da poter puntare un gomito sul ripiano del bancone e guardare così l’altro. Forse aver incontrato quel tipo non si sarebbe rivelato un male. Per un attimo l’altro uomo lo guardò come se lo stesse studiando: lo intrigava, questo era sicuro.
- Però il suo accento ha qualcosa di strano. Ha un’inflessione aspra che mi ricorda il modo con cui un mio collega Pakistano pronuncia l’inglese.- spiegò perplesso, come se stesse parlando più a se stesso che all’altro.
E Colby rimase davvero stupito, questa volta. Aveva vissuto per parecchi anni in un paese arabo e questo aveva contaminato il suo modo di parlare, anche se in maniera molto leggera e limitato solo a qualche lettera che avvolgeva un po’ più del normale attorno alla lingua. Si chiese quindi come avesse fatto l’altro a rendersi conto di una cosa che solo i suoi ex colleghi potevano conoscere. Aveva detto di avere un collega Pakistano. Si chiese se quell’incontro non fosse avvenuto per caso, se non ci fosse qualcosa sotto e quella non fosse altro che una trappola. Per un attimo a Meson Lancer, ma la persona che aveva davanti sembrava essere un mediocre impiegato bancario, anche se l’esperienze gli aveva insegnato che quelli che sembravano innocui in realtà erano i più pericolosi.
- Ho detto qualcosa di sbagliato?- gli chiese la voce preoccupata dell’altro.
Colby lo guardò attentamente in volto e scorse soltanto confusione, timore e una fragilità così profonda che, per un attimo, gli fece venire il desiderio di abbracciarlo fino a spegnere i suoi dubbi. A quel pensiero scosse la testa: era appena arrivato in città e non voleva già cominciare a complicarsi la vita.
- Affatto. – rispose con un sorriso – Ero solo sorpreso, tutto qui. Sono un ex marine e ho partecipato ad alcune missioni in Afganistan. Non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Colby Granger.- e gli tese la mano.
L’altro uomo la guardò per una attimo e poi sorrise. Non doveva essere molto abituato al contatto umano, considerò il poliziotto.
- Charlie Epps, piacere. Possiamo darci del tu?- e rispose alla sua stretta.
Il poliziotto annuì: anche lui si sentiva un po’ sciocco a dare del lei a un uomo che aveva una manciata di anni meno di lui. Il cameriere servì la cena anche a Colby, che addentò la prima forchettata con una soddisfazione così evidente da far ridacchiare Charlie. Il poliziotto si volse per lanciargli un’occhiataccia in tralice che fece ridere l’altro ancora di più. Era strano come si fosse lasciato andare così facilmente con lui, non ricordava di essersi mai messo a chiacchierare così tranquillamente con un perfetto estraneo. Però doveva ammettere che gli piaceva, aveva un modo di fare discreto e timido che lo aveva messo subito a suo agio. Era pronto a scommettere che anche per lui quella era la prima volta che si permetteva di parlare con uno sconosciuto così liberamente.
- Insegni matematica?- gli chiese notando i libri che l’altro aveva poggiato sul bancone accanto a sé.
- Sì, sono un docente al CalSci.- e il suo sorriso assunse una sfumatura orgogliosa.
Colby inarcò le sopracciglia scettico.
- Mi prendi in giro? Sei troppo giovane per essere un professore universitario. O sei incredibilmente bravo oppure sei raccomandatissimo!- esclamò incredulo.
- Diciamo che me la cavo bene con i numeri.- rispose il matematico con uno strano luccichio negli occhi.
- Beato te. Io invece sono totalmente negato. A scuola la matematica era la mia bestia nera, anche se mi impegnavo a fondo non riuscivo a capirla. A che mi servono le equazioni nella vita di tutti i giorni?- e concluse allargando le braccia come per rafforzare la sua breve filippica.
Charlie scoppiò a ridere e il poliziotto lo guardò affascinato. Nel riso il suo volto aveva perso le asperità che lo caratterizzavano, smussandole e ammorbidendole, e il risultato era semplicemente incedibile.
- Non sai quante volte ho sentito simili obiezioni. Ma spesso non ci si rende conto che usiamo ogni giorno la matematica, per fare qualsiasi cosa, a volte anche inconsapevolmente. Non è solo una questione di equazioni e teoremi, perché allora entriamo nella sfera della matematica pura, ma concerne la parte più pratica della materia. Prova a pensare a quando compri un vestito, per pagare devi contare i soldi e questa è matematica. Una casalinga per cucinare deve calcolare le porzioni dei vari ingredienti, lo fa intuitivamente ma anche quella è matematica. A volte si affronta la materia dal lato sbagliato e il risultato è quello di sbattere contro un muro. Tutto qui.- aveva provato a spiegare il suo punto di vista, muovendo freneticamente le mani davanti al volto come faceva quand’era a lezione.
Colby aveva osservato il professore mentre parlava: doveva essere davvero molto appassionato alla sua materia, lo capiva dalla luce che aveva acceso il suo sguardo e dal lieve rossore che gli aveva colorato le guance.
- Se avessi avuto un professore come te al liceo, molto probabilmente non avrei preso così in odio la matematica.- gli disse con sorriso.
Charlie sorrise lusingato in risposta, prima di lanciarsi in una nuova filippica sull’utilità della sua materia. E Colby lo ascoltava con piacere, perché lui non aveva avuto come insegnante un ragazzo che amava la sua materia e di sicuro sapeva trasmettere il suo entusiasmo anche ai suoi alunni, in quel caso avrebbe studiato e sarebbe andato a scuola più che volentieri. Gli piaceva la persona che aveva davanti, considerò mentre faceva scorrere uno sguardo fin troppo interessato sul corpo esile seduto accanto a sé. Ormai era sempre più convinto che avesse fatto bene a uscire di casa, quella sera.
Chiacchierarono a lungo, fino a quando Charlie non guardò l’ora sull’orologio da polso.
- Accidenti è tardissimo.- esclamò dispiaciuto.
Parlando con quell’uomo conosciuto per caso il tempo era volato via senza che se accorgesse e non gli era mai capitato prima. Era stato bene con lui e gli dispiaceva doverlo lasciare, perché sicuramente non l’avrebbe più incontrato.
- Devi andare?- gli chiese Colby e dal tono che aveva usato traspariva una leggera nota di disappunto.
- Purtroppo sì. – rispose il professore mentre raccoglieva i suoi libri dal bancone – Domani ho lezione alle nove, ma devo essere in facoltà almeno un’ora prima per lavorare a un progetto.- sbuffò mentre infilava i tomi nel tascapane.
- Allora ci salutiamo qui. Mi ha fatto piacere conoscerti.- e Colby gli tese la mano.
- Anche a me. – Charlie ricambiò la stretta – Magari ci incontreremo in giro!- aggiunse dopo un attimo, restio a lasciarlo.
Perché sapeva che non sarebbe mai accaduto. Los Angeles era una città troppo grande perché si potesse incontrare una persona per caso. A malincuore sciolse la mano dalla stretta dell’altro e si allontanò, girandosi un’ultima volta per salutarlo con un cenno del capo.
A Colby non rimase altro che guardarlo uscire dal locale. Lo aveva appena conosciuto, non conosceva nulla di lui e non era nemmeno il suo tipo, allora perché gli dispiaceva così tanto che se ne fosse andato? Che gli piacessero gli uomini non era un mistero, ma non gli sembrava quello il caso. Pagò e uscì anche lui dal locale, sollevò lo sguardo verso il cielo ma non riuscì a scorgere nessuna stella, oscurate dalle luci della città.
Certo che era diventato proprio un grande bugiardo.