Giorno 2

- … ed è per questo motivo che possiamo dire che α è uguale a φ!- affermò deciso mentre scriveva gli ultimi simboli dell’equazione sulla lavagna.
Charlie si girò verso la classe che lo stava ascoltando in silenzio, per verificare se i suoi studenti avessero capito la sua spiegazione. Per lui non era difficile quel teorema, ma avendo a che fare con le altre persone alla fine aveva capito che non tutti possedevano il suo grado di intuizioni. Doveva avere pazienza. Osservò attentamente le facce dei suoi alunni e vide che, a eccezione di un paio di fronti corrucciate, la sua illustrazione era stata recepita e assimilata.
La campanella annunciò la fine della lezione e lui diede appuntamento ai suoi studenti per il venerdì successivo nella stessa classe. Mentre i ragazzi abbandonavano l’aula, Charlie ritornò dietro la cattedra e chiuse il portatile. Mentre lo infilava nella borsa, gli scivolò tra le dita un biglietto del locale in cui era stato la sera precedente.
Con un sospiro si sedette sulla sedia. Simili incontri non capitavano mai a quelli come lui, eppure lui aveva deciso di gettare quel colpo di fortuna al vento per la paura che si trattasse solo un illusione. Perché Charlie Epps non aveva mai creduto alla fortuna, preferiva basarsi su solide conclusioni matematiche. La fortuna era solo un inganno, qualcosa che non si poteva né vedere né quantificare, a differenza dei numeri. Rigirò il piccolo cartoncino tra le dita. A essere del tutto sinceri, lui era partito già con il presupposto che le sue sarebbero rimaste solo delle sciocche fantasie, d'altronde come credere che un tipo come quello potesse essere interessato a uno come lui? I continui rifiuti che aveva subito durante la sua vita, avevano minato alla base la sua sicurezza. Era un genio della matematica, con i numeri poteva fare qualsiasi cosa, anche fermare un serial killer, ma questo sembrava non avere importanza nelle faccende sentimentali.
Sospirò e si passò una mano tra i capelli. Avrebbe dovuto fare un tentativo, cercare almeno un modo per rivederlo, ma qualcosa come al solito l’aveva bloccato. Non era bravo in quelle questione e forse non lo sarebbe diventato mai. Bastava guardare la sua vita in quel momento per rendersene conyto. Era osannato da ogni parte per i suoi successi accademici, ma non aveva una relazione sentimentale da più anni di quanti fosse disposto a ricordare. Aveva provato a creare qualcosa con Amita, ma lei era scappata a gambe levate dopo appena un’uscita a cena e Charlie aveva scoperto che quella storia non faceva per lui.
Era un completo disastro!
Infilò di nuovo il biglietto nel tascapane con un gesto infastidito: non aveva senso restare lì a recriminare. Quello che era fatto non si poteva disfare, era andato via dal locale senza chiedergli nemmeno il numero di cellulare, temendo di essere troppo sfacciato e quindi l’ennesimo rifiuto, e ora non poteva certo tornare indietro nel tempo per rimediare. L’unica cosa che poteva fare era farsene una ragione e sperare in un nuovo incontro fortuito. Peccato che essendo un esperto matematico sapeva benissimo, anche senza fare un calcolo delle probabilità, che le possibilità di rivederlo erano molto scarse.
Con un pesante sospiro, Charlie si alzò dalla sedia e mise la borsa a tracolla. Aveva bisogno di tenere la testa occupata, mentre attendeva che quel senso di aspettativa svanisse da dentro di lui. C’erano delle riparazioni da fare alla caldaia, Don si era rifiutato categoricamente dicendo che aveva un caso difficile da risolvere e suo padre doveva aiutare un suo collega a stilare la pianta di una zona della città, aggiungendo anche che, dato che ormai era lui il proprietario della casa, quelle incombenze ora toccavano a lui. Charlie sospirò seccato: non gli piaceva avere a che fare con viti e bulloni.
Non passò nemmeno dal suo ufficio. Voleva uscire di là senza doversi sorbire qualche altra lezione filosofica di Larry sull’utilità di dedicarsi anche a qualcosa che non fosse la matematica, quel giorno non era proprio dell’umore giusto. Larry lo aveva aiutato sempre, era il suo migliore amico, ma non era pronto a sentirsi dire quanto avesse sbagliato la sera prima a lasciare andare un’opportunità che difficilmente si sarebbe ripetuta.
Scese dall’auto ed entrò nel negozio di ferramenta, con in mano un post-it con la lista degli attrezzi che gli servivano. Magari gli avrebbe fatto davvero bene lavorare alla caldaia, lo avrebbe aiutato a non pesare per un po’ a quell’uomo.
Si diresse indeciso allo scaffale che gli interessava e guardò le chiavi inglesi ammassate in ceste diverse a secondo del numero, si grattò la sommità della testa perché non sapeva quale dovesse prendere. Era suo padre che si occupava di quelle cose, non lui, e non gli aveva nemmeno scritto sul bigliettino quale numero gli servisse. Sbuffò esasperato e prese una chiave a caso, la rigirò tra le dita scrutandola come se potesse dirgli se era quella giusta.
- Forse se la guardi un po’ più arrabbiato ti rivelerà tutti i suoi segreti!- lo prese in giro una voce proveniente da dietro le sue spalle.
E a Charlie il cuore mancò un battito nell’udirla. Aveva ascoltato quella voce soltanto in un’occasione eppure era già in grado di riconoscerla tra mille altre. Piano, come se volesse darsi tutto il tempo che gli serviva per preparasi nel caso si fosse trattato solo di un’illusione, si girò e lo vide a pochi passi da lui, con le mani sui fianchi e un’espressione divertita sul bel viso.
Un’ondata di gioia investì Charlie, quando concretizzò che quel misero un per cento di possibilità di vederlo ancora una volta si era realizzato. Di tutte le cose che avrebbe potuto credere che gli sarebbero accadute quel giorno, quella era di sicuro la meno probabile. Eppure eccolo lì, reale e bellissimo a pochi passi da lui.
- Tutto bene?- gli chiese Colby vedendo che lo stava fissando in trance.
A quella domanda il professore sussultò e si rese conto che doveva reagire e dire qualcosa, ma al momento sembrava che tutte le sue facoltà razionali fossero evaporate lasciando il nulla nella sua testa. Deglutì a vuoto e inghiottì aria, cercando di ritrovare un minimo della sua presenza di spirito, perché, se la fortuna si era ricordata di lui quella volta, non era detto che lo facesse ancora, anzi! Doveva cogliere quell’occasione al volo e lo sapeva benissimo, peccato che lui non sapesse minimamente come si faceva. Perché la vita reale, quella fuori dall’ambiente accademico, era così complicata?
- Io… sì! Non mi aspettavo di vederti, tutto qui.- si decise a rispondere alla fine, con un sorriso teso.
- Neanche io, ma si vede che sono stato fortunato oggi. – gli rispose Colby con un sorriso ambiguo, mentre lo fissava con uno strano sguardo penetrante – Allora, che devi fare con quella chiave?- gli domandò poi.
Charlie batté un paio di volte le palpebre, come se non capisse di cosa stesse parlando. Abbassò poi lo sguardo sulla sua mano e vide che stringeva nel pugno una chiave inglese. Era colpa di quegli occhi azzurri, pensò immediatamente piegando le labbra in una smorfia, avevano il potere di confonderlo, di mandargli in tilt il cervello e fargli dimenticare qualsiasi cosa che non fossero loro. Lo aveva già notato al locale, ma ora alla luce del sole l’effetto sembrava più potente.
- Devo riparare la caldaia a casa che si è rotta di nuovo. – rispose riportando lo sguardo sull’altro – Ma non so da dove iniziare.- ammise abbozzando un sorriso, mentre le guance si coloravano di un velo di porpora per l’imbarazzo.
E nuovamente si sentì trapassare da parte a parte dall’intensità di quegli occhi azzurrissimi, era come se stessero scansionando ogni minima parte di lui e Charlie non si era mai sentito nudo come in quel momento, in una maniera del tutto diversa e più intima dello stare senza vestiti davanti a qualcuno. Si chiese se quelle iridi possedessero qualche potere particolare o se fosse lui a non avere abbastanza spina dorsale e a cedere troppo facilmente, ma infondo sapeva che non avrebbe mai potuto arginare il fascino che quello sguardo esercitava su di lui. Colby inarcò un sopraciglio e un sorriso divertito gli piegò le labbra.
- In effetti non mi sembri molto portato per le attività manuali.- lo prese bonariamente in giro.
- Confesso di essere più portato alla sperimentazione empirica, vostro onore.- ribatté il matematico con un sorriso furbo.
E Colby scoppiò a ridere alla sua risposta. Charlie avrebbe dovuto sentirsi almeno un po’ offeso da quella piccola presa in giro, ma in realtà stava ascoltando ammaliato il suono di quella risata, cercando senza rendersene conto di memorizzarla. L’espressione che l’altro aveva in quel momento era diversa da quella ironica che metteva su Larry quando tirava fuori una delle sue massime sulla vita e lui non la capiva. Ma era anche diversa dai sogghigni enigmatici che faceva qualche volta suo fratello e da quell’espressione dolcemente canzonatoria di suo padre. Quella che gli stava mostrando Colby in quel momento gli sembrava unica e bellissima, e si sentiva incredibilmente attratto da lui in quel momento.
Il poliziotto dopo un po’ si calmò e ritornò a fissare Charlie con gli occhi ancora brillanti di divertimento.
- Se vuoi ti aiuto io a ripararla.- gli propose con una voce talmente suadente da farlo rabbrividire fin dentro le viscere.
Il matematico fece tanto d’occhi, incredulo davanti quell’offerta. Non riusciva a credere che un perfetto estraneo potesse essere così gentile con qualcuno appena conosciuto. Per un attimo valutò l’ipotesi che l’altro cercasse solo una scusa per introdursi in casa sua per cercare chissà cosa. Don si era fatto parecchi nemici negli ultimi anni, sia dentro che fuori dall’FBI, che avrebbero fatto carte false pur di trovare qualsiasi cosa che avrebbe permesso loro di farlo fuori sia fisicamente che lavorativamente parlando. Lui aiutandolo se n’era fatti almeno altrettanti e non voleva diventare il pezzo sulla scacchiera che avrebbe permesso loro di fare scacco matto a suo fratello. Riportò lo sguardo in quello dell’altro e rimase quasi sbigottito dalla sua limpidezza: no, quegli occhi azzurrissimi non erano fatti per mentire. Potevano nascondere qualche segreto, ma qualsiasi mancanza di verità sarebbe risultata più che evidente.
- Davvero lo faresti?- gli chiese poi, rassicurato.
- Certo. Ho quasi terminato di mettere a posto l’appartamento, quindi oggi sono libero come l’aria!- gli rispose con un diplomatica alzata delle spalle.
- Allora accetto molto volentieri.- e Charlie gli porse la chiave inglese che teneva in mano.
- Andiamo.- esclamò Colby prendendola.
E quasi gli sembrò che con quel gesto avessero siglato una qualche sorta di patto.

Charlie riempì il secondo bicchiere con la birra fresca e lo mise sul vassoio, quindi lo prese tra le mani e si diresse verso le scale che portavano al seminterrato. Non era mai stato bravo in quelle cose e suo padre non perdeva occasione per riprenderlo della sua mancanza di rispetto verso le altre persone. Come quella volta che aveva lasciato Amita in macchina per più di mezz’ora, da sola e sotto il sole del pieno pomeriggio, dato che lui era dovuto ritornare a casa perché aveva avuto un’improvvisa intuizione che avrebbe potuto aiutare Don nel suo caso.
Non lo faceva apposta, semplicemente non ci pensava.
Sospirò sollevato quando scese l’ultimo gradino senza far cadere giù dalle scale né i bicchieri né lui stesso. Quando sollevò lo sguardo da sopra le sue scarpe e lo spostò su Colby, che stava lavorando accovacciato davanti alla caldaia, un lampo di eccitazione gli trafisse le viscere. Si era tolto la maglia a maniche lunghe che aveva indossato fino a poco prima ed era rimasto con addosso solo una t-shirt bianca, la cui stoffa si era incollata alla pelle sudata ridisegnando ogni minimo particolare di quella schiena ampia. Deglutì a vuoto e con lo sguardo scese più in basso, fino a quel sedere perfetto, evidenziato dalla stoffa tesa dei jeans. Era… era… nemmeno riusciva a trovare il termine giusto per descriverlo!
Le sue mani che ancora stringevano il vassoio tremarono e i bicchieri cozzarono fra di loro, producendo un tintinnio che si diffuse nella piccola stanza immersa nel silenzio. Colby si voltò di scatto, come se fosse stato sorpreso da un nemico nel bel mezzo di un turno di guardia in Afganistan, rilassandosi solo quando vide la figura sottile di Charlie sulla soglia della stanza.
- Qui ho finito, ora dovrebbe funzionare a dovere.- disse rimettendosi in piedi e infilando il cacciavite che aveva in mano nella tasca posteriore dei jeans.
Il matematico dovette fare forza su se stesso per riuscire ad aprire la bocca e parlare.
- Non so davvero come ringraziarti. – e sperò che la sua voce risultasse abbastanza ferma – Ho portato della birra fresca.- e gli porse il vassoio che ha in mano.
Colby lo ringraziò e prese uno dei bicchieri. Un inspiegabile velo di malinconia si stese su Charlie. L’altro aveva riparato la caldaia, non aveva più niente da fare lì e sarebbe andato per la sua strada, forse non lo avrebbe mai più rivisto. E lui non voleva lasciarlo andare. Quell’uomo lo attraeva enormemente e non era solo il suo aspetto fisico, c’era qualcosa in lui che lo affascinava. In quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa per essere più spigliato, ma quella profonda timidezza che si trascinava dietro da tutta la vita lo inchiodava lì, impedendogli di fare quello che davvero voleva.
Larry gli aveva ripetuto sempre che a lasciare le cose intentate poi ci si pente amaramente, ma lui come poteva fare? Si morse il labbro inferiore indeciso e poi si rammentò di un passaggio della conversazione che avevano avuto dal ferramenta. Poteva essere un’idea buona, ma non voleva essere troppo invadente, in fondo si erano conosciuti meno di un giorno prima. Però l’altro non sembrava essersi fatto tutte le sue remore nel proporsi di riparargli la caldaia. Storse le labbra in una smorfia irritata: non avrebbe risolto niente con tutti quei però! Colby gli piaceva e lui doveva fare qualcosa se non voleva lasciarlo andare via così, senza tentare nulla, per poi passare giornate intere a tormentarsi su ciò che avrebbe potuto fare.
Lo fissò e in un attimo di follia aprì la bocca e parlò senza pensare.
- Potrei aiutarti a finire di sistemare l’appartamento per sdebitarmi.- e solo dopo si rese conto di ciò che aveva detto.
Colby si volse verso di lui così sorpreso che Charlie stava quasi per ritirare la sua proposta, convinto di aver detto una parola di troppo.
- Mi faresti davvero un favore, grazie.- gli rispose con uno strano sorriso sulle labbra.
A Charlie sembrò fin troppo entusiasta e soddisfatto della sua offerta, ma poi si disse che era solo la sua immaginazione.