Giorno 3

Colby quella mattina si era svegliato decisamente presto, perché quella sottile agitazione che lo aveva colto dopo l’offerta di Charlie non si era ancora placata. Anzi più si avvicinava l’ora che avevano concordato per vedersi più questa cresceva. Sospirò cercando di calmarsi. Dannazione, non era più un adolescente alla sua prima cotta, ormai era un uomo fatto e finito con il suo più che discreto bagaglio di esperienze. E quello non era nemmeno un vero appuntamento. Non sapeva cosa gli era preso, tutto ciò che di cui era consapevole era che la sera in cui aveva incontrato per la prima volta quel professore di matematica qualcosa era scattato dentro di lui, che non riusciva a ignorare e che gli urlava chiaramente che era rimasto fregato senza possibilità di ritorno.
Si era ripromesso di non complicarsi la vita lì a Los Angeles, non più di quanto avesse già fatto nell’accettare il nuovo lavoro con tutte le implicazioni collaterali, ma doveva confessare che non era mai stato bravo a mantenere le promesse. Charlie gli piaceva più di quanto fosse disposto ad ammettere e le sue azioni parlavano chiaramente per lui. Il loro incontro dal ferramenta non era stato propriamente casuale, come il suo offrirsi di aiutarlo non era stato del tutto disinteressato. Aveva cercato di crearsi una possibilità per rivederlo e c’era riuscito, ma non avrebbe mai pensato che una persona come Charlie potesse offrirsi di aiutarlo a mettere a finire di riordinare il suo appartamento.
Colby si fermò al centro del piccolo salotto con le mani aperte poggiate sui fianchi. In realtà aveva già finito di sballare quasi tutti gli scatoloni e di mettere a posto le sue cose, ne mancavano giusto un paio, roba che avrebbe richiesto non più di un’ora. Ma lui non poteva dare un calcio a un’occasione così ghiotta come quella, non sarebbe stato da lui. Cercando di ignorare tutta la fatica che aveva fatto e di convincersi che era per una giusta causa, Colby cominciò a rimettere negli scatoloni buona parte delle cose che aveva già sistemato, solo per avere più tempo per stare con Charlie.
Di idiozie per stare con una persona che gli piaceva ne aveva fatte tante, ma quella le superava tutte! Se i suoi amici lo avessero visto in quel momento, lo avrebbero preso in giro per il resto della sua vita. E dire che aveva sempre evitato i tipi come Charlie. Secchioni che vivevano fuori dal mondo e pensavano soltanto a riempire la testa di nozioni su nozioni. Non li capiva e per questo non gli piacevano. Lui non era una cima a scuola, ma, a differenza di molti suoi compagni della squadra di football, si difendeva bene e non aveva bisogno di tutor che lo aiutassero a studiare. Colby semplicemente si divertiva a tormentare i nerd, era uno dei suoi passatempi preferiti quando frequentava il liceo. A pensarci ora quasi si vergognava per la sua stupidità, ma sapeva che a quell’età si era dei bambinoni viziati affetti dal gene della scemenza.
Si sedette sul divano in attesa di Charlie, mentre sentiva l’aspettativa scorrergli sempre più forte nelle vene. Quell’inspiegabile desiderio di vederlo diventava sempre più pressante dentro di lui. Colby non era mai stato attratto dai nerd, aveva sempre preferito corpi sodi e muscolosi ai loro pallidi e scheletrici. Per questo non riusciva a capire da cosa dipendesse tutta quell’ansia, tutto quella voglia di stare con lui. L’unica cosa che sapeva era che quella sera al locale era accaduto qualcosa dentro di lui, perché era da allora, da quando aveva incrociato per la prima volta lo sguardo di Charlie, che era nata quella fissazione che aveva iniziato a avere per lui. All’inizio non ci aveva fatto caso, aveva cercato non dare peso a tutte le volte che il pensiero, sfuggendo al suo controllo, ritornava sul professore di matematica, magari dicendosi che era solo passato troppo tempo dall’ultima che aveva fatto sesso. Eppure le sue stesse parole gli suonavano vuote e false, perché mai prima di allora aveva cercato con tanta insistenza una persona, per quanto questa gli piacesse.
Il suono acuto del citofono infranse all’improvviso il silenzio che aveva colmato la casa, facendolo sobbalzare spaventato. Colby soffocò un’imprecazione parecchio colorita e si alzò dal divano, mentre raggiungeva la porta si rese conto che il cuore gli martellava più forte nel petto.
- Chi è?- domandò e trattenne il fiato.
- Charlie Epps!- gli rispose una voce insicura dall’altro capo.
E tutta la tensione si sciolse dentro il poliziotto in una forte sensazione di sollievo. Aveva creduto che l’altro ci ripensasse e non si presentasse, ma per fortuna si era sbagliato. Quando premette il pulsante per aprire il portoncino, notò che gli tremava la mano. Nemmeno una ragazzina al suo primo appuntamento si sarebbe comportata in quel modo puerile, si rimproverò. Quando suonò anche il campanello della porta, inspirò ed espirò un paio di volte nel tentativo di darsi un contegno, quando gli sembrò di essersi calmato abbassò la maniglia e schiuse il battente.
- Ciao!- lo salutò il matematico con un piccolo, timido sorriso sulle labbra.
- Benvenuto. Prego entra.- e si spostò di lato per farlo entrare.
Mentre Charlie gli passò accanto, Colby fece scorrere su di lui uno sguardo particolarmente interessato. Quel giorno non indossava un completo classico, ma aveva addosso una maglia e un pantalone di stoffa dal taglio sportivo con un paio di tasche cucite ai lati del ginocchio. Quello stile casual gli stava decisamente bene, pensò mentre chiudeva la porta dell’appartamento. Quando si girò trovò Charlie fermo a pochi passi da lui che gli dava le spalle, e così Colby ebbe modo di guardarlo liberamente. A differenza di quanto avesse pensato prima il suo corpo non era scheletrico come quello dei nerd che frequentavano la sua scuola. Era magro però ben fatto. Non era tutto spigoli e rientranze, ma aveva forme morbide ed invitanti. E lo poteva vedere nella curva dei fianchi stretti ma non ossuti che si intravedeva sotto la maglia, ideali da afferrare durante un amplesso, e nella linea della spina dorsale che scendeva dolcemente verso il basso, fino a morire in quel sedere rotondo perfettamente delineato dalla stoffa leggera dei pantaloni che indossava. Sarebbe stata una lunga giornata, pensò mordendosi il labbro inferiore.
- Purtroppo il mio frigorifero è ancora vuoto, quindi non posso offriti nulla. Mi dispiace.- disse mentre si avvicinava all’altro.
Aveva parlato per distrarsi dal pensiero quasi ossessivo di prenderlo per i fianchi e trascinarlo sul divano, per fare l’amore con lui. Bastò la sola idea di quel corpo esile e candido sotto il suo, a scatenargli un incendio nelle viscere. Dio, non si era mai sentito in quel modo, cosa gli stava accadendo? Cosa accidenti gli aveva fatto quell’uomo?
Charlie si volse verso di lui e per qualche istante lo fissò incuriosito dalla strana espressione che gli stava rivolgendo, piegando appena la testa sulla spalla, lasciando che i ricci neri gli scivolassero scompostamente sulla fronte e guardandolo con quei suoi occhi neri e profondi.
- Non fa nulla, non preoccuparti. – e gli rivolse un piccolo sorriso gentile – Allora, da dove iniziamo?- e indicò gli scatoloni ammassati in uno degli angoli della stanza.
- Quanto entusiasmo: hai fretta di finire il lavoro?- gli domandò non propriamente scherzosamente l’altro, che era riuscito a recuperare un minimo della sua presenza di spirito.
A quelle parole il matematico arrossì e ciò rese il suo volto ancora più delizioso per Colby. Non aveva incontrato mai nessuno come quel professore che sembrava avere il potere di attrarlo e sconvolgere con niente.
- Ma che dici? – ribatté Charlie mentre si tormentava le dita per l’imbarazzo – Non ho nessun altro impegno oggi e sono venuto qui per aiutarti molto volentieri, davvero.- cercò di spiegarsi senza far scoprire le sue reali motivazioni.
- Charlie non dicevo sul serio, stavo solo scherzando.- gli disse poggiandogli una mano sulla spalla sottile e cercando di rassicurarlo.
Il matematico gli rispose con un sorriso timido che fece annodare qualcosa dentro Colby. Il giovane uomo che aveva davanti era estremamente insicuro e timido, ormai lo aveva capito, e se voleva avere almeno una speranza con lui doveva agire con calma e cautela, perché un minimo errore avrebbe compromesso tutto.
- Che ne dici di iniziare con gli scatoloni che sono sotto la finestra?- gli chiese, per distrarsi ancora una volta da quei pensieri che non gli sembrava il caso di formulare in quel momento.
Charlie annuì ed entrambi presero uno scatolone a testa.

Il tempo passava lento e il silenzio era rotto solo dal rumore degli oggetti che venivano riposti, o da Charlie che gli domandava di tanto in tanto dove andasse sistemato quello che aveva nello scatolone. Il matematico prese per l’ennesima volta il taglierino per tagliare lo scotch e aprire l’imballaggio, ma mentre lo faceva premeva sul nastro adesivo la punta scivolò sulla superficie liscia, aprendogli una piccola ferita sulla punta del dito indice dell’altra mano.
- Ahia!- si lamentò stringendo le dita a pugno e portandole al petto.
- Che succede?- domandò Colby che corse subito verso di lui, preoccupato.
- Nulla di grave, mi sono solo tagliato con il taglierino.- gli spiegò con un sorriso tirato.
- Fammi vedere.- e gli prese la mano nelle sue.
Delicatamente la aprì e, con sollievo, vide che era solo una ferita superficiale, un rivolo cremisi usciva da essa e scorreva sinuoso lungo il dito, spiccando rosso e lucido sul candore della sua pelle. Senza pensarci Colby portò la punta di quel dito alle labbra nel tentativo di fermare la fuoriuscita di sangue, come tante volte aveva fatto sua madre con lui quando, da bambino, si faceva male. Era stato nulla più che un gesto istintivo, ma che fece tremare e avvampare Charlie, che rimase pietrificato nella sua posizione senza riuscire a fare nessun movimento. Quando Colby si rese conto di ciò che stava facendo, sollevò lo sguardo sull’altro per vedere la sua reazione e rimase piacevolmente sorpreso dall’espressione spaventata ed eccitata che gli stava rivolgendo. In quel momento gli sembrava uno di quei bambini che vogliono andare a tutti i costi sulle montagne russe, ma che in realtà sono terribilmente spaventati dalla velocità della giostra e gli fece una grande tenerezza per questo. Però quella era anche la sua occasione per fargli capire che provava qualcosa per lui. Neanche lui sapeva con esattezza cosa fosse questo qualcosa, tutto ciò di cui era consapevole era che gli piaceva e non poteva lasciarlo andare.
Colby allontanò l’indice di Charlie dalle sue labbra e intrecciò le sue dita con quelle della mano dell’altro, quindi, scivolando sul pavimento, gli si avvicinò piano per non spaventarlo. Il matematico lo guardava con gli occhi sbarrati, come se stesse analizzando i suoi movimenti con la stessa circospezione di un gatto randagio. E Colby sorrise a quell’immagine calzante. Quando gli fu abbastanza vicino lo tirò delicatamente verso di sé e lo baciò. Per un lungo momento Charlie rimase immobile contro di lui, senza avere alcuna reazione e lui temette di aver fatto una mossa troppo azzardata, perché in fondo non era nemmeno sicuro che all’altro piacessero gli uomini. Ma l’istante successivo il matematico schiuse le labbra contro le sue in un lieve sospiro e spinse il volto contro il suo. Incoraggiato da quella reazione, Colby gli passò un braccio attorno alla vita sottile e se lo strinse contro quanto più poteva.
Le labbra di Charlie si modellarono perfettamente sotto le sue, come cera calda e malleabile. La sua bocca era calda, umida e dolce, e insieme a quel sottile velo di barba che sentiva sotto i palmi delle mani con cui gli aveva preso le guancie, lo strava facendo impazzire. Gli oggetti e gli scatoloni da sistemare, l’appartamento e il rumore del traffico giù in strada, tutto era scomparso dalla sua mente. La mano libera di Charlie con un gesto lento e timido si aggrappò alla stoffa della sua maglia sul torace, mentre rispondeva appena impacciato al suo bacio.
Dio, era devastante! Due giorni, quella volta gli erano bastati due soli giorni per perderci la testa. Era troppo anche per gli standard di un persona impulsiva come lui, ma incontrare quel giovane uomo che lo stava baciando con passione e imbarazzo, gli aveva fatto saltare via ogni freno, era stato come accendere la miccia a un barile di tritolo per un tipo come lui.
Colby si allontanò da lui, restando però a un soffio dalle sue labbra, e lo osservò: aveva il volto pesantemente arrossato, teneva ancora le palpebre abbassate e le labbra socchiuse. Sentì un crampo contorcergli le viscere per quanto gli piaceva in quel momento.
- Charlie?- lo richiamò in un sospiro gentile, mentre gli accarezzava la guancia con il dorso delle dita.
Il matematico riaprì piano gli occhi, svelando due iridi nere e lucide. Dopo quel bacio molti dei dubbi di Colby su ciò che provasse l’altro per lui erano stati cancellati e se avesse giocato bene le sue carte sarebbe riuscito a conquistarlo.
- Io… io… io…- pigolò l’altro, senza saper bene cosa dire, stringendo più forte tra le dita la stoffa della sua maglia, come in cerca di un appiglio per non cadere giù.
- Sta’ tranquillo Charlie: non farò niente che tu non voglia, ok? – e attese l’assenso dell’altro – Mi piaci, dico davvero. Non so cosa sia successo l’altra sera al locale, ma è così. Non sto giocando con te né ti sto prendendo in giro, non mi era mai accaduto prima quello che mi sta capitando con te. Fidati di me, per favore.- e lo guardò dritto negli occhi per mostrargli che non mentiva.
Charlie si umettò le labbra secche con la punta della lingua e iniziò a studiarlo, in cerca di qualche indizio che potesse svelargli cosa fosse giusto da fare in quel momento. Si sentiva schiacciato da tutti quei sentimenti che stava provando e non riusciva a pensare lucidamente. Chiuse gli occhi e le sue labbra fremettero, mentre traeva un respiro tremulo.
- È tutto così veloce… non so cosa dire né pensare… mi sento così confuso…- disse in un basso sussurro, come se si vergognasse dei suoi stessi sentimenti.
Colby lo osservò e per la prima volta si rese conto che stava tremando. Con gesti lenti che volevano essere rassicuranti, lo abbracciò per le spalle e gli fece poggiare la testa sulla spalla, le loro mani ancora intrecciate premute fra i loro corpi. In quel momento gli sembrava infinitamente fragile, come se potesse rompersi in mille schegge. E lui non voleva, pensò in un irrazionale moto di protezione.
Rimasero a lungo in quella posizione, per permettere a quel fragile uomo che stringeva tra le braccia di calmarsi. Sì perché Charlie non era esile solo nell’aspetto e in quel momento riuscì ad avvertire tutta la sua immensa insicurezza. Appoggiò la guancia contro la sua testa, in un gesto fin troppo dolce per uno come lui, ma sembrava che l’altro riuscisse a toccare corde dentro di lui che nemmeno sapeva di avere e portasse a galla quella parte più protettiva e gentile del suo carattere che gli aveva sempre fatto comodo pensare di non possedere, per evitarsi parecchie scocciature. Ma in quel momento abbracciare e rassicurare Charlie per lui era la cosa più giusta e naturale da fare. Si chiese seriamente chi fosse davvero per causargli simili reazioni, ma anche se la risposta era sotto i suoi occhi, era molto più facile non vederla perché una cosa simile, nata così in fretta dal nulla e che dopo così poco tempo aveva già assunto dimensioni troppo vaste, per non spaventare. Eppure sapeva che non avrebbe più potuto rinunciare a lui, non dopo quello che era successo quel giorno.
Spostò appena la testa e gli diede un bacio leggero sulla tempia, nel tentativo di attirare la sua attenzione. Il professore aveva risposto al suo bacio, dimostrandogli così che era quantomeno attratto da lui. E ora sperava ferocemente che tra di loro potesse nascere davvero qualcosa di concreto, che sarebbe andato oltre il sesso puro e semplice.
Charlie si mosse appena contro di lui e, sempre tenendo una mano appoggiata sulle sue spalle, si rimise dritto. Il suo volto era ancora pesantemente arrossato e cercava di sfuggire al suo sguardo, ma sembrava che fosse riuscito a calmarsi. Con la mano libera Colby gli prese il mento tra le dita e lo fece voltare verso di sé, mentre gli accarezzava il labbro inferiore con il pollice. Vide le sue palpebre socchiudersi e tremare, il suo volto distendersi in un’espressione beata.
- Stai meglio?- gli chiese in un sussurro, con il volto così vicino al suo che i loro nasi si sfioravano.
Non fidandosi della propria voce, il matematico annuì con un piccolo cenno della testa. Colby gli liberò il mento e gli accarezzò la guancia con il dorso delle dita. Prima di quel momento non si era mai comportato in quel modo con qualcuno, ma aveva paura che scivolasse via dalle sue dita prima che potesse fare qualsiasi cosa per trattenerlo.
- Dimmi qualcosa Charlie.- quasi implorò, mentre poggiava il suo volto contro il suo.
Dopo un altro interminabile istante di immobilità, in cui avvertì tutta l’insicurezza che l’altro stava provando in quel momento e temette che non sarebbe accaduto niente, la mano libera del matematico sciolse la presa con cui ancora stringeva la stoffa della sua mano e lentamente, quasi temesse la sua reazione, si spostò fino a posarsi sul suo collo in un contatto lieve, le dita tremanti tra i suoi corti capelli sulla nuca.
- Io non so cosa dire… Vorrei che sentissi cosa c’è nella mia testa in questo momento, è tutto così confuso che non riesco a capire nemmeno io. – aveva parlato a fatica tenendo gli occhi ancora chiusi, come se questo lo potesse aiutare ad affrontare quel momento – Non puoi aiutarmi a comprendere cosa devo fare?- lo supplicò aumentando la presa delle dita che ancora stringevano le sue.
Colby sorrise triste, mentre gli accarezzava il naso con il suo.
- Solo tu puoi sapere quello che provi, Charlie.- gli spiegò con un tono di voce morbido, continuando a mantenere un contatto fisico con lui.
Perché aveva la sensazione che se si fosse allontanato dal giovane uomo che stringeva tra le braccia, tutto quello che c’era tra di loro in quel momento e ciò che sarebbe potuto nascere in futuro, si sarebbe dissolto in mucchio di cenere portata via dal vento. E la sola idea gli provocava dolore.
- Io non lo so!- continuò Charlie, in un sussurro quasi disperato.
- Calmati, va tutto bene. – gli sussurrò avvicinando ancora di più i loro volti e poggiandogli il palmo della mano sulla guancia – Non devi darmi una risposta ora, pensaci su con calma. Quello che ti ho detto è tutto vero, mi piaci davvero e mi troverai qui ad aspettarti.- e gli sorrise incoraggiante.
- Mi dispiace, Colby.- disse in un sospiro triste sulle labbra dell’altro.
Il poliziotto scosse la testa e, dopo avergli dato un veloce bacio a stampo, si sciolse da quell’abbraccio che ancora li teneva stretti, prima che potesse cedere alla tentazione di rovesciarlo sul pavimento e fare qualcosa che gli sarebbe costato tutto. Charlie rimase seduto a terra e lo osservò triste dal basso: non gli piaceva ferire le persone, ma in quel momento davvero non sapeva che cosa pensare. Sperò di riuscire a dipanare il prima possibile quella matassa ingarbugliata che erano i suoi sentimenti.
- Ci rimettiamo a lavoro?- gli domandò Colby e gli tese la mano per aiutarlo a rialzarsi.
Charlie lo osservò ancora un attimo, come se potesse trovare la risposta ai suoi dubbi sul fondo di quegli occhi azzurri. Poi afferrò quella mano ferma davanti al suo viso e si rimise in piedi. L’altro non si allontanò subito da lui, ma si attardò ad accarezzarne il dorso con il pollice, ancora guardandolo dritto negli occhi nella speranza che ci fosse un cambiamento. Quando però sciolse la stretta delle loro mani, a Colby sembrò che lo stesse allontanando di sua spontanea volontà da sé e si aggrappò violentemente a quella misera speranza che Charlie potesse ricambiarlo.
Era tutto ciò che aveva tra le mani in quel momento.

- Ti ringrazio per l’aiuto che mi hai dato oggi.- disse Colby con un tono di voce indecifrabile.
Erano fermi davanti la porta d’ingresso dell’appartamento, avevano terminato di sistemare tutti gli scatoloni di Colby e ora Charlie stava per tornare a casa.
- Figurati, è stato un piacere.- rispose il matematico con un sorriso tirato.
Dopo si guardarono negli occhi per un lungo istante, imbarazzati, senza sapere cos’altro dirsi, desiderando di poter fare qualcosa per non far terminare quella giornata in quel modo, ma senza avere il coraggio di farla davvero. Fu Colby a rompere quell’immobilità sempre più pesante: prese dalla tasca dei pantaloni un foglio di carta piegato a metà e lo porse a Charlie.
- Questo è il mio numero di cellulare, quando avrai deciso qualcosa fammelo sapere.- e un piccolo sorriso gli stirò le labbra.
Charlie allungò la mano per prenderlo, ma quando le sue dita sfiorarono la pelle dell’altro, una forte scossa elettrica passò tra di loro. Contemporaneamente sollevarono gli occhi di scatto, sorpresi da quella reazione e, quando incrociarono lo sguardo, qualcosa tra di loro si spezzò.
Con un rapido scatto Colby afferrò le dita di Charlie tra le sue e lo tirò verso di sé, subito dopo lo abbracciò e baciò. Il matematico rimase per un lungo istante irrigidito dalla sorpresa, ma quando sentì la bocca dell’altro sulla sua la coscienza gli defluì rapidamente verso luoghi sconosciuti, lasciando campo libero a un sottile piacere che guidò le sue azioni. Quando Colby si separò dalle sue labbra ed entrambi ritornarono coscienti di se stessi, si ritrovarono stretti in un abbraccio feroce, con Charlie spinto con la schiena contro la porta d’ingresso dal peso del corpo dell’altro e appena sollevato da terra.
Colby lo guardò negli occhi e vide che erano lucidi di piacere, ma anche tanto confusi. Doveva dargli tempo senza insistere ulteriormente, perché Charlie sembrava essere la classica persona che scappa a gambe levate quando qualcuno la mette sottopressione. Lo abbracciò ancora più forte, restio nonostante tutto a lasciarlo andare, e fece scivolare il volto in avanti fino a portare la bocca a contatto con il suo orecchio.
- Torna da me!- un sussurro accorato quello di Colby, che si sciolse intenso e vibrante di sentimenti dentro il matematico.
Charlie assentì sfregando la guancia contro quella dell’altro, mentre le sue dita stringevano sempre più febbrili la stoffa della sua maglia sulle scapole. Stettero fermi in quell’abbraccio per una manciata di secondi, prima che Colby lo sciogliesse, con una dolorosa sensazione di perdita a contrarre il petto a entrambi.
Dio, erano trascorsi solo due giorni da quando l’aveva incontrato per la prima volta, come poteva provare simili, intensi sentimenti per lui? Mentre lo guardava uscire da casa sua, Colby fu fortemente tentato di chiuderlo dentro a una della stanze del suo appartamento e gettare via la chiave.
Scosse la testa per allontanare quel pensiero e, quando Charlie si girò un’ultima volta verso di lui, sollevò una mano per salutarlo e gli sorrise appena. Appena la porta si fu chiusa dietro le sue spalle, Colby si guardò intorno e per la prima volta quell’appartamento gli sembrò troppo grande e silenzioso.