Giorno 4
Charlie
si sentiva così confuso da stare male. Non riusciva a stare calmo e
questo gli impediva di pensare lucidamente. Se chiudeva gli occhi,
davanti allo schermo scuro delle sue palpebre sfilavano spezzoni della
giornata precedente e dentro di sé sentiva ribollire tutte le emozioni
che aveva provato in quei momenti, che si riversavano dentro di lui
centuplicate, con la stessa forza prorompete dell’acqua che precipita
giù spumeggiando da una cascata. E questo lo gettava ancora di più nel
caos.
Il letto gli era sembrato incredibilmente scomodo quella notte, aveva
continuato a rigirarsi tra le coperte in cerca di una posizione comoda
e magari dormire, senza mai riuscirci. Alla fine si era alzato e,
nonostante fosse notte fonda, era sceso nel garage. Quello era il luogo
che sentiva più familiare, era il rifugio dove si nascondeva quando
doveva pensare liberamente, senza che nessuno interferisse. Lì dentro
poteva essere ciò che desiderava, perché ad aspettarlo c’erano i suoi
amati numeri. La matematica era la dimensione che prediligeva, perché
era chiara e semplice. Tutto era regolato da rigide regole che
rendevano ogni operazione lineare. La matematica era razionale e per
questo comprensibile, i sentimenti invece sfuggivano a ogni logica che
la sua mente pragmatica avrebbe potuto comprendere.
Charlie non era uno di quei cervelloni che si richiudevano in se stessi
e cercavano di eclissarsi dal mondo reale per crearne uno proprio, più
adatto ai loro bisogni. Lui viveva nel mondo vero, si confrontava con
la realtà e le persone reali ogni giorno, sapeva che il mondo vero non
era quello dei numeri. Eppure spesso non riusciva ad afferrare i
meccanismi che lo regolavano. A volte si sentiva piccolo piccolo
davanti ciò che lo circondava, così sperduto da doversi rifugiare tra i
suoi problemi matematici per ritrovare un briciolo di presenza di
spirito. Si era sentito in quel modo quando sua madre era morta, perché
non riusciva a capire quale ingranaggio si fosse inceppato per produrre
quel risultato. Alla fine era riuscito ad accettarlo, anche se qualche
volta quel senso di ineluttabile perdita tornava a soffocarlo. Ma le
crisi peggiori le aveva avute a causa di suo fratello. Quando Don se
n’era andato di casa senza voltarsi nemmeno una volta, aveva passato
mesi interi a chiedersi perché l’avesse fatto, arrivando all’unica
conclusione che la colpa era soltanto sua. Se lui non fosse nato o se
almeno fosse stato diverso, forse Don sarebbe stato ancora a casa con
loro.
Aveva passato metà della sua esistenza a cercare di conquistare quel
fratello così lontano da sembrargli irraggiungibile. E quando era
partito si era sentito sconfitto su tutta la linea, perché sapeva che
non avrebbe più avuto nessun’altra opportunità per avvicinarsi a lui.
Ed era stato terribile. Aveva ricominciato a lavorare per trovare la
soluzione a uno dei teoremi matematici più difficili esistenti al
mondo, sperando così di trovare anche la spiegazione a tutto quel
dolore che lo stava soffocando. C’erano volute settimane perché suo
padre riuscisse a fare breccia nel mondo numerico che si era creato
attorno e riuscisse a farsi ascoltare. E c’erano voluti giorni perché
si decidesse ad abbandonare quell’inutile crociata e a riprendere la
sua vita.
Soltanto quando Don era ritornato e lui aveva cominciato a lavorare per
l’FBI, gli era sembrato che quel cerchio che si era spezzato anni prima
ora potesse finalmente essere chiuso.
Eppure eccolo di nuovo lì, preda dei suoi dubbi, privo di ogni
certezza, a cercare ancora una volta la sua risposta nella matematica.
Perché quella volta era diversa da ogni altra. Aveva in mano tutti gli
elementi utili a risolvere il problema, ma non riusciva a capire quale
operazione servisse per arrivare alla soluzione. Si stava innervosendo
e questo lo allontanava ancora di più dal risultato. Strinse forte la
punta delle dita attorno al pezzetto di gesso e ne picchiettò la punta
sulla superficie nera della lavagna.
Voleva trovare una soluzione ai sentimenti che provava per Colby al più
presto, quello stato di incertezza lo faceva impazzire. Ma per quanto
provasse a concentrarsi, i suoi pensieri dopo un po’ sfuggivano al suo
controllo e ritornavano sempre sullo stesso punto. Ricordava i suoi
baci e i suoi abbracci, l’intensità con cui quegli occhi azzurri lo
avevano guardato e la particolare sfumatura del suo profumo. Rammentava
tutto quello e sentiva una sensazione di calore sciogliersi dentro di
lui, fino a concentrarsi nelle sue guancie. Gli piaceva Colby e gli
piaceva tutto quello, ammise mentre uno stupido senso di imbarazzo
cresceva dentro di lui. Stava ragionando con se stesso, per cosa doveva
sentirsi a disagio? Sbuffò dal naso e cercò di riportare l’attenzione
sui numeri che campeggiavano sulla lavagna. Provò a scrivere
un’equazione, ma subito si rese conto che non portava da nessuna parte,
che era un vicolo cieco e temette che anche le sue riflessioni
potessero approdare a una fine analoga.
Colby lo stava aspettando, stava attendendo che lo chiamasse per
comunicargli una risposta che ancora non aveva e questo lo faceva
agitare di più. Aveva bisogno di quel piccolo particolare che faceva
scattare dentro la sua testa quella molla che lo portava a vedere i
meccanismi sottointesi del problema e quindi a trovare la soluzione.
Però, come spesso accade, più si accaniva a cercarla, a tentare di
capire cosa provasse i davvero per Colby, più
questa gli sfuggiva.
- Ti ho portato un caffè.- la voce fori campo di suo padre lo colse di
sorpresa.
Sobbalzò spaventato e si volse verso di lui, trovandolo in piedi sulla
soglia della stanza con in mano una tazza dalla quale fuoriusciva un
filo di vapore e proveniva un odore invitante. Il suo stomaco brontolò
subito in risposta e Charlie si rese improvvisamente conto che aveva
fame. Quando si era alzato si era diretto subito nel garage, senza
pensare a nient’altro oltre ai problemi a cui voleva trovare una
risposta. Osservò il viso del padre e notò che aveva la stessa
espressione preoccupata di quando si chiudeva lì dentro per ore e ore,
dimenticandosi di tutto il resto del mondo. Si chiese quanto tempo
fosse passato quando aveva iniziato a lavorare a quel problema.
- Grazie, ne avevo davvero bisogno.- prese la tazza dalla mano del
padre e si sedette stancamente sul divano.
Alan gettò uno sguardo alla lavagna e sospirò sollevato che non si
fosse nuovamente intestardito a voler risolvere uno dei sette problemi
impossibili della matematica, perché questo significava che suo figlio
era sì preoccupato per qualcosa, ma che questa non era poi così grave.
- Cosa ti è successo figliolo?- gli chiese sedendosi accanto a lui.
Spesso faceva qualche preambolo prima di arrivare al nocciolo della
questione, ma quella volta giudicò che poteva fare subito la domanda
più importante senza che suo figlio poi cercasse di scappare da lui.
Charlie dondolò un paio di volte la tazza tra le mani, osservando gli
arabeschi ramati che la luce artificiale della lampadina disegnava
sulla superficie nera del caffè. Era suo padre, avevano sempre parlato
di ogni cosa, era lui la persona da cui andava sempre in cerca di
risposte e forse anche quella volta avrebbe potuto aiutarlo. Di certo
non avrebbe potuto chiedere a Larry o suo fratello.
- Come ti sei reso conto di amare la mamma?- gli chiese cercando di
prenderla alla larga.
Alan osservò perplesso il profilo teso del figlio, chiedendosi cosa
nascondesse davvero quella domanda. Però soltanto rispondendo avrebbe
potuto capire.
- Non lo so, quando la vidi capii che sarebbe stata la donna giusta.-
disse con un sorriso nostalgico a tendergli le labbra.
- Va bene, ma come capisci di amare una persona?- domandò ancora
Charlie, insoddisfatto dalla risposta del padre.
- Mi dispiace ma non esiste un elenco dei sintomi con cui si manifesta
l’amore. Ognuno vive questa esperienza in un modo diverso. Posso solo
dirti che non si sentono le campane suonare a festa e nemmeno ci sono
esserini piumati che scagliano frecce dorate. – scherzò nel tentativo
di stemperare l’atmosfera – Hai incontrato qualcuno di cui ti sei
innamorato?- domandò a sua volta, tornando serio.
- Non lo so! – sbottò il figlio scattando in piedi e agitando
freneticamente le mani –Conosco questa persona da poco tempo eppure non
riesco a pensare ad altri che a lei. Come posso provare certe cose per
qualcuno che è quasi un estraneo? L’amore non dovrebbe essere il
risultato di un lungo processo di conoscenza reciproca?- affermò con il
tono deciso di chi è fermamente convinto delle proprie argomentazioni.
- Esiste il colpo di fulmine, Charlie.- rispose tranquillo Alan.
- Non è razionale. È una specie di reazione chimica improvvisa e
imprevedibile, che termina tanto rapidamente quanto è cominciata.- e
allargò le braccia come a rafforzare le sue parole.
- Sei troppo drastico. Anche dopo anni di fidanzamento un matrimonio
può fallire. Credi che sia davvero così importante il fattore temporale
quando si tratta di sentimenti?- chiese serio.
Charlie lo guardò senza sapere per una volta cosa ribattere, sentiva
soltanto che quella risposta che aveva tanto cercato era lì, a portata
delle sue mani e che bastava soltanto avere il coraggio di allungare le
mani per afferrarla.
- Il cuore non conosce il tempo, Charlie. Io stesso ho amato tua madre
dalla prima volta che l’ho vista. Credi forse che ciò che provavo per
lei fosse meno intenso, per questo motivo?- gli domandò Alan a
tradimento, inarcando un sopracciglio e sorridendo saputo.
- No! No! Non era questo che intendevo! – si affrettò a precisare,
agitando una mano davanti al volto in segno di negazione – I sentimenti
sono troppo complicati da capire e io non riesco a muovermi nel
delicato equilibrio che creano. Non posso spiegare ciò che è illogico
con la logica. Quello che per te è facile, per me non lo è papà.
Provare tutto ciò che ho sentito per questa persona mi ha gettato nel
panico e non sono più riuscito a ragionare bene.- sospirò sconsolato,
con lo sguardo abbassato.
- Situazioni come questa non si possono affrontare come se si cercasse
di risolvere un problema di matematica. Devi restare calmo e riflettere
su ciò che provi. Ti piace questa persona?- gli domandò un po’ serio e
un po’ no.
- Papà!- esclamò Charlie imbarazzato.
- Non dirmi che dopo tutto questo discorso hai il coraggio di
imbarazzati per questo! – lo prese in giro il padre – Rispondi, è una
domanda semplice: basta un sì o un no!- e si mise più comodo sul divano
in attesa della replica del figlio.
Charlie chiuse gli occhi e ripensò a Colby. Ripercorse a ritroso quei
momenti che aveva passato con lui e ricostruì nel buio della sua mente
la sua figura solida e il suo bel viso. Rabbrividì quando ricordò
l’intensità dei suoi occhi azzurrissimi mentre lo guardavano prima che
uscisse da casa sua. E improvvisamente gli sembrò di poter dare un
senso a tutto quel marasma di emozioni simili e contrastanti che
lottavano senza posa dentro di lui. Risollevò le palpebre e rivolse un
sorriso consapevole al padre ancora in attesa.
- Sì, mi piace molto.- rispose deciso e sereno, per la prima volta
tranquillo dopo tante ore.
- Bene! – esclamò Alan battendo i palmi aperti delle mani sulle
ginocchia e rimettendosi in piedi – Ora che i tuoi dilemmi romantici
sono stati risolti, io avrei un paio di commissioni da svolgere. – fece
per uscire dal garage ma si fermò sulla porta – Quando avrai chiarito
con questa donna del mistero, e ti consiglio di farlo prima che prenda
il volo per chissà dove, invitala a casa: mi piacerebbe conoscere la
persona che è riuscita a spaventare in questo modo Charles Epps!- lo
prese bonariamente in giro.
Charlie scosse la testa nell’ascoltare le risate del padre e si sentì
un po’ triste al pensiero che sarebbe passato molto tempo prima che
avesse il coraggio di dirgli che tutti i suoi progetti, che tutte le
speranze che aveva su di lui non esistevano.
Una volta rimasto solo pensò che quello era il momento giusto per
chiarire con Colby. Prese dalla tasca del pantalone il foglietto dove
aveva annotato il suo numero di telefono e il cellulare. Digitò il
numero ma fermò la punta del dito sul tasto per attivare la chiamata,
ancora indeciso. Ripensò alle parole del padre e si disse che stava
facendo la cosa giusta. Premette il tasto e sentì il suo cuore battere
più forte man mano che il telefono suonava a vuoto. Poi finalmente
sentì la sua voce dall’altro capo del telefono.
- Colby? Sono Charlie. Ecco… volevo dirti che… Mi piaci anche tu!-
esclamò parlando tutto d’un fiato, col timore che se si fosse fermato
non avrebbe più detto nulla.