Giorno 5
Quella mattina Colby si svegliò
incredibilmente di buon umore e non gli capitava da tempo. Gli sembrava
che all'improvviso il peso della missione sottocopertura che aveva
accettato di svolgere, fosse magicamente scomparso come se non fosse
mai esistito. Il tarlo del dubbio sul se fosse riuscito a fare tutto
quello che gli era stato ordinato, pareva essersi quietato nella sua
testa. Era come se in quel momento non avesse un solo pensiero per la
testa e potesse fingersi solo un uomo normale, infondo aveva ancora
qualche giorno prima che iniziasse il suo nuovo lavoro.
E tutta quell’ondata di buon umore era dovuta soltanto alla telefonata
che aveva ricevuto la sera prima. Si stese sul fianco e abbracciò il
cuscino, mentre un sorriso gli tendeva irresistibilmente le labbra.
Aveva pensato che avrebbe dovuto rimanere sulle spine per giorni prima
di ottenere una risposta e tormentandosi con il pensiero che una volta
andato via, Charlie non sarebbe mai più tornato da lui. Ma le sue più
feroci speranze erano state esaudite e ora si sentiva inaspettatamente
sereno e felice. Avrebbe dovuto essere spaventato dalla rapidità con
cui il suo umore era mutato nel sentire quelle tre semplici parole e
che tutto questo dipendesse da una persona appena conosciuta. Ma non
gli importava poi molto: in Afganistan aveva visto la morte da vicino
abbastanza volte da aver imparato a prendere quello che la vita gli
dava senza farsi troppe domande.
E nemmeno quella volta lo avrebbe fatto, avrebbe semplicemente seguito
il suo istinto come aveva sempre fatto nel corso della sua vita,
assecondando il corso degli eventi e sperando che ciò che stava
nascendo tra lui e Charlie durasse il più a lungo possibile. Non gli
interessava se fosse giusto o sbagliato, aveva capito tanto tempo prima
che quella moralità ristretta e bigotta che avevano cercato di
inculcargli quando era un ragazzo, non aveva alcun significato perché
il mondo era troppo vasto e complicato per poter dire che le cose erano
o bianche o nere, che non esisteva alcun colore intermedio. Lui li
aveva veduti tutti quei colori che stavano nel mezzo e che gli altri
cercavano costantemente di celare per vergogna o ipocrisia. E li stava
vedendo ora che sorrideva felice da solo in un letto e pensava a una
stupida scusa per rivedere il suo professore quel giorno.
Aveva perso troppi pezzi in Afganistan e chissà quanti ne avrebbe
smarriti in futuro, per questo non poteva permettersi il lusso di
fermarsi e chiedersi se fosse giusto buttarsi a capofitto in quella
storia nata dal niente. Lui ora poteva soltanto continuare a correre
aggrappato disperatamente alle sue speranze.
Si rigirò tra le coperte aggrovigliate attorno al suo corpo e si stese
supino, osservando il soffitto bianco su cui la luce disegnava lame
dorate. Ascoltò il rumore del traffico che giungeva attutito dalla
strada e inspirò lento l’odore di salsedine che entrava dalla finestra
socchiusa. Rimase fermo in quella posizione a lungo, senza pensare a
niente, godendo semplicemente del piacere di non fare nulla per una
volta nella sua vita. Voleva godersi quei pochi giorni di libertà che
ancora gli restavano, fino in fondo. Chiuse gli occhi e sorrise a quel
pensiero.
Non gli era mai capitato prima di restare a letto fino a tardi, neanche
durante la festa di primavera. Quando ancora abitava con i suoi c’era
sempre qualcosa da fare per cui suo padre buttava giù dal letto lui e
suo fratello, che fosse vacanza o che dovessero andare a scuola non
aveva importanza. Quando si era arruolato la sveglia suonava all’alba e
aveva pochi minuti per svegliarsi, vestirsi e fare il cubo prima
dell’arrivo del sergente per la rivista giornaliera. Quindi era bello
starsene per una volta nell’ozio più completo, senza avere la
preoccupazione di avere da fare qualcosa di più urgente. E sarebbe
stato ancora più bello se con lui in quel momento ci fosse stato anche
Charlie.
Quel pensiero strisciò lento e morbido dentro di lui, mentre nel buio
della sua mente si delineava la figura esile del suo professore. Si
permise di immaginarlo steso al suo fianco, perso nell’oblio del sonno
e coperto solo dal cotone leggero della sua coperta. Come sarebbe stato
allora svegliarlo con un bacio e attendere che aprisse gli occhi solo
per riavere le sue iridi nere ferme su di sé? Colby inghiottì a vuoto
davanti quelle immagini, mentre il desiderio di vedere Charlie
incominciava a dibattersi dentro di lui. Sollevò piano le palpebre e
rimase immobile per alcuni lunghi minuti, prima che con uno scatto si
voltasse verso il comodino e prendesse il cellulare che vi aveva
appoggiato sopra la sera prima. Premendo un paio di tasti fece apparire
sullo schermo il numero del cellulare di Charlie che aveva salvato dopo
aver ricevuto la sua chiamata. Lo osservò per un po’, con il pollice
appoggiato sul tasto per attivare la chiamata, indeciso se chiamarlo o
meno.
Voleva vederlo, era stata già una tortura per lui resistere alla
tentazione per un giorno intero, per lasciarlo libero di pensare con
calma a ciò che provava per lui, senza fargli alcuna pressione. E ora
che Charlie gli aveva detto che lo ricambiava, desiderava solo vederlo,
anche quella sera stesso, per fargli tutto quello che gli era venuto in
mente in quei giorni e che si era sempre astenuto dal mettere in
pratica per non spaventarlo.
Bastò l’immagine del corpo nudo e sottile di Charlie a farlo decidere.
Premette il tasto e avviò la chiamata. Squillò a vuoto per interi
secondi, più di quanti Colby fosse disposto ad aspettare, prima che
potesse udire la sua voce. Subito un sorriso tese le sue labbra.
- Charlie, sono io, Colby. Volevo sapere se hai impegni per questa
sera. – il suo sorriso si ampliò quando l’altro gli rispose che era
libero – Che ne dici di vederci? … Ok, allora passo a prenderti al
CalSci. A stasera.- e chiuse la chiamata.
Lasciò cadere il braccio sul materasso e abbassò le palpebre, il
sorriso che non accennava a spegnersi sulle sue labbra. Di nuovo
Charlie era riuscito a farlo sentire come una ragazzina che deve
affrontare il suo primo appuntamento, ma non gliene importava poi
molto: in quel momento si sentiva troppo felice per pensare a
qualcos’altro.
Appoggiato alla portiera della sua auto, l’espressione impaziente
nascosta dagli occhiali da sole e le braccia incrociate sul petto,
Colby attendeva l’arrivo di Charlie. Piegò le labbra in una smorfia
contrariata mentre cercava di ignorare un gruppetto di studentesse che
seguitavano a guardarlo e a ridere ammiccanti. Le smorfiose non gli
erano mai piaciute e poi era lì per qualcosa di molto meglio di loro.
Impaziente scrutava gli studenti che affollavano il cortile d’ingresso
della facoltà, nel tentativo di scorgere il suo professore. Alla fine,
tra un capannello e l’altro di ragazzi intenti a chiacchierare, riuscì
a scorgere la sua figura arruffata e il cuore ebbe una strana
contrazione. Charlie stava camminando verso l’uscita, affiancato da un
uomo più grande di lui con il quale stava discutendo di qualcosa.
Rimase fermo a guardarlo, totalmente incantato dalla sua figura
sottile, che si muoveva leggera e sensuale spiccando tra gli altri. Un
crampo di desiderio gli trafisse violentemente le viscere: se questo
era il risultato del solo osservarlo da lontano, si chiese cosa gli
sarebbe accaduto davvero quando sarebbero arrivati fino in
fondo. Deglutì a vuoto e pensò che allora non sarebbe mai più riuscito
a resistere alla sua malia.
Charlie lo vide e un sorriso gli illuminò l’espressione, salutò
velocemente l’uomo che era con lui e, a grandi passi, cercando di
trattenersi dal correre, si diresse verso Colby. Si fermò davanti a lui
e lo guardò con i suoi occhi nerissimi e un piccolo sorriso timido a
tendergli le labbra. Era la prima volta che si vedevano dopo il giorno
in cui l’aveva aiutato a mettere a posto il suo appartamento e un
sottile velo d’imbarazzo si era insinuato tra di loro. Colby avrebbe
voluto abbracciarlo fino a sentire che non c’erano più spazi vuoti tra
di loro e baciarlo fino a perdere il respiro, ma si trattene pensando
che l’altro non avrebbe voluto davanti ai suoi studenti.
- Ciao!- lo salutò continuando a guardarlo intensamente attraverso le
lenti scure degli occhiali.
- Ciao!- gli rispose il matematico.
E Colby pensò che in quel momento sembravano davvero due impediti. Non
era più un moccioso che resta incantato nel vedere per la prima volta
una bambina. Aveva il suo ampio bagaglio di esperienze e doveva darsi
una mossa, se non voleva che Charlie lo reputasse un idiota. Allungò la
mano e intrecciò le sue dita con quelle di Charlie, quasi subito poté
vedere le sue guancie venire spruzzate da un velo di porpora e sorrise.
- Hai finito per oggi?- gli chiese per riempire quel silenzio tra di
loro.
- Sì, ho terminato l’ultima lezione della giornata e mio fratello non
mi ha chiamato. Sono totalmente libero.- annuì con sicurezza.
A quella risposta, Colby non riuscì a reprimere un sorriso soddisfatto.
- Quindi sei tutto mio.- gli disse con un tono basso e sensuale, mentre
gli stringeva le dita con le sue e lo tirava più vicino a sé.
Il rossore sulle guance di Charlie si accentuò, ma ugualmente riuscì ad
annuire con un cenno della testa. In quel momento, a vederlo così
dolce, Colby avrebbe tanto voluto mangiarselo di baci. Doveva
allontanarsi da lì, prima di fare qualche sciocchezza davanti a mezza
facoltà.
- Ho prenotato in un ristorante a Santa Monica. Andiamo?- il suo tono
di voce era involontariamente diventato più dolce e caldo, come se
volesse accarezzare anche in quel modo il suo compagno.
- Va bene.- gli rispose, aumentando la stretta delle sue dita su quelle
dell’altro.
Colby lo guardò ancora per un lungo attimo, prima di trovare la voglia
di sciogliere la stretta delle loro mani e allontanarsi da lui. Girò
attorno alla macchina e si sedette al posto di guida, aspettò che
Charlie prendesse posto accanto a lui e mise in moto.
L’abitacolo dell’auto era
immerso in un silenzio che non era d’imbarazzo, ma era calmo e
rilassato, complice.
- Tutto bene oggi?- domandò Colby mentre svoltava in via laterale,
utilizzando un tono di voce basso e lieve, come se non volesse
disturbare l’atmosfera che si era creata tra di loro.
Charlie girò la testa e gli rivolse un sorriso morbido, che
nell’intimità della penombra che le rapide dita della sera incipiente
avevano dipinto dentro la macchina, sembrò anche un po’ assonnato.
- Come al solito. Oltre a fare le mie ore di lezione, ho dovuto aiutare
mio fratello e ora sono un po’ stanco.- i suoi occhi erano socchiusi e
la voce un po’ roca.
Nell’udirla Colby avvertì un lampo d’eccitazione trafiggergli le
viscere. Le dita gli tremarono mentre con più forza le stringeva
attorno al volante, nel tentativo di controllarsi. Charlie aveva un
effetto devastante su di lui, che lo aveva gettato in uno stato di
eccitazione continua. Dio solo sapeva cosa avrebbe voluto fargli se
solo gliene fosse stata data la possibilità. E cosa faceva Charlie? Gli
parlava con quel tono di voce che sembrava quasi il ronfare di un gatto
e che aveva scombussolato tutto dentro di lui.
Lo avrebbe fatto uscire di testa prima o poi!
Colby posteggiò l’auto nel parcheggio del ristorante e sospirò: almeno
un bacio glielo doveva! Il matematico stava per scendere
dall’abitacolo, quando lui lo bloccò stringendogli delicatamente il
polso con la mano: era così sottile da dargli l’idea di qualcosa di
estremamente fragile. Charlie si girò verso di lui e lo guardò con quei
suoi occhi nerissimi, nei quali poteva vedere agitarsi emozioni simili
a quelle che stavano facendo fremere lui. Con il pollice iniziò a
carezzargli il dorso della mano, disegnando dei cerchi con il
polpastrello del pollice, come se volesse tranquillizzarlo in qualche
modo. Lentamente avvicinò il volto al suo e lo baciò. Era anche meglio
di quanto ricordasse. La dolcezza e il calore della pelle, l’odore di
gesso e carta, era tutto molto più intenso, come anche morbido il
languore con cui Charlie rispondeva al suo bacio. Colby si tirò
indietro, appoggiandosi con la schiena al sedile, e si trascinò addosso
il compagno, portandolo a stendersi quasi completamente addosso a lui.
Avrebbe potuto vivere per tutta la vita in quel modo, con il suo
piccolo professore tra le braccia e non avrebbe avuto bisogno di
nient’altro.
Con un piccolo sospiro, Colby si allontanò dalla sua bocca, sentendo il
principio di barba che ricopriva le guance dell’altro graffiargli
appena la pelle. Con gli occhi socchiusi e la bocca aperta su quella di
Charlie, respirava ampie sorsate d’aria mescolate al suo respiro e a
quel suo odore così caratteristico che gli stava facendo perdere la
testa. Non aveva alcuna voglia di uscire da quella macchina, desiderava
soltanto tornare a casa e passare tutta la notte con Charlie. Ma
comunque cercò di ricordarsi che non doveva affrettare le cose, almeno
se non voleva che l’altro scappasse via spaventato.
- Se non ci fermiamo adesso, non riuscirò più a trattenermi.- gli
bisbigliò sulle labbra umide e rosse.
Anche nel buio incipiente della sera, riuscì a scorgere il rossore che
gli aveva colorato le guance. Colby stiracchiò le labbra in un sorriso
intenerito e, dopo averlo baciato un’ultima volta, scese dall’auto.
Osservò la sua figura sottile e fragile, ma che sembrava anche
terribilmente indifesa, alla luce artificiale del ristorante e si
chiese seriamente come avrebbe fatto a resistere dal divorarlo in un
sol boccone, se gli si presentava con quell’espressione ancora un po’
lucida di piacere in volto. Sospirò ed entrarono nel locale.
Il ristorante si affacciava direttamente sulla spiaggia e, dopo aver
cenato, Charlie gli aveva domandato se avessero potuto fare una
passeggiata. Colby, con le scarpe in mano, camminava a piedi nudi sulla
sabbia ancora tiepida, il morbido rumore della risacca nelle orecchie e
la figura sottile di Charlie pochi passi davanti a lui, che nella luce
lattea dei lampioni sembrava eterea e onirica, come appena uscita da un
sogno. Deglutì a vuoto osservando i suoi movimenti eleganti e
inconsapevolmente sensuali. Si sentiva attratto da lui come una
calamita. Si sentiva instabile come mai era stato prima, qualcosa
vibrava dentro di lui e si sentiva sul punto di perdere il controllo.
Colby desiderava soltanto stringersi a quel corpo sottile e perdersi
nel suo dolce calore. Si morse il labbro inferiore cercando di
sopprimere il gemito che gli si era formato in gola a quei pensieri.
Fece scorrere uno sguardo sempre più scuro sulla sua schiena esile,
scendendo fino a quel suo sedere tondo, ora coperto però dall’orlo
della giacca, e fermandosi su quelle gambe snelle che si muovevano
piano mentre camminava sulla sabbia.
Per un istante la sua mente fu bruciata dall’immagine di Charlie che
gli abbrancava con esse i fianchi mentre facevano l’amore e questo
distrusse definitivamente il suo traballante autocontrollo. Colby
avvertì un’ondata bollente risalirgli lungo il corpo e coagularsi
dentro il suo ventre, mentre un calore zuccherino gli inondava il
cervello dandogli la stessa sensazione di leggerezza di un’ubriacatura,
spaccando definitivamente le barriere della sua razionalità. Lasciò
cadere le scarpe sulla sabbia e, con uno scatto, si accostò a Charlie,
stringendogli forte la vita con le braccia, trascinandoselo contro il
petto e lasciandogli un bacio umido e caldo sul collo. Il matematico
per la sorpresa sussultò e perse l’equilibrio, cadendo sulla sabbia e
trascinando dietro di sé anche Colby. L’ex marine si sollevò sui gomiti
e lo guardò dall’alto. Era buio e non riusciva a distinguere i tratti
del suo viso, ma poteva facilmente immaginare il rossore che gli aveva
delicatamente imporporato le guance e che lo rendeva così delizioso.
Charlie sollevò una delle mani che aveva abbandonato sulla sabbia e,
con un gesto esitante, la poggiò sulla guancia dell’altro. Colby
socchiuse le labbra sorpreso e per un attimo si abbandonò a quel tocco
tiepido ed esitante, poi girò appena la testa per baciargli il palmo.
Era bastato un gesto semplice come quello per fargli tremare qualcosa
dentro.
Colby si piegò in avanti, avvicinando i loro visi, per baciarlo. Nel
movimento la mano di Charlie scorreva sulla sua pelle verso la nuca, i
polpastrelli che lo accarezzavano lasciando dietro di sé scie cocenti,
le dita che scavavano sentieri, intrecciandosi poi ai corti capelli.
Quando avvertì quella bocca dolce schiudersi sotto la sua, non riuscì a
capire più nulla. Aveva già baciato Charlie, ma quella volta gli
sembrava che non poteva essere paragonabile alla precedente. Forse
perché entrambi erano ormai consapevoli di ciò che provavano, di quel
sentimento e di quel desiderio che nutrivano l’uno per l’altro. Forse
perché erano riusciti a mettere da parte e a superare la paura che era
nata dentro di loro per quell’attrazione così improvvisa che era nata
tra di loro da coglierli impreparati, che altrettanto inaspettatamente
si era mutata in un sentimento ben diverso, a cui ancora non avevano
ancora dato un nome ben preciso, che al momento sarebbe potuto sembrare
loro molto più spaventoso della semplice attrazione fisica. Forse
perché finalmente erano insieme, senza incertezze, rilassati e in
completa balia di quei sentimenti che sentivano vorticare dentro di
loro, che accettavano docilmente soltanto perché era la sola presenza
dell’altro a scatenarli e che soltanto per questo motivo sembravano
loro incredibilmente belli. Forse erano tutte quelle cause insieme,
assieme a mille altre ancora da poter aggiungere, a dare un sapore
speziato, diverso, a quel bacio.
Charlie inarcò la schiena, cercando un contatto maggiore, portando i
loro corpi in contatto e strappando a entrambi un brivido di piacere.
Sentendo quel corpo sottile stringersi e sfregarsi contro il suo, Colby
gemette nella bocca dell’altro. Dio, era tutto così intenso e
sconvolgente da fargli perdere la ragione. Le sue mani non riuscivano a
restare ferme, accarezzavano il corpo sottile del suo pofessore
ricalcandone ogni tratto da sopra la stoffa dei vestiti. Con la punta
delle dita tracciava ogni rilievo e avvallamento, leggendolo come se
fosse stato cieco e volesse ricostruirlo nella sua testa. Colby sentiva
la testa totalmente vuota, mentre un calore denso gli riempiva il
petto. Piegò la testa di lato, trovando un angolazione migliore per
immergersi in quella bocca calda e dolce, e fece scivolare le sue
braccia sotto la schiena dell’altro, stringendoselo contro più che
poteva. Mentre quelle labbra morbide si modellavano perfettamente
contro le sue e le mani del suo professore gli accarezzavano curiose e
lievi la schiena, si sentiva naufragare in un mare di emozioni che mai
avrebbe pensato di poter assaporare.
Mosse i suoi fianchi contro quelli dell’altro e Charlie staccò la bocca
dalla sua, piegando la testa all’indietro ed emise un gemito basso e
vibrante che lo fece rabbrividire fin dentro le viscere. Colby, con le
labbra umide di saliva e socchiuse, scivolò sul mento e la linea dritta
della mascella, fermandosi sulla pelle della gola, dove sentiva pulsare
forte il battito cardiaco. Si sentiva al limite, ancora un po’ e
avrebbe perso totalmente il controllo e avrebbe fatto l’amore con lui
lì sulla sabbia, dimenticandosi che chiunque avrebbe potuto vederli.
Aveva la mente offuscata e ogni percezione gli sembrava ovattata, come
se ogni cosa attorno a loro fosse stata sfumata da quel morbido
languore che gli si era sciolto nelle vene. Inspirò forte l’odore di
Charlie, che sembrava avere il potere di intossicarlo, e lasciò in
bacio umido sul lato del suo collo, prima di iniziare a tracciare la
linea della clavicola con la punta del naso. Il matematico sospirava e
fremeva tra le sue braccia, mentre seguitava ad accarezzarlo sulle
spalle e la schiena, fin dove riusciva ad arrivare, portandolo sempre
più al punto di non ritorno.
Ma Colby non voleva che la loro prima volta insieme fosse su una
spiaggia, squallido frutto del desiderio incontrollabile che provavano
entrambi. Non voleva bruciare fino a consumarsi e poi doversi
allontanare da lui per ritornare all’auto e magari dividersi per
ritornare ognuno a casa propria, dimenticare anche solo per uno stupido
istante quello che avevano appena fatto. Desiderava stenderlo nudo tra
le lenzuola del suo letto e prendersi tutto il tempo che voleva, amarlo
per tutta la notte fino a lasciarsi sorprendere dalle prime luci
dell’alba ancora uniti. Bramava di accarezzarlo e baciarlo su ogni
centimetro di quella pelle lattea e invitante, in modo da imprimere il
suo marchio sopra e sotto di essa, lasciandosi ubriacare dai suoi
gemiti.
Sollevò il viso portandolo davanti a quello arrossato di Charlie e lo
guardò dritto in quei suoi occhi neri così grandi e ingenui da farlo
naufragare nelle loro profondità. Con la punta di due dita tremanti di
desiderio, gli ridisegnò languidamente i tratti del volto.
- Charlie io – e si fermò per deglutire pesantemente e cercare di
sciogliere quel nodo che gli stringeva la gola – Io desidero fare
l’amore con te!- gli sussurrò sulle labbra, accarezzandole con le sue a
ogni movimento, utilizzando un invitante tono basso e roco.
Charlie, troppo imbarazzato per usare le parole, si limitò a sorridere
e ad annuire con un cenno della testa. Un brivido d’aspettativa mista a
una profonda eccitazione colò lungo la spina dorsale dell’ex marine. Lo
baciò un’altra volta ancora, prima di rimettersi in piedi e tendergli
la mano per aiutarlo a rialzarsi. Charlie guardò quella mano grande e
calda ferma davanti ai suoi occhi e sorrise ripensando a quando Colby
aveva fatto altrettanto dopo averlo baciato sul pavimento di casa sua.
L’afferrò saldamente e pensò che quella volta sarebbe stato tutto
diverso, perché non ci sarebbero stati né ripensamenti né paure, ma
soltanto loro due e quel desiderio incontrollabile di amarsi
completamente.