Giorno VI: Di lenzuola e letti sfatti

La coscienza di Charlie emerse lentamente dall’oblio pastoso in cui era precipitata, vagamente consapevole della piacevole sensazione di essere abbracciato. Era disteso sul fianco destro e un torace ampio premeva contro la sua schiena, mentre le sue gambe erano intrecciate sensualmente a un altro paio di gambe. Ancora con gli occhi chiusi e senza muoversi sorrise, per assaporare appieno quella sensazione. Sapeva a chi appartenevano quelle braccia forti che gli stringevano in quella maniera possessiva la vita. Erano dell’uomo che la notte precedente non gli aveva dato un attimo di tregua, che lo aveva trascinato in un baratro di delirante lascivia e lui aveva potuto soltanto gemere e urlare fino a sentirsi la gola in fiamme. Per un attimo, mentre Colby lo possedeva, aveva davvero creduto che il suo corpo fosse sul punto di sciogliersi, gli era sembrato che i tendini e le ossa fossero improvvisamente diventati d’acqua e che la sua carne si fosse mutata in un ammasso di gelatina tremula. Non aveva potuto fare altro che abbandonarsi totalmente a quelle sensazioni così intense da averlo squassato fin nelle profondità del suo corpo.
Cercando di fare il più piano possibile, tentò di forzare la stretta dell’abbraccio di Colby e di girarsi verso di lui. Desiderava sfruttare il fatto che si era svegliato per primo per osservarlo mentre dormiva, per vedere se anche così era terribilmente affascinante. Quando finalmente riuscì a sollevare un po’ quel pesante braccio muscoloso che gli stingeva la vita e a stendersi sull’altro fianco, vide che Colby addormentato era anche meglio. Il viso era rilassato e i suoi lineamenti sembravano più morbidi, le labbra erano schiuse e il respiro lento e regolare, i capelli biondo scuro e corti erano sparsi in ciuffi disordinati sul cuscino e sulla sua fronte. La luce che spioveva dalla finestra che avevano lasciato aperta la sera precedente, spennellava sulla sua pelle ambrata ombre che ridisegnavano dolcemente gli avvallamenti di quei muscoli.
Possibile che un uomo come quello si fosse davvero interessato a uno come lui? Si chiese con un po’ di ansia, mentre in punta di dita seguiva l’arcata dello zigomo del volto davanti al suo. Faticava a credere che una cosa simile fosse capitata proprio a lui: in tutta la sua vita non si era mai lasciato dominare così tanto dalle sue emozioni come da quando aveva incontrato Colby. Aveva avuto anche lui le sue esperienze in materia amorosa, ma ognuna delle sue precedenti relazioni era stata vissuta nella più totale razionalità, come una reazione logica dietro l’altra. Invece con Colby il suo raziocinio veniva annientato in pochissimi istanti e lasciava campo libero al più puro istinto e non si era mai sentito così.
Però doveva ammettere che quell’altalena di emozioni che provava da quando lo aveva conosciuto era una cosa bellissima e lo faceva sentire vivo ed entusiasta come un bambino che conosce per la prima volta il mondo, in un modo totalmente diverso da quando conseguiva un successo accademico, perché sapeva che quello che stava nascendo tra di loro era di gran lunga molto più importante.
Colby inspirò dal naso e strinse ancora più forte contro di sé quel corpo che abbracciava. Charlie sorrise, intuendo che l’altro stava per svegliarsi e sistemò il viso nel comodo incavo tra il collo e la spalla, mentre ricambiava l’abbraccio e con le mani gli accarezzava la schiena. Sentì Colby strofinare la testa contro il cuscino e poi appoggiare la guancia contro la sua tempia.
- Buongiorno.- gli sussurrò con un tono di voce basso e roco, ancora impastato dal sonno, nel quale però si riconosceva quel sorriso che sicuramente gli stava tendendo le labbra.
- Buongiorno.- rispose il matematico e gli baciò la gola.
Rimasero per un po’ a godersi semplicemente la presenza dell’altro tra le proprie braccia, immersi in un silenzio che era rilassato e piacevole, di quelli che ti sussurrano che non devi far altro che restare a letto, perché tutto ciò che hai di importante, tutto il tuo mondo è lì e ti abbraccia. Stavano bene in quella posizione e non c’era nessun motivo per spostarsi. Colby in punta di dita disegnò la linea sporgente delle scapole e l’infossamento che disegnavano immediatamente sotto sulla pelle, strappando al compagno un mugolio compiaciuto.
- Credevo di aver sognato tutto.- sospirò dopo una piccola pausa di silenzio.
- Anch’io!- confessò Charlie a bassa voce, quasi se ne vergognasse.
E sentì il corpo dell’altro tremare appena per la risata che stava facendo, senza nessun motivo, solo per il semplice fatto che in quel momento era terribilmente felice. Il sorriso sulle sue labbra si ampliò e sfregò la punta del naso contro il lato del suo collo, mentre con le mani gli disegnava sentieri astratti sulla schiena.
- Non ho mai creduto alle coincidenze, sono matematicamente impossibili, non esistono. Eppure penso che inizierò a ricredermi.- disse all’improvviso Charlie come se stesse seguendo un suo filo logico.
- Perché?- chiese l’altro inarcando le sopracciglia sorpreso e perplesso.
- Guarda noi. – rispose il matematico come se questo dovesse spiegare tutto – Siamo qui e siamo insieme, nonostante per la legge delle probabilità questo non sarebbe mai dovuto accadere. Quella sera al locale avremmo dovuto perderci di vista e non incontrarci mai più. Los Angeles è troppo grande e popolata perché potesse accadere il contrario e invece…- e lasciò la frase in sospeso.
Colby rimase un istante fermo, indeciso su quale reazione avere a quelle parole, ma alla fine non riuscì più a trattenersi e scoppiò in una bella risata. Un po’ offeso, Charlie si scostò da lui quel tanto che gli consentiva di guardarlo in viso. Era bello proprio come ricordava ed era un piacere stare a guardarlo, ma questo non lo aiutava a capire il perché di quella sua strana reazione. Vedendo che l’altro lo stava fissando confuso, Colby cercò di calmarsi. Prese un paio di sospiri profondi e aprì la bocca, ma sentiva la risata sempre lì, sul fondo della gola, pronta a venir fuori alla prima occasione. Staccò una delle mani dalla pelle calda e invitante del suo matematico e la portò al suo volto, accarezzandogli la guancia con il dorso delle dita.
- Il nostro incontro dal ferramenta non è stato esattamente una coincidenza.- e i suoi occhi brillarono di divertimento.
- Cosa?- saltò su Charlie, spalancando occhi e bocca per la sorpresa.
- Ho cercato di crearmi la possibilità di rivederti, mio piccolo matematico. – e sorrise scanzonato davanti l’espressione sempre più stupita dell’altro – Mi avevi detto che insegnavi al CalSci e il giorno dopo sono venuto in facoltà. Ho ascoltato tutta la tua lezione e poi ti ho seguito dal ferramenta. Non c’era niente di casuale: volevo vederti ancora e ho fatto tutto quello che potevo per riuscirci.- e gli sorrise un po’ colpevole.
Charlie lo fissò parecchio perplesso da quella situazione, ma anche indeciso se spaventarsi per quello che l’altro aveva appena confessato di aver fatto, oppure sentirsi lusingato dell’essere riuscito a suscitare così tanto l’attenzione di un uomo come quello che in quel preciso istante lo stava abbracciando, da indurlo a mettere in atto un vero e proprio pedinamento per poterlo rivedere. Per un attimo sentì la voce cupa di Don che lo avvertiva di stare in guardia, perché l’altro sembrava avere tutte le caratteristiche di un maniaco, ma Charlie prontamente la scacciò, perché non riusciva a vedere nulla di pericoloso in quelle iridi di un azzurro così limpido da accecare e in quel volto bellissimo, rilassato e felice per quella situazione.
- Hai fatto benissimo.- concesse alla fine il matematico.
Perché era consapevole che se l’altro non avesse preso l’iniziativa, lui facilmente avrebbe lasciato le cose tra di loro insolute, così come le aveva lasciate quella sera che era andato via dal locale, perdendo di sicuro l’occasione di vivere una storia bella e intensa come quella.
- Non sei arrabbiato?- domandò Colby, sempre con il sorriso sulle labbra che voleva nascondere una espressione preoccupata.
- Perché dovrei esserlo? Se tu non l’avessi fatto, noi ora non staremmo qui. – e indicò i loro corpi nudi e abbracciati sotto le coperte - Se tu non l’avessi fatto non saremmo mai arrivati a questo punto, ma ci saremmo persi di vista e in una città grande come questa è matematicamente certo che non ci saremmo incontrati più.- e ritornò ad appoggiare la testa nel comodo angolo tra la spalla e il collo dell’altro.
Charlie aveva scoperto che gli piaceva starsene raggomitolato tra quelle braccia forti, gli trasmetteva una sensazione di protezione infinita. Quando era ancora un bambino di sette anni, trascorreva buona parte delle sue notti sveglio, tremando perché era stato spaventato ancora dal solito incubo. Aveva provato a chiedere aiuto a suo fratello, ma questi gli aveva risposto ben poco gentilmente che lui ormai era abbastanza grande per badare a se stesso e che i folletti non esistevano. Però i rumori continuavano ancora, amplificati dal buio e dalla paura, e Charlie sapeva bene che i folletti c’entravano ben poco. Allora si rannicchiava sotto le coperte e immaginava di essere avvolto da un abbraccio caldo e forte, gentile e sicuro, come quello di Colby.
In quel momento gli sembrava di aver trovato il luogo perfetto in cui rifugiarsi quando il mondo esterno lo avrebbe spaventato con le sue incomprensibili dinamiche. Un nido accogliente e profumato, in cui essere sicuri che niente di spiacevole avrebbe potuto toccarlo.
Sentì le labbra che Colby teneva appoggiate sulla sua tempia tendersi in un piccolo sorriso. Il corpo dell’ex marine scivolò tra le lenzuola fino a stendersi sul fianco, sollevò anche l’altro braccio e Charlie si ritrovò abbracciato completamente da quel corpo forte. Per un attimo si sentì uno scricciolo stretto da quelle braccia muscolose, ma infondo era anche una sensazione piacevole quella e quindi si rilassò.
Le mani di Colby iniziarono ad accarezzargli ogni pezzetto di pelle della schiena, mentre con le labbra gli ridisegnava i lineamenti del volto. Charlie si lasciò andare a quelle carezze con un’espressione più che beata in viso. Gli sembrava di essere lontano anni luce da se stesso, a ogni tocco dell’altro sospirava di un piacere primordiale che poche volte aveva provato prima e rispondeva con sfregamenti di pelle contro pelle, accarezzando quel corpo scultoreo con tutto il suo fisico.
Colby infilò il viso sotto la mascella del compagno e soffocò contro la pelle, già umida di sudore, della gola un gemito, perché Charlie aveva sfregato i loro bacini insieme e davanti ai suoi occhi era calato un velo nero su cui si erano accese tante stelline dorate. Gli morse quel pezzettino di carne sotto la sua bocca prima di iniziare a suggerlo, con un braccio gli abbracciò le spalle e chiuse la mano sulla punta dell’omero, mentre con l’altra lo accarezzò sul fianco e sulla coscia, sollevandola e portandola a chiudersi attorno alla sua vita.
Charlie intanto aveva incrociato le braccia dietro la sua schiena, affondando una mano tra i capelli biondi dell’altro mentre con la punta delle dita dell’altra gli premeva sulla carne delle scapole. Non era di sicuro la sua prima volta, aveva avuto le sue esperienze, ma era la prima volta che si sentiva in quel modo. Colby aveva definito i ruoli la sera prima e lui si era ritrovato ad annegare in un mare di piacere, che mai prima d’allora aveva sperimentato. Aveva scoperto che gli piaceva oltre il lecito essere in totale balia di quel corpo forte e muscoloso, lo eccitava fin dentro le viscere e non gli faceva capire niente che non fosse lo stringersi quanto più possibile a lui.
Con un movimento lento e sinuoso, Colby lo stese sulla schiena e, dopo un ultimo bacio sul mento, si puntellò con i gomiti sul materasso e si sollevò quel tanto che gli consentisse di osservarlo dall’alto. Charlie pensò che l’altro fosse davvero bellissimo con quell’aspetto arruffato e quell’espressione accesa di piacere. Per un attimo gli sembrò che tutta quella situazione fosse irreale, che fosse tutta un’illusione creata dal suo inconscio per suo uso e consumo. Eppure il peso di quel corpo sul suo era più che reale, come anche il suo respiro che gli scivolava caldo sulla pelle umida di sudore delle guance e il modo in cui lo stava guardando, come se lo stesse divorando con esso, era come una carezza incandescente direttamente sul corpo. Charlie sorrise incredulo e si lasciò andare contro il cuscino a cui era appoggiato, sciogliendo la stretta delle braccia attorno al collo del compagno e poggiando le mani sulla federa, accanto alla sua testa, in un gesto di inconsapevole abbandono.
Alla vista di quel corpo candido e snello che gli si concedeva totalmente, Colby avvertì un lampo trafiggergli le viscere. E il solo pensiero che Charlie fosse lì tra le sue braccia, completamente nudo solo per lui, gli provocò un senso di vertigine violento. Deglutì a vuoto nel tentativo di sciogliere quel nodo che gli aveva stretto la gola e stiracchiò un sorriso sulle labbra tese dall’eccitazione. Guardò negli occhi il suo compagno e in quel nero vide qualcosa che gli provocò una fortissima sensazione di euforia accompagnata da un senso di vuoto allo stomaco.
Piano si rimise dritto sulla schiena, mentre restava inginocchiato sul materasso. Con i palmi delle mani bene aperti percorse quel corpo magro con una lunga, lenta e sensuale carezza dal petto al ventre. Mentre con le dita disegnava arabeschi ardenti su quella pelle lattea, vide Charlie piegare la testa all’indietro sprofondando di più la nuca nel cuscino e schiudere la bocca contro qualche sospiro umido. Vide le sue palpebre abbassarsi e le ciglia tremare contro la linea dritta dello zigomo. Arrivato al bassoventre, Colby divise le mani e con ognuna di essere accarezzò una di quelle gambe snelle e sottili, che la notte precedente si erano chiuse attorno ai suoi fianchi mentre facevano l’amore, proprio come tante volte aveva immaginato e desiderato.
Charlie intanto fremeva per quei tocchi lievi e inappaganti, sentiva i suoi fianchi ondeggiare e muscoli che nemmeno sospettava di avere scattare alla ricerca di un contatto più intenso e concreto. Avvertì le dita di Colby stringersi delicatamente attorno alla sua caviglia e sollevarla. Curioso sollevò a fatica le palpebre che sembravano così pesanti e, raddrizzando un po’ la testa, vide che il compagno gli aveva sollevato la caviglia all’altezza delle sue labbra e la stava baciando. Percepì, più che vedere, quelle labbra morbide e calde, appena screpolate, premere contro l’osso prima che ne tracciasse i contorni con la punta della lingua. Charlie sospirò più profondamente di prima, mentre qualcosa dentro di lui tremava violenta a quel tocco. Come poteva un contatto semplice come quello farlo uscire di testa a quel modo?
Sentì quelle labbra tendersi in un sorriso contro la sua pelle, come in risposta ai suoi gemiti, prima che Colby iniziasse a risalire lungo la sua gamba, baciando mordendo e leccando, lasciando dietro di sé strisce umide e macchie rossastre a segnare il suo cammino, fermandosi solo per lasciare un morso licenzioso nel punto in cui la coscia sfumava nel gluteo, strappando al suo matematico un gemito più acuto. Con la spalla gli sosteneva la gamba sollevata e con la guancia appoggiata contro il suo interno coscia, Colby sollevò gli occhi sul volto arrossato ed eccitato del compagno.
E Charlie si sentì avvampare e tremare sotto quello sguardo profondo e bollente, gli sembrava quasi di poter sentire il tocco di quelle iridi direttamente sulla pelle, come tante carezze bollenti che avevano il potere di eccitarlo ancora di più. Come a rallentatore vide le labbra di Colby tendersi in un sorriso che non prometteva niente di buono, prima che iniziasse a scivolare con il busto in avanti e il suo respiro si spezzò in un vero e proprio grido quando sentì la sua bocca sulla propria erezione.
Charlie si ritrovò a urlare fino a sentire la gola in fiamme, girando la testa da un lato all’altro come un ossesso sul cuscino, mentre con le dita stringeva forte i capelli dell’amate, nel tentativo di indicargli qualcosa che nemmeno lui sapeva cosa fosse. Poi le labbra di Colby si allontanarono all’improvviso da lui, facendolo mugugnare inappagato e ridacchiare di soddisfazione il suo compagno. Charlie sentiva la testa leggera e piena di miele caldo, non riusciva a capire più niente che non fosse fare l’amore con Colby. Le mani grandi e calde del suo compagno si chiuse attorno ai suoi fianchi e, gentilmente, lo voltarono in posizione prona. Il matematico sollevò la testa dal cuscino su cui era appoggiata, per cercare di capire le sue intenzione, ma qualsiasi cosa volesse dire o fare evaporò dalla sua mente, quando avvertì il corpo di Colby stendersi sopra il suo, coprirlo interamente come una coperta ampia e calda in pieno inverno. Charlie piegò la testa indietro e sospirò di piacere, mentre il suo corpo si inarcava per quanto possibile sotto quello dell’altro e le sue dita si stringevano forte sul lenzuolo che copriva il materasso, sentendo quel torace ampio e scolpito combaciare perfettamente con la sua schiena più piccola e magra. Le loro gambe erano sensualmente intrecciate tra di loro, tanto che Charlie non riusciva a capire dove cominciasse il corpo dell’uno e terminasse quello dell’altro.
Colby poggiò la guancia contro quella del suo matematico e iniziò a baciargli la spalla, mentre con le mani si puntellava sul materasso per non gravare troppo sul suo fisico esile. Adorava il sapore di quella pelle bianca, gli dava alla testa facendolo sentire come se fosse ubriaco, pensò mentre scendeva con la bocca sulla linea decisa e sporgente della scapola. Non si era mai sentito così eccitato come in quel momento, non per una cosa così familiare, ma l’innata e inconsapevole sensualità di quel corpo candido sotto il suo aveva il potere di infrangere tutti i suoi freni inibitori. Con la punta della lingua tracciò lentamente un’unica scia umida e cocente sulla pelle di Charlie, dalla base del collo fino alla fossetta del bacino, strappandogli un gemito strozzato e facendogli inarcare la schiena fino al limite.
Charlie respirava a fatica, sembrava che i suoi polmoni pompassero gas incandescenti e che il suo corpo si fosse ribellato al rigido autocontrollo al quale lo sottoponeva, prendendo vita propria e rispondendo con istintiva ed entusiastica spontaneità alle carezze del suo amante. La bocca di Colby baciava, mordeva e lappava ogni centimetro della sua pelle, facendola increspare in tanti brividi di piacere che partivano dal punto da lui toccato e si diffondevano dentro il suo corpo, come un sasso gettato in uno stagno che forma cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua, sempre più grandi man mano che si allontanano dal centro.
L’aria gli mancò all’improvviso, come se un interruttore fosse stato spento dentro di lui, quando la lingua di Colby iniziò a prepararlo, carezzandolo e penetrandolo. Charlie tremava violentemente a ogni tocco, mentre un languore bollente scioglieva il suo corpo in un ammasso vibrante. Mordeva l’aria nel disperato sforzo di immagazzinare un po’ di quell’ossigeno che iniziava a mancargli, rincorrendo i gemiti che gli rotolavano umidi e rochi tra le labbra, diluiti con il nome del suo amante che pronunciava in un modo così intimo ed erotico da far rabbrividire di piacere l’interpellato.
Colby sospirò sulla sua carne umida e si raddrizzò, restando inginocchiato tra le sue gambe. Si concesse un attimo per osservare quel corpo esile abbandonato tra le lenzuola sfatte del suo letto, la pelle arrossata dal piacere, macchie rosate che fiorivano qui e là intaccando la candida perfezione di quella schiena. Provò l’indistinta sensazione di essere finalmente arrivato al termine di un cammino, come se tutto ciò che aveva fatto in passato, le sue vecchie esperienze, tutto fosse stato fatto per giungere a quel punto, lì in quel letto a fare l’amore con Charlie come se non esistesse nient’altro al di fuori di quel piacere che stavano provando.
Con le mani gli strinse i fianchi sottili e il suo compagno uggiolò di anticipazione e l’ennesimo velo nero d’eccitazione discese davanti ai suoi occhi, entrò dentro di lui e vino caldo e speziato gli invase il cervello, ubriacandolo immediatamente.
Era una devastante per Charlie, che si sentiva squassare fin dentro le viscere. Era così eccitato da aver perduto completamente il controllo, non riusciva più a capire chi o cosa fosse, come una pagina bianca in un quaderno nuovo tutto da scrivere. Tutto se stesso era teso alla ricerca di quel piacere che sentiva proprio lì, vicino a lui ma che non riusciva ancora ad afferrare. Avvertì le mani grandi e calde di Colby tirare su il suo dorso fino a farlo posare con la schiena contro il petto dell’altro e Charlie si ritrovò seduto sopra le gambe piegate del compagno.
A Colby piaceva quella posizione, perché così poteva abbracciarlo a piacimento e accarezzarlo anche dove prima non riusciva ad arrivare, trasmettendogli la sensazione che fosse completamente suo. Spinse più forte e Charlie gridò, spalancando gli occhi e posando la nuca sulla spalla dietro di lui. Da troppo tempo galleggiava in quel piacere intenso e bollente, che stava iniziando a rasentare il dolore, i muscoli del suo corpo erano tesi oltre il limite e la gola gli bruciava per il troppo urlare. Si sentiva diviso tra il desiderio di arrivare presto all’orgasmo e quello di far durare quel momento il più a lungo possibile.
In quel mare oscuro e ribollente che erano ora i suoi sensi, sentì il volto di Colby appoggiarsi contro la metà del suo viso, la fronte che scorreva sulla tempia a ogni spinta, le labbra secche e schiuse sulla sua guancia come una carezza e il respiro umido e cocente che gli scivolava freddo sulla pelle accaldata e madida di sudore. Charlie in quel momento si sentiva come un unico, enorme recettore di ogni stimolo che proveniva da Colby, perché qualsiasi cosa gli facesse, anche la più innocua, si trasformava in un brivido bollente che gli colava giù dalla schiena e si conficcava dritto nel suo ventre. Sollevò una mano tremante e, piegato il braccio, la chiuse dietro la nuca del compagno per tenerlo fermo contro di sé, mentre con l’altra si aggrappò alla mano ferma sul suo fianco intrecciandone le loro dita, come in cerca di un appiglio per non farsi trascinare via dal piacere. Non ancora almeno.
Aveva completamente perso la nozione del tempo, gli pareva che fossero passate ore da quando avevano iniziato e, per quanto ne sapeva, poteva benissimo essere trascorsa tutta la giornata, mentre Colby lo teneva in bilico su quel piacere che sembrava non volesse mai arrivare al suo culmine. Con il volto premuto contro il suo, il compagno gemeva e bisbigliava bisognoso il suo nome, disegnandogli sulla pelle sudata ogni lettera e ogni suono inarticolato con il suo respiro bollente.
Poi il piacere si fece semplicemente troppo per poter essere tollerato, un brivido più forte e caldo degli altri squassò il corpo di Charlie, un flash di accecante luce bianca gli invase la testa e la sua voce, lontana migliaia di anni luce, gridava da qualche parte attorno a lui.

Quando finalmente riuscì a ritornare presente a se stesso, Charlie, ancora prima di riaprire gli occhi, scoprì che aveva il corpo completamente indolenzito e sfinito. Era così stanco che si sarebbe addormentato lì, in quel preciso instante e non si sarebbe svegliato per il resto della giornata. Mugugnò sentendo la pelle ancora accaldata e appiccicosa, ma un paio di labbra che iniziarono a lasciargli baci umidi sulla gola, lo distrassero da quei pensieri. Sollevò le mani e le portò sulla testa di Colby, intrecciandosi ai suo capelli corti e ancora un po’ madidi, mentre un sorriso gli piegava irresistibilmente le labbra.
Mai come in quel momento si sentiva di aver fatto la scelta più giusta!
Colby scostò le labbra dalla sua pelle, facendogli esalare un piccolo verso di protesta, e portò il volto davanti al suo, il respiro che gli scivolava caldo sulla faccia a intervalli regolari.
- Ben sveglio!- gli disse mentre gli accarezzava la punta del naso con la sua.
- Ciao!- miagolò in matematico in un sospiro morbido, mentre sollevava le palpebre e lo guardava con un bella espressione appagata.
- Come stai?- gli chiese l’ex soldato ricambiando il sorriso, prima di iniziare a baciargli il mento.
- Bene. Un po’ indolenzito ma bene. Però non chiedermi di alzarmi, ora non ci riuscirei.- rise mentre un soffuso rossore gli colorava le guance.
- Alzarti? Non penserai davvero che sia finita qui, vero? – Colby riportò lo sguardo nel suo e un lampo gli attraversò l’azzurro delle iridi – Non ti permetterò di uscire da questo letto fino a quando non avrò percorso ogni centimetro del tuo corpo e tu non avrai capito che sei solo mio.- gli soffiò sulle labbra tra il serio e il faceto.
Charlie aprì le labbra per ribattere qualcosa a quella dichiarazione di possesso, ma nessun suono uscì dalle sue labbra e si trovò a boccheggiare. Le mani di Colby si arrampicarono sul suo corpo, accarezzando tutta la pelle che riuscivano a toccare, scavando sentieri infuocati dai fianchi alle spalle e da lì giù in un’unica curva discente fino ai polsi, fece combaciare i suoi palmi con quelli di Charlie e intrecciò le loro dita.
- Resta così, nudo e invitante per me, pronto per essere divorato ancora, ancora e ancora dal piacere.- un sussurro basso che si sciolse ancora sulle sue labbra.
Con un solo movimento veloce, Colby annullò la distanza tra di loro e lo baciò, mentre un caldo e morbido languore ritornava a diluirsi dentro i loro corpi ridestandoli.