Giorno 7: Sorpresa
Colby riempì una tazza con il caffè che
aveva trovato nella caffettiera dell’area relax nel suo nuovo ufficio e
la portò alle labbra, bevendone una generosa sorsata. Subito dopo il
suo volto si contrasse in una smorfia disgustata: nemmeno quando era
ancora in Afganistan aveva mai bevuto una simile schifezza. Quella era
l’ennesima nota negativa che aveva trovato da quando, quella mattina,
aveva cominciato il nuovo lavoro. Nonostante la sua esperienza come
marine, i suoi colleghi lo trattavano come un novellino alle prime armi
e il suo nuovo capo, ogni volta che lo guardava, sembrava trasmettergli
solo disapprovazione.
Le labbra di Colby assunsero una piega dura, al pensiero di come fosse
stato aspramente rimproverato per come aveva trattato quei quattro
delinquenti da strada. Lui che aveva combattuto a viso aperto i
talebani nel loro stesso territorio, era stato redarguito come una
recluta appena uscita dall’accademia, solo perché aveva forzato la mano
con quei ragazzini sbandati. Dovevano trovare quella donna e al più
presto, se non volevano restituire al marito un cadavere da seppellire,
invece gli era stato ordinato di mantenere un profilo basso e questo
non riusciva a capirlo. Quello non era il suo modo di lavorare, non era
il modo di lavorare che gli avevano insegnato nei marines: se c’era una
missione da portare a termine, allora lo si faceva senza esitare,
soprattutto se in ballo c’erano delle vite umane. Invece ora gli
sembrava solo di perdere tempo, che qualsiasi cosa facesse fosse
soltanto un errore colossale. Per l’ennesima volta si domandò se non
avesse sbagliato ad accettare quel trasferimento, se era davvero
portato per tutto quello, ma subito dopo scosse la testa per scacciare
quei pensieri: era un soldato addestrato in una delle migliori unità
dell’esercito, aveva i mezzi per portare a termine quella missione
senza alcun problema.
A parte il caffè, pensò lanciando un’occhiata preoccupata al liquido
contenuto nella tazza che aveva in mano. Aveva sempre sospettato che
negli uffici pubblici scarseggiasse il caffè di buona qualità, ma
quell’intruglio nero era un vero e proprio affronto ai più basilari
diritti umani. Tutti gli agenti di servizio avevano diritto a una buona
tazza di caffè per poter arrivare a fine giornata, era una delle regole
basilari del loro lavoro. Invece era costretto a bere quella brodaglia
che avrebbe dovuto essere dichiarata lesiva della salute pubblica e
quindi fuori legge.
Colby riportò la tazza alle labbra e, dopo essersi fatto coraggio,
bevve un altro sorso di caffè. Pensare che solo quella mattina aveva
fatto colazione con il caffè più buono che avesse mai gustato in vita
sua. Sorrise al solo pensiero di quanto era accaduto quella mattina,
del suo piccolo professore di matematica addormentato fra le lenzuola
del suo letto, del sapore amaro del caffè che sulla sua lingua si era
mescolato a quello dolce della pelle del suo compagno e avvertì un
tremito di eccitazione scuoterlo. Aveva avuto Charlie tutto per sé per
ben due giorni, avevano fatto l’amore fino a non riuscire più a
distinguere quale fosse il proprio corpo e quale quello dell’altro,
eppure ancora non gli bastava, sentiva ancora scorrergli nelle vene il
desiderio di lui. Se solo avesse potuto averlo lì, in quel preciso
istante, avrebbe fatto l’amore con lui finanche sulla scrivania del
capo. Beh, non sarebbe stato di sicuro il modo migliore per iniziare il
nuovo lavoro, ma non riusciva a immaginare un motivo migliore per farsi
licenziare in tronco, pensò e un ghigno eccitato gli schiuse le labbra.
Mentre beveva un altro po’ di caffè, la porta a vetro della sala relax
si aprì con una spinta piuttosto energica di David.
- Ecco dov’eri finito Grenger! Don vuole vederci, sempre che tu abbia
terminato la pausa, s’intende.- lo informò con pesante sarcasmo.
Con tutta la calma possibile, Colby bevve il resto del caffè tutto d’un
sorso e mise via la tazza sporca, solo per il gusto di provocare
l’altro agente e fargli perdere la pazienza. Tra tutti i membri della
squadra, l’agente Sinclair era quello che l’aveva accolto nel modo
peggiore, pensò mentre usciva dalla stanza e lo seguiva. Senza nemmeno
conoscerlo si era posto in una posizione di grande diffidenza nei
confronti suoi e dei suoi metodi di lavoro, senza dargli il tempo di
adattarsi né di capire come funzionasse nel nuovo ambiente. Non credeva
che sarebbero andati d’accordo in futuro.
Facendosi largo tra le scrivanie che affollavano l’area dell’ufficio, i
due agenti federali riuscirono ad arrivare alla scrivania del loro
caposquadra. Don era seduto con le spalle rivolte a loro e stava
studiando un fascicolo.
- Don?- lo richiamò David, per informarlo che erano lì.
L’agente Epps ruotò sulla sedia per guardarli e Colby ebbe nuovamente
la sensazione che sul suo volto di pietra ci fosse qualcosa che gli
ricordava Charlie. E di nuovo si disse che era impossibile, che era
solo una semplice impressione, perché il suo capo era una persona
seria, determinata, ombrosa e pericolosa, mentre il suo compagno era
timido, dolce e insicuro, e il suo volto era sempre pronto ad aprirsi
in un sorriso. Charlie non aveva niente a che spartire né con Don né
con quell’ambiente.
Molto probabilmente era soltanto il suo desiderio di vederlo a fargli
provare una simile sensazione.
- Ci sono novità?- chiese ancora David.
- Sì! Mio fratello ha finito con quel suo teorema, tu e Grenger andate
da lui e vedete cosa ha scoperto.- Don ordinò secco e spiccio.
David annuì con un cenno del capo prima di avviarsi verso la stanza
video. Colby lanciò un’ultima occhiata al suo nuovo capo che aveva già
voltato loro le spalle ed era ritornato a immergersi nell’analisi del
fascicolo, prima di seguire il suo compagno di squadra. Don si
comportava da duro, ma era niente rispetto ad alcuni sergenti di ferro
che si trovavano tra i marines, che ti facevano sputare sangue e
pentire amaramente del più piccolo errore. David sarebbe durato davvero
poco nei marines con quel caratterino da primo della classe che si
ritrovava, pensò Colby con un sogghigno, perché lì o ti pieghi alle
regole del corpo o vieni spezzato.
- Quindi anche il fratello del capo lavora qui?- domandò poi un po’
perplesso.
Non che nei ranghi della marina non esistessero episodi di nonnismo, ma
almeno si cercava di nascondere il tutto al meglio per conservare
almeno un po’ la faccia, all’FBI invece sembrava non importare la buona
immagine che si dava all’esterno di sé.
- Non proprio, è un collaboratore esterno.- rispose David e nella sua
voce si riusciva a intuire una nota infastidita per la velata
insinuazione dell’altro.
- Capisco. E in cosa collabora?- domandò di nuovo
Colby, senza però riuscire a nascondere il sarcasmo questa volta.
L’agente Sinclair gli lanciò un’occhiataccia di sbieco, mentre
imprecava mentalmente contro Don che gli aveva affidato quel novellino.
- Il fratello di Don è una delle menti più geniali al mondo, insegna
matematica all’università, ma ha collaborato anche con la Difesa
Interna. Con le sue analisi ci ha aiutato a risolvere parecchi casi di
cui non saremmo mai arrivati a capo!- gli spiegò pazientemente,
attendendo l’ennesima battuta affilata.
Ma Colby era perduto in bel altre riflessioni. Un professore
universitario di matematica. Proprio come il suo Charlie.
Quando quella mattina si era dovuto separare dal suo fidanzato per
cominciare il nuovo lavoro, si era ripromesso che avrebbe cercato di
pensare a lui il meno possibile, perché due giorni insieme erano stati
del tutto insufficienti a soddisfare il suo desiderio di stare con lui
e lo avevano lasciato con addosso una brama quasi incontrollabile di
vederlo, toccarlo, fare ancora l’amore con lui.
Colby deglutì pesantemente a quei pensieri. Se avesse continuato su
quel registro, alla prima occasione che gli si fosse presentata,
sarebbe scappato dall’ufficio per correre al CalSci dal suo professore.
Per questo doveva mantenersi controllato e pensare al lavoro, perché
non era una questione solamente sua, in quel caso non si sarebbe posto
alcun problema, anzi. Su Colby pesava anche quell’indagine che i
superiori gli avevano chiesto di svolgere in segreto e per farlo aveva
bisogno di nascondersi sotto l’ombra dal suo lavoro ufficiale.
- Ciao Charlie, Don ha detto che hai scoperto qualcosa.- la voce
interessata di David lo scosse dalle sue riflessioni.
Colby batté un paio di volte le palpebre, come se si fosse appena
svegliato e si guardò intorno. Il pensiero del suo compagno lo aveva
fatto immergere a fondo nei suoi pensieri, tanto da farlo estraniare
dal resto del mondo e aveva seguito l’agente Sinclair meccanicamente,
senza rendersene conto, ed era entrato nella sala video. Poi i suoi
sensi si focalizzarono su quanto aveva appena detto l’altro agente e
qualcosa dentro di lui tremò. Piano, come se avesse paura che il
consulente della squadra svanisse in una nuvola di fumo appena lo
avesse guardato, si girò e vide una figura minuta e arruffata che gli
dava ancora le spalle, intenta a scrivere con un pennarello nero gli
ultimi passaggi di chissà quale problema matematico su una lavagna di
plexiglas trasparente.
Inconfondibile. Colby deglutì pesantemente a vuoto,
non riuscendo a capire se quella fosse solo un’illusione nata dal suo
desiderio di vedere ancora Charlie, oppure la pura e semplice realtà.
Infondo non era stato proprio il suo fidanzato a spiegargli che le
coincidenze sono matematicamente impossibili? Quindi le possibilità che
fosse proprio Charlie il consulente della sua squadra erano pari a
zero. Eppure i suoi occhi non potevano tradirlo, non in quel modo, non
ora che conosceva quel corpo snello meglio del suo.
- Sì, esatto. Ho terminato l’analisi e ho ristretto la cerchia dei
possibili sospetti, proprio come avevo detto.- rispose l’uomo con un
tono di voce piuttosto allegro, mentre si girava verso di loro.
E Colby si sentì mancare il respiro, perché quella
era la sua voce. Contrariamente a ogni più rosea
previsione e legge matematica, la persona che collaborava con l’FBI era
proprio il suo fidanzato e ora che lo aveva di fronte lo poteva vedere
chiaramente. Un sorriso divertito piegò le labbra di Colby quando vide
l’espressione di Charlie ora che anche lui l’aveva visto. Aveva
sgranato gli occhi all’inverosimile, tanto che le iridi erano un
sottile cerchietto nero al centro della sclera, e il suo volto era
pesantemente arrossato, fino all’attaccatura dei capelli. Probabilmente
si stava chiedendo cosa ci facesse lui lì. Evidentemente il suo
professore non riusciva a cogliere i lati favorevoli di una simile
scoperta. Charlie era così adorabile in quel momento, che Colby fu
sopraffatto dal desiderio di abbracciarlo e baciarlo, lì in ufficio,
infischiandosene del suo collega.
- Cosa… lui… tu…- iniziò a balbettare il matematico, passando lo
sguardo da Colby a David.
L’agente Sinclair fu sorpreso da quella strana reazione. Era da quando
lo aveva visto entrare in ufficio, che Charlie gli sembrava diverso
dal solito. Nonostante la sua naturale timidezza, era comunque una
persona socievole, ma quella mattina gli sembrava addirittura euforico.
Escludeva che fosse dovuto alla nuova sfida matematica che il caso lo
aveva costretto ad affrontare, nonostante i numeri fossero la sua
ragione di vita, se ne chiese quindi il motivo. Che fosse qualcosa
dovuta alla presenza di Granger nella stanza? Forse Don non lo aveva
avvertito di quel cambiamento e questo lo aveva sorpreso.
- È tutto a posto, Charlie. Tranquillo. Lui è Colby Granger ed è il
nuovo agente che è stato assegnato alla nostra squadra.- gli spiegò
sorridendogli e poggiandogli una mano sulla spalla, il tutto con una
naturale familiarità.
Cosa che gli fece guadagnare all’istante uno sguardo assassino da parte
Colby. Non gli piaceva che si avvicinasse così tanto al suo fidanzato e
si prendesse simili confidenze con lui. Se solo non avesse dovuto
difendere quella inutile facciata di perbenismo, lo avrebbe buttato
fuori da quella stanza a suon di pugni, pensò mentre stringeva le mani
fino a piantarsi le unghie nei palmi per trattenersi, e poco importava
che anche l’altro fosse un agente federale.
- Granger lui è Charlie Epps, il fratello minore di
Don e nostro collaboratore.- continuò le presentazioni David, ignaro
dei pensieri omicidi che gli venivano rivolti.
Si fermò solo un attimo quando incrociò l’espressione scontenta del
nuovo collega. Fino a due minuti prima Colby era stato calmo e
sorridente, mentre ora lo stava fissando con un cipiglio a metà tra
l’imbronciato e l’irritato. A David sembrò di aver perso un passaggio
di quella storia, come quando accade qualcosa sotto i tuoi occhi e tu
non la vedi.
- Granger?- riprovò a chiamarlo.
Colby si riscosse e portò lo sguardo sul collega. Non era quello né il
momento né il luogo per fare scenate di gelosia. Avrebbe avuto tutto il
tempo di far capire a Charlie che non gli piaceva che altre persone gli
si avvicinassero, dopo. Ora doveva far finta di
niente, anche se detestava fare una cosa simile, doveva fingere di non
conoscere Charlie, che quella fosse la prima volta che si incontravano.
- Piacere di conoscerla.- disse al suo matematico, porgendogli la mano.
Sperando che anche lui capisse. Charlie passò un paio di volte lo
sguardo dall’agente alla sua mano tesa verso di lui, a Colby sembrò che
stesse analizzando la situazione, che la stesse studiando per arrivarne
alla radice e capirne i pro e i contro. Alla fine di quell’esame, un
piccolo sorriso rassegnato e amaro stiracchiò le labbra di Charlie, poi
sollevò lo sguardo verso di lui e in nel nero dolce e morbido delle sue
iridi, Colby lesse un “sono felice di vederti” che
gli scaldò il cuore.
- Anch’io sono lieto di conoscerla. Sono sicuro che si troverà bene
qui.- gli rispose il matematico ricambiando la sua stretta.
Colby abbassò lo sguardo verso le loro mani strette l’una con l’altra e
gli sembrò la migliore promessa per il futuro che gli potessero
offrire. Improvvisamente anche lui si sentì certo che si sarebbe
trovato bene con il nuovo lavoro. Si attardò un attimo in più a
stringere la mano di Charlie, solo per il piacere di avere la sua pelle
contro la sua.
- Ora che abbiamo finito con le presentazioni, puoi spiegarci quello
cosa hai scoperto, Charlie?- li interruppe David.
Charlie si riscosse all’istante e si volse verso la lavagna, pronto a
immergersi nuovamente nel suo mondo fatto di numeri. Colby, dopo aver
mandato l’ennesima serie di accidenti al collega, si incantò a guardare
il suo professore. Il solo pensiero che le sue giornate sarebbero state
così lo rallegrava.
In quel momento per lui non esisteva più l’indagine che doveva portare
avanti in segreto, né la moglie del magistrato scomparsa e in pericolo
di vita. Tutto quello che stava catturando la completa attenzione di
Colby era Charlie, con gli occhi luminosi e le guance arrossate
dall’entusiasmo della spiegazione, e sospettava che sarebbe stato così
ancora a lungo.
Fine