Doveheart
Capitolo I: Il figlio di
Marte
Un raggio di sole scivolò tra le tende del
mio baldacchino e si fermò sul mio viso, costringendomi a svegliarmi.
Protestai infastidita, nascondendomi ancora di più tra le coperte. Non
ricordavo che sogno stessi facendo, ma avevo la sensazione che fosse
bellissimo e volevo riprenderlo da dove ero stata costretta a
interromperlo. Ma quella luce era ancora lì e non mi dava tregua. Una
delle serve aveva dimenticato di chiudere gli scuri la sera prima e
avrebbe pagato per questo.
Mi stesi sull’altro fianco, sentendo le lenzuola di seta scivolare
piacevolmente su di me. Nelle ultime settimane la mia vita era cambiata
con una tale rapidità da darmi il capogiro. Mia madre era diventata una
delle dame di compagnia della Regina, la sua favorita e la persona più
influente a corte dopo le Loro Maestà. Pur essendo nobile, la famiglia
dei Polignac non era mai stata particolarmente ricca e potente, non
avevamo i mezzi per sostenere il tenore della vita che si teneva a
Versailles e mia madre diceva spesso che la colpa era di mio padre,
troppo debole e incapace per muoversi tra gli intrighi di corte. Io ero
costretta a indossare gli abiti smessi delle mie parenti più abbienti e
frequentavamo solo le case della bassa nobiltà, quella che non era
ammessa a corte quotidianamente, ma solo durante le occasioni più
importanti che imponevano la presenza di tutti i notabili di Francia.
Durante il regno di Luigi XV non avevamo avuto nessuna occasione per
compiere quel salto di qualità che ci avrebbe portati direttamente a
corte. Il Re aveva la sua favorita, la Contessa De Barry, che aveva il
proprio entourage di nobildonne che lottavano tra loro per averne i
favori e non c’era alcuno spazio per noi. Ma con l’incoronazione dei
nuovi sovrani le cose erano cambiate e mia madre aveva deciso di
prendere nelle sue mani le redini della famiglia e di portarla ai
vertici della nobiltà.
La Regina Maria Antonietta era una donna straniera in un paese
straniero, strappata dalla sua casa e dai suoi affetti, sola e priva di
guida, e quindi facilmente influenzabile. Mia madre aveva deciso di
rischiare il tutto per tutto. Si era presentata a corte e, con una
piccola recita, era riuscita a conquistare la Regina. Ora i nostri
servitori, i nostri abiti e gioielli, qualsiasi cosa desiderassimo era
pagata dalla corona e mio padre era stato nominato ministro delle poste.
A corte si era iniziato a vociferare sulla rapida ascesa di mia madre,
ma a lei non importava: più si parlava di lei e dei favori che le si
accordava, più voleva dire che il livello che aveva raggiunto nella
scala sociale era alto. Ma anch’io ero entusiasta della situazione.
Avevo tutti gli abiti e i gioielli che desideravo, i più ricchi e
sfarzosi, e per questo ero diventata il vanto delle dame di corte. Ora
potevo camminare a testa alta per i corridoi di Versailles, seguita dai
sussurri di apprezzamento delle altre nobildonne. Ora erano i miei
parenti a presentarsi a casa nostra e a elemosinare favori e denaro,
non più noi.
E ora potevo anche aspirare a un matrimonio eccellente. Quando avessi
avuto l’età giusta, sarei andata in moglie a un duca oppure a un conte,
facendo entrare di fatto la mia faglia nell’alta aristocrazia. Il mio
futuro era già stato pianificato, ma a me non importava: le figlie
della nobiltà venivano messe al mondo solo per stringere i rapporti tra
le varie famiglie e continuare il sangue della propria. Erano solo
matrimoni di convenienza, in cui non era nemmeno necessario
innamorarsi. Niente di più di questo e a me stava bene, almeno fino a
quel giorno che vide crollare tutte le mie convinzioni come se fossero
state di sabbia.
Il morbido rumore di una porta che veniva aperta e richiusa mi annunciò
l’arrivo delle cameriere. Una di loro attraversò la stanza, camminando
piano sul soffice tappeto, e spalancò la finestra, lasciando che l’aria
tiepida di metà mattinata entrasse nella stanza insieme a una doccia di
luce dorata. L’altra cameriera si avvicinò al mio letto e, dopo aver
scostato i veli del baldacchino fissandoli ai sostegni del tetto, mi si
avvicinò.
- Mia signora svegliatevi, è ora di alzarsi.- mi disse piano, quasi
temendo di disturbarmi.
Restai ancora immobile per qualche istante, godendomi a occhi chiusi il
tepore delle coperte, ignorando la voce della donna. Ma alla fine fui
costretta a svegliarmi: l’aria si era riempita del profumo dei dolci
appena sfornati che le serve mi avevano portato per colazione e il mio
stomaco protestò per essere soddisfatto. Scesi dal letto, lasciando che
i miei lunghi capelli biondi scendessero liberi sulle spalle e la
schiena, e a piedi nudi mi avvicinai al tavolino accanto alla finestra
che era stato apparecchiato per la colazione.
Le tende ondeggiavano pigre sotto il sospiro del vento, svelando a
tratti il pezzetto del giardino del palazzo che si poteva vedere dalla
mia stanza. Una farfalla scivolò tra le pieghe del tendaggio ed entrò
nella stanza, dopo aver volteggiato per un po’, si posò sulla mia testa.
- Oggi vi accadrà qualcosa di bello, contessina.- disse una delle mie
cameriere, sorridendo.
- Davvero?- domandai stupita da quell’affermazione e nel voltarmi verso
di le, la farfalla volò via.
- Certo. Si dice che porti fortuna quando una farfalla si poggia su una
persona.- mi spiegò, sempre con quel sorriso.
- Non lo sapevo…- mormorai mentre guardavo l’insetto volare leggero ed
elegante contro il soffitto della stanza.
Qualcosa di bello. Mi piacevano le leggende, mi
piaceva crederci, soprattutto quando promettevano sorprese speciali.
Pensai che forse mia madre mi aveva comprato un nuovo abito, oppure
quella spilla di diamanti che avevo visto la settimana precedente e che
desideravo ardentemente avere.
Qualsiasi cosa fosse, sperai che accadesse presto e sentii il mio cuore
battere più velocemente in risposta a quel pensiero.
Era il primo pomeriggio e ancora non era accaduto niente. Il mio senso
di aspettativa cresceva e, benché cercassi di mantenere il mio solito
aspetto distaccato davanti alle due nobildonne che erano con me, mi
sentivo fremere. Per ingannare il tempo avevo deciso di passeggiare
attraverso i corridoi della reggia, esplorandola stanza per stanza,
senza mai essere stanca di meravigliarmi degli stucchi e dei marmi
pregiati, degli arazzi e dei quadri.
Stavamo passando davanti una vetrata che dava sulla piazza d’armi dove
la Guardia Reale si stava addestrando, quando le mie due compagne si
fermarono.
- Oh, monsieur Oscar è tornato.- esclamò una delle due estasiata,
guardando in basso.
- Finalmente, non vedevo l’ora che il periodo di punizione terminasse.-
le fece eco l’altra.
Io le fissai aspettando che mi spiegassero cosa stesse accadendo, ma
sembravano perse del tutto dietro la loro contemplazione.
- Chi è questo monsieur Oscar?- domandai alla fine e il mio tono
seccato ebbe il potere di risvegliarle.
- Perdonateci contessina Charlotte, non volevamo mancarvi di rispetto.-
iniziò a parlare la prima, temendo forse di perdere il suo posto
privilegiato a corte.
- Monsieur Oscar è il Colonnello della Guardia Reale. È quel giovane
ufficiale in groppa al cavallo bianco.- mi spiegò indicandomi la piazza
d’armi.
Io seguii il suo cenno annoiata, aspettandomi uno di quei pomposi
soldati con la parrucca arricciata che ero solita vedere sorvegliare le
varie sale della reggia. Invece quello che vidi ebbe il potere di
mandare in frantumi tutto quanto attorno a me.
È troppo giovane per ricoprire la carica di colonnello, fu la prima
cosa che pensai. Era abbastanza distante da me per impedirmi di
scorgere nitidamente il suo volto, ma da quello che riuscivo a vedere
doveva essere bellissimo. I lunghi capelli biondi ondeggiavano ribelli
al vento, catturando e riflettendo in mille scintille dorate la luce
del sole. La divisa rossa brillava come un rubino, mentre in groppa al
suo cavallo bianco impartiva deciso ordini che i suoi soldati
eseguivano perfettamente e all’istante.
Sembrava uno degli eroi dipinti sui quadri che adornavano le pareti
della reggia. Come potevano esistere uomini così affascinanti al mondo?
Sentii il mio corpo tremare dall’emozione come se avessi la febbre
alta, una soffusa sensazione di calore risalirmi al volto, mentre il
mio cuore si contraeva dolorosamente nel petto. Cos’era quella
sensazione? Non l’avevo mai provata prima. Era un’emozione sconosciuta
che mi pervadeva il corpo e sembrava crescere ogni istante di più che
osservavo quel giovane ufficiale. Mi spaventava, ma quella sensazione
di leggerezza dall’altro lato mi piaceva.
- Mademoiselle Charlotte vi sentite bene? State tremando.- mi richiamò
la voce di una delle dame che erano con me.
E, così com’ero stata gettata nel mondo di sogno, altrettanto
immediatamente ritornai cosciente di tutto ciò che mi circondava. E per
un attimo mi parve di cogliere qualcosa nello sguardo delle due donne
che erano con me, come se avessero capito cosa mi stava accadendo.
- Sto bene, non preoccupatevi.- risposi cercando di mantenere il mio
contegno.
Ma il mio sguardo tornava alla finestra, al giovane ufficiale dai
capelli biondi e la divisa scarlatta che ora stava galoppando in testa
al plotone, urlando ordini con il braccio puntato verso il cielo come
se lo stesse sfidando a fermarlo. Non riuscivo a staccare lo sguardo da
lui così bello e così irreale, e più lo guardavo più una sensazione di
calore si concentrava nel mio volto.
Quello era la sorpresa che mi aveva predetto la serva quando, la
mattina, una farfalla mi si era posata in testa? In quel momento,
troppo scossa dall’ondata si sentimenti che mi aveva sommerso, non
seppi come classificare quell’episodio. E in fin dei conti che
rilevanza avrebbe avuto nella mia vita? In quel momento ancora lo
ignoravo, ma quel giovane ufficiale sarebbe diventato importantissimo
per me.
Deglutii a fatica e, non senza un certo sforzo, invitai le dame che
erano con me a proseguire la nostra passeggiata. Dovevo allontanarmi da
quel posto. Non avevo mai perso il controllo di me stessa prima di quel
momento ed era una sensazione bellissima e terrificante insieme. Fin
dalla più tenera infanzia mi era stato insegnato a rimanere sempre
distaccata, a non mostrare mai i miei sentimenti. Solo la gente del
popolo si abbandonava ai sentimenti che provava, abbruttendo la loro
natura umana. I nobili invece dovevano mantenere un contegno apollineo,
come se vivessero su un altro piano d’esistenza, più vicini a Dio di
quanto non lo fossero i plebei.
E quel giorno avevo compreso il perché di quella imposizione. I
sentimenti sono troppo potenti, sconvolgono chi li prova fino a fargli
perdere la ragione. Ma, nonostante ciò, provavo il desiderio
inconfessabile di abbandonarmi a loro ancora una volta. Desideravo
rivedere quel Colonnello e scoprire se era veramente bello come
sembrava da così lontano. Magari avrei potuto chiedere a mia madre di
presentarmelo. Accantonai subito quell’idea, perché irrealizzabile. Mia
madre doveva già avere qualche progetto per me e di sicuro non
contemplava quel giovane ufficiale. Per un istante mi sentii male al
pensiero di dovermi sposare con un uomo che non conoscevo, solo per
rimpinguare il patrimonio di famiglia. E non mi era mai accaduto prima.
Le altre due dame camminavano due passi dietro di me e stavano
spettegolando sulla vita di corte. Le loro parole giungevano alle mie
orecchie come un basso mormorio che non riusciva a sovrastare il rumore
dei pensieri che si erano stipati nella mia mente e soprattutto
l’immagine del Colonnello della Guardia Reale, era come se avesse
occupato tutto lo spazio dentro di me.
- Voi cosa ne pensate Contessina?- mi domandò una della due donne.
E io non sapevo cosa risponderle, perché non avevo prestato attenzione
al loro discorso. Ma non volevo darlo a vedere, far capire loro che
stavo pensando ad altro e magari dare adito ai loro sospetti. L’ultima
cosa che desideravo era che si diffondessero pettegolezzi sul mio
conto. Non potevo permetterlo, non con una madre come la mia.
Nascosi il volto dietro il ventaglio e diedi una risposta a caso.
Sospirai sollevata quando le due nobildonne ripresero a parlare,
apparentemente soddisfatte della mia risposta. Mi costrinsi a restare
concentrata su quanto stavano dicendo, per non farmi cogliere di nuovo
impreparata, e sembrò che l’immagine del giovane ufficiale si
allontanasse da me, rimpicciolisse fino a nascondersi da qualche parte
dentro di me.
E mai come in quel momento fui contenta di avere come compagne due
pettegole come quelle dame.