Capitolo II
Il canto magico si levò nella stanza, un
basso ronzio che riempì l’aria e saturò ogni angolo della stanza.
Shadea si dispose all'istante in posizione difensiva, innalzando le
barriere protettive attorno alla sua mente. Prima di quel momento non
aveva mai subìto un attacco del canto magico, ne aveva solo una
conoscenza indiretta, ma ritenne ugualmente che le sue difese magiche
fossero abbastanza solide per bloccare e respingere l’assalto. Sentiva
la magia di Grianne tastare la barriera attorno alla sua mente,
scivolare su di essa come una carezza, cercare una breccia nella quale
insinuarsi. Ma Shadea rimase ferma, cercando di resistere. Il canto
magico era l’arma più potente dell’Ard Rhys, la sua unica fonte di
potere, e se fosse riuscita a renderla inoffensiva l’altra sarebbe
rimasta sguarnita e totalmente alla sua mercé. Era così debole che non
sarebbe riuscita a infliggerle nemmeno un graffio.
E quella considerazione fu il suo primo errore.
Il ritmo del canto magico cambiò all’improvviso, divenne più veloce e
cupo, la sua magia si fece più forte e incisiva. Grianne aveva usato
una piccola quantità di magia per distrarre Shadea mentre cercava il
punto debole della sua barriera e per farle credere che era così
prostrata da essere incapace di sostenere uno scontro tra loro. Ma ora
che l’aveva trovato poteva procedere senza remore alcuna.
Un tempo, quando ancora si faceva chiamare Strega di Ilse, Grianne
avrebbe attaccato subito e direttamente, spezzando le difese e l’animo
del suo avversario. Ma ora voleva prendersi tutto il tempo che
desiderava per dimostrare a Shadea quale differenza ci fosse davvero
tra loro e per vendicarsi di tutto quello che aveva subito a causa
della sua spropositata ambizione. Lo aveva giurato a se stessa quando
si era risvegliata dolorante e confusa nel Divieto. Ora avrebbe fatto
ciò che le avevano sempre consigliato Kermadec e Tagwen, e che si era
sempre rifiutata di fare per non ammettere il suo fallimento come Ard
Rhys davanti alle Quattro Terre e per dimostrare a se stessa che non
era più quella di prima. Ma adesso erano sole in quella stanza, senza
testimoni e in ogni caso lei aveva tutte le attenuanti verso l’altra
donna.
Shadea, che non si aspettava quell’improvviso cambio nella magia di
Grianne, non riuscì a resistere all’assalto potente e perfettamente
calibrato al centro delle sue difese, che si infransero in mille
schegge acuminate come uno specchio colpito da una pietra. Chiuse gli
occhi travolta dal dolore e quando li riaprì si trovò al centro di un
corridoio buio e privo di finestre, illuminato appena da alcune torce
la cui pallida luce non riusciva a rischiarare le tenebre.
Era prigioniera del canto magico di Grianne Ohmsford.
Shadea si guardò introno, cercando una via che le permettesse di
fuggire, ma la magia che l’aveva imprigionata era troppo potente. L’Ard
Rhys l’aveva ingannata con un’esca in modo che abbassasse la guardia e
a quel punto l’aveva messa in trappola. Per la prima volta nella sua
vita si rese conto di aver fatto un errore di valutazione.
Un senso di urgenza le iniziò a scorrerle nelle vene, riempiendole il
petto di un’angoscia nera e pesante. Un ansito animalesco vibrò per un
attimo nell’aria immobile e una forma scura e spigolosa fu illuminata
per un attimo dalle torce in fondo al corridoio. Qualcosa stava
correndo verso di lei e non aveva intenzioni amichevoli. Aprì le mani
con i palmi rivolti davanti a sé e fece per lanciare un’ondata di fuoco
magico, ma con orrore si rese conto che non riusciva a trovare la magia
dentro di sé. Non la sentiva scorrere nel suo corpo, come se fosse
stata prosciugata. Grianne l’aveva privata della magia e non aveva
pugnali o altre armi con cui difendersi. Per un istante valutò la
possibilità di fermarsi e affrontare la cosa che la stava inseguendo a
mani nude, ma la sua forma sempre più vicina, che riusciva a malapena a
distingue in quella cupa penombra, ora le sembrava troppo grande,
troppo minacciosa, troppo feroce.
Deglutì a vuoto mentre la paura era come l’onda della marea che saliva
sempre più dentro di lei, quando raggiunse il suo acme e la tensione si
spezzò, Shadea iniziò a correre nel corridoio buio, senza sapere dove
fosse né dove stava andando. L’unica cosa che sapeva era che doveva
allontanarsi, andare via da lì e cercare un posto dove nascondersi,
prima che ciò che la stava inseguendo la trovasse e la uccidesse.
Correva. Correva nel buio e i suoi passi risuonavano vuoti sul
pavimento di pietra, inseguita dal ruvido ansimare e raspare del suo
inseguitore, spinta dall’urgenza e dalla paura. Quelle erano emozioni
con cui raramente si era confrontata nel corso della sua vita, non
sapeva come comportarsi e questo le aveva fatto perdere la testa.
Svoltò a destra, imboccando un altro corridoio appena meno cupo del
precedente, ma per quanto corresse veloce l’essere era sempre dietro di
lei. Passò davanti ad alcune porte chiuse e subito dopo si sentirono
una serie di suoni metallici e di tonfi, a cui seguirono degli ululati
di folle gioia e l’essere che la stata inseguendo rispose a essi con
entusiasmo. I movimenti dietro di lei si moltiplicarono in una
drammatica sinfonia di ringhi furiosi e sgraffi sulla pietra, e Shadea
comprese che i suoi inseguitori erano aumentati.
Provò ad aumentare la velocità della sua corsa, ma scoprì che le gambe
erano pesanti come pietra e che aveva i polmoni in fiamme. Sfinita
stava rallentando, mentre i suoi inseguitori stavano guadagnando
terreno. La sua fuga era intanto proseguita in una serie infinita di
svolte, che presto le aveva fatto perdere il senso dell’orientamento,
quei corridoi le sembravano tutti uguali e bui, e spesso le sembrava di
stare correndo in cerchio.
All’improvviso uno degli esseri che la stavano inseguendo, riuscì a
raggiungerla e, afferrandole il bordo del mantello con le fauci, la
strattonò e la fece cadere in avanti. Un coro di ululati vittoriosi
seguì a quel gesto. Nonostante cercò di fermare la caduta con le
braccia, Shadea sbatté contro la pietra fredda e dura del pavimento con
la faccia. Gemendo di dolore si girò sulla schiena e, sollevandosi sui
gomiti, guardò davanti a sé. Il sangue le si gelò, tramutandosi in
cristalli acuminati che incisero le pareti delle sue vene, quando
scoprì l’identità dei suoi inseguitori.
Era un branco di lupi, ma come mai ne aveva mai visto nelle Quattro
Terre, evidentemente erano un ricordo che Grianne aveva portato con sé
dal Divieto. Erano giganteschi, tanto che tutti insieme occupavano
tutto il corridoio in larghezza, con il pelo gridio e ispido sul dorso
arcuato, che dava l’impressione che fossero ancora più grandi. Gli
occhi gialli e affilati come lame, erano illuminati da una folle
ferocia, mentre le fauci erano aperte e mostravano una chiostra di
zanne acuminate. Shadea comprese che era diventata la loro preda e non
si sarebbero fermati fino a quando non l’avessero sbranato. Sapeva che
erano stati creati dal canto magico di Grianne, ma non riusciva a
capire se fossero immagini realizzate al solo scopo di spaventarla,
oppure se fossero reali e tangibili, e quindi in grado di ucciderla. Ma
non poté continuare con le sue congetture.
Il lupo più grande e vecchio, che sicuramente era il capobranco, avanzò
verso di lei di alcuni passi, lenti e cauti, come se fosse sicuro di
averla catturata, ma volesse comunque accertarsi che non costituisse un
reale pericolo per loro, subito seguito dagli altri lupi. Shadea
indietreggiò strisciando sui gomiti, sommersa dal terrore e
improvvisamente incapace di pensare e di agire, consapevole che la sua
fine era prossima.
Il grosso lupo compì ancora qualche passo, il labbro che vibrava in un
ringhio minaccioso sopra le zanne snudate e il giallo delle iridi che
riluceva dei deboli riflessi dorati che la luce che le torce vi
scioglievano all'interno. Poi, all’improvviso, la bestia con uno scatto
iniziò a correre, subito imitata dagli altri lupi. In poche falcate
coprirono la distanza tra loro e la donna e, con uno scatto finale, le
furono addosso.
Shadea sentì gli artigli lacerare la stoffa della sua veste da Druido e
i denti affondare nella sua carne. Gettò la testa all’indietro, lo
sguardo spalancato sul nulla e urlò di dolore, paura e rabbia. I lupi
incomprensibilmente si fermarono e tutto attorno a lei si piegò su se
stesso, come un foglio di carta accartocciato. Il corridoio e le bestie
infernali scomparvero, sostituite da un buio viscoso e greve. Shadea si
sentì pressare da quell’oscurità e poi risucchiare via, come l’acqua
che scorre dentro uno scarico.