Capitolo 6: Iniziano i giochi


Tony sbuffò sonoramente e irritato mentre compilava l’ennesimo rapporto. Da tre giorni era relegato in ufficio a fare lavoro di scrivania e già non ne poteva più. C’era uno psicopatico sulle sue tracce che aveva tutta l’intenzione di ucciderlo, per questo Gibbs gli aveva proibito di uscire dall’ufficio per qualsiasi ragione: non voleva concedergli nessun’altra possibilità per agire.
E lui intanto era chiuso in ufficio, a sbrigare anche il lavoro degli altri che in quel momento erano chissà dove a indagare. Tony era un tipo d’azione, gli piaceva cercare indizi e inseguire i criminali, sentire l’adrenalina scorrergli nelle vene e il battito accelerare cardiaco. Non era fatto per il lavoro da scrivania, quella era un’occupazione più da McGee!
Già il pivello! Almeno lui sarebbe potuto rimanere in ufficio per cercare di trovare qualche informazione utile su Acklens, ma la sua scrivania era sospettosamente vuota. Dove accidenti si era andato a cacciare?
Un basso ringhio gli vibrò in gola. La verità era che voleva mettersi sulle tracce di quel bastardo, stanarlo e piantargli una pallottola in fronte per ringraziarlo di tutto quello che gli aveva fatto patire negli ultimi anni. Perché se lui non fosse comparso nella sua vita, Chris sarebbe stato ancora vivo e forse loro sarebbero stati ancora insieme.
Quel pensiero lo colpì come una scudisciata, bloccandogli il respiro in gola. Si fermò con la punta della penna sul foglio e guardava le parole che stava tracciando senza vederle davvero. Quella era la prima volta che metteva in dubbio che la sua storia con Chris non sarebbe durata a lungo, che quel per sempre che tante volte si erano giurati labbra contro labbra era vuoto e privo di significato, come una promessa che si poteva infrangere a piacimento. Perché? Cosa gli stava accadendo?
Non si era mai fermato a pensare a quello che sarebbe potuto accadere, era un tipo pratico e le riflessioni sul passato e il futuro le lasciava agli altri. Ma mai prima di allora aveva messo in dubbio il suo amore per Chris. Era sempre stato sicuro che la loro storia sarebbe durata tutta la vita. Però da quando aveva visto quel vecchio filmato sulla chiavetta di Kaye, aveva capito che qualcosa era cambiato. Era naturale che i suoi sentimenti per Chris si fossero trasformati, era morto e lui aveva dovuto lottare per rimanere sano di mente e riuscire a voltare pagina, quello aveva mutato tutto. Però la sensazione era un’altra: sapeva che la causa non era quella, non solo almeno, ma che qualcosa era penetrato dentro di lui, lentamente, dirottando i suoi sentimenti verso un’altra direzione.
A quel pensiero un crampo di paura e rabbia contrasse il petto di Tony, che, in un impeto di furia, sbatté la penna che teneva in mano sulla scrivania, facendola rimbalzare violentemente e cadere a terra.
Una risata bassa e tranquilla rispose a quello scatto. L’agente si volse incrociando lo sguardo divertito e per nulla denigratorio di Kaye. La ragazza era seduta accanto alla sua scrivania con un libro aperto sulle ginocchia. Avendo ricevuto dal Tenente di Baltimora l’incarico di proteggerlo da Acklens, il direttore aveva acconsentito di buon grado a darle libero accesso agli uffici: in questo modo potevano avere un agente sempre con lui senza dover impegnare nel caso le forze di cui disponeva l’NCIS, troppo poche rispetto ai casi su cui dovevano indagare.
- Che hai da ridere, si può sapere?- le chiese fintamente arrabbiato.
Lei era l’unica con la quale non riusciva mai ad arrabbiarsi veramente. Kaye scosse appena la testa e il sorriso sulle sue labbra si ampliò.
- Guarda che non ti fa poi così male svolgere lavoro di scrivania per un po’, sai?- lo prese in giro bonariamente.
Tony si appoggiò con i gomiti alla scrivania e si sporse verso di lei.
- Parli così solo perché te ne stai seduta su quella sedia a non far nulla, se fossi al mio posto faresti anche di peggio.- le rispose e il sorriso sulle sue labbra assunse una piccola sfumatura sarcastica.
- Ti ricordo che io qui sto lavorando, Tony: ti sto parando il culo da Acklens nel caso te lo fossi dimenticato.- e dal tono di voce si capiva che Kaye non stava completamente scherzando.
- Sai che sforzo! – rise sarcastico l’agente DiNozzo appoggiandosi con la schiena alla sedia e aprendo le braccia ai lati del corpo – Quello in cui ci troviamo è un edificio federale strettamente sorvegliato, come credi che qualcuno possa farmi del male qui dentro?- .
Kaye sospirò esasperata e chiuse il libro con un tonfo: quando Tony faceva l’idiota lei proprio non riusciva a sopportarlo. Lo avrebbe volentieri preso a pugni!
- Rinfrescati la memoria DiNozzo! – gli disse sporgendosi a sua volta verso di lui – Acklens è riuscito a entrare indisturbato per ben due volte nel tuo edificio super controllato e una delle due per poco non ha migliorato il sistema di ventilazione della tua zucca bacata!- .
La risata si bloccò di colpo nella gola dell’uomo a quelle parole e fissò sorpreso e un po’ infastidito la ragazza seduta davanti a lui. Kaye rimase immobile, sostenendo con fermezza il suo sguardo. Lei era arrivata fin lì per proteggerlo, come aveva fatto centinaia di volte in passato, stava facendo per lui più di quanto chiunque avesse mai fatto nel corso della sua vita. Era sempre stata al suo fianco, aiutandolo e sostenendolo in ogni occasione e anche in quel momento era così. Ripensò alla ferita che si era procurata per difenderlo da Acklens e un sottile senso di colpa iniziò a strisciare dentro di lui.
- Scusa.- borbottò distogliendo lo sguardo da quello dell’amica.
E Kaye rise di sincero divertimento: Tony era incredibile, voleva mantenere salvo l’orgoglio anche quando era dalla parte del torto.
- Ci conosciamo da parecchi anni, amico mio, e ormai so benissimo che razza di orso peloso sei.- disse inarcando un sopracciglio, mentre un piccolo sorriso le tendeva appena le labbra.
E Tony a quelle parole scoppiò a ridere. Gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo, se si concentrava poteva ancora sentire l’odore di caffè e nicotina che impregnava l’aria degli uffici di Baltimora e il vociare dei poliziotti che seguivano le indagine. Era quello che gli era mancato quando aveva lasciato la polizia, quegli scambi veloci di battute con Kaye, che sapevano tanto di bisticci da bambini e che facevano ammattire i colleghi. Guardò l’amica, che intanto aveva ripreso a leggere, e avvertì un’ondata di nostalgia stringergli la gola. Si sentiva come se avesse rivisto il suo compagno di giochi dell’asilo dopo anni di lontananza e aveva lo stesso sapore amaro della consapevolezza che quei giorni non sarebbero mai più potuti ritornare.
Kaye stessa era diversa, ora che l’aveva davanti lo comprendeva appieno. Non era mutato il modo allegro e sfrontato con cui si confrontava con il mondo esterno, era stato un cambiamento più sottile e profondo, che non sarebbe riuscito a cogliere se non l’avesse conosciuta così bene. La morte di Chris aveva cambiato tutti loro irrimediabilmente. Rimaneva ancora qualcosa della ragazzina scapestrata che affrontava la vita e la morte come una sfida continua, ma adesso era seria, tranquilla e paca. Per un attimo le sembrò di guardare una perfetta sconosciuta.
Era triste pensare una cosa simile, perché gli sembrava che così il ciclo si chiudesse, che il passato fosse chiuso per sempre e tutto ciò che gli rimanesse in mano fosse l’incertezza di un futuro tutto da scrivere. Tony stava bene con Kaye, ma avvertiva anche come un sottile senso di disagio a starle vicino, come se lei non facesse più parte della sua vita. La ragazza sentendosi osservata sollevò lo sguardo verso di lui.
- Perché mi fissi con quegli occhioni languidi?- gli chiese in tono scherzoso, notando il modo in cui lui la stava guardando.
- Non ti sto facendo gli occhi languidi! – rispose lui di scatto – Stavo solo pensando a ciò che è successo in passato.- e abbozzò un piccolo sorriso.
Kaye lo ricambiò con un’espressione di dolorosa dolcezza, comprendendo lo stato d’animo dell’amico. Per Tony non doveva essere semplice averla lì, non dopo aver così faticosamente ricostruito la sua vita. Sospirò e si appoggiò pesantemente allo schienale della sedia, come se si sentisse improvvisamente troppo stanca per fare qualsiasi cosa.
- Quello che è accaduto non si può cambiare, lo sai. Per quanto tu possa desiderarlo Chris non tornerà da te. Mai più. Non pensare al passato, non serve a niente, solo a farci sentire più soli e miserevoli. Pensa al futuro e a costruire qualcosa per cui valga davvero la pena di vivere.- aveva parlato piano, con un tono serio che raramente le aveva sentito usare, senza mai staccare lo sguardo dal suo.
Tony assorbì ognuna di quelle parole, soppesandole e scoprendosi non ancora pronto ad accettarle del tutto. Avrebbe dovuto mettere un punto e voltare pagina, smetterla di sopravvivere alla bene e meglio e ritornare a vivere, ma troppe cose lo tenevano ancorato al passato togliendogli le forze per farlo davvero. Non si sentiva ancora pronto a gettare alle spalle la sua storia con Chris e tutto quello che aveva significato per lui.
- Come siamo diventate sagge!- prese in giro l’amica, per nascondere il turbamento che gli avevano scatenato dentro le sue parole.
Per tutta risposta Kaye gli fece una linguaccia e poi tornò a leggere. Tony ridacchiò divertito e ritornò a compilare quei maledetti rapporti che ancora affollavano la sua scrivania.

Non sapeva quando tempo era passato, ma Tony accolse con piacere l’interruzione dell’agente Haern. Il collo gli doleva per l’immobilità forzata e sentiva le dita formicolare per averle costrette a stringere troppo a lungo la penna. Per un attimo ponderò l’idea che Gibbs non volesse solo proteggerlo, ma anche vendicarsi di tutto quello che gli aveva fatto passare in quegli anni. Il lavoro di scrivania è una tortura bella e buona, pensò mentre guardava l’agente di guardia all’ingresso uscire dall’ascensore.
- Ehi Hearn, che ci fai qui? Ti sei scocciato di contare i passanti?- lo salutò allegramente.
- È arrivato un pacco per l’agente Gibbs e sono venuto a consegnarlo.- gli rispose sollevando il piccolo oggetto luccicante che aveva in mano.
Tony si incuriosì immediatamente. Da quando lavorava all’NCIS non era mai accaduto che qualcuno mandasse qualcosa a Gibbs. Anche perché era decisamente contrario alla cosa e lui lo sapeva bene: ricordava ancora che aveva buttato nella spazzatura la torta che gli aveva mandato una sua ex, senza nemmeno permettergli di assaggiarla. Si alzò dalla sedia e si avvicinò alla scrivania del capo.
- Mi domando cosa possa esserci dentro.- disse pensoso mentre girava attorno al pacchetto lasciato sul ripiano.
- Niente che ti riguardi, DiNozzo!- rispose Hearn incrociando le braccia al petto.
- Oh andiamo. Vuoi farmi credere che tu non sei curioso di scoprire chi ha mandato cosa al capo?- e un lento sorriso gli scivolò sulle labbra.
Kaye scosse la testa esasperata. Conosceva molto bene quell’espressione e non prometteva niente di buono. La noia e la curiosità erano davvero una pessima combinazione per quanto riguardava Tony.
- Gibbs non mi sembra una persona tollerante per quanto riguarda l’invasione della sua privacy.- cercò di dire, ma l’amico sembrava arrivato a quella fase in cui non ascoltava più niente e nessuno.
- Non se ne accorgerà nemmeno. Un piccolo foro alla base come quando, da piccolo, sbirciavo nei pacchi regalo sotto l’albero di natale. Mio padre non se n’è mai accorto. – sogghignò pericolosamente – Vediamo se fa rumore.- e prese la scatola con l’intenzione di muoverla.
- DiNozzo posa immediatamente quel pacco.- gli intimò Hearn avvicinandosi.
- Che noiosi che siete. Dite la verità, fate tutti parte della corte del Re McElfo?- sbuffò e sembrava tanto un bambino capriccioso.
- Dammi qua!- Hearn gli strappò il pacco di mano e lo spintonò via.
Pur di tenere lontano quel ficcanaso di DiNozzo avrebbe fatto la guardia, pensò l’agente mentre rimetteva con un po’ troppa forza il pacco sul ripiano della scrivania. Soltanto il rumore di qualcosa che si rompeva precedette l’esplosione. Un rumore assordante accompagnato da una fiammata, che investì completamente Hearn e scaraventò via Tony. Dopo fu solo fumo e cenere.
- Tony tutto bene?- domandò allarmata Kaye, tra un colpo di tosse e l’altro, mentre si rimetteva in piedi.
Poi lo vide, steso a terra, immobile. Una sensazione claustrofobica e paralizzante di panico le strinse la gola, impedendole di fare qualsiasi cosa per una manciata di secondi. Aveva paura di scoprire di averlo perso. Non avrebbe potuto sopportarlo, non ora, non dopo che Roy… Quel pensiero fece scattare qualcosa dentro di lei e le fece recuperare abbastanza presenza di spirito da rendersi conto della situazione. Scattò verso l’amico e si inginocchiò accanto a lui, sollevandogli appena la testa e sospirando sollevata quando emise un debole mugugno.
- Andrà tutto bene.- gli disse mentre prendeva il cellulare dalla tasca e componeva il numero delle emergenze.