Vieni a prendermi
Corri.
Corri veloce. Sempre più veloce. Oltre il limite delle tue forze.
Corri e non sai nemmeno dove stai andando, tutto quello che ti
interessa è trovare un nascondiglio sicuro.
Corri e senti i muscoli delle gambe cedere, incespichi e cadi in
avanti, sbattendo violentemente contro l’asfalto. È stato così veloce
che tutto quello che avverti è solo qualcosa di caldo e viscoso che ti
cola dalla fronte. Ma non puoi fermarti, non ne hai il tempo.
Ti rialzi e cerchi di riprendere a scappare, ma i muscoli delle gambe
sembrano essere diventati di marmo, non rispondono e inciampi ancora,
però questa volta reagisci d’istinto e blocchi la caduta con le mani. I
palmi e le ginocchia sono scorticate, il sangue ti sta impregnando i
pantaloni, ma non senti niente, è come se l’interruttore del dolore sia
stato spento dentro di te. Tutta te stessa è divorata dal terrore,
concentrata sull’assoluto desiderio di salvarti la vita e tornare a
casa, non importa come.
Barcollando penosamente ti rialzi e questa volta riesci a darti la
spinta necessaria per riprendere a correre. I polmoni sembrano pompare
gas incandescente e i muscoli delle gambe paiono immersi nell’acido.
Senti il sudore colarti lungo la schiena, freddo e abbondante, viscido
e appiccicoso come colla.
Non avresti dovuto mai accettare di seguire questo incarico, ma eri
così desiderosa di cambiare aria dopo quello che è accaduto, che non
hai riflettuto bene sulla decisione da prendere. Avrebbe dovuto essere
una faccenda semplice: raccogliere le informazioni e sparire. Tutto qui.
Invece ci sono voluti sei mesi per mettere le mani su quello che stavi
cercando e quando infine ci sei riuscita sei stata scoperta.
Sicuramente qualcuno ti ha tradita. Non può esserci nessun’altra
spiegazione. E per questo ora stai correndo per vicoli malfamati,
inseguita da un paio d’uomini armati che hanno come unico obbiettivo
quello di ucciderti. Imprechi tra i denti e giuri che se uscirai viva
da questa storia, farai qualsiasi cosa per stanare quel maledetto che
ti ha venduto e allora dovrà implorarti per avere una morte rapida e
pietosa.
I passi dei tuoi inseguitori suonano vicini, sempre più vicini, e con
essi anche il terrore dentro di te monta sempre di più. Stringi forte i
denti e, dando fondo a quel poco di forze che ti sono rimaste in corpo,
aumenti la tua velocità, anche se sai che infondo non serve a nulla.
Sei come un topo in trappola.
Il rumore assordante di uno sparo e una fitta feroce di dolore ti
esplodono contemporaneamente nel fianco sinistro, per poi dilagare
fulminei in tutto il tuo corpo e concentrarsi nel cervello. Il
contraccolpo ti sbalza in avanti, facendoti cadere a terra e rotolare
per alcuni metri. Ansimando pesantemente ti risollevi a fatica sulle
gambe malferme e riprendi a correre, senza sapere nemmeno tu da dove
stai tirando fuori quelle ultime energie.
Senti i loro passi pesanti e veloci alle tue spalle e allora cerchi di
aumentare ancora la tua corsa. Avverti il tuo corpo cedere un po’ alla
volta per lo sforzo, la mente sciogliersi in un terrificante nulla.
Diventa sempre più difficile anche formulare i pensieri più semplici.
Sei in trappola. Non hai più scampo, ormai ne sei consapevole. E
ripensi a tuo fratello, cerchi di immaginare la sua espressione, cosa
potrebbe provare quando gli diranno della tua morte.
Morte.
È strano ma, nonostante il tuo lavoro, non hai mai pensato alla tua
morte. Hai visto tanti colleghi andarsene prima del tempo, lasciando
indietro familiari inconsolabili e forse è per questo che hai sempre
preferito non soffermarti su simili particolari, come anche solo
pensare certe cose potesse farle realizzare.
E ora la Nera Signora è arrivata per te. La stai guardi in viso ma non
provi nulla, come se non si trattasse di te. Ma mentre sei impegnata a
costringere il tuo corpo a ignorare il dolore e la debolezza sempre più
vicini, ti scopri a mormorare a fior di labbra una preghiera.
È una di quelle ti hanno insegnato da bambina, che non hai più recitato
quando sei cresciuta, dimenticandola come se non ti servisse a nulla. E
ora che ti trovi alla fine della tua vita, ti affidi a quella fede che
non hai mai sentito come tua ma più come un’imposizione della tua
famiglia, che per tutta una vita hai creduto che non ti era stata
concessa ma che, infine, hai scoperto che era già dentro di te proprio
a un passo dalla fine.
Tuo fratello direbbe che è null’altro che l’istinto dell’uomo di
sfuggire al terrore del nulla che si nasconde dietro la morte,
immaginando una vita ultraterrena in cui continuare quello che abbiamo
iniziato qui e non siamo riusciti a portare a termine. Ma in questo
momento non ti importa di nulla, ti aggrappi con ferocia a quella
piccola scintilla, come se fosse l’unica cosa che potrebbe darti le
ultime forze per portare a termine il tuo compito.
Svolti un angolo e ti appoggi con la schiena al muro. Sei riuscita a
distanziare un po’ i tuoi inseguitori, ma non puoi sprecare tempo in
questo modo e permettergli così di recuperare terreno. Ma ti senti così
tanto stanca che potresti stramazzare al suolo da un momento all’altro.
Scivoli lungo il muro, lasciando una lunga scia rossa e lucida di
sangue sui mattoni, fino a quando non ti siedi a terra, tra
l’immondizia e la polvere. Le lacrime ti risalgono la gola fino agli
occhi insieme a quel senso di disperazione che eri riuscita a tenere
lontano fino a questo momento, sentendo per la prima volta la tua vita
e tutte le persone che ami scivolare via dalle tue dita come
impalpabili e dispettosi granelli di sabbia. E devi far violenza su te
stessa per ricacciare indietro quell’urlo nero che preme contro i tuoi
denti serrati.
Chiudi gli occhi stremata fisicamente e psicologicamente e poggi la
nuca contro il muro alle tue spalle. Cosa credevi di fare quando hai
accettato l’incarico del sergente? Vedevi la tua vita rinchiusa in una
sfera di cristallo, costretta a ripetere giorno dopo giorno le stesse
menzogne, a far finta che non fosse mai accaduto nulla. Quella proposta
è stata l’unica via d’uscita che hai visto per non farti spezzare a
metà dal dolore.
Questo è semplicemente il risultato della tua scelta. Quando hai
accettato sapevi già che c’era il rischio di poter morire, ora devi
soltanto accettarlo.
Butti fuori l’aria che hai trattenuto fino a ora e riapri gli occhi.
C’è un’ultima cosa che devi fare perché la tua morte abbia comunque un
senso. A fatica ti rimetti in piedi, digrignando i denti quando il
dolore ti trapassa con stilettate precise e violente. Inspiri forte per
farti coraggio, immergi l’indice e il medio della mano destra nella
ferita che ti deturpa il fianco: il tuo sangue è l’unico inchiostro che
hai a disposizione per scrivere il tuo messaggio d’addio.
Con le dita imbrattate da quel liquido cremisi, tracci sul muro alcune
lettere e una serie di numeri, a tutto apponi la tua firma: tuo
fratello capirà, ne sei sicura. Ti fermi un attimo a osservare la tua
opera e questo ritardo ti è fatale. Uno dei tuoi inseguitori ti ha
raggiunta e ti sta puntando contro la sua pistola.
Lo guardi inebetita, come se non riuscissi a capire cosa sta accadendo.
Non può essere lui. Non può volerlo fare davvero.
A rallentatore lo vedi ghignare e premere l’indice sul grilletto.
D’istinto ti porti le mani al volto come se questo bastasse a
proteggerti da un proiettile sparato a bruciapelo.
Poi tutto il mondo attorno a te è divorato dal rumore assordante dello
sparo.