Capitolo 1: L’inizio dell’incubo

Callen e Sam entrano insieme in ufficio, impegnati in una delle loro solite discussioni in cui ognuno cercava di dimostrarsi migliore dell’altro. Nate li osservò sorridendo divertito da quelle scaramucce, che sembravano più da bambini dell’asilo che da maturi agenti federali. Portò alle labbra la tazza e, mentre beveva un sorso di caffè, soffermò la propria attenzione su Callen. Quella mattina sembrava sereno e genuinamente divertito da quello scambio di battute, ma l’azzurro dei suoi occhi era come sempre offuscato da un’ombra. Si chiese cosa lo stesse tormentando quel giorno, quale ricordo del suo terribile passato gli stesse graffiando l’anima con i suoi artigli arroventati. E ancora una volta provò verso di lui quell’irrazionale moto di protezione che lo coglieva ogni volta che si fermava a pensare al doloroso passato del suo collega, seguito dal fremito che gli scosse l’anima quando i loro sguardi si incrociarono. Storse le labbra in una smorfia contrariata, mentre mentalmente si riprendeva da solo per quelle reazioni inopportune.
- Hai per caso dormito in ufficio, Nate?- gli chiese Sam con un ghigno, alludendo alla sua abitudine di arrivare in anticipo a lavoro.
- Fa bene svegliarsi presto.- gli rispose con il suo tono professionale, bevendo un altro sorso di caffè.
- Soprattutto perché così puoi incrociare la bella dottoressa che ha appena terminato il suo turno di notte all’obitorio.- rincarò la dose Callen, puntandogli addosso uno sguardo indagatore.
E Nate, sotto quegli occhi sembravano trapassargli l’anima e leggere ogni suo più piccolo pensiero, si sentì miseramente avvampare.
- Non è vero. La mia è solo un’abitudine, non ho alcun secondo fine.- provò a negare, nonostante le sue parole sembrassero le scuse di un bambino sorpreso a rubare la cioccolata dalla mamma.
Callen stava per rispondergli a tono, quando una voce maschile, tesa e angosciata, lo interruppe.
- Sto cercando il dottore Nate Getz.- disse un uomo fermo al centro della stanza, mentre si guardava intorno con un’espressione urgente e preoccupata.
Dal distintivo che portava appuntato al taschino della giacca del completo classico, Nate capì che faceva parte alla squadra investigativa della polizia. Lo osservò un po’ più attentamente, ma non riuscì a capire chi fosse e cosa volesse da lui.
- Sono io!- rispose alzandosi dalla sedia e porgendogli la mano.
- Ispettore Phillips, lavoro con Tamara.- si presentò a sua volta ricambiando la stretta.
- Davvero? – chiese cercando di mandare giù quel senso di asfissia che aveva iniziato a stringergli la gola – Come sta? È da un po’ che non la sento.- un sorriso di circostanza gli piegò le labbra.
Udendo quel nome femminile Sam gli lanciò uno sguardo allusivo, mentre lo sguardo di Callen divenne ancora più penetrante. L’espressione sul volto dell’uomo mutò istantaneamente da costruita cortesia a senso di colpa e dolore.
- In effetti sono venuto qui proprio per lei.- confessò alla fine, distogliendo lo sguardo.
Un campanello d’allarme iniziò a suonare furiosamente dentro la testa di Nate e dovette fare ricorso a tutte le sue forze per controllarsi.
- Prego, si sieda.- lo invitò, conscio che qualsiasi notizia avesse da comunicargli, non avrebbe retto.
- Sua sorella è scomparsa.- disse l’ispettore tutto d’un fiato.
Nate lo fissò inebetito, come se non riuscisse a capire il senso di quello parole. Sam e G si scambiarono un veloce sguardo sorpreso.
- Scomparsa?- ripeté in un sussurro sulle labbra.
- Sì, scomparsa. Stava svolgendo un’indagine sottocopertura a Baltimora, doveva indagare su Christian Spasskiy e sui suoi legami con la criminalità della città. Ormai sono settantadue ore che il suo agente di riferimento non ha più sue notizie. Poi ieri la polizia ha ritrovato questi.- prese due fotografie dalla cartellina che aveva con sé e gliele porse.
Lo psicologo le prese con la mano che gli tremava terribilmente e le guardò. Nella prima non c’era ritratto il cadavere di Tamara, come aveva temuto, ma il muro di un sudicio vicolo. I mattoni erano ricoperti da una lunga striscia di sangue che scendeva verso il basso, fino all’asfalto dove si era incrostato una pozza scura. Poco più sopra campeggiava una scritta: NCIS 3,56 e Nate non faticò nel riconoscervi la scrittura di Tamara. Arrotolava la lettera n in un modo peculiare che aveva visto decine di volte riprodotto sui quaderni e i libri di scuola. Non era una prova quella, si disse disperato, chissà quante persone scrivevano in un modo simile a quello di sua sorella. Prese la seconda foto e il dolore gli mozzò il respiro in gola perché non poteva più negare l’evidenza dei fatti. Sull’asfalto accanto alla pozza di sangue era stato ritrovato un braccialetto, niente più che una serie di anelli di bigiotteria a cui erano applicati una serie di pendenti di diversa forma. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, perché aveva regalato lui quel braccialetto a sua sorella il giorno del suo quattordicesimo compleanno. Non era niente di speciale, ma da allora lei non l’aveva più tolto, diceva che era il suo portafortuna. Nate inspirò forte e cercò di calmarsi, di restare lucido nonostante la voglia di urlare e piangere che aveva.
- Gli esami di laboratorio hanno confermato che quello è il sangue di sua sorella, ce n’era un campione allegato alla sua scheda. Non abbiamo ritrovato il cadavere di Tamara, quindi non è detto che sia morta, potrebbe essere solo ferita…- disse piano Phillips.
- Ha perso troppo sangue. - Nate lo interruppe – Con una simile perdita di sangue difficilmente si può sopravvivere. Mi dica il resto. – sospirò guardando il suo interlocutore dritto negli occhi.
- Era inseguita da qualcuno. La scientifica ha trovato delle impronte insanguinate, a cui si sono poi sovrapposte altre due serie di impronte. E poi vicino al muro è stato rinvenuto il bossolo di una semiautomatica, ma l’analisi balistica ha stabilito che non ci sono confronti, l’arma usata è pulita, prima d’ora non ha mai sparato.- spiegò con un filo di voce, mentre vedeva l’espressione sul volto dello psicologo mutare dal dolore alla rabbia.
- Non avete niente, quindi! – gli urlò contro Nate scattando in piedi – Mia sorella è scomparsa e voi non avete altro che il suo sangue incrostato sul muro? Come vi è saltato in mente di coinvolgerla in un’indagine così pericolosa? Christian Spasskiy è uno dei criminali peggiori della città, non si muove foglia senza che lui lo sappia e voi avete mandato Tamara a indagare sui suoi traffici a Baltimora? Sapete che tutti i poliziotti che sono stati mandati a indagare su di lui sottocopertura sono stati ritrovati barbaramente ammazzati, dopo essere stati torturati per giorni? Lo sapeva questo?- e lo guardò come a sfidarlo a contraddirlo.
- Sì, lo sapevamo.- ammise controvoglia l’ispettore.
- E cosa vi ha fatto credere che con voi sarebbe stato diverso? Pensavate forse che Tamara avesse qualche potere speciale che la aiutasse?- lo accusò.
Nate era furibondo, vedeva rosso e tutto era coperto dal ruggito del sangue nelle vene. Raramente si era sentito così arrabbiato, sapeva di essere ingiusto a incolpare quell’uomo in quel modo, ma avevano giocato con la vita di sua sorella senza pensare alle conseguenze e il risultato era stato semplicemente tragico. Vide l’ispettore aprire la bocca e seppe subito che se gli avesse sentito dire un’altra frase fatta per discolparsi gli sarebbe saltato alla gola senza pensarci due volte.
Una mano forte e calda si strinse attorno al suo braccio con il chiaro intento di trattenerlo, ma quando si girò di scatto per scacciare chiunque si fosse intromesso, si ritrovò ad annegare nell’azzurro degli occhi di Callen che lo stavano fissando seri e comprensivi.
- Adesso smettila Nate, non risolverai nulla in questo modo!- lo riprese.
Lo psicologo lo fissò per un lungo istante, lasciando che quella sensazione di calma e sicurezza che voleva trasmettergli si infiltrasse sotto la sua pelle, dentro ogni poro arrivando fin dentro di lui.
- Grazie.- sussurrò poi, chiudendo gli occhi e coprendo la mano che ancora gli stringeva il braccio con la sua.
Callen gli rispose rinvolgendogli uno dei suoi sorrisi sbilenchi e sfrontati. Era bastato un suo solo sguardo per calmarlo, per farlo ritornare lucido.
- Signor Getz che sta succedendo qui?- la voce di Hetty li interruppe.
Nate si sciolse dalla stretta del collega e si sedette di peso sulla sedia dietro di lui, senza più forze per fare nulla. Lentamente spiegò la situazione alla donna e vide che più andava avanti con il suo discorso, più la sua espressione diventava tesa.
- Mi faccia fare una telefonata.- disse e sparì dietro al paravento di legno che divideva la sua scrivania da quelle dei suoi sottoposti.
Lo psicologo si coprì il volto con le mani, per nascondere la sua espressione disperata e persa ai colleghi. L’ultima cosa che voleva era farsi vedere così vulnerabili da loro, già in circostanze normali lo consideravano una persona debole che non avrebbe mai potuto essere coinvolta in operazioni sul campo e vederlo in quello stato non avrebbe aiutato la sua reputazione. Però Tamara era sua sorella, come poteva rimanere distaccato e lucido? Il dolore e la paura che stava provando in quel momento sembravano riempirgli tutto il petto, condensarsi in un coagulo incandescente che minacciava di soffocarlo.
Hetty ritornò poco dopo e dalla sua espressione cupa, Nate comprese che le notizie non erano affatto buone. La donna si fermò in piedi davanti a lui e lo fissò dritto negli occhi.
- Le notizie che ci ha portato l’agente Phillips sono esatte. Del caso se ne sta occupando la sezione del NCIS di Washington, più precisamente la squadra capitanata dall’agente Gibbs. Ho parlato con il direttore Vance e l’ho convinto a farla partecipare alle indagini. Partirà con l’aereo che decollerà questo pomeriggio alle 17.- e lo guardò seria e impensierita da dietro i suoi enormi e antiquati occhiali rotondi.
Nate sentì il cuore battere due battiti in rapida sequenza. Aveva il permesso di raggiungere Washington e seguire le indagini, non sarebbe stato costretto a restare lì a Los Angeles, divorato dalla paura e dall’ansia, in attesa che qualcuno si degnasse a informarlo sugli sviluppi del caso.
- Comprendo il suo stato d’animo, signor Gatz, ma sono state poste due condizione affinché lei possa partire. Per prima cosa non dovrà interferire con le indagini né dovrà fare colpi di testa, in caso contrario verrà immediatamente rimandato qui. - attese il cenno d’assenso del dottore e proseguì – Dato che ha un’azione benefica sui suoi nervi, il signor Callen verrà con lei. – spostò lo sguardo sull’agente – Dovrà tenere d’occhio il nostro dottore e cercare di limitare i danni.- gli spiegò inarcando le sopracciglia sottili.
Nate rimase un attimo sorpreso da quell’ultima clausola. Non avrebbe mai pensato di dover partire proprio con Callen. Aveva immaginato che non lo avrebbero lasciato andare da solo, ma la scelta di viaggiare con lui era del tutto inaspettata. Anche se un po’ ci aveva sperato nonostante tutto, dovette ammetterlo. Però a una parte di lui quella scelta non piaceva: era un caso troppo personale, ci sarebbero state emozioni, pensieri e frammenti di vita che avrebbe dovuto svelare e non gli piaceva che Callen assistesse.
- Per quanto riguarda noi – continuò Hetty spostando lo sguardo sul resto della sua squadra che attendeva in silenzio di fare la sua parte – Indagheremo sulla vita della signorina Getz. Ispettore Phillips potrebbe aiutare i miei agenti nella ricerca? – ottenuto l’assenso dell’uomo proseguì – Bene allora le suggerirei di indicare loro chi sia il suo compagno di squadra.- e il suo cipiglio non ammetteva repliche.
Mentre l’ispettore Phillips si alzava per avvicinarsi a Sam e agli altri, Hetty riportò la sua attenzione sullo psicologo che, distrutto, aveva lo sguardo fisso nel vuoto. Notò che le sue mani tremavano tanto da averle dovuto stringere l’un l’altra per tenerle ferme.
- Questo è tutto. Vi auguro buon viaggio signori. Spero che riesca a riportare indietro sua sorella viva, dottore.- aggiunse dopo un attimo.
Nate annuì con un cenno meccanico del capo. Sarebbe di sicuro ritornato a Los Angeles con sua sorella, ma ancora non sapeva se l’avesse fatto in compagnia sua o del suo cadavere.