Capitolo II: Fratelli
Nate lanciò uno sguardo fuori dal finestrino,
scorgendo soltanto un’oscurità pastosa e soffocante, appena screziata
in basso, di tanto in tanto, dalle luci delle città che sorvolavano.
Sospirò pesantemente e tornò ad appoggiarsi contro il poggiatesta.
L’attesa era la cosa peggiore, un peso sul petto che ti schiaccia e non
ti da tregua, un’ansia che scorre nelle vene, che ti tiene sveglio e in
agitazione. Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter essere già a
Washington, per avere notizie su sua sorella e scoprire se l’avessero
già ritrovata. Si sentiva come se avesse corrente elettrica a
scorrergli nelle vene.
Avrebbe voluto dormire come la maggior parte degli altri passeggeri, ma
non ci riusciva, anche se sapeva che ne aveva assolutamente bisogno in
vista di quello che avrebbe dovuto affrontare l’indomani. Guardò il
sedile accanto al suo e vide che era ancora vuoto. Callen si era
allontanato poco prima con la scusa di dover andare in bagno, ma
sospettava che in realtà volesse solo seguire la bella hostess. Prese
il portafogli dalla tasca del pantalone e lo aprì, da uno degli
scomparti esterni tirò fuori un piccolo malloppo di fotografie,
rovinate e usurate dal tempo. Le aprì tra le dita come se fossero carte
per giocare a poker e, con un piccolo sorriso, ne estrasse piano una.
Era una fototessera piccola e quadrata, che riproduceva il viso
bellissimo, appena coperto da un velo di barba, di un giovane dagli
incredibili occhi azzurri e capelli biondi che gli cadevano in piccoli
ciuffi sulla fronte. Passò il polpastrello del pollice sulla superficie
ruvida, come se volesse accarezzare la persona ritratta. Dio, se lo
amava! Non gli era mai capitato di perdere la testa per qualcuno a quel
modo, era un’emozione così vasta e profonda che sembrava scuoterlo fin
dentro le viscere. Eppure era anche capace di fargli più male di quanto
fosse disposto ad ammettere, perché per quanto fosse innamorato
disperatamente, sapeva di non avere alcuna speranza con lui, non ci
sarebbe stato mai niente tra di loro oltre all’amicizia e a quel loro
particolare rapporto tra paziente e psicologo. Sapeva che avrebbe
dovuto smetterla di pensare a lui in quel modo, ma per quanto tentasse
non ci riusciva. E la prova più lampante di questo era quella foto che
aveva rubacchiato dal dossier di Callen, solo per avere qualcosa di suo
sempre con sé. Non sapeva perché gli piacesse tanto, era una foto come
tutte le altre eppure attirava la sua attenzione in maniera prepotente.
Era stata fatta quando, anni prima, aveva lavorato sottocopertura in
Russia, per quell’operazione che si era conclusa con il ferimento di
Callen prima e l’assassinio di Alina poi.
Il pensiero di quella ragazza che era stata per il collega una sorella,
gli riportò in mente Tamara. Rimise la foto di Callen dentro il
portafogli e prese tra le dita una che ritraeva lui e sua sorella,
abbracciati e sorridenti mentre lei sollevava e mostrava la medaglia
che aveva appena vinto insieme alla sua squadra di pallavolo. Quando
incrociò il volto felice di sua Tamara, una fitta lo trapassò con
precisione chirurgica da parte a parte e dovette stringere i denti per
trattenere quelle lacrime che gli avevano riempito gli occhi e
bruciavano come acido. Ancora non riusciva a credere a quello che stava
accadendo. Una sensazione di soffocamento gli chiuse la gola, mentre il
dolore iniziò a pulsare sordo dentro di lui: non riusciva nemmeno a
contemplare l’ipotesi che sua sorella fosse morta. Avrebbe dovuto
proteggerla, invece cosa aveva fatto? Aveva lasciato che entrasse in
polizia e acquistasse la propria indipendenza, crogiolandosi nell’idea
che ormai era una donna adulta e poteva fare tutte le sue scelte.
Quanti mesi erano che non si vedevano? Ormai si accontentava di quelle
telefonate sempre più brevi, in cui lei gli diceva che era piena di
lavoro e Nate guardava la sua scrivania ingombra di fascicoli di casi
vecchi e nuovi e ci credeva. E il risveglio era stato peggio di un
incubo.
Aveva scoperto che sua sorella gli mentiva, che era partita per una
missione sottocopertura a Baltimora senza dirgli niente, neanche quelle
stupide bugie che i superiori impongono di raccontare a familiari e
amici. Era semplicemente partita, magari con la speranza di ritornare
prima che lui iniziasse a insospettirsi e ci sarebbe anche riuscita se
il meccanismo non si fosse inceppato. E si chiese quante altre volte lo
avesse fatto, quante indagini sottocopertura aveva svolto senza che lui
ne sapesse niente?
Quella non era sua sorella, Tamara non era così, loro si raccontavano
sempre tutto, non esistevano segreti tra di loro… allora cosa le era
accaduto davvero per spingerla ad accettare una missione suicida?
- Tutto bene?- la voce preoccupata di Callen si insinuò nella spessa
cortina dei suoi pensieri confusi.
Nate sussultò spaventato e si girò di scatto verso di lui, trovandolo
seduto accanto a sé che lo fissava con uno strano cipiglio in volto. Il
panico gli scivolò con un brivido lungo la sua schiena al pensiero che
Callen fosse tornato al suo posto da abbastanza tempo per vedere che
portava una sua fotografia nel portafoglio. Lo osservò meglio e notò
che era semplicemente preoccupato, nei suoi occhi azzurri non c’era
traccia di altri sentimenti e tirò un sospiro di sollievo.
- Diciamo di sì!- rispose con un sorriso tirato.
- È tua sorella?- gli chiese ancora, indicando la foto che stringeva in
mano, dopo averlo studiato per un’altra manciata di secondi.
- Sì!- Nate rispose e gli porse la fotografia che teneva fra le dita.
Callen la prese e la osservò incuriosito. La sorella di Nate era una
ragazza carina, ma nella norma. Nella foto portava i capelli neri
legati in una lunga coda di cavallo. Gli occhi nocciola era grandi e
felici, sorrideva con la serenità di chi è sicuro di essere amato dalla
sua famiglia.
- Non ti assomiglia.- considerò quasi sovrappensiero.
Non sapeva molto delle faccende familiari, ma aveva sempre creduto che
i figli assomigliassero ai genitori e i fratelli avessero qualche
traccia fisica che li accomunasse. Invece sul volto di Tamara non
vedeva nulla che potesse ricordare Nate.
- I miei genitori l’anno adottata quando aveva sei anni!- gli rispose
la voce incerta dello psicologo.
E quelle parole fecero fremere Callen di un sentimento che quasi non
riusciva a spiegare. Sapeva che non era una regola generalmente valida,
che alcuni bambini fortunati venivano adottati da famiglie che li
amavano, non da bestie incapaci di qualsiasi sentimento, ma non per
questo faceva meno male. Osservò il braccio di Nate che nella
fotografia stringeva forte a sé la sorella, il modo dolce e protettivo
con cui la osservava e sentì un nodo serrargli la gola. Tamara era
amata dalla sua nuova famiglia, era una di quei pochi che ce la
facevano. Se anche lui avesse incontrato una famiglia come quella del
collega, forse la vita per lui sarebbe stata del tutto diversa da come
era ora, di sicuro gli avrebbero risparmiato molti dei traumi e delle
percosse che aveva subito fin dalla più tenera età.
- Le vuoi molto bene, sei un buon fratello.- gli disse senza guardarlo,
sperando che la sua voce fosse abbastanza ferma.
- No, non lo sono. Per Tamara sono stato il peggior fratello che
potesse capitarle e non mi riferisco solo a quello che è accaduto ora.-
gli rispose la voce amara di Nate.
Callen si voltò a guardarlo con la fronte aggrottata, incerto su cosa
significassero davvero quelle parole. L’altro era sempre stato gentile
con lui, si era dimostrato un buon amico prima ancora che un buon
medico e collega. A modo suo Nate aveva sempre cercato di proteggerlo
dal suo passato e dai suoi ricordi, si era davvero interessato a lui e
alla sua situazione, e non l’aveva mai giudicato. Per questo l’aveva
sempre considerato una persona buona, diversa da quelle con cui aveva
sempre avuto a che fare, in qualche modo anche speciale e ora non
voleva scoprire che era identico a tutti gli altri.
Vide Nate chiudere gli occhi e poggiare la testa contro il bordo del
sedile, mordersi le labbra e poi sospirare.
- Quando mamma e papà mi dissero che volevano adottare un bambino ero
contento. Presto non sarei più stato solo, avrei avuto qualcuno con cui
parlare e giocare, litigare anche, come nelle famiglie che vedevo in
televisione. Non stavo più nella pelle e lo raccontai a tutti i miei
amici a scuola. Credevo che anche loro sarebbero stati felici della
cosa, invece fecero una faccia strana e incominciarono a riempirmi la
testa di stupidaggini. Mi dissero che se era stata abbandonata dai suoi
genitori era perché era cattivo e poi che i bambini degli orfanotrofi
portavano malattie. All’epoca ero molto stupido e mi lasciai
convincere.- disse parlando piano.
E Callen riconobbe nella sua voce un tono d’accusa così feroce che lo
fece sussultare spaventato, perché non aveva mai sentito un uomo
riferirsi a se stesso in quel modo, come se nemmeno tutta la vita
bastasse per ripagare il torto che aveva fatto. Il pensiero successivo
fu di sollievo: perché se anche Nate si era comportato da stupido, era
ancora il pasticcione dal cuore grande che conosceva lui.
- Quando Tamara è arrivata a casa non volevo avere niente a che fare
con lei, mi comportavo come se non esistesse, facendola sentire un
ospite sgradito in casa. – riprese a parlare lo psicologo con un tono
ancora più amaro e tagliente di prima – Non sai per quanto tempo l’ho
allontanata facendole del male. Vedevo il suo sguardo ferito, mi
fermavo per un attimo indeciso se porre fine a tutto o no, ma poi mi
ritornavano in mente le parole dei miei compagni di scuola e riprendevo
a trattarla male più di prima. Non sono stato diverso da quelli che
hanno fatto del male a te, Callen.- disse con un tono triste, mentre
gli rivolgeva uno sguardo rassegnato.
L’agente scosse il capo in segno di negazione: Nate non era come i
bastardi che lo avevano adottato e non lo sarebbe mai stato, lo
dimostrava la foto che ancora stringeva tra le mani, dove Tamara
sorrideva felice all’obbiettivo abbracciata a suo fratello. Lo
psicologo gli sorrise grato, ma anche con una tristezza che gli strinse
inspiegabilmente il cuore. Nate riportò lo sguardo davanti a sé e
riprese il suo racconto.
- Un giorno mamma mi disse che non poteva andare a prendere Tamara a
scuola e che avrei dovuto farlo io. Quel giorno avrebbe avuto la
giornata lunga e sarebbe stata a scuola fino alle cinque, lei a
quell’ora lavorava. Annuii di malavoglia e uscii di casa. Me ne
dimenticai. Troppo impegnato a fare il cretino con i miei amici, mi
dimenticai totalmente di mia sorella, di una bambina di otto anni.
Ancora una volta l’abbandonai. – dovette fermarsi un attimo perché
l’immagine di quella bambina che vedeva andare via tutti i suoi
compagni di scuola con i loro genitori, mentre non arrivava nessuno per
lei, era un dolore che ogni volta gli tagliava il fiato – Me ne
ricordai quando arrivai a casa e la trovai vuota. Tornai indietro più
per non sentire i rimproveri dei miei ancora una volta, che per vera
voglia di farlo. Ero più o meno a metà strada tra la mia casa e la sua
scuola di Tamara, quando vidi una scena che mi gelò il sangue nelle
vene. Mia sorella era stata spinta con le spalle contro il muro, mentre
due ragazzi più grandi la stavano insultando e strattonando. Senza
pensarci intervenni e ne presi così tante che non potei andare a scuola
per una settimana. Quando i due se ne andarono, dopo avermi rubato il
portafogli tra l’altro, mi avvicinai pesto e sanguinante a mia sorella
e le chiesi se stava bene. Lei mi guardò senza parlare e l’istante
successivo mi abbracciò, iniziando a piangere per lo spavento. È stato
allora che ho capito quanto stupido fosse il mio comportamento e che le
stavo solo facendo del male. L’abbracciai anch’io e giurai a me stesso
che l’avrei protetta da qualsiasi cosa, che non avrebbe mai più pianto.
Da allora io e Tamara siamo stati inseparabili.- e concluse aprendo le
labbra in un ampio sorriso.
Callen si ritrovò a pensare che quella ragazza era stata davvero
fortunata. Conosceva la gentilezza di Nate, l’aveva provata sulla sua
pelle anche se filtrata dall’atteggiamento professionale che la sua
qualifica richiedeva, quindi si ritrovò a invidiare un po’ Tamara. Come
sarebbe stato averlo come fratello?
- Qualsiasi cosa tu possa pensare di te, sei un ottimo fratello, Nate!-
gli disse restituendogli la foto.
- No, ancora una volta non l’ho protetta. L’ho lasciata da sola, troppo
preso ancora una volta da qualcos’altro per rendermi conto che la
famiglia è la cosa più importante.- disse e la sua voce era nuovamente
rotta dalla preoccupazione.
E Callen non seppe cosa dire. Non si era mai ritrovato nella situazione
di dover consolare qualcuno, non ne era capace. Ripensò a tutte le
volte che l’altro l’aveva fatto con lui.
- Andrà tutto bene.- riuscì a sussurrargli solo questo, mentre un nodo
gli stringeva la gola, per nulla convinto dalle sue stesse parole.