Capitolo IV: Cominciano
le indagini
Il trillo acuto seguito da un leggero
scossone annunciò che l’ascensore era arrivato al piano. Mentre le
porte metalliche si aprivano, Callen lanciò uno sguardo al collega di
fianco a lui. Il profilo di Nate era teso e da quando erano usciti
dall’albergo non aveva detto una sola parola, si era chiuso in se
stesso lasciando libera la sua mente di macinare ipotesi su ipotesi su
ciò che poteva essere accaduto a sua sorella.
Sospirò a disagio: quello che aveva accanto non era il Nate che
conosceva lui, quello che quando era nervoso o agitato diceva qualsiasi
cosa gli passava per la testa, un po’ goffo ma capace di entrare dentro
le persone in modi che nemmeno riusciva a contemplare fino in fondo. La
stessa persona che aveva raccolto la sua anima sanguinante e,
lentamente e con estrema cura, stava cercando di rimettere insieme i
pezzi.
- Andiamo?- gli chiese comunque, quando le ante si aprirono
completamente.
Nate rimase un attimo in silenzio, prima di annuire con un piccolo
cenno del capo. Scesero dall’ascensore ed entrarono in un’enorme
stanza, in cui le scrivanie erano collocate non millimetrica
precisione, riunite in gruppi separati da pannelli che creavano dei
microambienti del tutto indipendenti dagli altri. Con passo deciso
Callen si avviò verso il centro della stanza, occupato da quattro
scrivanie disposte in coppie affrontate. Sorrise nel vedere Gibbs in
piedi che stava guardando qualcosa un monitor sopraelevato, mentre i
suoi tre sottoposti lavoravano alacremente per produrre qualche
risultato. La presenza oppressiva di Gibbs era sempre uno stimolo a
dare il meglio di sé, almeno se non si voleva fare una brutta fine.
- Vedo che siete molto occupati qui, ripassiamo più tardi?- scherzò per
attirare l’attenzione dell’altro.
Gibbs si volse e sorrise vedendo l’amico in piedi a pochi passi da lui.
- Ciao G!- lo salutò abbracciandolo brevemente.
- Ciao Jethro. – ricambiò Callen – Lui è Nate, ti ricordi?- e indicò
l’altro uomo al suo fianco.
Gibbs spostò lo sguardo sullo psicologo, che lo salutò con un breve
cenno del capo. Certo che si rammentava di lui e anche del discorso che
gli aveva fatto prima di lasciare la sede di Los Angeles. Allora gli
era sembrata una persona riflessiva e con la testa sulle spalle, sperò
che anche in quel caso si dimostrasse tale. Ma infondo sapeva che il
dolore per la perdita di una persona amata, difficilmente aiutava a
mantenere la lucidità e la freddezza mentale necessari. Chissà cosa era
passato nella mente di Leon quando aveva accettato di far collaborare
alle indagini una persona così emotivamente coinvolta come quel dottore.
Nate si morse il labbro inferiore mentre cercava di sostenere lo
sguardo affilato e pungente dell’altro uomo, che spiegava in modo
chiaro tutto quello che stava pensando della sua presenza lì in quel
momento e che sembrava riassumere un messaggio abbastanza lungo,
ammonendolo che avrebbe fatto meglio a non creare problemi.
- Allora, che cosa avete?- chiese Callen accorgendosi di quello strano
scambio di sguardi e cercando di dirottare l’attenzione dell’altro sul
caso.
- McGee!- ordinò secco Gibbs, mentre ritornava al proprio posto davanti
al monitor.
- Agli ordini capo!- scattò il sottoposto e le sue dita iniziarono a
battere frenetiche sulla tastiera.
Sullo schermo apparvero le immagini che stava inviando McGee dal suo
computer: una scheda di servizio con allegata la fotografia di una
ragazza in uniforme dal viso troppo serio. Per un attimo Callen non
riuscì a collegare quel volto a quello che aveva visto in aereo sulla
foto che Nate teneva nel portafogli. Sembravano due persone diverse.
Con una sensazione di dolorosa affinità, Callen notò che anche sulla
quella scheda gli spazi dedicati alla data e al luogo di nascita erano
tristemente vuoti.
- Agente scelto Tamara Getz. – esordì McGee imbarazzato per la presenza
di Nate – Scheda di servizio perfetta: nessun richiamo disciplinare e
alcuni riconoscimenti per il valore dimostrato in diverse azioni.
Questa è la sua quarta missione sottocopertura e il suo agente di
riferimento è il sergente Lazarus Calhoun.- aveva parlato sempre
battendo le dita sulla tastiera.
La quarta missione sottocopertura. Nate non riusciva
a crederci, sua sorella non gli aveva detto nulla. Facevano quasi lo
stesso lavoro, sapeva cosa volesse dire svolgere una simile missione,
si sarebbe preoccupato per lei, ma non opposto, avrebbe potuto capirla,
consigliarla… perché gliel’aveva tenuto nascosto? Callen dovette
intuire qualcosa del suo stato d’animo, perché gli toccò il dorso della
mano con la sua. Nate si volse verso di lui e annuì con un sorriso
tirato.
- Il sergente Calhoun ci ha riferito che Tamara, con l’alias di Cynthia
Hales, si è fatta assumere come cameriera cantante al Golden
Lightning, un night club gestito da Lloyd Fowler, uno dei
luogotenenti di Spasskiy. – e sul monitor comparvero alcune foto,
scattate da lontano e di nascosto, di un uomo sulla cinquantina dal
volto grossolano e vestito con abiti di elegante fattura, che stava
parlando a un cellulare – La polizia pensa che sia solo una copertura
per lo spaccio di droga, ma non sono mai riusciti a provare nulla. Ogni
volta che è stata organizzata una retata, Fowler è stato avvertito in
netto anticipo e ha potuto ripulire tutto. Il locale era praticamente
immacolato all’arrivo della polizia.- concluse McGee, guardando
preoccupato il profilo rigido del suo capo.
- Il dipartimento di Baltimora ha una talpa.- e quella di Callen era
una affermazione.
Gibbs emise un ringhio basso che sapeva di frustrazione e impazienza, e
si girò verso Tony che era in piedi accanto a lui. Forse si sarebbe
rivelato null’altro che l’ennesima perdita di tempo in quella storia
assurda, ma valeva comunque la pena tentare.
- Provo a sentire un mio amico al dipartimento, se c’è qualche voce su
qualcuno.- lo anticipò DiNozzo, quasi gli avesse letto nella mente.
Nate corrugò la fronte, mentre osservava l’agente scattare verso la sua
scrivania e sollevare la cornetta del telefono: la prima volta che
aveva incontrato Gibbs durante quell’indagine a Los Angeles, gli era
sembrato un tipo rude e spiccio, ora, vedendo che gli bastava un cenno
o uno sguardo per farsi capire dai suoi sottoposti, poteva dire che era
anche estremamente autoritario. Per un attimo si ritrovò a essere
sollevato di poter lavorare con Hetty, perché farlo con Gibbs sarebbe
stato logorante.
- Su youtube ho rintracciato questi filmati.- continuò McGee.
Sullo schermo si aprirono alcuni file a scarsa risoluzione,
probabilmente registrati con il cellulare, che, dopo aver dato una
panoramica del locale, si concentravano sul palco dove una ragazza
vestita con un abito lungo e argentato stava cantando. A Nate ci volle
un po’ per riconoscere in lei sua sorella. I lunghi capelli neri di
Tamara erano stati tagliati in un morbido caschetto che le incorniciava
il viso perfettamente truccato. L’unica cosa che riusciva a ricollegare
a sua sorella era la voce. Tamara aveva una voce bellissima, ampia e
calda quasi da afroamericana, tanto che la loro madre aveva cercato di
convincerla più volte invano a partecipare a qualche concorso di canto.
Sua sorella voleva diventare una poliziotta, nient’altro. Gli altri
filmati ritraevano Tamara che serviva ai tavoli o parlava con alcune
persone.
- Però! È veramente carina. Quando la troviamo le chiederò di uscire.
Non ti scoccia, vero Doc.? – il commento di Tony fu immediatamente
seguito dal rumore del solito scappellotto – Scusa capo!- mormorò
flebile con la testa infossata nelle spalle.
Nate si guardò intorno e vedendo le espressioni divertite e tranquille
degli altri due agenti, dedusse che quello era uno spettacolo
quotidiano. Chissà perché si aspettava qualcosa del genere da un tipo
come Gibbs.
- Capo ho parlato con il mio amico al dipartimento di Baltimora e mi ha
detto che farà sapere qualcosa presto.- gli comunicò Tony con un tono
di voce tirato.
- Quello che volevo mostrarvi è questo.- disse McGee e battendo più
velocemente i tasti, richiamò uno dei filmati, bloccandolo e
ingrandendo l’inquadratura.
Tamara era appoggiata con la schiena contro una delle pareti del locale
e un uomo le si stringeva addosso, come se si stessero baciando. Nate
sgranò gli occhi sorpreso: non che non immaginasse che sua sorella
avesse le sue esperienze, ma vederle direttamente era diverso, era strano.
- Chi è?- domandò Gibbs.
- È uno dei buttafuori del locale. Jason Camden. Vive a Coral Hills.-
concluse soddisfatto McGee.
- DiNozzo, Ziva! Trovate questo Jason Camden e sentite cosa ha da dire
su questa storia!- ordinò loro Gibbs mentre si voltava a guardarli.
- Sì, capo!- annuirono in coro, prendendo pistole e distintivi dai
cassetti delle rispettive scrivanie.
- Portate anche G con voi.- li bloccò prima che si dirigessero
all’ascensore.
- Ma capo… – subito provò a protestare Tony, ricevendo in cambio una di
quelle occhiate che non ammettevano repliche – Agli ordini.- mormorò
seccato mentre attendeva che l’altro li raggiungesse.
Quando l’ascensore si fu chiuso alle spalle dei tre agenti con un
trillo, Gibbs riportò l’attenzione sulle altre due persone che si
trovavano ancora nella stanza.
- McGee tu continua a cercare notizie su Fowler, il locale e i suoi
dipendenti. Voglio sapere tutto di lui. Dottore con me!- ordinò poi
senza nemmeno aspettare l’assenso dell’informatico.
Nate osservò Gibbs che già si allontanava dalla parte opposta e
sospirò: i suoi metodi erano discutibili, ma era l’unico che potesse
trovare Tamara. Era una persona con cui era difficile trattare, così
impenetrabile che anche lui faceva fatica a capirlo, si chiese quindi
come avrebbe fatto a collaborare con lui.
Il viaggio in ascensore fu breve e silenzioso, ma quando le porte
dell’abitacolo si aprirono, furono accolti da una musica quasi
assordante. Nate batté un paio di volte le palpebre, come per
accertarsi che non stesse sognando. Senza dire una parola Gibbs lo
superò, uscendo dall’ascensore e infilandosi subito nella porta che si
apriva di fronte a loro e da cui proveniva la musica. Lo psicologo lo
seguì sempre più perplesso e scoprì che quello era il laboratorio di
Abby. La ragazza stava osservando qualcosa al microscopio e dava loro
le spalle.
- Ciao Gibbs!- esclamò senza nemmeno alzare lo sguardo da ciò che stava
facendo.
Nate inarcò un sopraciglio sorpreso: era abbastanza sicuro che non
avessero alcun rumore, come aveva fatto a sentirli arrivare in quel
casino?
- Ho trovato qualcosa di interessante e tu con i tuoi poteri lo hai
percepito, per questo sei qui, vero? – disse lei convinta e serie,
mentre si rimetteva dritta e si voltava verso di loro – Nate!- esclamò
quando lo vide.
E Abby corse verso di lui e lo abbracciò forte. Lo psicologo sorrise
ricambiando l’abbraccio: fin dalla prima volta che l’aveva vista, aveva
capito che pur essendo una persona decisamente sopra le righe, era
dolce e sensibile.
- Mi dispiace per tua sorella. Gibbs la ritroverà sana e salva,
vedrai!- affermò determinata, perché lei aveva una fede incrollabile
verso quell’uomo che sentiva un po’ come un padre.
- Lo so!- disse soltanto, scostandosi per guardarla in volto.
E Nate avrebbe tanto voluto credere a quelle parole.
- Cos’hai trovato, Abby?- chiese pazientemente Gibbs.
- Oh, giusto. – e la scienziata ritornò alla sua postazione di lavoro –
Il bossolo che è stato ritrovato sulla scena del crimine, presentava
tracce di una strana polvere. L’ho esaminata con lo spettrometro e ha
rilevato che è solfato di calcio idrato colorato.- e sorrise
compiaciuta della sua scoperta.
Gibbs la osservò con un’espressione ancora più indecifrabile, segno che
non aveva compreso davvero cosa aveva detto la scienziata.
- Polvere di gesso?- domandò Nate, venendole in aiuto.
- Esatto. Ma questa qui ha la caratteristica di essere colorata con un
pigmento fosforescente. Ho cercato su internet e ho scoperto che un
paio di locali di Washington la utilizzano sui loro clienti.- e si
appoggiò al bordo della scrivania, incrociando le braccia al petto.
- E perché lo fanno?- chiese Gibbs che non comprendeva l’utilità di una
cosa simile.
- I night di cui ti ho parlato sono diventati famosi in breve tempo
perché hanno una specialità: a notte inoltrata spengono le luci e
gettano questa polvere, in modo che le persone che ballano si possano
vedere solo grazie alla fosforescenza. Si fanno un sacco di incontri
interessanti, sai Gibbs?- aggiunse con il tono di chi l’ha già provata.
- I nomi di questi locali?- chiese impaziente Gibbs.
- Uno è il Black Cat, l’altro è il Golden
Lightning.- e annuì con un cenno della testa.