Capitolo I: Amici?

Peter osservava il vecchio soffitto scrostato e ricoperto di muffa, disteso sul letto, nella stanza buia illuminata solo dal chiarore delle luci che proveniva dall’esterno, godendosi quell’insperato momento di calma: sembrava che i criminali avessero deciso di dare un giorno libero a Spiderman. La fede che gli aveva regalato zia May qualche mese prima brillava debolmente, abbandonata sulla piccola scrivania di legno scuro. Socchiuse gli occhi: le lacrime non stavano bene a Spiderman.
La spaccatura tra lui e M. J. era diventata ogni giorno sempre più profonda, lui aveva provato davvero a cercare di salvare il loro traballante rapporto, ma si erano fatti troppo male a vicenda per potersi perdonare, ed alla fine ogni sogno ed ogni speranza era finito in cenere spazzata via dal vento.
Ironia della sorte: Spiderman sapeva salvare una città come New York, ma non se stesso.
Per tutta la vita aveva amato M. J., non ricordava un solo giorno del suo passato in cui non avesse pensato a lei, le era rimasto idealmente fedele anche quando aveva dovuto accettare di non poterla avere per non metterla in pericolo. In tanti anni quella devozione non era mai scemata, anzi! E quando finalmente era riuscito a raggiungerla…
… aveva scoperto che niente era come aveva immaginato!
Il suo sogno da bambino era stato infranto frammento dopo frammento, lasciandogli dentro solo un immenso, glaciale senso di vuoto. Di tutto quello che erano stati non era rimasta che qualche fotografia sgualcita, abbandonata in un cassetto polveroso. Ancora una volta si chiese come mai nella realtà le cose non andavano mai come si desiderava!
Per la prima volta nella sua vita credeva di essere riuscito a trovare un delicato equilibrio tra Peter Parker e Spiderman, invece era bastato un soffio di vento un po’ più forte per far crollare il suo bel castello in aria.
I primi tempi della loro storia sembravano appartenere ai personaggi di un film più che a loro, così pieni di serenità e pace com’erano, lei gli sorrideva sempre, entusiasta come una bambina, ma poi era cominciato l’inizio della fine. Era bastata qualche critica e la sua estromissione dallo spettacolo per creare una netta linea di demarcazione tra loro. Avevano smesso di parlare, quella sorta di complicità che era nata tra loro era evaporata come neve al sole. Erano diventati l’ombra di loro stessi. Ma avevano voluto comunque negare l’evidenza, darsi un’ultima possibilità.
Gli ultimi mesi insieme erano stati di uno squallore allucinante. Quando erano da soli la tensione elettrizzava l’aria, l’insofferenza che M. J. provava per lui, soprattutto quando guardava le sue imprese al telegiornale, poteva quasi toccarla. Lei non riusciva ad accettare di aver perso tutto, che non aveva ancora raggiunto il suo sogno, ma che doveva lottare ancora per realizzarlo. Non riusciva ad accettare la popolarità di cui lui godeva e di cui si sentiva quasi defraudata.
Alla fine era semplicemente scomparsa dalla sua vita. Gli aveva lasciato un laconico biglietto sotto la porta del suo appartamentino in cui gli annunciava che tra loro era definitivamente finita, che non sarebbe mai più tornata. Voleva arrivare ad Hollywood e lui era solo un intralcio.
Stranamente l’unica cosa che Peter aveva pensato dopo averlo letto era stato che, non avendole ancora fatto la sua proposta matrimoniale, almeno aveva conservato la faccia. Aveva provato la sensazione che amare M. J. fosse diventata un’abitudine, che quel sentimento fosse avvizzito da tanto tempo e che solo in quel momento se ne rendesse conto.
Zia May aveva sospirato tristemente quando le aveva raccontato tutto telefonicamente, perché ancora non era pronto ad affrontare il suo sguardo. Forse lei aveva già intuito che tra loro non sarebbe mai durata.
Si sentiva triste e solo, ma infondo non gli era dispiaciuto che finalmente tutto era terminato. Si sentiva libero, come se fino a quel momento avesse indossato dei panni che non gli appartenevano, come se un peso gli fosse infine scomparso da sopra il cuore. Si sentiva leggero e, si!, felice. Felice come non lo era da molto, troppo tempo. Come se finalmente il tempo dei sacrifici fosse terminato ed avrebbe potuto dedicarsi a quello che desiderava davvero.
Tutto questo avrebbe dovuto preoccuparlo, portarlo a farsi un esame di coscienza per scoprire l’origine di quel cambiamento. Ma la verità era che sotto, sotto sapeva cosa gli stava accadendo. Perché ogni volta che la guardava invece dei suoi occhi verdi, vedeva scherzosi occhi nocciola nei propri; perché immaginava di baciare altre labbra al posto di quelle di M. J.
Non sapeva quando fosse iniziata né perché, forse quel sentimento era sempre rimasto nascosto dentro di lui, sommerso sotto il velo dell’amicizia, sotto sorrisi e risate infinite, pomeriggi trascorsi in biblioteca a cercare di farlo studiare, sotto il senso di colpa per tutto quello che gli aveva taciuto nonostante si sentissero come fratelli, sotto l’ombra di quel sentimento edulcorato che credeva di provare per M. J.
Ma il sottile velo di cipria che ricopriva tutto era stato alla fine soffiato via lasciando la cruda, inevitabile verità. Aveva rischiato di perderlo, lo aveva perso. La paura ed il dolore avevano messo a nudo la sua anima svelandogli quello che cercava di nascondere anche a se stesso. Era stato quel sorriso felice e dolce che gli aveva rivolto in ospedale, quando aveva ripreso coscienza dopo che aveva cercato di ucciderlo, ad infrangere le sue ultime difese ed a metterlo davanti a se stesso ed ai suoi desideri.
Aveva compreso, ma non accettato il cambiamento che stava avvenendo dentro di lui, ostinandosi a guardare, amare solo M. J.
Ed ora che la superficie era stata grattata completamente non sapeva più cosa fare. Sapeva che quel sentimento era ancora più irrealizzabile di quello che aveva provato per M. J., e questo pensiero lo stava dilaniando. Non poteva certo andare da lui e dirgli quello che provava, non dopo che era stato appena perdonato: lo avrebbe sbattuto fuori dalla sua casa e della sua vita con un pedata. Poteva, quindi, permettersi soltanto di languire in quel mare di sentimenti e pensare a lui nella solitudine del suo appartamento.
- Questa topaia è peggio di come l’avessi immaginata!- la voce ironica e familiare di Harry risuonò improvvisa nella stanza in penombra.
Peter scattò a sedere sul letto, guardando la sagoma dell’amico appoggiata mollemente contro lo stipite della porta, sorpreso. Era la prima volta che Harry veniva nel piccolo appartamento che aveva affittato, sinceramente non credeva nemmeno che ne conoscesse l’indirizzo. Prima era stato troppo occupato con l’azienda appena ereditata, poi, credendolo responsabile della morte del padre, aveva tagliato ogni rapporto con lui. Ed ora era li! Poteva quasi vedere il ghigno scherzoso che gli stava sicuramente incurvando le labbra in quel momento. Sbalordito scrutò la sua figura salda che si stagliava contro il chiarore lattiginoso che proveniva dal corridoio, temendo che potesse svanire da un istante all’altro.
- Harry! – esclamò sorridendo quando si fu ripreso.
Il giovane Osborn entrò nella stanza ed accompagnò la porta, la maniglia tonda gli rimase in mano quando fece forza per chiuderla. La osservò perplesso prima di cercare di rimetterla nel suo alloggiamento, con risultati ancora più disastrosi.
- Lascia perdere: è già tanto se sei riuscito ad aprire la porta senza che si incastrasse!- rise Peter, sentendosi improvvisamente più sereno.
- Contento tu…- borbottò l’amico lasciando la maniglia in bilico sul suo incastro per poi premere l’interruttore della luce.
La lampadina, sospesa al soffitto da un cavo nero senza lampadario, pulsò un paio di volte prima di diffondere un debole chiarore giallastro, sfrigolando sinistramente, svelando tutto lo squallore della piccola stanza. Harry si guardò intorno con un’aria quasi disgustata.
- Cosa ci fai qui?- chiese Peter ancora sorpreso, osservando l’amico avanzare fino a sedersi sulla sponda del letto.
Harry era sexy di natura, ma sapeva scegliere gli abiti adatti che ne sottolineassero ed accentuassero il fascino. Quel giorno indossava una maglia a maniche lunghe blu scuro ed un paio di jeans, giacca a vento e scarpe da ginnastica come quando andavano ancora al liceo. Si volse verso di lui, e Peter scorse l’unica diversità da quel periodo felice, privo di ogni problema, che sembrava così lontano, quasi appartenesse ad un’altra vita ed ad altri personaggi. Il lato sinistro del volto di Harry era diventato come un foglio di carta lucida spiegazzato, l’occhio nocciola era diventato un globo opaco privo di vita. Lo sbaglio peggiore della sua vita! Una colpa che vedeva e rivedeva nel buio della sua mente con sadica precisione sequenza dopo sequenza, che bruciava impietosamente sul fondo della sua anima già a brandelli. Quasi senza accorgersene sollevò la mano e la portò alla guancia dell’amico, sentendo la consistenza plastica delle cicatrici sotto il palmo, accarezzandogli piano lo zigomo con il pollice. Non avrebbe mai vissuto abbastanza per ripagare quello che gli aveva fatto.
Harry socchiuse gli occhi, godendosi quel contatto, prendendo la mano dell’altro nella propria.
- Sono venuto ad invitarti a cena da me!- sorrise, poggiando completamente la guancia martoriata contro quella mano piacevolmente tiepida e morbida.
Peter sorrise: nella lingua dell’amico significava che era li per accertarsi di persona delle sue condizioni. Doveva essersi preoccupato davvero se aveva abbandonato il suo superattico nel centro di New York per scendere nei quartieri bassi. Sorrise mentre un piacevole calore gli solleticava il petto.
Per un lungo istante si guardarono negli occhi, incapaci di sbloccare quella situazione di stallo, come se una corrente, densa ed invisibile, li avesse legati l’uno all’altro. Fu Harry il primo a riscuotersi, allontanando quella mano da sé e contemporaneamente voltando la testa, sfiorandone con le labbra, in un contatto in apparenza casuale, il palmo. Nella loro amicizia era sempre esistita una componente fisica, fatta di pacche scherzosa sulle spalle ed abbracci fraterni, ma quei contatti dall’aria così intima erano recenti, venuti del tutto naturalmente dopo la loro sofferta riappacificazione.
- Hai cinque minuti per preparati e prendere un cambio!- lo avvertì Harry rimettendosi in piedi.
- Agli ordini capo!- scherzò Peter saltando giù dal letto.
Il giovane Osborn distolse lo sguardo dall’amico, vestito solo di un paio di aderenti boxer neri ed una canottiera bianca, con una spallina scivolata languidamente lungo l’omero, e si avvicinò alla finestra osservando distrattamente il labirinto di palazzi popolari, costruiti uno accanto all’altro, fin quasi a soffocare.

La limousine si immise nel traffico con un movimento fluido, l’abitacolo era illuminato solo da un paio di piccoli neon. Harry e Peter sedevano uno accanto all’altro sul morbido sedile di pelle, in silenzio, godendosi la presenza l’uno dell’altro.
- Che ne dici se cucinassimo noi stasera? Tanto per passare il tempo…- propose Harry all’improvviso.
- L’ultima volta che siamo entrati in cucina a Bernard è venuto quasi un infarto… ricordi?- rispose con un piccolo ghigno l’amico.
- Già… – e scoppiarono a ridere di gusto – Ordiniamo una pizza allora!- decise.
L’ombra di un sorriso dolce attraversò le labbra di Peter osservando il riflesso del volto di Harry sul vetro scuro del finestrino. Nel bene e nel male era stato lui a mantenere salda la sua anima, a liberarla dal dominio di Venom, a risanarla. Quando Harry gli sorrideva era come se tutti i fantasmi che combattevano nella sua anima si dissolvessero magicamente, infondendogli una sensazione di benessere tale che lui si sentiva come se fosse in grado di compiere qualsiasi impresa. Si sentiva bene quando era in sua compagnia, in pace con se stesso ed il resto del mondo, tutto il resto del mondo passava in secondo piano ed anche M. J. diventava un ricordo fastidioso. Era sempre stato così, il legame che li univa era così esclusivo da non permettere ad altri di mettersi di mezzo, ma negli ultimi tempi si era intensificato. Harry era quel pezzo di famiglia che non aveva mai avuto, forse anche quel pezzo d’anima che gli era stato strappato inseguito alla morte di tutte le persone che amava. Si era sentito spaccare in due quando Harry lo aveva allontanato accusandolo della morte di suo padre, quando lo aveva attaccato con il chiaro intento di ucciderlo, quando gli aveva lanciato contro quella bomba. Tutto quel dolore si era accumulato strato dopo strato sulla sua anima, infettandola, indebolendola così tanto da renderla una facile preda per Venom, che aveva fatto emergere la parte peggiore di lui, che lo aveva fatto sentire un dio in mezzo a degli insetti. La testimonianza delle sue azioni era impressa in modo indelebile sul volto di Harry.
Harry si rese conto dello strano sguardo che gli stava rivolgendo l’amico, due iridi azzurre cariche di struggente dolcezza piantate su di lui, e si volse a fissarlo perplesso.
- Che succede?- gli chiese.
Un ampio, enigmatico sorriso schiuse le labbra di Peter.
- Niente!- sussurrò prima di passare ad osservare i globi giallastri dei lampioni che sfrecciavano nella strada.
Era bella quella sfera dorata che li avvolgeva ogni volta che erano insieme, come se al mondo esistessero solo loro due e fosse perfetto così.

Seduti uno accanto all’altro sul divano, le bottiglie di birra mezze vuote in mano ed i cartoni delle pizze sul basso tavolino davanti loro, guardavano una partita di basket in tv.
Bernard, nonostante il suo impeccabile autocontrollo, si era dimostrato stranamente sollevato quando lo avevano informato che per quella sera avevano optato per delle pizze. Come dargli torto ricordando lo stato in cui avevano ridotto la cucina l’ultima volta? Sembrava che vi fosse appena passata una tromba d’aria con tutto quel cibo attaccato alle pareti e sul pavimento e le pentole sporche affastellate un po’ ovunque!
Il bello di stare con Peter era proprio quello: quel continuo ritornare all’infanzia, quel non crescere mai e combinare i disastri peggiori ridendoci semplicemente su.
Proprio mentre sullo schermo il realizzatore stava portando a segno l’azione che avrebbe portato la propria squadra alla vittoria, Harry sentì un peso poggiarsi sulla sua spalla. Si volse ritrovandosi il volto sprofondato tra i capelli di Peter: si era assopito, scivolando con la testa contro di lui. Harry sorrise a quella vicinanza, prima di spegnere il televisore. Cercando di essere il più delicato possibile si mosse per portare l’amico a letto: si fece passare un suo braccio attorno alle spalle, lui lo strinse alla vita, poi si mise in piedi e lo trascinò fino alla camera degli ospiti. Gentilmente lo stese sul letto e gli rimboccò le coperte, si fermò un attimo ad osservare quel volto familiare, scostandogli un ciuffo di capelli dalla fronte. Quando gli voltò le spalle e fece per uscire dalla stanza, sentì qualcosa bloccarlo. Peter, più addormentato che sveglio, lo stava trattenendo per un lembo della maglia, fissandolo con liquidi occhi blu da sotto le palpebre socchiuse.
- Resta con me…- lo implorò con voce impastata dal sonno.
Harry lo fissò stupito. Si impose di non essere assurdo: forse, nello stato in cui si trovava, non si rendeva nemmeno conto di quello che stava facendo. Ma come poteva sperare di resistere al musetto assonnato del suo amico?
- Certo!- lo rassicurò con un sorriso.
Solo allora Peter lo lasciò libero dalla sua presa ed un sorriso felice gli schiuse le labbra. Harry aggirò il letto e si stese al suo fianco, poggiandosi un attimo sul gomito per poterlo osservare ancora. Sorrise divertito. Peter era semplicemente delizioso. Certo che l’altro stesse dormendo profondamente, si sporse verso Peter, avvicinando i loro visi.
- Perché non puoi amarmi?- un sospiro doloroso sulle sue labbra prima di baciarlo.